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7 dicembre 2009 1 07 /12 /dicembre /2009 20:39
Per andare al lavoro, tutte le mattine devo attraversare un passaggio a livello, anacronistico cimelio in una regione come l’Umbria che ad infrastrutture sta messa peggio solo della Basilicata.
Il piccolo passaggio a livello è vicino alla stazione di un paesino che conterà d’estate 50 abitanti. Così, le solerti FS hanno pensato bene di eliminare il dipendente preposto all’alzarsi e abbassarsi della sbarra, sostituendolo con un simpatico e moderno espediente: quando il treno si ferma alla stazione precedente, la sbarra viene giù.
Quindi, se vedete la sbarra abbassata o, peggio, venir giù lenta come Gesù sul Golgota avete due alternative: iniziare a smadonnare in quattro lingue e tre dialetti assortiti  prendendo a testate lo specchietto retrovisore oppure tirare fuori dalla borsa un libro. Perché la solerte sbarra non si rialzerà che tra 10 minuti abbondanti.

Ah, dimenticavo un dettaglio: il treno non passa MAI alla stessa ora quindi non pensate di poterlo evitare rimettendo l’orologio.
Tra le sette e mezza e le otto e dieci passerà di lì, ma il quando lo deciderà solo e soltanto lui.

Così io mi sono arresa al suo strapotere e se incappo nel suo monopolio tiro fuori il libro e faccio spallucce, quasi grata di quell’oasi di calma obbligata. Mi guardo intorno, ormai conosco i dettagli del paesaggio.
Il bambino che abita davanti al passaggio aspetta l’autobus che lo porterà a scuola con l’immancabile gatto in cerca di coccole appoggiato agli stinchi. Infagottato nel piumino arancione o saltellante nel grembiule, ha la placidità rassicurante del trantran mentre allunga le mani verso il gatto dalla testa paciosa.
La casetta al di là del passaggio a livello sembra stare lì da sempre. Su due piani, col muro di pietra  a vista, gli infissi di una volta. La casa è tutta sviluppata al primo piano, i secondo è poco più di un ballatoio. Sulla cima del tetto un comignolo sbuffa già il fumo della stufa tra la nebbia delle otto di mattina. Una carriola e qualche attrezzo sono abbandonati lì, in un angolo tra la strada ed il muro. Dalla finestrella di quello che presumo sia la cucina esce una tremula luce di casa. Un calore antico, rassicurante. E mi è impossibile non ricordare le lunghe giornate d’inverno a   casa dei miei nonni. La stufa che crepita pigra, i ciocchi che cadono come alberi nelle foreste.  Il cane sul cuscino, mio nonno che esce con gli stivali in campagna, la bruma invernale che non vuole alzarsi, l’aria piena dell’odore del latte caldo appiccicato al pianale caldo della stufa. Mia nonna col grembiule e le braccia a manico d’anfora che mi chiede cosa ci faccio lì, perché non sono già a scuola a fare il mio dovere.

Un mondo antico, un giorno dopo l’altro.
Un luogo e un tempo solo della memoria.
Una luce che scalda nel suo anacronismo contadino.
Che non esiste più.
Potremmo vivere così?

Il tintinnio della campanella annuncia il ritorno alla vita vera, scanso lo sguardo dalla finestrella e torno al mio mondo frenetico. Fatto di cellulari che squillano, procedure, numeri, computer, pratiche, numeri, numeri e ancora numeri.
La sbarra riparte, il mondo mette la prima e sì va.

Ma dove si và?

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3 dicembre 2009 4 03 /12 /dicembre /2009 22:38
E’ cominciato tutto con un piccolo e fastidioso raffreddore al ritorno dalle ferie. Ma non ho chiamato il dottore: niente che un bel farmaco da banco non possa curare.
Actifed come se piovesse.

A metà settembre giravo già con l’aspetto di una rana verde del Trasimeno, con gli occhi gonfi e a palla. E il raffreddore era peggiorato, scatenando l’ilarità della colleghe di lavoro e l’istinto materno di mia madre: giravo forse troppo scollata, io? Sì, certo.
Ma non ho chiamato il dottore: niente che un nimesulide in polvere e una bella tisana al finocchio calda non possano curare.
Figurarsi.

Alla fine del mese sono cominciati pruriti a tutta la faccia e la carnagione mi è diventata pallida come  avessi la tisi. Un bell’incarnato ottocentesco, insomma, che incornicia un paio di occhiaie che un panda mi fa un baffo.
Forse dovrei iniziare a nutrirmi di foglie di eucalipto, almeno dimagrisco anche. Dopo qualche settimana arrivano anche piccoli problemi respiratori aggiunti a tutto il resto. Senso di soffocamento, tosse, affanno. E una crisi asmatica.
Ecco, qui sì che ho chiamato il medico e fissato un appuntamento, perché essere testoni ok, ma sempre fino ad un certo punto.
Il mio solerte medico di base mi invia dopo una visita veloce come Usain Bolt alza un sopracciglio e mi preannuncia la fatale sentenza: allergia.
Mi prescrive un antistaminico specifico e delle prove allergiche da fare all’ospedale.
Possibile che io, donna cresciuta in campagna, sia diventata allergica alla mia età sì veneranda? E a che cosa poi, di grazia?

Prendo l’appuntamento in tempi ragionevoli (alla faccia di chi parla male della sanità in Italia) e dopo una settimana senza medicine vado all’ospedale della mia città.
 
Ora, per chi non è di zona, vi informo che questo ospedale è stato ristrutturato e ampliato del 250% di recente e i vari padiglioni e settori sono stati rinominati con lettere e grandi nomi della storia perugina. Bello, eh, culturale pure. Ma questo ha reso il luogo ospitale e facile da usare giusto come il labirinto del Minotauro. Trafelata, dopo aver sbagliato strada quattro volte ed essere finita nelle cucine, arrivo e mi accingo a fare prelievi e prick test.
Una dottoressa simpatica come una verruca all’angolo della bocca mi accoglie: “E’ in ritardo!
Phoebe (che già non respira di suo, figurarsi dopo la ricerca del padiglione perduto): “Mi scusi, ma le indicazioni…
Dottoressa: “Sì sì, dite tutti così. La verità è che non leggete!” e mi fa il prelievo senza farmi nemmeno sedere. Poi, senza soluzione di continuità inizia a scarabocchiare sull’interno del mio avambraccio  destro i numeri dall’1 all’11. Con poca delicatezza mi applica le 21 sostanze prescritte più un fattore di controllo e pratica un minuscolo foro con aghi da insulina per ciascuna di esse. Dopodiché prende il Corriere dell’Umbria, inforca gli occhiali e inizia a leggere “Tanto deve aspettare 10 minuti” sentenzia.
Io rimango lì, a fissare il calendario della Bayer con l’aspirina fotografata da tutte le angolazioni. Bello. Interessante. Sono tutta presa dal calcolare la diagonale delle mattonelle delle pareti quando il mio braccio inizia a pizzicare. Molto. Molto molto. Ma molto proprio.
Phoebe: “Ehm… dottoressa… brucia
Dottoressa sfogliando la pagina degli spettacoli: “Stia tranquilla, è il fattore di controllo
Phoebe: “Ehm… guardi… non vorrei insistere… ma…
Dottoressa: “E che sarà mai!!!” si alza stizzita, ripiega il giornale e viene verso di me. Mi guarda e: “Oddiooooo!
Io l’avevo avvisata che bruciava.
 
Risultato: allergia dirompente alla polvere.
Sì, alla polvere.
E al cane.
E al gatto.
E alla betulla.
E anche al nocciolo.
Ah, anche alle muffe e agli scarafaggi, ma questo mi sembra già più sensato.
Ma principalmente gli acari, insomma, ed a tutte quelle altre simpatiche e invisibili bestiole che ci sguazzano dentro tutto il giorno.
Anzi, a dire il vero il nome scientifico è Dermatophagoides pteronyssinus e io sono allergica alle loro larve, che si sviluppano tra i 15 e i 18 gradi. Giusto la temperatura di una casa normale, insomma. Lo sapevo che dovevo nascere ai Caraibi. Non avrei mai avuto problemi lì, e sarei sempre abbronzata.
A volerla dire tutta, sono allergica non alle larve degli acari, ma solo alla loro cacca.
Sì. E’ così.



No comment!!!!!

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20 novembre 2009 5 20 /11 /novembre /2009 20:37
“Ma che fai, mangi?
Mi apostrofa da dietro un collega mentre pesco un Kinder Cereali dal distributore automatico.
Eccheccavolo, dopo una lezione di spinning mi ci vuole qualcosa da mangiare!” sbotto io.
“Ah, stai attenta che poi ti ingrassi!!!” mi risponde lui canzonatorio, gongolando come se mi avesse sorpreso a sniffare tre strisce di coca.
Me ne vado, biascicando tra i denti un “Ma-vedi-d’andà-dove-dico-io” che non ho avuto l’istinto di sbattergli in faccia di getto.

Ecco, ora il Kinder Cereali non mi va più.

Cretino.
Mi sento pure grassa.

Che poi, chi lo dice che una donna deve essere magrissima? Insomma, io porto la 42, ma nonostante questo non sono esente da battutine, prese in giro e illazioni qualora un rotolino si affacci là dove un occhio clinico può arrivare. 
Ma che palle…

Chi l’ha detto che la donna per essere bella e ammirata deve essere secca?
Facile. Lo dicono TUTTI.
O almeno i trequarti abbondanti del globo terraqueo.
Prima di tutto lo dicono i media: i giornali le passerelle della moda (con rare e misurate eccezioni), le pubblicità, i calendari “chic”. Sopra una certa taglia è subito calendario per camionisti e meccanici.
Lo dicono gli uomini, affascinati da corpi androgini che non fanno paura perché molto simili a loro. O comunque convinti che una possa essere secca a con le tette: illusi.
Lo dicono le donne, che si maltrattano nel tentativo di asciugare il grasso che secondo il DNA dovrebbe albergare in certe zone del corpo nella speranza che un aspetto filiforme le renda più forti, con più autocontrollo e potere. E più gnocche. Invece le rende Mocio Vileda parrucchierati e truccati.
Lo dice la gente, che guarda male e d occhieggia quando ti vede prendere un piatto di patatine fritte, manco fossi una obesa cronica.
Lo dicono le centinaia di siti e blog pro-ana e pro-mia, che adorano anoressia e bulimia come fossero dee a cui offrire mini gallette di farro e  tisane al finocchio.
Lo dice mia madre, che da quando ho preso due chili mi sta dietro come fossi una malata terminale, al grido di “Tu non ti curi più!

Inutile negarlo, inutile dire IO NO.
Il fenomeno che accoppia bellezza e magrezza è consolidato e ci vorrà tempo e fatica per far sì che la nostra società rientri in canoni più salubri e gestibili.
Prendete Kate Moss. La trovate bella? Elegante, sexy? Maledettamente minimal chic?
Sì, la vedete così (e ce la vedo pure io) anche se oggettivamente è un manico di scopa. Che si permette, tra l’altro, di affermare fiera che “Niente ha un sapore così buono come la sensazione della magrezza” salvo poi ritrattare quando l’ennesima ed inutile associazione di genitori la accusa di istigare all’anoressia.
Ma c’è forse bisogno che apra la sua piccola bocca a culo di gallina perché  questo accada? Non bastano già le foto pubblicitarie, i servizi e la sua immagine secca e fiera di esserlo sbatacchiata agli angoli delle strade ed alle fermate dei bus per instillare nella mente quel concetto di bellezza?
Ok, sono d’accordo che non si diventa anoressiche (solo) per questo. Ci sono mille altri motivi psicologici ed ambientali e dare la colpa alle riviste è riduttivo.
Ma come ci siamo arrivati? Come siamo passati dalle pin-up anni ’50 ai manici di scopa imperanti?
E’ forse un gelido tentativo di atrofizzare il cervello femminile in pratici crackers?

Ho deciso.
Io il Kinder Cereali me lo mangio.

E buon appetito… 


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10 novembre 2009 2 10 /11 /novembre /2009 21:43
In una Italia che cerca lavoro non solo per migliorarsi o per appagare il proprio ego, ma anche e sempre più spesso per far fronte a necessità ben più impellenti dell’IPhone, il curriculum vitae diventa uno strumento importante, anzi necessario per farsi notare.
No, non dite che tanto in Italia ci vuole la classica zampata sul culo o sennò non si va da nessuna parte. Se in parte è vero, dall’altro lato conta anche sapersi presentare e fare una bella impressione per essere chiamati ad un colloquio e non finire nel cestino.
Come fare un curriculum che finisca nel raccoglitore “In evidenza” e non in quello “Nel cestino insieme alle bucce delle clementine”?
Ecco alcuni consigli.
 

Formato.
Prediligete il classico formato europeo. E’ chiaro da leggere, semplice, efficace e senza fronzoli. Formati rassettati, tabellati, incasinati o simili rendono complicata la lettura al selezionatore che in una mattina ne deve leggere dieci o magari cento. Evitate di usare il grassetto se non in casi estremi e scrivete con il NERO. Curriculum scritti in viola acceso o in blu elettrico non vi fanno sembrare più creativi, affatto.
Non scrivete a mano, MAI. Non siamo nel 1945 e anche  allora era buona norma battere a macchina questo genere di richieste.
 

Invio foto.
Mandate foto solo se ne avete una in cui siete venuti bene, sorridenti e professionali. E possibilmente ben pettinati.
Una foto in cui sembrate una persona a cui una vecchietta affiderebbe il proprio gattino, insomma.
Se avete la cresta, sembrate un galeotto, uno scippatore o una pornostar è meglio non mandarla, non fa nulla. Vale anche se avete gli occhi chiusi. E no, la foto del compleanno del vostro migliore amico, quella in cui siete ubriachi, nemmeno quella va bene.
nel caso decidiate di inviare la foto per mail, state attenti che non sia in formato poster 800x1056. Renderebbe la mail pesante e fastidiosa ed il suo invio completamente inutile.
 

Indirizzo mail
Se il vostro indirizzo mail abituale è un po’ particolare o legato a certe vostre attività (legali e legittime, eh!) in rete, buona norma sarebbe crearne uno ad hoc per l’invio curriculum. Uno molto semplice tipo nome.cognome@quellochevipare.com andrà più che bene. Indirizzi come miciomicio75, cuorechebattecarmela, ironman o tuttacalda81 non aggiungono appeal al vostro cv, ma scatenano solo ilarità in almeno due piani dell’azienda.
Rifletteteci. 

Esperienze lavorative.
Cominciate ad elencarle SEMPRE  dalla più recente. Non mi stancherò mai di dirlo, ma la lettura dei curriculum inizia con una scrematura superficiale e se sulla prima riga c’è scritto babysitter part-time o barista freelance il selezionatore 9 volte su 10 non si fermerà a leggere fino in fondo, ma invierà il curriculum tra le clementine non rendendosi conto della vostra evoluzione dai tempi del liceo e perdendo la fantastica possibilità di assumervi presso l’azienda. Perciò indicate sempre la vostra ultima (o attuale) occupazione e poi procedete a ritroso.

Istruzione e formazione
Elencate (sempre rigorosamente a ritroso) solo le più significative ed inerenti alla posizione per cui fate richiesta. Se avete fatto una vacanza di 10 giorni a Londra non è significativo e no, non vale come esperienza all’estero, ve lo posso assicurare, nemmeno se avete parlato inglese tutto il tempo con il receptionist dell’albergo.
Indicate solo le esperienze scolastiche COMPIUTE. Se avete fatto due anni di Università e poi avete mollato, è meglio non scriverlo. Stesso vale (a maggior ragione, anzi) per gli studi superiori. Non vergognatevi di quanto avete, mostratelo invece con orgoglio.
E’ l’elenco delle vostre doti e dei vostri successi e non dei vostri fallimenti, dovete valorizzarvi non dimenticatelo.

Conoscenze informatiche e/o linguistiche.
Ho un solo, ma importantissimo, consiglio: NON MENTITE.
Non millantate conoscenze approfondite del finlandese o del giapponese se non ne avete. Ma non scrivete nemmeno “ottima conoscenza dell’inglese” quando non sapete dire nemmeno “How do you do?” senza sembrare Christian De Sica che ci prova con qualche strappona. Rischiate figuracce ad un colloquio e vi giochereste quel poco di credibilità che esprimete dal curriculum.
Se non siete stati in grado di impaginare il curriculum in una maniera almeno decente, non scrivete che avete una perfetta conoscenza del pacchetto Office. Non ci credo. Non fate finta di conoscere gestionali assurdi, programmi fantascientifici o di saper programmare in Access un modellino innovativo per il teletrasporto. Scrivete solo quello che sapete fare, sarà più che sufficiente.
E no, non scrivete che sapete navigare bene in Internet o che avete un blog. Non è molto ben visto, ahimè! Siamo pur sempre in Italia!
 

Ulteriori informazioni.
Non fate appelli ricordando servilmente la magnificenza dell’azienda, non piangete, non elencate 5 figli affamati ed urlanti  attaccati alle gambe né spiacevoli rapporti con consorti/parenti/vicini di casa. Non entrate nei dettagli della vostra vita privata, in nessun caso.
Non serve a nulla, se non a rendervi pittoreschi e  chi cerca personale non vuole personaggi da baraccone ma persone competenti ed affidabili. Proprio come voi.
Per essere pittoreschi avete tutto il tempo. Una volta assunti, chiaramente.
Se il vostro attuale capufficio è uno stronzo, non lo dite: non sta bene e non vi fa fare una bella figura.
Se state facendo vertenza al vostro vecchio datore di lavoro, fossi in voi non lo indicherei nemmeno se avete vinto.
Poi fate voi.

Più in generale, controllate l’ortografia almeno 3 volte prima di inviare il curriculum.
Non è un consiglio banale, fidatevi.
Le vostre esperiense lavorative potrebbero risultare molto meno interessanti, così come conoscere le vostre manzioni precedenti all’invio.
Basta poco.

E in bocca al lupo!



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4 novembre 2009 3 04 /11 /novembre /2009 19:55
E così, grazie alla “folle” battaglia di una madre di Abano Terme, in sette anni ci siamo arrivati.
La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (mica un magistrato comunista qualsiasi, eh!) ha dichiarato illegittima la presenza ancestrale del crocefisso nelle scuole.
Il putiferio scatenato da questa sentenza non è paragonabile nemmeno alla dichiarazione di guerra dell’Iran alla Svizzera.
Lo sdegno è superiore a quello per gli attentati in Afghanistan.
La rabbia è così forte che tutti (ma proprio TUTTI) hanno qualcosa da dire.
 
La Carfagna minaccia ricorsi ed interventi divini, non prima di aver acceso due lumini votivi. Gli stessi, per inciso, con cui ha bruciato i negativi dei suoi passati calendari.
Per Bersani (Pretino, lo sapevo!!! Ho fatto bene a non votarti, servo!!) è una sentenza folle ed insensata.
Calderoli è stato preso da un coccolone. No, rimettete nel cassetto le trombette. S’è salvato!
Pretini, pretucoli e preti d’alto bordo minacciano di chiamare il principale per lamentarsi e far scagliare un fulmine in testa agli eretici. Finora han trovato la segreteria, ma prima o poi Lui risponderà, ne sono certi.

In genere, il commento più diffuso è stato”è una nostra tradizione, fa parte della NOSTRA cultura e non va cambiata”, la mia opinione è che anche la dote, la fuitina, la patria potestà, il reato di aborto e tante altre cose ne facevano parte ed ora NON CI SONO PIU’.

Una volta, nemmeno tanto tempo fa se si tiene conto dell’età della terra, vivevamo nelle caverne scarabocchiando icone con punte di selce scheggiate bisonti e divinità. E’ stato così per secoli, come ne siamo usciti? Eppure, era la nostra tradizione, la nostra cultura.
E qualche ominide primitivo quando il primo folle iniziò a costruire una capanna qualcosa da dire ce l’avrà avuta di sicuro.
E se sono d’accordo sul fatto che la motivazione data dalla Corte sia opinabile , il problema non è che il crocifisso “una violazione dei genitori ad educare i figli secondo le loro convinzioni” ma che nella nostra Costituzione Italiana non c’è scritto che il nostro Stato è improntato alla religione cattolica.
Il nostro è uno stato LAICO, signori, che vi piaccia o meno. L’Assemblea Costituente fece questa scelta illuminata più di 60 anni or sono e ne sono orgogliosa, perché all’epoca non deve essere stato affatto facile.
Lo stato è LAICO. Non esiste una religione di stato.
No, zitti. Shhhh!
Carta canta, signori miei.

Per me la cosa giusta sarebbe niente ora di religione a scuola ma un’ora di Storia delle Religioni e niente crocifissi in uffici e scuole pubbliche. Io, mio figlio a catechismo ce lo mando il pomeriggio, semmai. 
E
ve lo dice una che alle elementari era accompagnata a messa dalle maestre, pensate un po’.
E che ci mettiamo là, sul muro? Lì, dove c’è rimasto il segno del chiodino? Allah, come dicono quelli che hanno paura di perdere la propri “identità culturale”?
No, niente santi o icone.
Ma la foto, con una bella cornicetta, del Presidente della Repubblica. O anche del Presidente del Consiglio, ne possiamo parlare. Purché si tratti di una autorità dello Stato, eletta da tutti i cittadini in uno stato libero.
Di cui dobbiamo essere TUTTI fieri ed orgogliosi di appartenere: cattolici, musulmani, ebrei, testimoni di Geova, agnostici ed atei.

Lo trovate davvero così scandaloso?



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3 novembre 2009 2 03 /11 /novembre /2009 21:21
Sabato 22 agosto
Andiamo dal rivenditore di Ariadsl, ridotti alla disperazione causa funzionamento ad minchiam della chiavetta di Vodafone.
Il ragazzo, gentilissimo, si propone di venire  a casa mia nel pomeriggio per verificare la copertura. Puntuale alle 15 arriva, mi informa che la tecnologia Wi-max non prende, ma quella “satellitare” precedente (detta appunto pre Wi-max) sì e che se vogliamo posiamo firmare già il contratto. Ci guardiamo in faccia e firmiamo.

Il rivenditore, sempre molto gentile, mi informa che tra massimo 20 giorni ci verrà installato il tutto e saremo parte della famiglia Ariadsl.
Urrà!

Lunedì 24 agosto  
Tronfia e felice disdico il contratto con chiavetta Vodafone. Tanto, presto arriverà l’installatore.
E vaffanculo.

Lunedì 14 settembre
L’estate è finita, anche se il caldo non molla la presa. Sarà il caldo, sarà il vento, ma qui l’installatore non si vede ed i 20 giorni sono agli sgoccioli.
Chiamo il rivenditore e lui, sempre gentilissimo, mi informa che presto riceverò news. In ogni caso lui, gentilissimo, si offre di ricontattare il suo capo per sollecitare il tutto.


Lunedì 28 settembre    
Casa mia non è ancora stata onorata dalla visita dell’installatore di fiducia di Ariadsl. L’Amoremio comincia ad essere insofferente e minaccia di contattare altri fantomatici operatori. Quando gli ricordo che a casa nostra non prende assolutamente altro comincia a parlare di ipotetiche fughe in isole deserte in mezzo al Pacifico orientale, sicuramente meglio servite.
Chiamo (ancora) il rivenditore che, un po’ meno gentile del solito, mi invita a chiamare il call center. Chiamo e mi risponde una signorina con chiarissimo accento rumeno, che parla l’italiano come io il russo. Mi informa che “Lei no sa niente. Io deve aspettare. Presto tecnico chiama!!!!” e mi mette giù con un fluido gesto della mano.
Aspetta e spera.

Mercoledì 30 settembre
In preda all’orticaria, l’Amoremio decide che è l’ora di far sentire la voce del maschio di casa e chiama da sè il call center. Dopo 15 minuti di “Io no sa” riesce a farsi passare il reparto tecnico dove un soggetto che dovrebbe essere preparato a mozziconi riesce a balbettare scuse e ad informarci che le antenne non sono ancora arrivate dalla Cina. Appena giunte in terra umbra, assicurano, noi saremo i primi.
Spiazzati dal mercato globale, attendiamo.

Martedì 13 ottobre
Siccome l’orticaria è degenerata in furia omicida, l’Amoremio si lancia nuovamente a testa bassa nel call center dribblando straniere coscia lunga e tecnici incompetenti ed arrivando a minacciare, anche fisicamente, tutti i soci di Ariadsl e le rispettive madri, nonne e sorelle se non ci verrà fornita la data certa della visita dell’installatore. Il tecnico tergiversa, lui minaccia di passare ad altro gestore ancor prima di iniziare. Io mi chiedo quale, ma sto zitta e piego i panni in salotto meditabonda. Dopo 20 minuti suona il cellulare. “Buongiorno, sono XXXXX installatore in Ariadsl. Quando posso venire?”.
E’ proprio vero, con le buone maniere si ottiene tutto.


Sabato 24 ottobre
Dopo due mesi (o 60 giorni o 1440 ore. Così per precisare…) arriva il tecnico. Sale sul tetto, trapana, bestemmia, si impegna a passare fili, collega pc e alla fine…. Non funziona.
NON FUNZIONA!
Tecnico: “Strano, eppure vedo il segnale…
Amoremio:”Ma come mai?”
Tecnico: “Mah… in due anni non mi era mai capitato…
Phoebe illuminata da un colpo di genio: “Chiamiamo il servizio tecnico!
Tecnico: “Il sabato e la domenica non lavorano. Sa, il call center è in Romania. Per risparmiare…
Phoebe: “E quindi?
Tecnico: “E quindi lunedì!”
Amoremio:”°°#@#**#@!!!
Phoebe: “Ehm, lo capisca… sono due mesi che aspettiamo la sua venuta…
Tecnico: “Ma come? A me Ariadsl ha chiamato il giorno stesso che vi ho telefonato!?
Amoremio:”°°#@#**#@#$#@##!!!!


Lunedì 26 ottobre.
Chiamo il call center.
Operatrice: “Buongiorno, Ariadsl!
Phoebe: “Buongiorno, guardi. Ieri è venuto un vostro tecnico e ha installato l’antenna. Vede il segnale ma internet non funziona…
Operatrice: “Nostro tecnico o vostro tecnico?
Phoebe (pensando:”Il tecnico che si sbatte tua sorella, cretina!!!”): “Il vostro…
Operatrice: “Sa chi lui é?”
Phoebe: “????
Operatrice. “No conosce nome?
Phoebe: “Scusi, ma se non lo sapete voi…
Operatrice: “Io no sa
Phoebe (spazientita oltre l’inverosimile): “Le lascio il numero di cellulare?

Mercoledì 28 ottobre
Arriva il tecnico, smanetta, telefona, prega in turco, bestemmia, prega in aramaico.
Telefona ancora, sogna statue votive rumene, si arrampica sul tetto. Il tutto di fronte a mio padre, basito da tanto fervore e da tante complicanze tecnologiche.

FUNZIONA!!!!!!!!!!!

Evviva la globalizzazione…

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13 ottobre 2009 2 13 /10 /ottobre /2009 16:19

Vorrei essere più brava ed intelligente e non dare adito a ripicche e ritorsioni.
Vorrei essere più menefreghista e non pensare che possa esistere un mondo migliore di così.
Vorrei essere più coraggiosa, ed essermene andata via dall’Italia quando mi ne regalarono l’occasione.
Ma stare sempre zitta non posso. Non so mordermi la lingua abbastanza a lungo ed il sapore metallico del sangue che mi rimane in bocca non aiuta.

Perché io non appartengo a questo paese.

Per questo paese provo ora solo disgusto.

Un paese che non riconosce più il giusto e lo sbagliato, annegato dalle chiacchiere e dal pettegolezzo.
Un paese di pecore allo sbando, vittima consapevole del padrone che sa vendere loro la migior aria fritta.
Un paese annoiato, pigro, che non ha la spina dorsale per rimboccarsi le maniche e tentare di uscire dalla crisi ma che si limita a lamentarsi ed a prendersela con chi sta peggio.
Un'Italia che legge Moccia ed è contenta.
Un'Italia in cui la lega stravince sulle paure di chi ha studiato fino alla licenza media presa con due calci sul culo, ché è la scuola dell’obbligo. Stravince con le sue idee balzane e così retrograde e grette da sembrare surreali. Eppure la gente gli va dietro, allora sono io la strana. L’Italia va male? Troppi extracomunitari. C’è delinquenza? E’ colpa dei ROM! La crisi? E’ il sud che ritarda il nord che produce, seghiamolo via!
Un’Italia che non è più curiosa, non si informa, è becera ed intontita da “C’è Posta per te”.
Quanti italiani sanno davvero cos’è il famigerato Lodo Alfano?
Alzi la mano chi lo sa.
Coraggio, fatevi avanti! Non siate timidi! 
No, non è la storia della relazione tra Angelino e la velina Francesca Lodo.
No, mi spiace per lui (un po’ meno per lei…).
E’ qualcosa di molto più serio che introduceva nel nostro sistema la sospensione di ogni tipo di procedimento penale a carico del Presidente del Consiglio per tutta la durata del suo mandato e che costituisce un caso UNICO in tutta Europa, in cui è prevista sì una immunità per le più alte cariche governative, ma relativa all’esercizio delle loro funzioni.
Eppure, senza sapere nulla, tutti a gridare insieme al premier che si tratta di un complotto, che la Corte Costituzionale è in mano ai comunisti nemici dello Stato, così come i giudici e certi giornalisti “venduti”.
Nei sondaggi di Skynews, il 50% degli italiani votanti ha affermato trattarsi di una sentenza politica.
Che vergogna per un popolo che si definisce civilizzato.
Nessuno che abbia fatto caso al fatto che il nostro amato premier non ha MAI detto: “Ah, questa legge era giusta hanno sbagliato a ritenerla incostituzionale!”. Ha affermato invece come annullarla sia un attacco al lui, un reato di lesa maestà! Ora finirà in mano ai giudici comunisti mangia-bambini!!
Povero Silvio!!!
(Ma quanti so sti comunisti?? E non ci vanno mai a votare? Mah!)

Ma in fondo, a che serve l’opposizione? Ha ragione il premier, sbarazziamocene!
Che opposizione poi?
Dov’è? Chi è? Dov'è nascosta? Sotto il tappeto?
No, è solo troppo presa a litigarsi il potere interno, in previsione di dividersi un giorno una torta che qualcun'altro si sta già mangiando. Molto logico, molto di sinistra, sì.

E poi tutti in lutto per Messina, tutti in chiesa a pregare per morti che non hanno senso se non per quei mafiosi e quelle amministrazioni che nel procurate un dissesto idrogeologico tale hanno lucrato a più non posso, mandando al governo chi dice loro sempre sì. In accordo con la stessa Chiesa che ora dice messa e sparge incenso.
Che disgusto, che schifo.
Ha senso ancora insegnare l’inno a scuola?
Non lo so, io italiana non mi ci sento più.

Magari dovrei solo fare incetta di Maalox.

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8 ottobre 2009 4 08 /10 /ottobre /2009 12:35

Io amo il Lago Trasimeno.
Io davanti al Lago Trasimeno ci sono nata ben 33 anni fa.
Io ci vivo, al Lago, e voglio continuare a viverci.
Io lo amo, come dicevo, ma sono anche molto consapevole dei suoi problemi in primis del prosciugamento progressivo delle acque e della crisi profonda che il turismo sta attraversando, complici anche flotte di zanzare assetate di sangue.
Come risolverlo?
Come far tornare il Lago agli antichi splendori degli anni ’80, quando un Trasimeno in perfetta salute accoglieva orde di nordici turisti assetati di birra e delle bellezze del luogo che venivano qui a passare le vacanze?

Io, un paio di idee ce le avrei, ma sono a lungo termine.
O comunque non immediate.
E faticose.

Prima di tutto, sul fronte materiale, una maggiore pulizia del fondo, facendo passare le dragatrici non una volta all’anno, ma un po’ di più.
Poi destinare gli addetti della Comunità Montana alla pulizia dei fossi e dei fiumiciattoli, oramai ostruiti di canne e massi a causa dell’incuria delle campagne e che impediscono alle acque piovane il deflusso verso il lago.
In tempi ormai lontani questo compito era svolto dalla manovalanza contadina, ma oramai nessuno lo fa più con conseguenze immaginabili.
O forse no, visto che nessuno ha mai avuto il genio di proporre un simile e concreto provvedimento.
Importante sarebbe poi prevedere multe molto salate per chi utilizza l’acqua del lago per innaffiare i campi circostanti. Negli anni’80 lo faceva anche mio padre, ora ha riconvertito i campi di grano in frutteto proprio per evitare gli sprechi.
Pregare che piova molto quest’inverno, ma proprio tanto, che magari Dio c’ascolta.
E ricordare che negli anni ’50 mio nonno attraversava il Lago a piedi, visto che s’era quasi asciugato, e anche se vederlo così dispiace e fa tristezza mi rendo conto che magari è solo un corso e ricorso storico.

In secondo luogo, promuovere il Lago Trasimeno come una bellezza italiana. E umbra.
La pubblicità è l’anima del turismo, no?
E allora, cazzo, perché non ho MAI visto promuovere la mia terra natia dalle istituzioni umbre?
Mai, non è capitato MAI!
Molte volte mi è capitato di andare fuori e conoscere gente straniera, ma anche italiana, che NON SA NEMMENO DOVE SI TROVA IL TRASIMENO.
Alcuni italiani pensano addirittura sia già terra toscana, immaginate. Eppure si tratta del quinto lago d’Italia, non di una pozzanghera.
Perché non promuovere un prodotto naturalistico di valore?
Va bene, l’Umbria ha tante bellezze, tra cui anche il Lago. Perché dimenticarsene? Conta più promuovere la Quintana di Foligno o Assisi?

Ma forse sbaglio tutto.
Perché invece di seguire la logica delle mie idee, la nuova grande ed ottima idea che circola in Umbria per risollevare finalmente il Lago Trasimeno è un’altra: un bellissimo e strafigo casinò “ecocompatibile” su Isola Polvese.
… 


Ora, io non capirò nulla, non sarà abbastanza intelligente o magari non ho la mentalità giusta da industriale (Silvio Berlusconi docet), però questa mi sembra una emerita cazzata.
E scusate la schiettezza.
Eppure i media umbri sono accorsi festanti ad acclamare la grande idea di tal Gianluca Bardelli, neo presidente della Casa Editrice Greentime.
Ora, prima di tutto caro Sig. Bardelli, che ne sa lei del Trasimeno?
Va bene, è umbro di nascita, ma sbaglio o non ci vive?
Sbaglio o si occupa di riviste per cacciatori?
Tralasciando la mia scarsa simpatia verso la categoria, mi dica una cosa, una sola: perché???
Perché costruire un casinò sul Trasimeno?
Quale sarebbe l’indotto che potrebbe generare?
Pensa davvero che una soluzione del genere sanerà i problemi (anche occupazionali) dell’area?
Quali specie di turisti crede attirerebbe sul Trasimeno? Non credo esista un target di turista ecologista/giocatore d’azzardo, lei sì?
E che titolo pensa di saperne di più degli addetti ai lavori che, su questo ha ragione in pieno, finora hanno collezionato pigri insuccessi?
E poi, come si costruisce un casinò “ecocompatibile”?

Ok, va bene, abbiamo frainteso e lei ci spiegherà.
Attendiamo fiduciosi.

Ma anche no.

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1 ottobre 2009 4 01 /10 /ottobre /2009 09:37

Vado in palestra quasi tutti i giorni all’ora di pranzo.
La mia è una comodità, un modo per non ingrassare o spendere troppi soldi.
Ci vado in pausa pranzo perché in quelle due ore avrei poco altro da fare se non spiaggiarmi sul divano e mangiare, e invece approfitto per allenarmi ad entrare in una taglia 40 che non raggiungerò mai e la sera sono libera per riposarmi o uscire.
Inoltre, da quando viviamo insieme anche l’Amoremio gradisce molto quest’orario e ci ritroviamo a fare spinning uno accanto all’altro con lui che mi massacra perchè non vado a tempo.
Romantico.
Sì.

Ci vado dalle una alle tre, due ore sufficienti per allenamento-doccia- pranzetto-veloce.
Light, comodo e soprattutto mi tiene lontana dai centri commerciali. Che sono una vera e propria ecatombe per il mio portafoglio, specie se hanno una libreria al loro interno.
Non so se mi spiego.

E mentre faccio la doccia spesso becco la signora delle pulizie che risistema tutto per il turno della sera.

E’ una signora minuta, con un bel sorriso. Di sicuro sudamericana.
Viene sempre coi capelli raccolti ed una vecchia tuta, passa l’aspirapolvere, svuota i cestini, pulisce i bagni. Con leggerezza e una serenità d’animo che mi sembra sempre di intravedere in fondo ai suoi occhi.

Ho scoperto poi che viene in coppia col marito due volte al giorno: la mattina e alle tre. Lei pulisce la parte riservata alle donne, lui quella agli uomini.

Il primo giorno che l’ho vista entrare con un timido “Buongiorno” l’ho salutata d’istinto, come avrei fatto con qualsiasi altra persona al mondo che entra in un luogo pubblico.

Ma lei ha sbarrato gli occhi dalla sorpresa, mentre intorno a me lo spogliatoio gremito continuava nel suo chiacchiericcio fatto di rotolini, creme anticellulite e compagni che non buttano mai e poi mai i calzini nel cesto della biancheria sporca.

E mi ha sorriso come si sorride ad una amica.

Trasparente ha iniziato a passare l’aspirapolvere zigzagando tra chiappe e chiacchiere, tra l’indifferenza generale, come se fosse lei stessa un elettrodomestico.

Invisibile e trasparente, come se fosse un supercalifragilistichespiralidoso che riordina lo spogliatoio.

Possibile che l’abbia notata solo io?

Possibile che non importi a nessuno?

Che sia normale ignorare tutti gli esseri umani che ci camminano a  fianco? Possibile che siamo diventati una società multilivello, fatta a caste, dove il diverso ci diventa semplicemente invisibile?

E io, come mai la vedevo solo ora?

Quante volte l’ho ignorata?

Parecchie, se considerate che vado in quella palestra dal 2000.

Possibile?

 

Da quel giorno saluto sempre Inès, questo è il suo nome. E’ venuta in Italia quando di stranieri qui ce n’erano pochi, i suoi figli son cresciuti da italiani e non sanno nemmeno com’è l’Ecuador.

Chissà se la vedranno mai” mi ha detto una volta. Non sanno nemmeno più la lingua, non conoscono gli odori di quella che sarebbe potuta essere la loro terra.
Sono italiani, in tutto.
Magari molto più di me.


Una storia come tante, insomma, ma è la sua.

 

E merita di essere raccontata.

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28 settembre 2009 1 28 /09 /settembre /2009 18:14

Io, a fare spesa, vado al discount.
Forse sarà perché una delle mie migliori amiche ne dirige uno, forse perché a frutta e verdura ci pensa l’orto genitoriale, e la carne la compro solo-da-chi-dico-io,  mi ci trovo bene.

Certo, la mia amica mi indica attentamente questo sì e questo no, ma anche questo manco se stai per morì e così evito brutte sorprese.
E poi i muffin buoni e zozzi, ma davvero zozzi e con un equivalente in zuccheri di una bomba molotov, come quelli del discount non ne ho ancora trovati.
Come me deve pensarla anche buona parte della popolazione della mia città perché, magari complice la crisi, c’è sempre un putiferio di gente.

E venerdì entro per comprare due cose dopo il lavoro e in lontananza lo vedo.
Lui.
Immoto, sempre uguale a sè stesso, come un manichino di un negozio del centro.
Lui, sempre vestito Ralph Lauren.
Lo vedo da qui.
Uguale e identico a quando l’ho conosciuto.
Capelli, vestiti, faccia da io-so-sto-cazzo.
Eppure ne son passati di anni!
Ma che dorme in una camera iperbarica?

Se ne stava lì, col numerino della pescheria in mano.
Alza gli occhi e mi vede.
In contemporanea mi suona il cellulare. Smanaccio nella borsa strapiena di mille (utilissimi) oggetti e rispondo all’Amoremio: ”Ti ricordi di prendere il latte?
Sì, amore, sì.
Alzo gli occhi e Lui è sparito. Polverizzato.
Puf!
Meglio di Harry Potter.

Mah. Magari non era lui.

Faccio il giro del negozio cercando di ricordarmi le quattro cose che devo prendere.
Faccio sempre la lista della spesa, ma poi immancabilmente la perdo.
Me la ritrovo dopo settimane nelle tasche oppure come segnalibro, ma al momento utile mai una volta che salti fuori.
Cerco di fare la spesa decentemente e mi pare di intravederlo due o tre volte tra gli scaffali, come un’ombra sfuggente.
Mah. Magari mi sono sbagliata.
Agguanto i plumcake allo yogurt per la colazione e mi metto in cerca del couscous, ricordandomi al volo del latte.
Sennò chi lo sente quello…
Arrivo alla cassa, mi metto in fila e lo vedo.
In cima alla fila, sguardo sfuggente, nervoso come un riccio intrappolato nella tana di un serpente.

E non è solo
.

Accanto ha la ragazza che geneticamente gli spetta di diritto.
Magra come un manico di scopa, bacino da ragazzino undicenne, pantaloni griffatissimi e ai piedi un signor tacco 12.
Risalendo è impossibile non notare la borsa Prada, il capello cotonato e la bocca a culo di gallina che le riempie i ¾ del faccino. Botox?
Figa di legno DOP.
Impossibile sbagliarsi.

Sto lì, a tre metri di distanza.
Possibile che non mi veda?
Sbatacchia il piede per terra, mi sembra che stia pure sudando.
Quasi quasi scavalco la fila e vado a salutarlo.
Vado lì e gli faccio toc toc su una spalla. Ehi, tu? Ti ricordi di me? Ma non lo faccio.
Un po’ perché sarebbe troppa fatica, un po’ perché di sicuro lei mi guarderebbe manco fossi uno scarafaggio. In fondo, c’ho una borsa di Carpisa, diamine!
Lo vorrei fare, davvero, ma credo che le due signore cotonate che si frappongono tra noi mi picchierebbero con i barattoli maxi dello yogurt.
E poi ho perso l'attimo.

Li guardo infilare tutta la spesa in una borsa termica uscita magicamente dalla borsa di Prada e sparire oltre le porte scorrevoli.
Griffatissimi, pettinatissimi. Scontatissimi.

Ora, molte domande affollano la mia mente.
Perché non mi ha salutata? Nemmeno un misero ciaociao con la manina, niente.
Sbaglio o lui era terrorizzato dall’avermi incontrata?
Sono così brutta?
Oppure nonostante gli anni è ancora traumatizzato dall’essere uscito con me?
Paura? Davvero?
Solo perché gli ho fatto notare che vista la dotazione che madre natura gli aveva regalato nel pacchetto aveva poco da fare lo svelto?

E inoltre… Ha senso vestire come David e Victoria Beckam  e finire a fare la spesa con i comuni mortali, lottando per un carrello e per l’ultima scatola di muffin in offerta?
Che poi, ma le fighe di legno mangiano?
Io pensavo sinceramente che campassero filtrando l’umidità dell’aria e che questo giustificasse la postura della bocca.

Ah, non si finisce mai di imparare…

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