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26 gennaio 2009 1 26 /01 /gennaio /2009 18:36

Non so se ve lo state chiedendo, ma no, non sono morta e nemmeno emigrata.

Sono in salute (tiè, tiè, tiè!!) e non mi hanno ancora messa in galera.

Per una volta non è colpa nemmeno della connessione a banana dono della Vodafone o del lavoro interessante come sbucciare noccioline.

Sono io che c’ho il blocco dello scrittore.
E' tutta colpa mia.


Ho troppi pensieri per la testa, un gatto che si agita nello stomaco facendosi le unghie sul mio intestino e i neuroni che giocano a ping pong coi pensieri aumentando squilibri congeniti già abbastanza importanti.

Situazioni che non dipendono da me mi tengono imprigionata come un burattino ai suoi fili.

E così mi viene meno la voglia di scrivere, le parole mi muoiono sulla punta delle dita, il cervello vaga nel limbo e quel poco di ironia che mi rimane mi serve tutta per tirare a campare.

C’ho il cervello imballato, insomma.

Ma non è che non torno, state tranquilli.
Era solo così, per dire.

 

Insomma, so incasinata, ma mica vi liberate così di me…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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14 gennaio 2009 3 14 /01 /gennaio /2009 22:56
Ogni volta che penso all'eventualità di avere un figlio, sono colta da panico, gioia e preoccupazione. Una specie di mal di pancia angoscioso unito ad un'incontenibile felicità, ecco come mi immagino l'eventualità.
Perché, i luoghi comuni e i nostri genitori ce lo insegnano, crescere i figli non è facile.
Essere genitori non è facile.
Specie al giorno d'oggi, signora mia.

Con la crisi economica, quella dei valori, il bullismo, il materialismo imperante, la maleducazione, la guerra... bèh, essere genitore non è facile.
Dare tutto ai figli senza però viziarli.
Stargli vicino senza opprimerli.
Aiutarli a relaizzare le (nostre) proprie aspirazioni.
Difficile, ai limiti dell'umano.
Sì, certo.
Ovvio.

Ed essere figli invece?
E' davvero tutto facile?
Oppure l'abbraccio parentale non è poi così amichevole ed innocuo?

Ho un nipote di diciassette anni. Secchione. Ma non secchione normale, proprio dotato. Scrive e parla correntemente francese ed inglese, legge Dostoevskij come se fosse Topolino, ha tutti 10 a scuola ed una mente curiosa e brillante.
Ma non basta,  ha anche vinto molte borse di studio che l'anno portato a fare esperienza a New York, Londra e Parigi e studia come un folle per entrare alla LUISS senza gravare economicamnete sulle spalle dei suoi.
Il classico nerd?
Eh, no. Mio nipote è anche un bel ragazzo. Certo, come può esserlo un diciassettenne coi brufoli. Alto, con il fisico scolpito dal nuoto, una cascata di riccioli castani e due grandi occhi marroni che fanno impazzire tutte le ragazzine della sua classe.
Figlio modello? Oh, no! Mio Dio, no!!!!!

Dov'è il problema?
Ecco, sta qui. Non è sociale, secondo i suoi genitori. Non ha la ragazza, non ha amici fuori dalla scuola, non si trova con gli altri.
Ovviamente a Natale il suo “problema” è finito a tavola come il pandoro.

"E' timido" sbuffa la mamma.
Per me è mosessuato” sentenzia sua nonna soffiando sui cappelletti.
Oppure è socialmente disturbato. Un potenziale serial killer” blatera il padre.
Non sa vivere fuori dai libri, e il sesso non ce lo trovi lì” ha ghignato l'orrido fidanzato di mia sorella.
E io me ne sono stata buona e zitta, perché era Natale e le feste vanno santificate, ma un paio di cosette gliele avrei volute spiegare.
Primo, che c'è molto più sesso ne “L'amante di Lady Chatterley” che nei cinepanettoni di merda che è solito guardare l'orrida creatura che vegeta accanto a mia sorella.
E poi che mica la vedo come una cosa strana che uno così non trovi interessanti le ragazzine della sua età, un po' sciape, con l'ombelico di fuori e la cicca in bocca. A diciassette anni l'amore può essere un ideale, un incontro e non solo un fatto squisitamente ormonale!
Mi sono limitata a dire, dall'alto della mia esperienza di enfant prodige martoriata: “All'Università cambierà tutto” ed al mormorio di disapprovazione che ne è nato, è seguita la delicatezza di mio padre che ha tuonato un “E lasciatelo in pace!!!” che ha troncato la discussione, grazie anche all'entrata in scena del caffè.

Cosa si aspetta un genitore dal proprio figlio?
Una sua copia? Oppure che sia sé stesso, anche se questo può far paura?
E' più facile accettare di avere un figlio sempliciotto piuttosto che uno che si esprime in maniera incomprensibile?
Ed è giusto che un figlio assecondi i genitori o deve andare avanti come una falciatrice dimentico di chi l'ha messo al mondo?
Ed è giusto che i genitori ne intralcino il cammino?
E' giusto portarsi addosso la spiacevole sensazione che qualsiasi cosa tu possa fare i tuoi scrolleranno sempre la testa, disapprovando muti?

No, non è facile essere genitori.

Ma nemmeno essere figli...

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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10 gennaio 2009 6 10 /01 /gennaio /2009 21:21

Zen

Ci sono dei giorni in cui mi meraviglio di me stessa.
Giorni speciali.
Giorni zen.

Giorni in cui i tuoi colleghi si rivelano in tutta la loro odiosa stizzosità e perfetta cafonaggine molesta. E io zitta, respiro profondamente e rilasso il cervello immaginando scroscianti e perfetti ruscelli di montagna.

Giorni in cui ti rubano il tanto agognato parcheggio, tanto più importante perché sei drammaticamente ed irreversibilmente in ritardo ad un appuntamento. E io zitta, respiro molto profondamente e sorrido, ignorando l'impulso che la parte bruta del tuo cervello sta inviando al tuo dito medio.

Giorni in cui la tua connessione decide di abbandonarti proprio quando devi spedire un racconto importantissimo. E io zitta, sorrido. Tanto lo so che sarò la nuova Rowling e posso aspettare meditando.

Giorni in cui l'orrido ragazzo di tua sorella sbraita davanti al telegiornale su argomenti che ignora solo per dare fiato, consapevole che come al solito il finale sarà: la colpa è degli albanesi. E io zitta, non replico davanti alla sua imbecillità, ma sorseggio tisane al finocchio.

Giorni in cui vedi Berlusconi vestito come Mussolini e con quei suoi orridi capelli tinti con il lucido delle scarpe a punta della Veronica dire cose senza senso (cosa che avviene puntuale tutte le sere, facendomi dubitare dell'utilità dei telegiornali) ridendo come se l'arteriosclerosi oramai avesse preso il sopravvento in maniera irrimediabile. Io, zitta, ho deciso di accettare che noi italiani siamo un popolo inetto, gretto e senza nessuna coscienza morale. Ho deciso di accettarlo col sorriso, perché poco posso fare per instillare la scintilla dell'intelligenza laddove non ce n'è traccia.

Perché, come diceva mia nonna, non si può cavar sangue da una rapa, quindi è inutile incaponirsi.
Più costrutticvo è  sedersi ad aspettare che la calma torni davanti ad una tazza di tè fumante.

Meglio se con due pasticcini.

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7 gennaio 2009 3 07 /01 /gennaio /2009 13:01

Ieri pomeriggio mi crogiolavo nel mio ultimo pomeriggio di ferie stravaccata sul letto con la copertina di pile addosso ed il riscaldamento a palla. Facendo zapping sono inciampata in uno dei miei film zuccherosi preferiti: “You’ve got mail” (infelicemente diventato in italiano “C’è posta per te”, titolo sfruttato al tritacarne per i più infimi fini da una De Filippi in stato di grazia papale) con una deliziosa Meg Ryan e un divertente Tom Hanks.
E’ un film che mi è sempre piaciuto, e anche se a vederlo oggi risulta un po’ datato come tutti i film di Nora Ephron, è sempre un piacere incrociarlo nel grigiore della tv anche se declassato al pomeriggio di festa.
Libri e romanticismo, che si può volere di più?

L’ultima volta che era accaduto me la ricordo bene.
Era un sabato pomeriggio prima delle feste, forse due anni fa. Stavo facendo i tozzetti (ndr. Parenti alla lontana dei più noti cantuccini toscani, magari la prossima volta agevolo ricettina veloce…) e nell’aria iniziava a spandersi l’odore delle mandorle tostate visto che da poco avevo infornato. Mentre attendevo la cottura mi son messa a guardarlo seduta accanto al forno, ché tanto la visione di un film visto  almeno 35 volte non è impegnativa.
Così, mentre la libraia che io avrei voluto essere (anche se non bionda, eh) chattava con uno sconosciuto innamorandosi follemente del bastardo capitalista proprietario delle librerie Fox che vuol spazzare via la sua piccola libreria, io tagliavo a pezzetti l’impasto e lo rimettevo a dorare. Lei chiudeva la libreria e io spennellavo i biscotti. Finché il finale, come in ogni film d’amore, esplodeva tra mille cuoricini zuccherini e io addolcivo le mie lacrime sceme con i biscotti ancora caldi.
Ed ecco perché questo film per me sa di mandorle e lacrime immancabili.
Lacrime perché un amore così casuale e perfetto può nascere solo al cinema ed il vederlo compiersi stringe sempre il cuore, anche se con la disillusione che la celluloide regala. Perché queste cose mica esistono nella vita vera. E’ tutta finzione, melodramma, sceneggiata.
Oppure no.
Perché allungando la mano verso il mio amore che leggeva accanto a me ho pensato che le storie d’amore dei film esistono davvero. Sono più imperfette nei dettagli, frastagliate dalle noie della vita quotidiana e dai dolori della realtà. Non c’è la scritta “FINE” a suggellare la perfezione, e questo è un bene. Chi lo vuole un amore perfetto?
Così ci siamo guardati la fine del film insieme, abbracciati. E io ho pianto di nuovo, ma non per l’invidia verso Meg Ryan.

Ho pianto perché sono felice e qualche volta si fa fatica ad accorgersene.

E oggi che è il mio compleanno mi voglio far gli auguri da sola, ricordandomi che il bicchiere è sempre mezzo pieno anche se a volte lo vedo vuoto.

Tanti auguri a me, che ho scoperto l’amore quando non ci credevo più.
Tanti auguri a me, che la mattina di Natale ho ricevuto dal mio amore una valigia piena di libri, vero sogno proibito di tutti i lettori tossici come me e pegno d’amore che in confronto un trilogy è nulla.
Tanti auguri a me, che ho delle amiche favolose che valgono più oro di quanto pesano (e dire che sono snellissime, accidenti!) ed una combriccola che non mi fa mai mancare l’affetto.
Tanti auguri a me, che ho una famiglia che mi ama e per quanto strampalata e disturbata possa essere è l’unica che ho e mi sostiene quando ne ho bisogno.
Tanti auguri a me, che ho un lavoro in cui mi sento realizzata come se tentassi di vendere tutti i giorni ghiaccio ai pinguini ma alla fine mi fa mangiare e comprare libri, quindi va bene così.
Tanti auguri a me, che dico sempre di voler scrivere un libro tutto mio ma poi dopo dieci pagine butto via tutto.

E voi, non me li fate gli auguri?

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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31 dicembre 2008 3 31 /12 /dicembre /2008 16:34
Anche quest'anno è finito.
In un baleno, per certi aspetti. lento come un macigno che rotola per altri.

Buon anno, auguri, buon anno!
Non si sfugge nemmeno volendo a questo rito di passaggio.
Già dall'inizio di dicembre la domanda imperante è: cosa farai a Capodanno?
E guai a non avere una risposta adeguata, GUAI!!!
Eppure è una sera come tante.
O forse no.
Forse è davvero la serata più importante dell'anno.
Forse è una sera di speranze, in cui sognare un anno che esaudisca i nostri desideri.
Io, personalmente, ci conto.

Oggi è il giorno in cui buttiamo dalla finestra tutto quello che non c'è piaciuto dell'anno appena trascorso e ci stringiamo al cuore quello che c'ha regalato.
sempre poco, ci sembra, ma ne siamo davvero sicuri?
Mia nonna, facendo attenzione alla signora del piano di sotto, buttava sempre giù dalla finestra piatti sbeccati, orribili soprammobili e bomboniere irripetibili.
Tutta roba di cui si voleva sbarazzare in fretta e senza ripensamenti.
Io vorrei buttare giù dalla finestra i piccoli dolori, l'arroganza e la prosopopea delle persone che pensano di sapere tutto, la stupidità di chi non vede oltre il suo naso.


E voi? Sbizzarritevi e... AUGURI DI CUORE!


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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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17 dicembre 2008 3 17 /12 /dicembre /2008 16:17

Poco lontano dall’azienda in cui lavoro hanno aperto uno di quei mega capannoni destinati alla vendita di prodotti per la casa.
Una specie di outlet del detersivo, non so se mi spiego.
Comodo e conveniente, sembrerebbe da fuori.
E poi, è proprio sulla strada di casa...

Ovviamente, la casalingua che giace addormentata in me si è subito risvegliata in preda all’eccitazione più totale.
Come non andare subito immediatamente a vedere contanta meraviglia?
All’ingresso, adornato di palloncini per l’inaugurazione, c’è un ometto dall’aria triste e scura che suona la fisarmonica chiedendo l’elemosina.
Entro e subito la tristezza tipica da outlet mi assale. Giustamente si tratta di un capannone, ci sono scatoloni un po’ dappertutto e gli scaffali non sono curati. Ma il posto è fornitissimo, con 35 tipi diversi di detersivo per i piatti, un vasto assortimento di pasticche per la lavastoviglie ed una infinità di ammorbidenti di tutti i colori e profumi da lasciare di stucco Nonna Papera.
Bello, mi piace!
Ipnotico e commerciale quanto basta.
Ed i prezzi sono davvero convenienti!

Vagando per gli scaffali ne trovo uno fatto solo di tazzine e servizi da caffè o tè. Ed ecco che rimango folgorata da un bellissimo set di tazzine con tanto di zuccheriera e vassoietto decorato in tema.
Una sciccheria.
Coi girasoli.
Ah, io adoro i girasoli.
Farei follie per qualsiasi cosa decorata a girasoli.
Bellissimi i girasoli.
Li adoro proprio.

Volete farmi felice? Corteggiarmi? Niente rose, ma girasoli!
Guardo il prezzo: euro 6! Un affarone!
Ma come faccio? Ci sono solo quelle esposte!
Cerco una commessa allungando il collo come una giraffa.
Eccola, arriva!
Phoebe (tutta gasata): “Buonasera, mi scusi vorrei questo servizio da caffè
Commessa: “Guardi non so dove sta, dovrebbe essere qui sopra” e così dicendo con il dito mi indica la parte superiore dello scaffale, ingombra di centinaia e centinaia di scatoline tutte uguali se non per il codice a barre.
Phoebe: “E quindi?
Commessa: “E quindi questo non è il mio reparto e non so dove mettere le mani. Mi spiace
Phoebe (supplichevole): “Ma non posso nemmeno prendere quello esposto?
Commessa (con aria da pincher a cui è stata pestata la coda): “No, se le vuole ci deve ripassare
Con massimo scorno, maledicendo il santo protettore dei detersivi, me ne vado.

Testarda, dopo una settimana ripasso.
Le tazzine coi girasoli saranno MIE!
Parcheggio, passo velocemente a fianco dell’omino con la fisarmonica, mi dirigo diretta allo scaffale incriminato. Il set da caffè coi girasoli sta ancora lì. Aspettava me!!
Dietro il set esposto ci sono quelli inscatolati (non oso pensare al poveraccio che ha messo a posto) e ne prendo uno con orgoglio.
Ma mi accorgo che manca il prezzo sia sulla scatola che sullo scaffale.
Becco una commessa (diversa da quella della settimana scorsa) che mi possa illuminare.
Phoebe: “Mi scusi, una domanda
Commessa2: “Mi dica
Phoebe: “Ma quanto costa?
Commessa2: “Non c’è scritto?
Phoebe (infastidita): “Eh, no!
Commessa2: “Un attimo che glielo porto alla cassa, così faccio leggere il codice a barre
Nell’attesa mi crogiolo pensando alle meraviglie della tecnologia che rendono la nostra vita così bella e semplice. Una strisciatina e TACC!
Sorrido ancora quando torna la commessa.
Commessa2: “Mi dispiace, non glielo posso vendere. Non sappiamo il prezzo.”
Phoebe: “Eh???????”
Commessa2: ”E’ così mi spiace. Dobbiamo ricontrollare l’inventario
Phioebe: “Ma l’avevo visto una settimana fa, costava sei euro!”
Commessa2: “Guardi, non posso proprio. E se poi costa di meno lei ci fa causa?
Phoebe (guardandosi intorno per cercare le telecamere di un qualche show di scherzi): “Ma dice sul serio?
Commessa2: “Le sembra che abbia voglia di scherzare?” quindi gira sui tacchi e se ne va.
Sono allibita.
La mia mente per un attimo è attraversata dall’immagine di me che prendo a calci gli scaffali e faccio venir giù tutte queste stramaledette tazzine, ma la situazione mi sembra così surreale da farmi andare via ridendo a crepapelle. Risata isterica?
Mah, chi può dirlo.

Dopo una settimana, tignosa come un cane con la rabbia, mi ripresento lì.
VOGLIO LE TAZZINE COI GIRASOLI, CHIARO?
Oramai è una questione di principio, perdindirindina!!!
Arrivo con passo marziale, scavalco l’omino con l’organetto, attraverso i corridoi con sguardo truce, arrivo allo scaffale incriminato… e le tazzine non ci sono più.
Finite.
Svanite.
Ma @*###@@ ladra puttana!
Maremma tazzina!

Non ci credo!!!

E ora?
Come faccio?
Come vivo senza?

Uh, guarda… hanno appena aperto un negozio tutto a due euro…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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9 dicembre 2008 2 09 /12 /dicembre /2008 23:42
L'altra sera, così per caso, mi è capitato il dvx di un film strano.
Non avevo visto il trailer, non me ne avevano parlato.
Il suo nome era rimbalzato tra le pagine internet e senza nemmeno informarmi granché avevo deciso che valeva la pena scaricarlo.
Anzi, farlo scaricare, vista la mia connessione a ravanello.

E poi, come al solito, me l'ero appoggiato lì, appena sotto il dimenticatoio, a prender polvere ed aspettare un pensiero volante.
Fino all'altra sera.
Una sera fredda di dicembre in cui a star sotto le coperte sembra di toccare il cielo con un dito.
Ed eccolo lì, piccolo capolavoro di un cinema italiano che forse non è morto annegato dai “Natale a Rio”; eccolo lì il film di Giorgio Diritti. Con due soli attori professionisti, Thierry Toscan e Alessandra Agosti contornati da  abitanti del luogo che hanno accettato di partecipare al film. Parlato in italiano, francese e soprattutto occitano, un idioma usato nella penisola da circa 180 mila persone, "Il vento fa il suo giro" ("e l'aura fai son vir" il titolo in lingua) è stato girato in Valle Maira in un Piemonte diementicato dai suoi stessi abitanti.

Lì si sforza di integrarsi un rude e orgoglioso pastore francese, con compagna e tre figli, abituato a cambiare radicalmente vita: ha smesso l'insegnamento per allevare capre e produrre formaggio, è poi andato via dai Pirenei insieme alla famiglia per sfuggire alla costruzione di una centrale nucleare, e ha deciso infine di trasferirsi all'estero, stabilendosi a Chersogno, in provincia di Cuneo. Un luogo isolato, spopolato dall'emigrazione e in declino. Per questo motivo, nonostante la chiusura e scarsa ospitalità di alcuni, parte del paesino è deciso ad incoraggiare i nuovi arrivati  in nome delle tradizionali "rueidas", quell'aiuto reciproco che univa la comunità, dato che la loro attività potrebbe portare giovamento a tutti.
Ma presto gli "zingari" sono accusati di essere sporchi, hanno un gregge che sconfina nei campi altrui, prendono legna dai terreni abbandonati. E dalle maldicenze si passa alle denunce a carabinieri ed ASL, ai bigattini gettati nella stalla, alla simulazione di aggressione, all'uccisione di alcuni capi di bestiame. Tutta la comunità, anche chi li aveva sempre difesi, mastica, ciancica e alla fine sputa i diversi, il corpo estraneo che gli ricorda quello che non sono più.
Tutti tranne lo scemo del villaggio, che si diverte a volare con le braccia allargate per i vicoli abbandonati, simbolo del vento che dà titolo a film.
La soluzione drammatica e assolutamente amara sarà però anche seme di cambiamento ("le cose sono come il vento, prima o poi ritornano", dice uno dei personaggi).
Un film che colpisce nell'anima, azzerando il mito del buon selvaggio in cui non crede più nessuno, mitizzando una chiusura ed una aridità ben nota anche qui nel Trasimeno, terra di contadini mezzadri dove ancora molti sono attaccati alla roba come alla reminescenza di un mondo che non c'è più.

Per capire, per riflettere, per guardare dentro sé stessi.

Anche se non vorremmo...

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Published by phoebe1976 - in sick sad world
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2 dicembre 2008 2 02 /12 /dicembre /2008 19:02

La Vodafone è uina grande compagnia.
Internazionale, eh, mi sta qui a pettinare le bambole!
E ha i migliori testimonial del mondo, una pubblicità martellante ma (quasi) mai irritante come l’herpes, nonché una serie di tariffe e servizi di tutto rispetto.
E poi prende anche all’inferno, anzi credo proprio che pure Belzebù lo usi.

Milioni di persone nel mondo usano Vodafone, ed è cosa buona è giusta.
E migliaia di persone in tutto il mondo ci lavorano con estrema soddisfazione e benemeriti risultati.

Ma allora perchè, vaffanculo Vodafone, nessuno è stato in grado negli ultimi sei mesi di prendere nota del mio cambio di coordinate bancarie su cui appoggiare l’addebito dell’abbonamento Internet?
E dopo tutto quello che ho passato per avere una connessione internet degna di questo nome ed adeguata almeno al 1998!! Cacchio!!!
Puntuale come la Tarsu, ogni due mesi uno zelante operatore Vodafone mi invia un sms informandomi che sono zozza, brutta e morosa.
E io, caprina come poche, mi faccio due ore di call center con quella musichina irritante in sottofondo che renderebbe emulo di Charles Manson anche san Francesco.
Senza considerare la ripetizione ossessiva dell’offerta del momento, in questo caso la festivissima Christmas Card che io non posso attivare. Ma questa è un’altra storia.

Andiamo per ordine.

Marzo 2008.
Il mio genitore maschio, spinto dal suo promotore finanziario decide di cambiare per l’ennesima volta banca manco fossimo Berlusconi. Al grido di “Papà, la prossima volta che ti viene una de’ste idee ti disconosco!” accetto di buon grado il cambiamento e mi avvio ad espletarne le pratiche relative. Tra cui, appunto, inviare un fax alla Vodafone con le nuove coordinate.
Tutto tace.
Silenzio assenso.
Archivio la faccenda riponendola accuratamente nel cestino del mio cervello.
Mai errore fu più grave.

Maggio 2008
Mi arriva un simpatico sms della Vodafone in cui mi dice che non pago.
Morosa!
Alzo le spalle, penso ad un disguido amministrativo, invio di nuovo il fax e archivio la questione.

Giugno 2008
Mi staccano internet.
Un sabato mattina in cui stavo scaricando l’ultimo cd di Allevi.
Maremma disconnessa ladra!!
Mi attacco al telefono e faccio conoscenza con il 42330, a cui risponde l’ufficio amministrativo della Vodafone e in cui presumo lavorino part-time molte passeggiatrici notturne.
Phoebe: “Guardi, ci deve essere un errore… io ho fatto un cambio di coordinate bancarie
Operatrice Vodafone: “Guardi, a me risulta il fax, ma non è stata effettuata la variazione
Phoebe: “Ah, bene. La può fare lei?
O.V.: “No
Phoebe: “Come no?????
O.V.: “Intanto paghi col bollettino, poi chieda alla sua banca.
Phoebe: “Ho già chiesto, è tutto a posto!!
O.V.: “No
Phoebe: “Ma come no!!
O.V.: “Ah, nel bollettino consideri anche la cauzione di € 50,00 per il passaggio alla modalità di pagamento con bonifico
Phoebe: “Ma io non l’ho mica chiesto, brutta @#@#@###@###%&#@!!!!!!
Pago il bollettino, parlo ancora con la banca e accendo un cero alla Madonna.

Agosto 2008
Mi staccano Internet.
Senza preavviso.
Faccio la fila al call center, immaginando di sgozzare Gattuso mentre la Blasi legata ed impotente assiste allo spettacolo.
Voglio far saltare per aria il call center della Vodafone.
Non me ne frega nulla se chi ci lavora è sottopagato, sfruttato e trattato male: pure io spesso mi sento così, ma non tratto nessuno in questo modo!
Insulto nuovamente la signorina del 42330 la cui intelligenza e prontezza assomiglia in maniera impressionante a quella di alcune mie colleghe.
Frustrata, dopo aver parlato 15 minuti con un muro dotato del più fastidio accento romano del mondo, mi rassegno al pagamento del bollettino e decido di fidarmi delle parole della signorina: il cambio verrà fatto subito dopo il pagamento.

Dicembre 2008
Sbagliavo.
Mi staccano ancora la connessione.
Sono esasperata. Stufa. Mi arrendo. Che devo fare???? Pietà.
Piegata nell’animo, distrutta nella volontà e pronta a pagare ancora col bollettino chiamo ancora il 42330.
Dopo 15 minuti di insopportabile jingle mi risponde un ragazzo.
Spiego sommariamente la questione, con un tono di voce a metà tra il divertito e lo sfinito.
Operatore: “Guardi, non si può fare nulla… manca l’ok della sua banca
Phoebe: “Ma mi dicono che è tutto a posto!! Mi aiuti, che devo fare…
O.V.: “Ah, ma vedo che lei vive sul Trasimeno!”
Phoebe (pensando “Evviva la privacy!!!”: “Ehm, sì. Non piglia nessun altro a parte la Vodafone, sennò mica stavo qui!!
O.V.: “La mia ragazza è di XXXXXXXXXX, son due anni che faccio il pendolare da Roma!
Phoebe (distratta dal gossip e dimentica del suo problema): “UH!!! Ma che carini!!! Ma allora è vero che i maschi umbri non li vogliamo!!
O.V.: “Eh, bèh. Duro far avanti e indietro tutti i fine settimana, ma per amore…
Phoebe: “XXXXXXXXXXX è proprio dall’altra parte del lago, magari ci conosciamo pure!!
O.V.:”Guarda, facciamo così. Sistemo la cosa e non ne parliamo più. Facciamo il cambio, ti ripristino la connessione e restituisco la cauzione, ok?
Phoebe. “Meraviglioso!!! Ti offro tre torte al testo la prossima volta che vieni!!
O.V.:"Ci conto!!"
In due secondi la linea torna.
Problema risolto.

Ma quant’è piccolo il mondo…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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21 novembre 2008 5 21 /11 /novembre /2008 00:28
All'Università li vedevi con il libro sotto il braccio, il maglioncino Ralph Lauren immancabile come una divisa ed il capello gonfio da ravviare ogni tanto con un gesto fluido della mano.
Sempre lindi e pinti, li trovavi a chiacchierare tra di loro vicino alle panchine, attenti a dare i voti al mondo circostante.
Raramente rivolgevano la parola a chi no era come loro, e quando lo facevano era solo per distribuire volantini.
Erano loro, quelli di Forza Nuova.

Per lo più ricchi figli di papà o wannabe frustrati, organizzavano riunioni e comitati sentendosi esseri superiori.
Capirete come io, che facevo ripetizioni tutti i giorni ai bambini per mantenermi e mi atteggiavo chiaramente da comunista mangiabambini poco avevo a che spartire con loro.

Ma, con mio grande stupore uno iniziò a corteggiarmi. Io, che ne ero l'antitesi e che ho sempre pensato che solo dei deficienti potessero comprare un maglione identico a mille altri e pagarlo una cifra esorbitante solo per un simbolino.
Diciamocelo, Ralph Lauren mi è sempre stato in culo. Per curiosità ci uscii, in fondo era un bel ragazzo.
Con disappunto scoprii che non era solo noioso ed irritante: aveva anche il micropisello.
Non è sempre oro ciò che luccica, spesso è solo ben lucidato.

Ma questa è un'altra storia, che mi porta però a  l'altra sera quando senza sorpresa ho scoperto che i geni che hanno inviato bambole insanguinate ad alcuni giornali altro non sono che fratelli siciliani di quei geni che bazzicavano l'Università.

Perché questo scherzo macabro? Per protestare sulla legge 194, la legge che nel 1978 mise fine agli orrori degli aborti clandestini regolamentando l'interruzione di gravidanza.
Bambole insanguinate con un biglietto "Avete provato orrore e sconcerto nell'aprire questo pacco? Vi ha turbato la vista di un bambolotto fatto a pezzi, deformato e imbrattato di sangue e frattaglie di animale (regolarmente acquistati in macelleria)? Ve lo abbiamo spedito proprio per risvegliare in voi simili indignate sensazioni. Vogliamo ricordarvi che - nel caso lo aveste dimenticato - ormai da trent'anni, in Italia l'aborto 'legale' riserva la stessa sorte del bambolotto a 5 milioni di vittime innocenti fatte a pezzi nel ventre della madre. Siamo di fronte a un genocidio legalizzato! Abrogare la 194! Fermare la strage di innocenti!"

A parte il gesto orribile, giustificato da una serie delirante di cazzate, gratuito e francamente idiota io mi domando: perché a protestare ed indignarsi sono sempre (o quasi) uomini?
Da Ferrara ai due geni che hanno confezionato questi eleganti pacchi dono, nessuno di quelli che si sono erti a difensori della moralità era dotato di utero ed ovaie. ma io tengo mai trattati sulla prostata? E allora perché volete comandare sulle mie ovaie??

Oppure si tratta di gente che si guarderebbe bene dal riconoscere un eventuale figlio naturale, pena scomunica immediata. Non che non lo facciano ovviamente, il mio prete quan'ero bambina aveva una figlia della mia età e tutti sapevano.
Ma i religiosi, bèh, loro dall'altare a sparare sentenze senza conoscere l'argomento di cui si parla sono abituati, gli viene spontaneo.

Perché?
Senza tirare fuori slogan femministi degli anni'70 che oramai suonano obsoleti, mi domando perché siano sempre uomini ad affermare il equivalenza tra aborto ed omicidio, immaginando le donne come sciocche scrofe che non hanno discernimento alcuno o come fredde incubatrici.
Secondo loro è facile abortire?
E' facile prendere questo genere di decisioni?
Maturare la netta consapevolezza di non poter far altrimenti pensano che non lasci segni?
Chi dà a questa gente la spocchia per mettersi in cattedra e giudicare sui sentimenti ed i dolori della gente?

Con questo non voglio farmi portabandiera dell'aborto, né dire io lo farei. Nelle cose, diceva mia nonna, bisogna trovarcisi.
Ma la legge 194 per quanto possa essere imperfetta è una conquista per tutte le donne, una libertà imprescindibile, una tutela necessaria.
E a chi chiacchiera a vanvera di crimini contro l'umanità, ricorderei prima di tutto quelli commessi in nome delle idee politiche che vanno sbandierando con tanta supponenza.

Scusate, ma mi girano le ovaie...

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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13 novembre 2008 4 13 /11 /novembre /2008 10:45

C’è la crisi.
C’è la crisi, è esplosa all’improvviso e ci ha stretto lo stomaco in una morsa d’acciaio.

C’è la crisi e nessuno fino a ieri se lo aspettava, anche se gli stipendi dalla conversione in euro ad oggi non sono mai aumentati e se lo facevi notare eri un ingordo comunista mangiabambini.

C’è la crisi ed i negozi sono pieni di gente che gira e rigira, ma non compra nulla. O comunque compra meno, non butta più. E chi se lo può permettere? Guarda, prende un oggetto in mano  e pensa “Ma questo mi serve davvero?”. E poi lo riappoggia sullo scaffale, un po’ come faceva mia nonna al mercato, quando il consumismo era un neologismo senza significato, i soldi erano davvero pochi e ancora ci si ricordava bene della fame e dei crampi allo stomaco.

C’è la crisi ed i negozi che vendono una maglietta a mezze maniche al prezzo di un cappotto di cachemire si sono svuotati all’improvviso, mentre tutti gli altri mettono fuori cartelli di vendite promozionali motivate nelle maniere più fantasiose, dal rinnovo locali, al compleanno del proprietario, ma in realtà è solo un modo come un altro di anticipare i saldi.

C’è la crisi, la bolla finanziaria è scoppiata e nessuno ha vigilato su qualcosa di diverso che sui propri guadagni. Enti pubblici, società di rating, Ministeri assortiti di varie nazionalità. La colpa è di tutti, ma alla fine non è di nessuno.

C’è la crisi e tutti la vediamo all’improvviso. Tiriamo la cinghia come se tutto fosse cambiato nell’arco di una notte, ci sentiamo in guerra, non ci fidiamo più di nessuno. Il nemico è alle porte ed è sempre più spesso identificato con il diverso da noi. Che vogliono ‘sti cinesi? Ma quanti so?  Ed i rumeni? Tutti ladri! Sono tutti lì a portarci via lavori che non vogliamo (o non volevamo?) fare più. Il manovale, la badante, l’operaio, il facchino. Vivono vicino a noi e all’improvviso ci fanno paura: sono loro che vogliono portarci via il benessere?

C’è la crisi, il pasticcio di Alitalia, i tagli all’istruzione. Nessuna novità, se non ci fosse la crisi.

C’è la crisi, dicono i giornali. Lo battono e lo ribattono, numeri su numeri, allarme dietro allarme. L’economia è al collasso, l’ambiente si ribella, la fine del mondo incombe. Ma sarà proprio vero? Il nostro amato premier sorride, quindi così nera non potrà essere.

A parte l’ironia, la crisi c’è e si vede. Le aziende chiudono o producono di meno, la sfiducia della gente è palpabile.
Forse è perché quel consumismo esasperato che gli anni ‘80 e ’90 ci hanno insegnato con tanto amore è finito. Non possiamo comprare più un paio di scarpe alla settimana, se il televisore si guasta invece di buttarlo e prenderne un altro dobbiamo per lo meno provare ad aggiustarlo.
E forse, dico forse, il disprezzo con cui abbiamo ammucchiato cose inutili per anni, stipandole in armadi sempre più stracolmi dovrebbe insegnarci qualcosa di più. 

O magari ha ragione John Titor.
Ci preoccupiamo troppo, tanto nel 2012 inizierà comunque una nuova era fondata sulla riscoperta dei valori veri e sull’amore. Sempre che sopravviviate ad una guerra nucleare.

O che non arrivi la fine del mondo come dicevano i sacerdoti Maya…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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