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3 febbraio 2009 2 03 /02 /febbraio /2009 23:32
Mi alzo la mattina e mi guardo allo specchio.
Acciaccata dal sonno, vengo brutalmente riportata dalla realtà dal problema re di tutti i problemi: “Che diavolo mi metto??
Detto così sembra un problema irrilevante, assolutamente non paragonabile ai grandi temi del TG.
E a volte lo è.
Ma ci sono quei giorni là, diciamo 1 su 2, in cui nulla ti sta bene, niente ti piace addosso anche se hai un armadio pieno di cose. Perché quello mi ingrassa, questo qui mi mostra la pancia e quest'altro ancora mi fa sembrare una balena incinta.

Perché?
Perché?
In fondo porto la 42, non peso quanto il mio armadio, mi dovrei trovare abbastanza accettabile.
Io non sono grassa, e la parte razionale del mio cervello lo sa.
E' quella irrazionale che non ne è stata adeguatamente informata e siccome è lei che comanda il mio cervello, poco vale che la realtà oggettiva sia diversa.
Mi guardo allo specchio e mi vedo grassa.
Parecchio.
Rotonda.
Che poi lo so che è una mia fissa, la trasposizione delle mie paranoie.
Guardarmi allo specchio e vedermi cicciona, truccarmi in palestra accanto ad una secca naturale e desiderarne la morte immediata per soffocamento. Desiderare quel bacino stretto stretto che manco con l'ausilio della sega elettrica mi verrebbe.

La verità è che noi donne siamo bombardate di stereotipi.
In tv, sui giornali, nella vita di tutti i giorni.
A parte le televisione che propone l'immagine della secca con le tette impossibile da realizzare per motivi di baricentro, basta pensare alle taglie dei vestiti.
Certe marche si abbigliamento fanno i vestiti così piccini che io, che di busto e braccia sono imponente come un bambino eritreo, porto la M. Lasciamo stare poi i pantaloni, li provi ed è un lampo arrivare a portare la 46 anche se tutto ti sembrava meno di esserti ingrassata così.
E giù paranoie, snack dietetici, plicometrie e chilometri di corsa, senza considerare i personal-trainer nazisti.

Tutti remano contro noi donne.
Giocano con le insicurezze, le paure e coi nostri centimetri di troppo. Ma saranno poi davvero di troppo?
Intanto loro ce lo vogliono far credere?
Perché?
Perché? A chi abbiamo pestato i piedi? A chi facciamo male?

La risposta è semplice.
La dieta è il più potente mezzo di controllo sulle donne.
Migliaia, milioni di donne impegnate a stare a dieta sottraggono importanti energie alla loro giornata, alle loro capacità, al loro intelletto e alla loro voglia di vivere.
Avete mai ragionato in assenza di zuccheri? Impossibile, non ci si riesce: guardate la Carfagna come s'è ridotta.
Tutta questa storia dell'essere secche, perfette, lisce come zucchine è tutta un'invenzione dei maschi per tenere sotto controllo il cervello superiore delle donne.
Un cervello che ha un solo punto debole, dovuto ad anni di messa in ombra del sesso femminile: l'autostima.
E qui che va a battere l'essere a dieta, nel desiderio di essere cosa non siamo.

Quindi donne ribellatevi!
Basta inseguire l'idea di un bacino grande come quello di una bambina di 5 anni: se non ci siete nate (come me) non lo avrete mai!
Basta pensare che non avete addominali scolpiti: se gli uomini sono attraenti con un po' di pancetta, perchè questo non dovrebbe valere anche per le donne?
Ma siamo proprio sicure che agli uomini piacciano i manici di scopa piallati?

Ribellatevi agli stereotipi, accettatevi e vivete felici liberi dagli Special K e dalle gallette allegre come un clistere!
Vivete la vita, lottate, combattete e fregatevene!

Io ho deciso di provarci, se ci riesco...

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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2 febbraio 2009 1 02 /02 /febbraio /2009 22:50
A tutti i miei lettori, un piccolo regalo per ricordare che i sogni e l'immaginazione sono una parte concreta della nostra vita.
Non dimentichiamolo.
Mai.

***

La pioggia batteva insistente sulla pensilina dell’autobus e Marta si rese conto di star fissando da almeno dieci la goccia che cadeva giù dal bordo della tettoia fino alla pozzanghera fra le sue gambe.


Plof, plof, plof.

Gocce ciccione, agglomerati di acqua proveniente da chissà dove.
Quand’era piccola, quando era ancora una bambina felice, sua cugina le aveva raccontato che fissare le gocce d’acqua che scivolano sulla finestra era la porta per il mondo delle fate.
Lei aveva passato pomeriggi interi d’autunno a fissare l’intricato dedalo di strade che di andava formando sulla finestra del salotto buono di sua nonna , ma le fate non le aveva mai incontrate. Né una fata, né un folletto. Nulla, nemmeno uno gnomo rubizzo e ciccione.
Chissà, magari fissando le gocce che rotolano giù sino alla pozzanghera…
Ma dov’era l’autobus?
Sarebbe dovuto arrivare almeno venti minuti fa.
Marta era sola sotto la pensilina, nemmeno un travestito a farle compagnia in quella tarda serata di novembre. Ne aveva conosciuti di simpatici col passare del tempo, e la diffidenza iniziale si era presto trasformata in una specie di connivenza piacevole e fluida, senza impegno ma senza giudizi.
Ed era così difficile non essere giudicati oggi. Così difficile per lei, con un passato pesante come una corazza che nessun grimaldello riusciva a forzare.
Sola. Così era e così si sentiva. Una condizione necessaria, ma che era diventata oramai una abitudine.
Le mancavano i suoi “amici” stasera, chissà dov’erano. Magari una retata li aveva condotti a bere caffè scadente alla centrale.
Rabbrividì nel cappotto, maledicendo la sua stupida paura di guidare la macchina. Poteva avere queste fobie alla sua età? Si strinse ancora un po’ di più nel cappotto, davanti a lei brillava l’insegna del negozio di fumetti.
Avrebbe di sicuro passato un guaio a rientrare così tardi, la guardia si sarebbe arrabbiata e l’avrebbero portata da quella strega della direttrice. Lei l’avrebbe redarguita, poi con un buffetto sulla guancia l’avrebbe fatta riaccompagnare. La guardava con un senso materno forzato e ridicolo, un buonismo gratuito che lei non aveva mai richiesto. Chi la vuole la tua solidarietà, stronza?
Lei non era innocente, lei non era una vittima. Se stava in carcere era solo perché lo meritava.
Il sistema funziona, il sistema è giusto.
Lei era sola.
Ma le guardie la guardavano con pietà, una pietà che lei detestava e che non aveva mai chiesto. Ma era inutile; era come se vedessero nei suoi occhi azzurri l’innocenza che lei non aveva mai avuto, che aveva perso ad otto anni la prima volta che suo padre aveva abusato di lei. Quell’innocenza che aveva provato a riprendersi cinque anni prima, quando gli aveva tagliato la gola con un coltello da cucina tra le grida di sua madre che piangeva e la chiamava “assassina”.
Ed era quello che era.
Da sempre. Lo era da sempre, come da sempre aveva sognato quel momento.

Tutt’intorno, il buio.
All’improvviso la strada deserta che tagliava in due la periferia fu illuminata da due piccoli fanali in lontananza, luminosi come l’occhio di una bestia accovacciata nell’oscurità.
Marta si alzò in piedi, lisciando il cappotto sulle ginocchia. Frugò la borsa alla ricerca dell’ombrello ed il suo sguardo cadde sulla pozzanghera.

Plof, plof.

Grosse gocce continuavano a cadere disegnando cerchi perfetti, come nel giardino delle ninfe, come nel suo libro di favole di bambina.

Plof, plof.


Una, due , tre. La figura arancione e squadrata dell’autobus si fece più vicina, ma Marta si sentiva inchiodata alla pensilina, gli occhi fissi sulla pozzanghera nera.
Sempre più vicino.
Sempre più vicino.

Al carcere Marta non c’è più tornata. Di lei si sono perse le tracce quella sera di novembre, verso le nove. Evaporata come l’acqua di un temporale estivo.
Probabilmente è scappata in Sudamerica da uno zio ricco e lì si sta rifacendo una vita.
Forse ha preso una brutta strada e si è data alla droga. Infondo, spesso era stata vista chiacchierare con compagnie a dir poche equivoche.
Di certo non può essere come raccontato dal barbone che è solito accucciarsi sotto il portico del negozio di fumetti. Sotto evidenti influssi alcolici, racconta di aver visto l’autobus fermarsi e de lì uscire una miriade di grandi farfalle. Dietro di loro l’autista, vestito con la sua uniforme blu d’ordinanza e un paio di orecchie a punta. Dice di averlo visto togliersi il cappello davanti a Marta rivelando i suoi vistosi capelli viola, farle un profondo inchino ed invitarla a salire. E lei era salita, seguita dallo sciame di farfalle che nel frattempo non aveva smesso di dibattersi tra la pioggia e di rumoreggiare.
Poi l’autobus aveva chiuso le porte ed era ripartito.

Brutti scherzi fa l’alcol, pover’uomo.

Oppure la porta per il mondo delle fate esiste davvero...

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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1 febbraio 2009 7 01 /02 /febbraio /2009 00:57
Sfidando un vento sferzante ed il solito freddo perugino, oggi pomeriggio mi sono fatta forza e mi sono avventurata fino alla libreria Feltrinelli. Luogo, vi ricordo, di estrema tentazione visto il celeberrimo fioretto ancora in corso.
Ma, forte del mio amor proprio e della convinzione di poter resistere (ancora per poco), mi sono fatta forza sentendomi sin dall'ingresso né più né meno come un ex alcolista in un bar affollato di avventori col bicchiere in mano.
 
L'occasione era ghiotta, la presentazione dell'ultimo libro di uno dei pochi umbri che riescono a far parlare di sé ricordando al mondo che la nostra regione non è né la succursale della Toscana, né solo ed esclusivamente terra di santi e di verde: Filippo Timi.

Controverso, balbuziente, mezzo cieco, eccessivo. Sopravvalutato per alcuni, idolatrato da altri, ma comunque sempre discusso: valeva la pena attraversare la città e sfidare il freddo per vedere coi miei occhi di che cosa si trattava davvero.

Ed allora eccomi alla Feltrinelli, con una precisione così millimetrica da farmi capitare in mezzo al casino di una sala gremita e infastidita dal caldo e dalla ressa.
Mi faccio largo e mi accomodo in un posto in cui ho una visuale abbastanza ampia.
Alle sei spaccate si parte.

E subito Filippo si dona al suo pubblico.
Giunto al terzo libro, “Peggio che diventar famoso”, il giovane attore/scrittore perugino ha dato il meglio di sé in più di un'ora e mezza di autentico show.

Istrionico, divertente, ricco di aneddoti comuni ma anche vip (Sharon Stone e l'aragosta), Filippo ha intrattettiene fan e semplici curiosi accorsi a frotte in un pomeriggio che più freddo non si sarebbe potuto immaginare. E lo fa con una semplicità disarmante, che ti fa venir voglia di dirgli “Continuiamo la discussione prendendo un caffè?”. Perchè non ha spocchia, non ha filtri, ma racconta sé stesso e le sue passioni come potrebbe fare un amico sincero davanti ad una pizza.

E mentre raccontava la sua vita, mentre faceva battute sulla sua “peruginità” e su come possa essere soffocante vivere qui, mi sono resa conto che mi ritrovavo in ogni parola, sensazione e sguardo come se fossi davanti allo specchio.
E mi sono sentita rinfrancata, rallegrata, con addosso ancora la voglia di scrivere. Mi sono sentita cadere da dosso un peso, come se non fosse così impossibile realizzare i propri sogni. basta lottare, in fondo, basta crederci. Poi la strada, alla fine, la si trova.
Basta crederci.
E non è poco.
Anzi, mi è venuto il desiderio irrefrenabile di dirglielo.

E così ho preso il libro e mi son messa in fila per autografo e foto di rito. Io, che avevo giurato di chiedere autografi solo per il Daveblog e a Bono Vox, mi sono ritrovata in fila con ragazze trepidanti ed ho scoperto che le gambe iniziavano a tremare anche a me.
Sfacciata come poche, gli ho raccontato del mio fioretto, della mia passione per la scrittura, del libro che non riesco a scrivere, del blog (che ha promesso di visitare).

Grazie Filippo, a presto...


PS. Il fioretto non l'ho rotto, tranquilli. Non potrei mai. Li so controllare i miei bassi istinti e le mie dipendenze, io. Il libro l'ho fatto dedicare all'amore mio e sta qui vicino a me, impacchettato ed al sicuro. Ci si può fidare di me, anche quando si tratta di libri...

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26 gennaio 2009 1 26 /01 /gennaio /2009 18:36

Non so se ve lo state chiedendo, ma no, non sono morta e nemmeno emigrata.

Sono in salute (tiè, tiè, tiè!!) e non mi hanno ancora messa in galera.

Per una volta non è colpa nemmeno della connessione a banana dono della Vodafone o del lavoro interessante come sbucciare noccioline.

Sono io che c’ho il blocco dello scrittore.
E' tutta colpa mia.


Ho troppi pensieri per la testa, un gatto che si agita nello stomaco facendosi le unghie sul mio intestino e i neuroni che giocano a ping pong coi pensieri aumentando squilibri congeniti già abbastanza importanti.

Situazioni che non dipendono da me mi tengono imprigionata come un burattino ai suoi fili.

E così mi viene meno la voglia di scrivere, le parole mi muoiono sulla punta delle dita, il cervello vaga nel limbo e quel poco di ironia che mi rimane mi serve tutta per tirare a campare.

C’ho il cervello imballato, insomma.

Ma non è che non torno, state tranquilli.
Era solo così, per dire.

 

Insomma, so incasinata, ma mica vi liberate così di me…

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14 gennaio 2009 3 14 /01 /gennaio /2009 22:56
Ogni volta che penso all'eventualità di avere un figlio, sono colta da panico, gioia e preoccupazione. Una specie di mal di pancia angoscioso unito ad un'incontenibile felicità, ecco come mi immagino l'eventualità.
Perché, i luoghi comuni e i nostri genitori ce lo insegnano, crescere i figli non è facile.
Essere genitori non è facile.
Specie al giorno d'oggi, signora mia.

Con la crisi economica, quella dei valori, il bullismo, il materialismo imperante, la maleducazione, la guerra... bèh, essere genitore non è facile.
Dare tutto ai figli senza però viziarli.
Stargli vicino senza opprimerli.
Aiutarli a relaizzare le (nostre) proprie aspirazioni.
Difficile, ai limiti dell'umano.
Sì, certo.
Ovvio.

Ed essere figli invece?
E' davvero tutto facile?
Oppure l'abbraccio parentale non è poi così amichevole ed innocuo?

Ho un nipote di diciassette anni. Secchione. Ma non secchione normale, proprio dotato. Scrive e parla correntemente francese ed inglese, legge Dostoevskij come se fosse Topolino, ha tutti 10 a scuola ed una mente curiosa e brillante.
Ma non basta,  ha anche vinto molte borse di studio che l'anno portato a fare esperienza a New York, Londra e Parigi e studia come un folle per entrare alla LUISS senza gravare economicamnete sulle spalle dei suoi.
Il classico nerd?
Eh, no. Mio nipote è anche un bel ragazzo. Certo, come può esserlo un diciassettenne coi brufoli. Alto, con il fisico scolpito dal nuoto, una cascata di riccioli castani e due grandi occhi marroni che fanno impazzire tutte le ragazzine della sua classe.
Figlio modello? Oh, no! Mio Dio, no!!!!!

Dov'è il problema?
Ecco, sta qui. Non è sociale, secondo i suoi genitori. Non ha la ragazza, non ha amici fuori dalla scuola, non si trova con gli altri.
Ovviamente a Natale il suo “problema” è finito a tavola come il pandoro.

"E' timido" sbuffa la mamma.
Per me è mosessuato” sentenzia sua nonna soffiando sui cappelletti.
Oppure è socialmente disturbato. Un potenziale serial killer” blatera il padre.
Non sa vivere fuori dai libri, e il sesso non ce lo trovi lì” ha ghignato l'orrido fidanzato di mia sorella.
E io me ne sono stata buona e zitta, perché era Natale e le feste vanno santificate, ma un paio di cosette gliele avrei volute spiegare.
Primo, che c'è molto più sesso ne “L'amante di Lady Chatterley” che nei cinepanettoni di merda che è solito guardare l'orrida creatura che vegeta accanto a mia sorella.
E poi che mica la vedo come una cosa strana che uno così non trovi interessanti le ragazzine della sua età, un po' sciape, con l'ombelico di fuori e la cicca in bocca. A diciassette anni l'amore può essere un ideale, un incontro e non solo un fatto squisitamente ormonale!
Mi sono limitata a dire, dall'alto della mia esperienza di enfant prodige martoriata: “All'Università cambierà tutto” ed al mormorio di disapprovazione che ne è nato, è seguita la delicatezza di mio padre che ha tuonato un “E lasciatelo in pace!!!” che ha troncato la discussione, grazie anche all'entrata in scena del caffè.

Cosa si aspetta un genitore dal proprio figlio?
Una sua copia? Oppure che sia sé stesso, anche se questo può far paura?
E' più facile accettare di avere un figlio sempliciotto piuttosto che uno che si esprime in maniera incomprensibile?
Ed è giusto che un figlio assecondi i genitori o deve andare avanti come una falciatrice dimentico di chi l'ha messo al mondo?
Ed è giusto che i genitori ne intralcino il cammino?
E' giusto portarsi addosso la spiacevole sensazione che qualsiasi cosa tu possa fare i tuoi scrolleranno sempre la testa, disapprovando muti?

No, non è facile essere genitori.

Ma nemmeno essere figli...

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10 gennaio 2009 6 10 /01 /gennaio /2009 21:21

Zen

Ci sono dei giorni in cui mi meraviglio di me stessa.
Giorni speciali.
Giorni zen.

Giorni in cui i tuoi colleghi si rivelano in tutta la loro odiosa stizzosità e perfetta cafonaggine molesta. E io zitta, respiro profondamente e rilasso il cervello immaginando scroscianti e perfetti ruscelli di montagna.

Giorni in cui ti rubano il tanto agognato parcheggio, tanto più importante perché sei drammaticamente ed irreversibilmente in ritardo ad un appuntamento. E io zitta, respiro molto profondamente e sorrido, ignorando l'impulso che la parte bruta del tuo cervello sta inviando al tuo dito medio.

Giorni in cui la tua connessione decide di abbandonarti proprio quando devi spedire un racconto importantissimo. E io zitta, sorrido. Tanto lo so che sarò la nuova Rowling e posso aspettare meditando.

Giorni in cui l'orrido ragazzo di tua sorella sbraita davanti al telegiornale su argomenti che ignora solo per dare fiato, consapevole che come al solito il finale sarà: la colpa è degli albanesi. E io zitta, non replico davanti alla sua imbecillità, ma sorseggio tisane al finocchio.

Giorni in cui vedi Berlusconi vestito come Mussolini e con quei suoi orridi capelli tinti con il lucido delle scarpe a punta della Veronica dire cose senza senso (cosa che avviene puntuale tutte le sere, facendomi dubitare dell'utilità dei telegiornali) ridendo come se l'arteriosclerosi oramai avesse preso il sopravvento in maniera irrimediabile. Io, zitta, ho deciso di accettare che noi italiani siamo un popolo inetto, gretto e senza nessuna coscienza morale. Ho deciso di accettarlo col sorriso, perché poco posso fare per instillare la scintilla dell'intelligenza laddove non ce n'è traccia.

Perché, come diceva mia nonna, non si può cavar sangue da una rapa, quindi è inutile incaponirsi.
Più costrutticvo è  sedersi ad aspettare che la calma torni davanti ad una tazza di tè fumante.

Meglio se con due pasticcini.

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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7 gennaio 2009 3 07 /01 /gennaio /2009 13:01

Ieri pomeriggio mi crogiolavo nel mio ultimo pomeriggio di ferie stravaccata sul letto con la copertina di pile addosso ed il riscaldamento a palla. Facendo zapping sono inciampata in uno dei miei film zuccherosi preferiti: “You’ve got mail” (infelicemente diventato in italiano “C’è posta per te”, titolo sfruttato al tritacarne per i più infimi fini da una De Filippi in stato di grazia papale) con una deliziosa Meg Ryan e un divertente Tom Hanks.
E’ un film che mi è sempre piaciuto, e anche se a vederlo oggi risulta un po’ datato come tutti i film di Nora Ephron, è sempre un piacere incrociarlo nel grigiore della tv anche se declassato al pomeriggio di festa.
Libri e romanticismo, che si può volere di più?

L’ultima volta che era accaduto me la ricordo bene.
Era un sabato pomeriggio prima delle feste, forse due anni fa. Stavo facendo i tozzetti (ndr. Parenti alla lontana dei più noti cantuccini toscani, magari la prossima volta agevolo ricettina veloce…) e nell’aria iniziava a spandersi l’odore delle mandorle tostate visto che da poco avevo infornato. Mentre attendevo la cottura mi son messa a guardarlo seduta accanto al forno, ché tanto la visione di un film visto  almeno 35 volte non è impegnativa.
Così, mentre la libraia che io avrei voluto essere (anche se non bionda, eh) chattava con uno sconosciuto innamorandosi follemente del bastardo capitalista proprietario delle librerie Fox che vuol spazzare via la sua piccola libreria, io tagliavo a pezzetti l’impasto e lo rimettevo a dorare. Lei chiudeva la libreria e io spennellavo i biscotti. Finché il finale, come in ogni film d’amore, esplodeva tra mille cuoricini zuccherini e io addolcivo le mie lacrime sceme con i biscotti ancora caldi.
Ed ecco perché questo film per me sa di mandorle e lacrime immancabili.
Lacrime perché un amore così casuale e perfetto può nascere solo al cinema ed il vederlo compiersi stringe sempre il cuore, anche se con la disillusione che la celluloide regala. Perché queste cose mica esistono nella vita vera. E’ tutta finzione, melodramma, sceneggiata.
Oppure no.
Perché allungando la mano verso il mio amore che leggeva accanto a me ho pensato che le storie d’amore dei film esistono davvero. Sono più imperfette nei dettagli, frastagliate dalle noie della vita quotidiana e dai dolori della realtà. Non c’è la scritta “FINE” a suggellare la perfezione, e questo è un bene. Chi lo vuole un amore perfetto?
Così ci siamo guardati la fine del film insieme, abbracciati. E io ho pianto di nuovo, ma non per l’invidia verso Meg Ryan.

Ho pianto perché sono felice e qualche volta si fa fatica ad accorgersene.

E oggi che è il mio compleanno mi voglio far gli auguri da sola, ricordandomi che il bicchiere è sempre mezzo pieno anche se a volte lo vedo vuoto.

Tanti auguri a me, che ho scoperto l’amore quando non ci credevo più.
Tanti auguri a me, che la mattina di Natale ho ricevuto dal mio amore una valigia piena di libri, vero sogno proibito di tutti i lettori tossici come me e pegno d’amore che in confronto un trilogy è nulla.
Tanti auguri a me, che ho delle amiche favolose che valgono più oro di quanto pesano (e dire che sono snellissime, accidenti!) ed una combriccola che non mi fa mai mancare l’affetto.
Tanti auguri a me, che ho una famiglia che mi ama e per quanto strampalata e disturbata possa essere è l’unica che ho e mi sostiene quando ne ho bisogno.
Tanti auguri a me, che ho un lavoro in cui mi sento realizzata come se tentassi di vendere tutti i giorni ghiaccio ai pinguini ma alla fine mi fa mangiare e comprare libri, quindi va bene così.
Tanti auguri a me, che dico sempre di voler scrivere un libro tutto mio ma poi dopo dieci pagine butto via tutto.

E voi, non me li fate gli auguri?

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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31 dicembre 2008 3 31 /12 /dicembre /2008 16:34
Anche quest'anno è finito.
In un baleno, per certi aspetti. lento come un macigno che rotola per altri.

Buon anno, auguri, buon anno!
Non si sfugge nemmeno volendo a questo rito di passaggio.
Già dall'inizio di dicembre la domanda imperante è: cosa farai a Capodanno?
E guai a non avere una risposta adeguata, GUAI!!!
Eppure è una sera come tante.
O forse no.
Forse è davvero la serata più importante dell'anno.
Forse è una sera di speranze, in cui sognare un anno che esaudisca i nostri desideri.
Io, personalmente, ci conto.

Oggi è il giorno in cui buttiamo dalla finestra tutto quello che non c'è piaciuto dell'anno appena trascorso e ci stringiamo al cuore quello che c'ha regalato.
sempre poco, ci sembra, ma ne siamo davvero sicuri?
Mia nonna, facendo attenzione alla signora del piano di sotto, buttava sempre giù dalla finestra piatti sbeccati, orribili soprammobili e bomboniere irripetibili.
Tutta roba di cui si voleva sbarazzare in fretta e senza ripensamenti.
Io vorrei buttare giù dalla finestra i piccoli dolori, l'arroganza e la prosopopea delle persone che pensano di sapere tutto, la stupidità di chi non vede oltre il suo naso.


E voi? Sbizzarritevi e... AUGURI DI CUORE!


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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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17 dicembre 2008 3 17 /12 /dicembre /2008 16:17

Poco lontano dall’azienda in cui lavoro hanno aperto uno di quei mega capannoni destinati alla vendita di prodotti per la casa.
Una specie di outlet del detersivo, non so se mi spiego.
Comodo e conveniente, sembrerebbe da fuori.
E poi, è proprio sulla strada di casa...

Ovviamente, la casalingua che giace addormentata in me si è subito risvegliata in preda all’eccitazione più totale.
Come non andare subito immediatamente a vedere contanta meraviglia?
All’ingresso, adornato di palloncini per l’inaugurazione, c’è un ometto dall’aria triste e scura che suona la fisarmonica chiedendo l’elemosina.
Entro e subito la tristezza tipica da outlet mi assale. Giustamente si tratta di un capannone, ci sono scatoloni un po’ dappertutto e gli scaffali non sono curati. Ma il posto è fornitissimo, con 35 tipi diversi di detersivo per i piatti, un vasto assortimento di pasticche per la lavastoviglie ed una infinità di ammorbidenti di tutti i colori e profumi da lasciare di stucco Nonna Papera.
Bello, mi piace!
Ipnotico e commerciale quanto basta.
Ed i prezzi sono davvero convenienti!

Vagando per gli scaffali ne trovo uno fatto solo di tazzine e servizi da caffè o tè. Ed ecco che rimango folgorata da un bellissimo set di tazzine con tanto di zuccheriera e vassoietto decorato in tema.
Una sciccheria.
Coi girasoli.
Ah, io adoro i girasoli.
Farei follie per qualsiasi cosa decorata a girasoli.
Bellissimi i girasoli.
Li adoro proprio.

Volete farmi felice? Corteggiarmi? Niente rose, ma girasoli!
Guardo il prezzo: euro 6! Un affarone!
Ma come faccio? Ci sono solo quelle esposte!
Cerco una commessa allungando il collo come una giraffa.
Eccola, arriva!
Phoebe (tutta gasata): “Buonasera, mi scusi vorrei questo servizio da caffè
Commessa: “Guardi non so dove sta, dovrebbe essere qui sopra” e così dicendo con il dito mi indica la parte superiore dello scaffale, ingombra di centinaia e centinaia di scatoline tutte uguali se non per il codice a barre.
Phoebe: “E quindi?
Commessa: “E quindi questo non è il mio reparto e non so dove mettere le mani. Mi spiace
Phoebe (supplichevole): “Ma non posso nemmeno prendere quello esposto?
Commessa (con aria da pincher a cui è stata pestata la coda): “No, se le vuole ci deve ripassare
Con massimo scorno, maledicendo il santo protettore dei detersivi, me ne vado.

Testarda, dopo una settimana ripasso.
Le tazzine coi girasoli saranno MIE!
Parcheggio, passo velocemente a fianco dell’omino con la fisarmonica, mi dirigo diretta allo scaffale incriminato. Il set da caffè coi girasoli sta ancora lì. Aspettava me!!
Dietro il set esposto ci sono quelli inscatolati (non oso pensare al poveraccio che ha messo a posto) e ne prendo uno con orgoglio.
Ma mi accorgo che manca il prezzo sia sulla scatola che sullo scaffale.
Becco una commessa (diversa da quella della settimana scorsa) che mi possa illuminare.
Phoebe: “Mi scusi, una domanda
Commessa2: “Mi dica
Phoebe: “Ma quanto costa?
Commessa2: “Non c’è scritto?
Phoebe (infastidita): “Eh, no!
Commessa2: “Un attimo che glielo porto alla cassa, così faccio leggere il codice a barre
Nell’attesa mi crogiolo pensando alle meraviglie della tecnologia che rendono la nostra vita così bella e semplice. Una strisciatina e TACC!
Sorrido ancora quando torna la commessa.
Commessa2: “Mi dispiace, non glielo posso vendere. Non sappiamo il prezzo.”
Phoebe: “Eh???????”
Commessa2: ”E’ così mi spiace. Dobbiamo ricontrollare l’inventario
Phioebe: “Ma l’avevo visto una settimana fa, costava sei euro!”
Commessa2: “Guardi, non posso proprio. E se poi costa di meno lei ci fa causa?
Phoebe (guardandosi intorno per cercare le telecamere di un qualche show di scherzi): “Ma dice sul serio?
Commessa2: “Le sembra che abbia voglia di scherzare?” quindi gira sui tacchi e se ne va.
Sono allibita.
La mia mente per un attimo è attraversata dall’immagine di me che prendo a calci gli scaffali e faccio venir giù tutte queste stramaledette tazzine, ma la situazione mi sembra così surreale da farmi andare via ridendo a crepapelle. Risata isterica?
Mah, chi può dirlo.

Dopo una settimana, tignosa come un cane con la rabbia, mi ripresento lì.
VOGLIO LE TAZZINE COI GIRASOLI, CHIARO?
Oramai è una questione di principio, perdindirindina!!!
Arrivo con passo marziale, scavalco l’omino con l’organetto, attraverso i corridoi con sguardo truce, arrivo allo scaffale incriminato… e le tazzine non ci sono più.
Finite.
Svanite.
Ma @*###@@ ladra puttana!
Maremma tazzina!

Non ci credo!!!

E ora?
Come faccio?
Come vivo senza?

Uh, guarda… hanno appena aperto un negozio tutto a due euro…

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Published by phoebe1976 - in vita vissuta
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9 dicembre 2008 2 09 /12 /dicembre /2008 23:42
L'altra sera, così per caso, mi è capitato il dvx di un film strano.
Non avevo visto il trailer, non me ne avevano parlato.
Il suo nome era rimbalzato tra le pagine internet e senza nemmeno informarmi granché avevo deciso che valeva la pena scaricarlo.
Anzi, farlo scaricare, vista la mia connessione a ravanello.

E poi, come al solito, me l'ero appoggiato lì, appena sotto il dimenticatoio, a prender polvere ed aspettare un pensiero volante.
Fino all'altra sera.
Una sera fredda di dicembre in cui a star sotto le coperte sembra di toccare il cielo con un dito.
Ed eccolo lì, piccolo capolavoro di un cinema italiano che forse non è morto annegato dai “Natale a Rio”; eccolo lì il film di Giorgio Diritti. Con due soli attori professionisti, Thierry Toscan e Alessandra Agosti contornati da  abitanti del luogo che hanno accettato di partecipare al film. Parlato in italiano, francese e soprattutto occitano, un idioma usato nella penisola da circa 180 mila persone, "Il vento fa il suo giro" ("e l'aura fai son vir" il titolo in lingua) è stato girato in Valle Maira in un Piemonte diementicato dai suoi stessi abitanti.

Lì si sforza di integrarsi un rude e orgoglioso pastore francese, con compagna e tre figli, abituato a cambiare radicalmente vita: ha smesso l'insegnamento per allevare capre e produrre formaggio, è poi andato via dai Pirenei insieme alla famiglia per sfuggire alla costruzione di una centrale nucleare, e ha deciso infine di trasferirsi all'estero, stabilendosi a Chersogno, in provincia di Cuneo. Un luogo isolato, spopolato dall'emigrazione e in declino. Per questo motivo, nonostante la chiusura e scarsa ospitalità di alcuni, parte del paesino è deciso ad incoraggiare i nuovi arrivati  in nome delle tradizionali "rueidas", quell'aiuto reciproco che univa la comunità, dato che la loro attività potrebbe portare giovamento a tutti.
Ma presto gli "zingari" sono accusati di essere sporchi, hanno un gregge che sconfina nei campi altrui, prendono legna dai terreni abbandonati. E dalle maldicenze si passa alle denunce a carabinieri ed ASL, ai bigattini gettati nella stalla, alla simulazione di aggressione, all'uccisione di alcuni capi di bestiame. Tutta la comunità, anche chi li aveva sempre difesi, mastica, ciancica e alla fine sputa i diversi, il corpo estraneo che gli ricorda quello che non sono più.
Tutti tranne lo scemo del villaggio, che si diverte a volare con le braccia allargate per i vicoli abbandonati, simbolo del vento che dà titolo a film.
La soluzione drammatica e assolutamente amara sarà però anche seme di cambiamento ("le cose sono come il vento, prima o poi ritornano", dice uno dei personaggi).
Un film che colpisce nell'anima, azzerando il mito del buon selvaggio in cui non crede più nessuno, mitizzando una chiusura ed una aridità ben nota anche qui nel Trasimeno, terra di contadini mezzadri dove ancora molti sono attaccati alla roba come alla reminescenza di un mondo che non c'è più.

Per capire, per riflettere, per guardare dentro sé stessi.

Anche se non vorremmo...

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Published by phoebe1976 - in sick sad world
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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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