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27 aprile 2009 1 27 /04 /aprile /2009 15:44

L’ambiente è importante.

Bisogna tutelarlo.

Abbiamo un solo pianeta, no?

E allora trattiamolo bene, non lo insozziamo tutto con le nostre porcherie e ricicliamo.

Benissimo.

Ci sto, come già ampiamente dimostrato.

Anche se a volte penso ci vorrebbe una laurea specialistica in monnezzologia.

 

Ora, io vivo nel parco del Trasimeno, e Dio (e la Regione Umbria insieme a lui) ha voluto che 5 anni fa  fosse preso a prova ed esempio insieme ad altri comuni per testare la raccolta differenziata. Il progetto si divide in tre fasi, chiaramente esplicate in volantini piovuti a pioggia sulle nostre teste:

FASE 1

Nascita delle Riciclerie in ogni comune interessato, cioè luoghi in cui portare carta, plastica, vetro, alluminio e quant’altro già diviso. Gli utenti, dotati di una tesserina magnetica, possono usufruire di uno sconto sulla TARSU in base al principio “più ricicli, più risparmi”. In Ricicleria si può portare di tutto, dagli elettrodomestici alle foglie raccolte in giardino: loro smaltiscono e inviano tutto ad apposite società che riciclano il riciclabile ed anche di più.

Non so come mai, io continuo ad immaginarmi orde di gnomi che con martello grande come la loro testa piallano, battono e incidono i rifiuti fino a farli diventare cose nuove e d utilizzabili.

FASE DUE

Viene fornito un pratico kit ad ogni nucleo familiare: cesta per la carta, buste blu per la plastica, cestino per il biologico e buste biodegradabili. Nella fase due diligenti operatori ecologici fanno il giro del quartiere una mattina a settimana ritirando a alternativamente plastica e carta, mentre per gli altri materiali rimane tutto come sopra. La novità consiste nel biologico, cestino apposito in cui gettare avanzi di cibo, resti della cucina, fazzoletti, ecc. Il tutto in appositi sacchetti biodegradabili forniti dalla Ricicleria e da gettare SOLO nell’apposito cassonetto.

FASE TRE

Spariscono TUTTI i cassonetti tradizionali. TUTTI. Ad ogni nucleo familiare è fornito un casso nettino da tenere in giardino, garage, ecc in cui mettere il residuo, cioè quello che non si ricicla. Siccome questo ha un codice che riporta direttamente al TUO nome se sbagli a riciclare un operatore ecologico ti suona alla porta e ti tratta male, deridendoti per la tua incapacità. Inoltre la TARSU si paga sul numero di scarichi del residuo effettuati, sempre sul principio base “più ricicli, più risparmi”.

 

Accade che il mio paesello sia entrato in FASE TRE.

Spariti i cassonetti tradizionali, dopo un primo momento di sbigottimento, anche se il pagamento proporzionale della TARSU partirà dal 2010  si è scatenata la guerra della spazzatura.

Cassonetti coi lucchetti, tavole rotonde con le mie amiche per capire se l’alluminio si può riciclare e cosa bisogna farne della carta stagnola, gente che spia il riciclo del vicino denunciando i lavativi alla TSA, question time su dove vada effettivamente gettato il tetrapack e lotte intestine tra condomini sfociate nel furto di due cassonetti del biologico.

Per fare che cosa, poi, me lo devono ancora spiegare.

 

Alle poste, al supermercato e pure dal tabaccaio non si parla d’altro, e riciclare è diventato motivo d’orgoglio.

Chi non lo fa viene additato come un mascalzone, ché la monnezza è una cosa seria.

Vè, pure le pile ho buttato nel raccoglitore” si vanta la signora in ciabatte alla cassa del supermercato, mentre appoggia i bastoncini Findus sul nastro trasportatore e si ravvia la cofana fresca di lacca.

“Ah, bèh! Io pure le medicine scadute del por Giovanni le ho ricilate! Le ho buttate tutte nel cesto davanti alla farmacia!” gli fa eco una vecchina  tutta grinzosa.

Ma l’sa” risponde l’altra “ho beccato uno de fori che buttava la sua monnezza nel MIO secchio!” Seguono facce sconvolte all’alimentari, con brusio di disapprovazione “Ah, ma io l’ho inseguito con la scopa, vè!!

Le vecchine annuiscono, l’ordine è stato ricostituito ed io ridacchio perché un secchio mio ancora non me lo hanno portato e giro con la busta della spazzatura cercando di buttare abusivamente il residuo qua e là.

Ah, la cosa non ha certamente avuto la solidarietà dei miei vicini, che hanno provveduto con robusti lucchetti ai loro cassonetti, mortacci.

Ma le signore non lo sanno, mi credono una di loro.

Mettono la spesa nella busta di cotone che arrotolano nella pochette, ché è più ecologico, e tornano a casa trotterellando.

Soddisfatte.

 

Rivendicando la loro proprietà anche sulla monnezza.

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19 aprile 2009 7 19 /04 /aprile /2009 18:22
Le vedo spesso quando vado a fare la spesa. In fila, con le loro tuniche colorate e lo chador in testa finemente coordinato.
Chiacchierano tra di loro, una fa la fila al banco, l'altra prende la frutta mentre la terza regge il carrello.
La più vecchia avrà cinquantanni, l'ultima forse la mia età anche se è difficile stabilirlo con precisione. Impossibile farci quattro chiacchiere, al primo accenno abbassano gli occhi ed interviene prontamente la maggiore, unica portavoce di un mondo chiuso a chiave col lucchetto.
Sono le tre mogli del venditore di tappeti del paese, Omar.

In Italia da un tempo immemore, Omar è perfettamente integrato nella società del mio piccolo paese. Vende tappeti persiani bellissimi, di cui decanta la meraviglia con uno strascicato accento umbro. I suoi figli in Iran non ci sono mai stati ed il loro mondo è tutto qui, tra la scuola elementare e le partite di pallone. Sono tutti maschi, ad Allah piacendo.
Delle vecchie usanze Omar ha conservato poche cose, tra cui l'abitudine alla poligamia ed all'andarsi a prendere la moglie direttamente “a casa sua” cioè in Iran con la mediazione ben pagata di amici e parenti (maschi) rimasti lì.
Naturalmente per la legge italiana solo la prima è la sua legittima moglie, ma tutte si sentono “paritarie” almeno a sentir loro. E se mio padre quando li vede sfilare la domenica a passeggio si stringe in spallucce chiedendosi come possa lui sopportare ben tre moglie quando a lui pare ampiamente sufficiente la sua, a me viene spontaneo pensare se sia possibile essere felici in un gineceo simile, dotato di una gerarchia strettamente .
E proprio mentre le vedo fare la fila alla cassa, ordinate e silenziose come soldatini,il mio occhio cade su un articolo del giornale che ho comperato. E scopro che nell'Afghanistan filo americano viene reinserita la sharia silenziosamente, per assecondare correnti politiche che il presidente Amid Karzai ha paura a sfidare ( un po' come se per assecondare il Vaticano, il nostro governo parlasse di eliminare la legge sull'aborto... ipotesi non tanto assurda, ripensandoci...).
Silenziosamente, perché gli alleati stranieri non ci facciano più di tanto caso e le associazioni umanitarie la prendano sottogamba.
E così, le donne devono assecondare tutti i desideri sessuali dei loro mariti, sposarsi a 11 anni con vecchi bacucchi che nemmeno conoscono, sottostare a terribili torture fisiche e psicologiche. Non possono nemmeno andare dal dottore o fare la spesa da sole.
Per la sharia, vorrei ricordarlo, una donna è colpevole a prescindere ed il 75% delle donne che si trovano in carcere sono state condannate per crimini che in qualsiasi altra parte del pianeta le vedrebbe sul banco delle vittime. In caso di stupro in Afghanistan una donna violentata viene condannata per "zina", cioè per sesso consenziente fuori dal matrimonio.
Roba da far venire i brividi
Ah, dimenticavo: le donne che protestano vengono prese a sassate senza che le forze dell'ordine intervengano.
Il tutto sotto silenzio, non ne parla nessuno.
Zitte. Mute. Sottomesse.
Come le mogli di Omar l'occidentalizzato, che camminano in fila sul marciapiede con i sacchetti della spesa.
In silenzio, sotto lo chador.

Anche in Italia non se ne parla, siamo tutti presi da altro.
C'è il terremoto in Abruzzo, per carità.
Ma anche il campionato, la Ferrari che quest'anno fa i capricci, Adriano in fuga in Brasile e gli abitanti della casa del GF.
Così queste donne, che solo negli anni '70 vestivano all'occidentale, studiavano e ricoprivano ruoli di potere di ogni genere, oggi sono ridotte al silenzio.
Di nuovo.
Perché fa comodo, perché previcare e cercare di sottomettere è nella natura dell'uomo.

Anzi, del maschio.

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8 aprile 2009 3 08 /04 /aprile /2009 17:16

Sabato pomeriggio sono andata a vedere un museo.
C’era un grosso esemplare di Archidiskodon Meridionalis Vestinus (una sorta di cugino italiano del più blasonato mammuth, tanto per intenderci) che era in attesa di sorprendere una bambina curiosa, incisioni romane che aspettavano di essere tradotte, manufatti dell’età del bronzo che fremevano per tornare alla luce.
E poi dipinti e statue di tutte le epoche in bella mostra di sé,ospitate all’interno di una fortezza spagnola quadrangolare del 1500.

Una bella passeggiata, aria buona ed un parco enorme da visitare.
Gente che chiacchiera, anziani che passeggiano predicando contro Berlusconi, bambini in bicicletta. Un bambino biondo fa il giro del castello con la bicicletta con le ruotine dietro, impegnandosi allo spasimo per spingere sui pedali come se fosse una faccenda importantissima.
Vitale.
Sempre più veloce.

Una bella giornata, conclusa ai giardini pubblici carichi di ragazzini urlanti e scatenati. Seduti lì, su una panchina a riposare mentre la bambina curiosa, mai doma, correva dall’altalena allo scivolo, passando per il fortino di corda senza soluzione di continuità con una energia che noi non sappiamo avere. Una mamma rimbrotta il figlio troppo vivace, un’altra legge il giornale con un occhio solo. Le babysitter chiacchierano tra loro.
E mentre sto lì guardo i bambini che giocano, notando come pure una città di provincia antica ed in mezzo ai monti stia diventando multietnica.
E’ bello vederli giocare, rilassa l’animo.
Tutto sembra possibile in quel pomeriggio, in quel parco.
Anche la felicità.

Quella città è L’Aquila.
La stessa che meno di 36 ore dopo è stata squassata dalle fondamenta.
Divelta, distrutta, piegata.
Ammutolita sotto le macerie.

E da quel momento mi chiedo dove siano quei bambini che giocavano nel parco, se il vecchietto che predicava contro il Cavaliere sia ancora vivo, sperando che le loro case non li abbiamo ingoiati.
Dove sarà il bimbo con la bici?
E la ragazzina di colore che saltava come un grillo?

E perché questa tragedia non si è potuta non dico prevedere, ma almeno limitare nella sua portata?
Perché le case sono venute giù come burro fuori dal frigo?
Perché gli uomini si abbassano allo sciacallaggio verso chi ha perso tutto, anche i ricordi?
Non sono sciacalli anche i giornalisti che indagano nel dolore più che nella cronaca?
Ed i politici che sbavando biliosi ci costruiscono sopra la propria campagna elettorale?

Ed il terremoto è forse una punizione divina?
Un modo per ricordare che gli uomini son come formiche al cospetto della natura?
O è solo il caso?

Avrei bisogno di risposte, ma non ce ne sono…

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27 marzo 2009 5 27 /03 /marzo /2009 11:51

Non sopporto le persone che parlano a vanvera, quelle che si riempiono la bocca di parole altisonanti come MORALE, VALORI, PATRIA. Mi sembra che recitino il ritornello di quella canzone tormentone estivo “Dammi tre parole: sole, cuore, amore”.
Vuote chiacchiere di chi non sa star zitto.

Per esempio:

Eutanasìa [eutana'zia]: s.f. morte provocata per mezzo di farmaci al fine di evitare gli spasimi di una lunga agonia.

Ecco cosa recita il dizionario.
Eppure c’è chi sostiene che inserire nel DDL Calabrò sul testamento biologico la possibilità per il medico di scegliere se rispettare o meno le volontà del paziente riguardo al mantenimento in vita in maniera artificiale, cioè al cd. accanimento terapeutico, serva a scongiurare l’abominio dell’eutanasia.
Se di abominio si può parlare, ovviamente.
Secondo me no, ma questo è un altro discorso.

Mi domando: se io volessi (e lo voglio) esprimere per iscritto la mia volontà di non essere tenuta artificialmente in vita qualora non ci sia per me più la benché minima possibilità di qualsiasi attività celebrale perché un medico non dovrebbe rispettare la mia scelta? Perché non collima con le sue idee? E quindi? E se accade viceversa?

Tra l’altro, una scelta fatta con metodologie impegnative, con formalità, non il biglietto nel portafoglio come in una puntata qualsiasi di E.R.
Ma il punto è: perché non dovrebbero venire prima le volontà del malato rispetto a quelle del medico?
Perché l’ideologia del medico vale più di quella del paziente? Perché ha fatto le scuole alte?
Che valore ha una legge che permette di esprimere la propria preventiva decisione su un tema così delicato e personale e la rimette agli umori ed ai pruriti di un altro soggetto?
Ma che legge è?
E' una barzelletta ad uso e consumo del grande circo mediatico fatto di nani e ballerine che domina incontrastato il nostro paese con la condiscendenza sonnolenta dei più.

Vogliamo poi parlare dei medici obiettori bigotti e chiusi nelle loro sagrestie?
Mi spaventa che la legge e l’ordine dei medici abbiano creato questa casta a cui è permesso dire NO a discapito del paziente.
Io ho molto rispetto della professione medica, e Dio ha voluto che proprio un medico obiettore mi abbia diagnosticato un tumore e mi abbia salvato la vita, ma si tratta anche dello stesso medico che mi prescrive la pillola anticoncezionale e che pratica l’aborto se richiesto dalle pazienti. Cerca di dissuaderle, ovvio. Chiacchiera e professa la sua religione. Ma poi lo fa, non manda le sue pazienti chissà dove, non le giudica e si comporta da medico. Poi seppellisce i feti e ci porta i fiori, ma non è questo il punto.

Il punto è che non sono tutti così, molti (la maggioranza) dei dottori che si fregiano di essere obiettori sono solo dei bigotti ed arroganti prodotti delle comunità neocatecumenali che credono solo nella  loro supponenza. Di esempi ce ne sono a bizeffe e non mi va di continuare una tirata contro una Chiesa che non mi appartiene. Che faranno questi personaggi quando dovranno decidere se rispettare o meno volontà che sono diverse dalla loro?
La vita è bellissima, va vissuta per ogni secondo che ci è concesso sempre come un dono.
Ma va rispettata.

Chi la rispetterà per noi?

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23 marzo 2009 1 23 /03 /marzo /2009 12:03

La Pasqua si avvicina, con tutti i suoi suggestivi riti.
Dalla lavanda dei piedi, alla rievocazione della Via Crucis, tutto nei riti pasquali sembra fatto per impressionare i fedeli e fargli chinare il capo davanti alla sofferenza ed all’amore di Gesù.
Tutto molto bello.
In astratto.
Perché nella vita quotidiana è molto difficile seguire gli insegnamenti della Chiesa.
Della Chiesa, badate bene, non di Dio né della Bibbia.

Una chiesa che non permette l’ingresso e la comunione ad un fedele separato o divorziato.
Una chiesa che non permette ad una ragazza che convive semplicemente e non ha il pensiero di ometterlo e vergognarsi di fare da madrina ad un battesimo.
Una chiesa che tratta i gay come assassini e gli assassini come pecorelle da perdonare, ma senza applicare a questa frase la proprietà transitiva.
Una chiesa che fa storie per battezzare un bambino nato da un’unione non “consacrata”, però se conosci il prete allora bèh, vediamo.
Questo nella vita di tutti i giorni, nella quotidianità di ognuno di noi.
Che poi se sei cresciuto con una educazione cattolica ti stringi in spallucce, bofonchi qualcosa sull’anacronismo in cui è sprofondata una religione che duemila anni fa e spicci faceva scandalo per la sua modernità e tiri dritto senza protestare, magari andando a messa a Natale e Pasqua e poco più.
Da buon cristiano, appunto.

Accade però che alcune simpatiche prese di posizione sforino la tolleranza, già sufficientemente alta, del cristiano di intelligenza media.

All’inizio del 2009 fu la revoca della scomunica all’ordine argentino dei lefebvriani, guidati dall’esimio  Richard Williamson. Un uomo che, ricordiamolo, in una intervista alla Tv svedese SVT nel novembre 2008, aveva negato l'esistenza delle camere a gas nei campi di concentramento, e aveva ridotto a 300 mila il numero degli ebrei uccisi durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa simpatica confraternita di buontemponi era stata scomunicata da Papa Wojtyla, decisamente troppo severo, e Benedetto ha pensato bene di metterci una pezza sopra in nome della pace.
Sì, come no.

Ma siccome non c’è pace tra gli ulivi, all’inizio di marzo ecco che il Sudamerica ci rimette lo zampino. Un vescovo, tale don José Cardoso Sobrinho,  arcivescovo di Olinda e Recife, scomunica un dottore reo di aver fatto abortire una bambina di nove anni incinta di due gemelli grazie all’intervento provvidenziale e violento del patrigno. E tanto che ci si trova scomunica pure la madre, rea di esser complice dell’assassinio. Il patrigno invece in chiesa può tutt’ora andarci tranquillo e pio. E’ un buon cristiano, lui.
E non lo dice solo don José dal profondo Brasile, ma lo ribadisce Papa Benedetto: “Ben fatto, don José!”. 
Sì, certo, come no.

Per sfuggire alla morsa del freddo che non si decide a voler lasciare l’Italia, Papa Benedetto decide di fare una bella missioncina pastorale in Africa, ché tanto lì i fedeli evangelizzati con la penna e la pagnotta non mancano mai, sono credenti alla buona come quelli di una volta e sono numerosi come le formiche di un terrario.
E invece pure lì le polemiche non mancano.
Già, perché in una terra devastata dall’AIDS la cosa più giusta da dire è che il preservativo è un falso mito, perché non impedisce la trasmissione del virus dell’HIV.
Molto meglio una sana e prolungata (quanto inapplicabile su larga scala) astinenza sessuale, come dai dettami di Santa Romana Chiesa.
Oppure la preghiera, che aiuta sempre. Tanto, vista la mancanza di educazione sessuale e di qualsiasi forma di prevenzione, si può dire tutto ed in contrario di tutto.
E se da un lato il fatto che dalle labbra papali sia scaturita la parola P-R-E-S-E-R-V-A-T-I-V-O rende Papa Benedetto moderno ed anticonformista per tutti i linguisti del mondo, dall’altro la stupidità umana verso una malattia che falcia migliaia di individui è così impressionante che non merita commenti.

Che dire ancora?
Arrabbiarsi?
Sperare in qualche prete eretico?
O nel crollo del tempio con dentro tutti i filistei?

Io, intanto, quest’anno mi affido al coniglietto pasquale…

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17 marzo 2009 2 17 /03 /marzo /2009 15:28

Il mio professore di italiano delle medie era un insegnante vecchio stampo, di quelli che ti snervavano l’anima e fracassavano qualcos’altro con tre ore di grammatica consecutive in cui le palpebre venivano tenute su da innumerevoli formazioni di stuzzicadenti.

Da lui e da quei tre anni di grammatica mi è rimasta la fissa per la forma e l’eleganza della lingua italiana, per cui le K e le X adottate ad hoc dal linguaggi degli sms sono aberranti.

Se un uomo mi invia un sms, anche iper sdolcinato e simile a Brad Pitt, pieno di K al posto del CH non otterrà mai risposta da me.

E non sarà mai l'uomo della mia vita.


Io, una che mette le virgole nei messaggini.


Una per la quale i puntini di sospensione non sono un numero a caso, ma tre.

Non due, non quattro: TRE.

Ho detto TRE.

Senza addentrarsi nel problema del rischio d’estinzione del congiuntivo, una cosa che mi lascia sempre esterrefatta è l’utilizzo della lingua inglese sempre più a sproposito nella vita di tutti giorni, specie in Italia, paese in cui la lingua inglese è diffusa come l’esperanto.
Nessuno sa chiedere dov'è la toilette in inglese, ma sa infarcire la lingua italica di fiorenti suoni musicali che non vogliono dire nulla.
Ma fanno figo, oh!

Pure la massaia di Ponte Felcino si trova davanti nuovi store ripieni di super sale con sette punti esclamativi, insieme ad un assortimento di prezzi low cost dei brand  diventati leader del mercato da far impallidire i linguisti di mezzo mondo.

Mia nonna, per cui era difficile anche l’uso del termine crackers, che veniva storpiato in un simpatico creks (avreste dovuto vedere coi nomi dei personaggi di Beautiful che riusciva a fare…), avrebbe trovato tutto altamente incomprensibile, quasi l’apologia dell’inferno. Sicuramente ridicolo.

Che dire poi della tv? Un programma va male? Ha poco share!  Ma va nel daytime? O nel primetime? E’ un reality o una fiction? Magari un TV movie!

Nel lavoro poi è il dramma: outsourcing, budget, cash flow, company profile, business, cliente account e chi più ne ha più ne usi, tralasciando tutti i termini tecnici derivanti dall’uso del computer che sennò mi viene il mal di testa.

Alcune parole sono divenute indispensabili e individuano perfettamente ed univocamente quel che si intende dire. Altre, come competitor al posto di concorrente sono francamente inutili e mi fanno venir voglia di prendere a martellate l’idiota che si riempie la bocca di parole così farlocche.

 

Che la lingua italiana all’improvviso sia diventata povera o poco cool? Che non sappia esprimere sentimenti, oggetti, necessità?

Oppure siamo solo pigri ed una lingua così ricca di sfumature è troppo difficile da usare a favore di un idioma diretto come l’inglese?

 

Solo una parola mi fa simpatia: brainstorming.

Mi piace, mi fa ridere, lo trovo metaforicamente divertente, dà proprio  l’idea di una “tempesta di cervelli”.

 

E sì che ne avremmo davvero bisogno…

 

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12 marzo 2009 4 12 /03 /marzo /2009 10:36

Nel casino generale dovuto al trasloco, tra scatoloni buste e pile di vestiti da fa paura (Ma io avevo tutti questi jeans? Ma davvero???) è saltato fuori da non so dove un gettone.

Un gettone telefonico.

Una di quelle monete gialle con due incavi fatti apposta per raccogliere lo sporco e pesante il doppio delle altre monete.

Ve lo ricordate il gettone?

A vederlo così mi è sembrato antico come le ossa di triceratopo, in realtà fino a non molto tempo fa era un oggetto di uso davvero comune, che raramente mancava nel portafoglio accanto alle monete da duecento lire.
Era comune come il telefono a rotella (che ancora i miei hanno in casa, vorrei sottolinearlo. In fondo, come dice mia mamma, non è ancora rotto).

Fare la fila alla cabina telefonica per chiamare il fidanzatino a casa, sperando che non rispondesse quella iena della madre e riattaccando col batticuore quando a rispondere non era lui.
Senza contare le telefonate a casa ai genitori mentre si era in vacanza al mare l’estate, liberi come l’aria e senza il controllo parentale e senza l’angoscia del cellulare che può suonare in qualunque momento.

Sembra passato remoto, ma non sono più di dieci anni fa. Forse quindici, và.
Eppure, se facessi vedere il frutto del mio ritrovamento archeologico a mio nipote di 10 anni lui lo guarderebbe interdetto.
Che roba è?
Serviva per telefonare.
Ah. Si metteva nel cellulare?

Vogliamo poi parlare poi della mitica SIP?
In Corso Vannucci, centro perugino pieno e luogo delle “vasche” pomeridiane  dei ragazzini under 18 di ieri e di oggi, la SIP era luogo di appuntamento (“Ci vediamo alla SIP alle tre” e se ritardavi non c'era verso di avvertire), di tresca, di telefonate a casa inventando bugie pessime per stare fuori ancora un po’ (“Torno col pullman dopo” e invece tornavi a casa con l’amico più grande che aveva la patente da tre settimane) e a volte anche di pomiciate nelle cabine del telefono.
Uno stanzone un po’ tetro pieno di cabine e elenchi telefonici di tutta Italia legati con la catena. Elenchi puntualmente pieni di scritte e messaggi in codice tra innamorati, ché ancora noneravamo abituati a slogarci i pollici con gli sms.

Ora, ironicamente, al suo posto c’è un punto vendita Tre a santificare lo strapotere dei cellulari.

Già, i cellulari.
Croce e delizia dei nostri anni. Pronta reperibilità, massima funzionalità, supertrendy.
Sapremmo più vivere senza?
Sapremmo tornare al telefono a rotella, alle file alle cabine, a non sapere dove sono in ogni attimo le persone a noi care?
Potremmo vivere senza la nostra suoneria che ci avverte che siamo "ricercati"?
Sapremmo tornare a vivere senza la sua sicurezza effimera?

Non so, ma io a volte lo vorrei…

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4 marzo 2009 3 04 /03 /marzo /2009 07:43
Succede a tutti e sta per succedere anche a me: lascio casa dei miei genitori.
Eh sì, esco dal nido e me ne vado a vivere con l'amore mio.
Finora sono stata indipendente dai miei genitori alla mia maniera, vivendo in un appartamento separato accanto al loro, godendo di certi “piccoli privilegi” tra cui la cena pronta se volevo e la liberazione dalla lavatrice, incubo biblico.
Ma le cose cambiano, è ora di camminare con le mie gambe e cominciare una nuova vita.
Da mesi prepariamo casa, lottando tra elettricisti pedanti, idraulici reperibili come fossero cardiochirurghi, tecnici dell'allarme in motocicletta e teoremi matematici per incassare la lavastoviglie sotto il gas. Mesi passati a cercare una soluzione ragionevole alla carenza cronica di ADSL, scartabellando tra i vari (pochi) pretendenti alla ricerca di un minimo di funzionalità che ancora non siamo riusciti a trovare.
Ho imparato cos'è la forassite, abbiamo imbiancato da soli tutta casa con l'aiuto di mio padre e di un caro amico, siamo cresciuti e maturati.

Mesi passati a preparare i miei allo shock di “perdere” la loro bambina di 33 anni suonati che, tra l'altro, va a vivere a due chilometri da loro. Mesi passati a rassicurarli, a farli sentire utili perché i genitori a volte sono un po' bambini ed hanno bisogno di coccole.

Ma oramai è quasi tutto pronto ed al massimo domenica si va.
Lo desideravamo da tanto, sembrava non dovesse arrivare mai.
E invece eccoci qui.
Sono ad una svolta importante, e ne sono consapevole.
Sono felice, elettrizzata, spaventata ed entusiasta, nonché consapevole di non saper usare la lavatrice e di ignorare i fondamenti del ferro da stiro.

Ma oramai ci siamo.

Scatoloni pieni di libri e vestiti campeggiano bellamente in camera, i mobili imballati stanno per arrivare e buste di ogni genere sono state riempite con le mie cianfrusaglie.
L'amore mio sta per arrivare.

Fategli in bocca al lupo...

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22 febbraio 2009 7 22 /02 /febbraio /2009 11:30
A volte mi capita di ascoltare di straforo i discorsi della gente.
Non è che io voglia origliare, ma mi viene spontaneo, specie se chi blatera in pubblico parla 50 decibel più forte del tollerabile.
A quel paese la privacy, insomma.

Oggi c’erano due ragazze, una bionda e una mora, di quelle che fan ginnastica tutte impettite e nemmeno sudano, quelle che non si spettinano nemmeno dopo due ore di cyclette e che hanno il rossetto stuccato sulle labbra la cui lamentela  famigerato corso prematrimoniale.
Ora, la bionda di sposa ad ottobre ed è “obbligata” a frequentare questo corso in parrocchia in cui si redarguiscono i futuri sposi su gioie e dolori del matrimonio.
La bionda sbuffava come se fosse stata una locomotiva dei primi del novecento, perchè a quanto pare sottrarsi è impossibile anche con la febbre a 40.

E mi è venuto da ridere.

Non ho mai avuto il piacere di partecipare a uno di questi illuminantissimi corsi, ma una mia cara amica si è sposata in chiesa e mi ha redarguito in merito in tempo reale.
Tanto per cominciare prima di tutto quello che non mi sta bene è l'obbligo. Io non sarò molto religiosa, ma non mi pare che ci sia scritta da nessuna parte sta cosa. E poi la parola “OBBLIGO” fa scattare tutti gli allarmi del mio cervello.
Perché? Obbligatorio ma di che cosa? Perché? A che serve?
Secondo, la mia amica raccontava ridendo le serate passate al corso, tenute da una coppia di ottuagenari coniugi che cercavano di spiegare la vita di coppia a dodici futuri sposi con all'incirca un quarto dei loro anni.  I vecchietti erano assai carini e, come affermava la mia amica, dolci da vedere, ma terribilmente fissati con la castità prematrimoniale come jolly per una vita serena. Un po' tardino me lo dite, no? Dovevate passare almeno una ventina d'anni fa, ora siamo fuori tempo massimo.
Ora, io capisco tutto, ma non saranno stati consigli un po' anacronistici?

Peggio ancora è andata a mia cugina, che si è ritrovata un giovane prete dalla fede infuocata che teneva serate piene di verve contro l'arroganza dei tempi, il divorzio (porterà sfiga?), il demonio che incombe e la mancanza di sottomissione della donna (con il futuro sposo che ridacchiava e mia cugina che lo fulminava con lo sguardo).

Tutto sommato sì, il corso prematrimoniale deve essere divertente, un po' come andare allo zoo. Non ne capisco l'utilità, trovo sia assai sciocco, ma capisco che possa divertire. Ma utile no, via. Siamo seri. Utile no.
Però se vuoi vestirti di bianco, rispettare l'iconografia, essere una sposa con tutti i crismi anche se non ti confessi dal 1997 e alle medie praticavi sesso orale dietro i giochi del parchetto, ci devi andare ed è la panacea di tutti i mali.
Solo così puoi essere una brava ragazza e in pace con Dio, a posto con la coscienza e degna della comunione con Dio. Se vuoi costruire una famiglia felice ed ordinata come gli scaffali dell'Ikea, allora l'iter è questo, sennò verrai fulminata e vivrai nel peccato.

Io, francamente, troverei più utile un corso che mi insegnasse ad usare la lavatrice.

Anzi, se lo trovate...

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14 febbraio 2009 6 14 /02 /febbraio /2009 14:14
L'altro ieri mi è arrivata l'ennesima richiesta di iscrizione ad un gruppo su Facebook. Niente di nuovo, me ne arriveranno cinque al dì e alcune sono anche parecchio divertenti ed ironici.
Altri sono vere seccature, altri ancora solo idioti.
Il gruppo in questione era “Sono orgoglioso di essere italiano”.
Ho letto, c'ho riflettuto, ho spostato il mouse da “conferma” a “ignora” un paio di volte e poi alla fine ho cancellato tutto.
Perché mettendo sulla bilancia i fatti, io non sono orgogliosa di essere italiana.
Io, a dire il vero, un po' me ne vergogno.

Vedo la televisione italiana e mi vergogno della trivialità che c'è dentro, dell'impossibilità di vedere un qualsiasi programma decente prima delle 23, di pagare il canone per dei canali di stato che mandano in onda la stessa feccia delle private senza avere l'alibi della pubblicità e dell'incasso ad ogni costo. Mi vergogno dell'uso della donna, spogliata della dignità e non solo dei vestiti, relegata o al ruolo di valletta scema o di impegnata bruttina. Mi vergogno di vivere in un paese di stereotipi, in cui anche bruciare i reggiseni è stato poco più di una moda.

Mi vergogno della gente che non riesce a vedere oltre il proprio ombelico, che ha smesso di parlare col vicino di casa per tre centimetri di muretto o per il cane che fa la pipì sulla rete. Gente che a parole ha una tale cattiveria che solo la codardia impedisce di realizzare.

Sento i discorsi della gente e mi vergogno, perché quando si smette di essere curiosi e si guardano i fatti del mondo con gli occhi di chi te la racconta senza farsi domande un uomo è già morto. Un uomo spara al ladro dentro casa. Vedi? Gli mandano un avviso di garanzia, uno manco si può difendere! Inutile spiegare poi a mia madre che l'avviso di garanzia non è il gabbio, ma solo l'avvertimento che (giustamente) si stanno svolgendo indagini su una notizia di reato. Inutile, sono stanca. Stufa.
Disgustata.

Leggo una statistica sulle Università del mondo e tra le prime cento non c'è nemmeno una italiana. Perché è giusto così, la nostra Università è lenta, puzza di naftalina, non offre sbocchi lavorativi ed è dominata da un nepotismo e da una lotta di classe così violenta da risultare intollerabile. Non è vergognoso? L'Italia, culla della cultura. Vergognoso. Orribile.
Parodistico.

Apro il giornale e mi vergogno. Mi vergogno per una Italia che ha liberamente eletto Berlusconi e la sua cupidigia, il suo furbo rimando all'ignoranza della gente, la sua voglia di prevaricare che è quella di molti italiani. Se nemmeno davanti agli sfondoni quotidiani, alle uscite dittatoriali, alle pessime figure internazionali ed alla negazione di una crisi che coinvolge tutto il globo, alle leccate di culo al Papa la gente si ribella, perché dovrei lottare per loro? Io non l'ho votato, ma loro sì. Sono io l'aliena?
Cos'è che non vedo, che non capisco? Niente, forse vedo troppo e questo è male, perché non so più chiudere gli occhi e fare spallucce.

Sento le storie della delinquenza giovanile, degli stupri, dei ragazzini che danno fuoco agli immigrati e mi vergogno. Siamo noi quest'Italia? Sono i nostri figli, il nostro futuro o una proiezione delle nostre paure? O le rappresenta in pieno, con la crisi di valori che ci invade? La fame di avere , di possesso. La strenua cura del proprio orticello, della propria macchina e della tv al plasma. Ma il crocifisso sopra al letto, per carità, e a Natale e Pasqua in Chiesa col vestito figo e l'occhiale scuro.

Mi vergogno, è un mondo che non mi appartiene, mi sento avulsa.
Delusa. Derubata.

E non basta un inno nazionale a farmi sentire meglio.


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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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