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13 febbraio 2009 5 13 /02 /febbraio /2009 00:07
Io non mi ammalo mai.
O quasi mai, a dire il vero.
Erano cinque anni che non avevo febbre o sintomi influenzali gravi, ma quest'anno la temibile australiana che i media stanno sbandierando da sei mesi mi ha atterrato come l'ultima delle sprovvedute.
E così ho preso l'influenza.
BUM!
Prima un piccolo raffreddore, un po' di mal di gola ed un accenno di mal di schiena. E poi, la notte, all'improvviso, ecco arrivate la febbre traditrice. Alta, fastidiosa, opprimente.

Il giorno dopo la dottoressa mi diagnostica una forma molto aggressiva di influenza australiana, complicata dalla bronchite e mi inchioda al letto per una settimana.

Tutte vane e mie proteste.
Ed in effetti mi sento male, un po' per l'influenza, un po' per la sensazione di avere un panda grasso seduto sul petto che non mi fa respirare. Anche le medicine tarate sulla razza equina non aiutano.
Insomma, non riesco né a leggere né a scrivere.
Odio l'inattività. Divento paranoica, mi prende la claustrofobia.
Voglio uscire, ma non posso.

E, per la gioia di chi mi vive intorno, ho perso la voce. Non riesco a parlare.
Sono afona.
La peggior tortura.
Per me, non per gli altri, mi ricorda l'orrido fidanzato di mia sorella.

Così mi sono dedicata alla tv, ringraziando la Madonna e tutti i santi di essermi ammalata una settimana prima del Festival di Sanremo altrimenti avrei rischiato la follia a sentirne parlare tutto il giorno! Anche se non è che mi sia andata meglio con la storia della povera Eluana... senza contare la faccia da culo di Berlusconi (ops... ho detto culo... sono malata, perdonatemi!) e tutte le menate sul Grane Fratello.
Però alcune cose le ho imparate:
1) La televisione italiana del pomeriggio fa davvero schifo. E' intollerabilmente  vuota, macchinosa e frivola. Ma è anche terribilmente ipnotica ed è difficile staccarsene. Non sono pronta per passare tutto questo tempo a casa, sono ancora troppo vulnerabile e rischierei per innamorarmi di uno dei tronisti truzzi della De Filippi.
2) Gli uomini e le donne che vanno dalla De Filippi sono orribili. Non solo moralmente, ma anche esteticamente. Sono così volgari nell'abbigliamento e nei modi di fare che il trans brasiliano meno acchittato in confronto sembra Lady D. Ma le ragazzine vogliono davvero assomigliare a queste sgallettate?
3) Lamberto Sposini conduce “La vita in diretta”. Lo so che vi sembrerà strano, ma per me è una assoluta novità. Che triste vederlo intervistare l'attricetta sciacquetta di turno che protesta con veemenza da pasionaria per delle foto “compromettenti” apparse sul giornale! Ma come ci si arriva? Mi aspetto presto di vederlo la domenica pomeriggio in qualche talk (o c'è già stato??).
4) Ho voglia di uccidere tutti i concorrenti del Grande Fratello, di Amici ed affini. Vuoti, noiosi ed annoiati, sciocchi. Ma è questo lo specchio dell'Italia? Se la risposta è sì, mi vergogno sempre di più della mia cittadinanza.
5) Ma alla Senette Raidue non glielo paga il parrucchiere? E' una vergogna, aiutiamola! Facciamo una colletta, una raccolta fondi, qualcosa!
6) Se vedo ancora un trailer o un promo di "Questo piccolo grande amore" (abbreviato con il gggiovane e vomitevole QPGA) giuro su Dio che non rispondo di me. Sono stata una grande fan di Baglioni, però tutto c'ha un limite e si chiama decenza. BASTA!
7) Santa La7, per fortuna hanno ampliato il segnale e a casa mia ora si vede bene! Non so se diversamente sarei sopravvissuta...

Ora basta, oggi sto molto meglio e per fortuna posso tornare a leggere e scrivere senza dover per forza ciondolare davanti alla televisione con l'espressione febbricitante da ebete.
Francamente il mio cervello non ne poteva più, mi si stavano atrofizzando i neuroni.

Ma solo una domanda mia affligge: quando ero piccola il pomeriggio iniziava con Quark e finiva con Bim Bum Bam...

Ma che è successo da allora... un cataclisma???

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8 febbraio 2009 7 08 /02 /febbraio /2009 15:53
Ciao Silvio,

come stai? Tutto bene?
Scusa se per qualche mese non ti ho scritto, ma c'ho avuto un po' da di casini personali.
Ma anche tu, tra la Veronica e la Mara senza parlare di quegli scavezzacollo dei tuoi figlioli, ne hai avuti di problemi, vero?
Senza considerare quei pettegoli dei giornalisti che vanno cianciando di crisi di qua e di là e l'elezione di quel filo-islamico comunista negli Stati Uniti che non ti ha ancora degnato di un saluto, di una pacca sulle spalle o di un pensierino (e che di sicuro non sarà come Giorgio, tu lo sai bene)... Bèh, anche tu hai il tuo bel daffare, non c'è dubbio!!!

E poi, vogliamo parlare di tutto il putiferio scatenato da questa Eluana e dai suoi genitori? Mica da un giorno poi, suo padre è davvero troppo tempo che ti stressa!
Per che cosa poi? Che vuole da te? Vuol lasciare morire sua figlia di fame e di sete, e vuole pure che tu gli dica "Bravo!".  In pratica vuole farle fare la fine del bellissimo ficus che tenevi nel tuo studio ad Arcore e che quella scema della cameriera s'è scordata di innaffiare. Ah, ma gliene hai dette quattro, eh! Licenziata no, che sei amico del popolo operaio tu, ma le hai fatto passare un brutto quarto d'ora prima di perdonarla.
Che uomo che sei!!! !
Ma questo Englaro, poi, che vuole? Mica pretenderà che tu vada contro il tuo amico Benedetto? Non puoi, glielo hai promesso e capisco che l'appoggio del clero sia importante, ai tempi di Lady Oscar come oggi. E' che lui è così cocciuto che ti sei dovuto inventare la storia che siccome può procreare, la ragazza è ancora viva quindi non si può staccare quel sondino. Lo so che sai da solo che è una cavolata, ma che altro potevi fare? Stare zitto? Cribbio, no, tu sei il Premier! Ci si sono messi tutti a romperti le scatole. Prima i soliti intellettualoidi di sinistra, poi Napolitano (noto comunista d'altri tempi) e alla fine persino Gianfranchino ti ha voltato le spalle.
Che delusione!!!
Oggi siamo arrivati anche alla piazza... ma si può? Tutto sulle tue spalle, povero Silvio!
Quetsi comunisti mangiabambini non perdono occasione di cercare di infamare il tuo buon nome. Ora blaterano di attacco alla Costituzione, di interferenza di poteri, di prevaricazioni. Silvio, lo sai, io sono una donna e non ci capisco nulla, ma mi fido di te: sono tutte infamie!!!
E poi, non ti hanno eletto gli italiani? e allora potrai ben comandare  e fare quello che ti pare!
Mi dispiace Silvio che tutti questi zoticoni si siano messi contro di te, ma non ti crucciare: sono solo ingrati.
In fondo tu all'Italia cerchi da sempre di dare tutto il possibile, panem et circem come dicevano gli imperatori romani. Non hai forse dato agli italiani le veline, il Grande Fratello, i talk show idioti e Uomini e Donne? Non è circo questo?
Per il pane, sono sicuro che ti stai attrezzando.
Perché io mi fido ti te, Silvio mio. Lo so che vegli su di noi e ci pensi sempre.
Grazie Silvio, e passa una buona domenica.

Con stima immutata da sempre, tua Phoebe...

PS. Ho notato che ultimamente ti vesti sempre più spesso di nero. Mica ti sarai ingrassato, Silviuccio mio?

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3 febbraio 2009 2 03 /02 /febbraio /2009 23:32
Mi alzo la mattina e mi guardo allo specchio.
Acciaccata dal sonno, vengo brutalmente riportata dalla realtà dal problema re di tutti i problemi: “Che diavolo mi metto??
Detto così sembra un problema irrilevante, assolutamente non paragonabile ai grandi temi del TG.
E a volte lo è.
Ma ci sono quei giorni là, diciamo 1 su 2, in cui nulla ti sta bene, niente ti piace addosso anche se hai un armadio pieno di cose. Perché quello mi ingrassa, questo qui mi mostra la pancia e quest'altro ancora mi fa sembrare una balena incinta.

Perché?
Perché?
In fondo porto la 42, non peso quanto il mio armadio, mi dovrei trovare abbastanza accettabile.
Io non sono grassa, e la parte razionale del mio cervello lo sa.
E' quella irrazionale che non ne è stata adeguatamente informata e siccome è lei che comanda il mio cervello, poco vale che la realtà oggettiva sia diversa.
Mi guardo allo specchio e mi vedo grassa.
Parecchio.
Rotonda.
Che poi lo so che è una mia fissa, la trasposizione delle mie paranoie.
Guardarmi allo specchio e vedermi cicciona, truccarmi in palestra accanto ad una secca naturale e desiderarne la morte immediata per soffocamento. Desiderare quel bacino stretto stretto che manco con l'ausilio della sega elettrica mi verrebbe.

La verità è che noi donne siamo bombardate di stereotipi.
In tv, sui giornali, nella vita di tutti i giorni.
A parte le televisione che propone l'immagine della secca con le tette impossibile da realizzare per motivi di baricentro, basta pensare alle taglie dei vestiti.
Certe marche si abbigliamento fanno i vestiti così piccini che io, che di busto e braccia sono imponente come un bambino eritreo, porto la M. Lasciamo stare poi i pantaloni, li provi ed è un lampo arrivare a portare la 46 anche se tutto ti sembrava meno di esserti ingrassata così.
E giù paranoie, snack dietetici, plicometrie e chilometri di corsa, senza considerare i personal-trainer nazisti.

Tutti remano contro noi donne.
Giocano con le insicurezze, le paure e coi nostri centimetri di troppo. Ma saranno poi davvero di troppo?
Intanto loro ce lo vogliono far credere?
Perché?
Perché? A chi abbiamo pestato i piedi? A chi facciamo male?

La risposta è semplice.
La dieta è il più potente mezzo di controllo sulle donne.
Migliaia, milioni di donne impegnate a stare a dieta sottraggono importanti energie alla loro giornata, alle loro capacità, al loro intelletto e alla loro voglia di vivere.
Avete mai ragionato in assenza di zuccheri? Impossibile, non ci si riesce: guardate la Carfagna come s'è ridotta.
Tutta questa storia dell'essere secche, perfette, lisce come zucchine è tutta un'invenzione dei maschi per tenere sotto controllo il cervello superiore delle donne.
Un cervello che ha un solo punto debole, dovuto ad anni di messa in ombra del sesso femminile: l'autostima.
E qui che va a battere l'essere a dieta, nel desiderio di essere cosa non siamo.

Quindi donne ribellatevi!
Basta inseguire l'idea di un bacino grande come quello di una bambina di 5 anni: se non ci siete nate (come me) non lo avrete mai!
Basta pensare che non avete addominali scolpiti: se gli uomini sono attraenti con un po' di pancetta, perchè questo non dovrebbe valere anche per le donne?
Ma siamo proprio sicure che agli uomini piacciano i manici di scopa piallati?

Ribellatevi agli stereotipi, accettatevi e vivete felici liberi dagli Special K e dalle gallette allegre come un clistere!
Vivete la vita, lottate, combattete e fregatevene!

Io ho deciso di provarci, se ci riesco...

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2 febbraio 2009 1 02 /02 /febbraio /2009 22:50
A tutti i miei lettori, un piccolo regalo per ricordare che i sogni e l'immaginazione sono una parte concreta della nostra vita.
Non dimentichiamolo.
Mai.

***

La pioggia batteva insistente sulla pensilina dell’autobus e Marta si rese conto di star fissando da almeno dieci la goccia che cadeva giù dal bordo della tettoia fino alla pozzanghera fra le sue gambe.


Plof, plof, plof.

Gocce ciccione, agglomerati di acqua proveniente da chissà dove.
Quand’era piccola, quando era ancora una bambina felice, sua cugina le aveva raccontato che fissare le gocce d’acqua che scivolano sulla finestra era la porta per il mondo delle fate.
Lei aveva passato pomeriggi interi d’autunno a fissare l’intricato dedalo di strade che di andava formando sulla finestra del salotto buono di sua nonna , ma le fate non le aveva mai incontrate. Né una fata, né un folletto. Nulla, nemmeno uno gnomo rubizzo e ciccione.
Chissà, magari fissando le gocce che rotolano giù sino alla pozzanghera…
Ma dov’era l’autobus?
Sarebbe dovuto arrivare almeno venti minuti fa.
Marta era sola sotto la pensilina, nemmeno un travestito a farle compagnia in quella tarda serata di novembre. Ne aveva conosciuti di simpatici col passare del tempo, e la diffidenza iniziale si era presto trasformata in una specie di connivenza piacevole e fluida, senza impegno ma senza giudizi.
Ed era così difficile non essere giudicati oggi. Così difficile per lei, con un passato pesante come una corazza che nessun grimaldello riusciva a forzare.
Sola. Così era e così si sentiva. Una condizione necessaria, ma che era diventata oramai una abitudine.
Le mancavano i suoi “amici” stasera, chissà dov’erano. Magari una retata li aveva condotti a bere caffè scadente alla centrale.
Rabbrividì nel cappotto, maledicendo la sua stupida paura di guidare la macchina. Poteva avere queste fobie alla sua età? Si strinse ancora un po’ di più nel cappotto, davanti a lei brillava l’insegna del negozio di fumetti.
Avrebbe di sicuro passato un guaio a rientrare così tardi, la guardia si sarebbe arrabbiata e l’avrebbero portata da quella strega della direttrice. Lei l’avrebbe redarguita, poi con un buffetto sulla guancia l’avrebbe fatta riaccompagnare. La guardava con un senso materno forzato e ridicolo, un buonismo gratuito che lei non aveva mai richiesto. Chi la vuole la tua solidarietà, stronza?
Lei non era innocente, lei non era una vittima. Se stava in carcere era solo perché lo meritava.
Il sistema funziona, il sistema è giusto.
Lei era sola.
Ma le guardie la guardavano con pietà, una pietà che lei detestava e che non aveva mai chiesto. Ma era inutile; era come se vedessero nei suoi occhi azzurri l’innocenza che lei non aveva mai avuto, che aveva perso ad otto anni la prima volta che suo padre aveva abusato di lei. Quell’innocenza che aveva provato a riprendersi cinque anni prima, quando gli aveva tagliato la gola con un coltello da cucina tra le grida di sua madre che piangeva e la chiamava “assassina”.
Ed era quello che era.
Da sempre. Lo era da sempre, come da sempre aveva sognato quel momento.

Tutt’intorno, il buio.
All’improvviso la strada deserta che tagliava in due la periferia fu illuminata da due piccoli fanali in lontananza, luminosi come l’occhio di una bestia accovacciata nell’oscurità.
Marta si alzò in piedi, lisciando il cappotto sulle ginocchia. Frugò la borsa alla ricerca dell’ombrello ed il suo sguardo cadde sulla pozzanghera.

Plof, plof.

Grosse gocce continuavano a cadere disegnando cerchi perfetti, come nel giardino delle ninfe, come nel suo libro di favole di bambina.

Plof, plof.


Una, due , tre. La figura arancione e squadrata dell’autobus si fece più vicina, ma Marta si sentiva inchiodata alla pensilina, gli occhi fissi sulla pozzanghera nera.
Sempre più vicino.
Sempre più vicino.

Al carcere Marta non c’è più tornata. Di lei si sono perse le tracce quella sera di novembre, verso le nove. Evaporata come l’acqua di un temporale estivo.
Probabilmente è scappata in Sudamerica da uno zio ricco e lì si sta rifacendo una vita.
Forse ha preso una brutta strada e si è data alla droga. Infondo, spesso era stata vista chiacchierare con compagnie a dir poche equivoche.
Di certo non può essere come raccontato dal barbone che è solito accucciarsi sotto il portico del negozio di fumetti. Sotto evidenti influssi alcolici, racconta di aver visto l’autobus fermarsi e de lì uscire una miriade di grandi farfalle. Dietro di loro l’autista, vestito con la sua uniforme blu d’ordinanza e un paio di orecchie a punta. Dice di averlo visto togliersi il cappello davanti a Marta rivelando i suoi vistosi capelli viola, farle un profondo inchino ed invitarla a salire. E lei era salita, seguita dallo sciame di farfalle che nel frattempo non aveva smesso di dibattersi tra la pioggia e di rumoreggiare.
Poi l’autobus aveva chiuso le porte ed era ripartito.

Brutti scherzi fa l’alcol, pover’uomo.

Oppure la porta per il mondo delle fate esiste davvero...

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1 febbraio 2009 7 01 /02 /febbraio /2009 00:57
Sfidando un vento sferzante ed il solito freddo perugino, oggi pomeriggio mi sono fatta forza e mi sono avventurata fino alla libreria Feltrinelli. Luogo, vi ricordo, di estrema tentazione visto il celeberrimo fioretto ancora in corso.
Ma, forte del mio amor proprio e della convinzione di poter resistere (ancora per poco), mi sono fatta forza sentendomi sin dall'ingresso né più né meno come un ex alcolista in un bar affollato di avventori col bicchiere in mano.
 
L'occasione era ghiotta, la presentazione dell'ultimo libro di uno dei pochi umbri che riescono a far parlare di sé ricordando al mondo che la nostra regione non è né la succursale della Toscana, né solo ed esclusivamente terra di santi e di verde: Filippo Timi.

Controverso, balbuziente, mezzo cieco, eccessivo. Sopravvalutato per alcuni, idolatrato da altri, ma comunque sempre discusso: valeva la pena attraversare la città e sfidare il freddo per vedere coi miei occhi di che cosa si trattava davvero.

Ed allora eccomi alla Feltrinelli, con una precisione così millimetrica da farmi capitare in mezzo al casino di una sala gremita e infastidita dal caldo e dalla ressa.
Mi faccio largo e mi accomodo in un posto in cui ho una visuale abbastanza ampia.
Alle sei spaccate si parte.

E subito Filippo si dona al suo pubblico.
Giunto al terzo libro, “Peggio che diventar famoso”, il giovane attore/scrittore perugino ha dato il meglio di sé in più di un'ora e mezza di autentico show.

Istrionico, divertente, ricco di aneddoti comuni ma anche vip (Sharon Stone e l'aragosta), Filippo ha intrattettiene fan e semplici curiosi accorsi a frotte in un pomeriggio che più freddo non si sarebbe potuto immaginare. E lo fa con una semplicità disarmante, che ti fa venir voglia di dirgli “Continuiamo la discussione prendendo un caffè?”. Perchè non ha spocchia, non ha filtri, ma racconta sé stesso e le sue passioni come potrebbe fare un amico sincero davanti ad una pizza.

E mentre raccontava la sua vita, mentre faceva battute sulla sua “peruginità” e su come possa essere soffocante vivere qui, mi sono resa conto che mi ritrovavo in ogni parola, sensazione e sguardo come se fossi davanti allo specchio.
E mi sono sentita rinfrancata, rallegrata, con addosso ancora la voglia di scrivere. Mi sono sentita cadere da dosso un peso, come se non fosse così impossibile realizzare i propri sogni. basta lottare, in fondo, basta crederci. Poi la strada, alla fine, la si trova.
Basta crederci.
E non è poco.
Anzi, mi è venuto il desiderio irrefrenabile di dirglielo.

E così ho preso il libro e mi son messa in fila per autografo e foto di rito. Io, che avevo giurato di chiedere autografi solo per il Daveblog e a Bono Vox, mi sono ritrovata in fila con ragazze trepidanti ed ho scoperto che le gambe iniziavano a tremare anche a me.
Sfacciata come poche, gli ho raccontato del mio fioretto, della mia passione per la scrittura, del libro che non riesco a scrivere, del blog (che ha promesso di visitare).

Grazie Filippo, a presto...


PS. Il fioretto non l'ho rotto, tranquilli. Non potrei mai. Li so controllare i miei bassi istinti e le mie dipendenze, io. Il libro l'ho fatto dedicare all'amore mio e sta qui vicino a me, impacchettato ed al sicuro. Ci si può fidare di me, anche quando si tratta di libri...

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26 gennaio 2009 1 26 /01 /gennaio /2009 18:36

Non so se ve lo state chiedendo, ma no, non sono morta e nemmeno emigrata.

Sono in salute (tiè, tiè, tiè!!) e non mi hanno ancora messa in galera.

Per una volta non è colpa nemmeno della connessione a banana dono della Vodafone o del lavoro interessante come sbucciare noccioline.

Sono io che c’ho il blocco dello scrittore.
E' tutta colpa mia.


Ho troppi pensieri per la testa, un gatto che si agita nello stomaco facendosi le unghie sul mio intestino e i neuroni che giocano a ping pong coi pensieri aumentando squilibri congeniti già abbastanza importanti.

Situazioni che non dipendono da me mi tengono imprigionata come un burattino ai suoi fili.

E così mi viene meno la voglia di scrivere, le parole mi muoiono sulla punta delle dita, il cervello vaga nel limbo e quel poco di ironia che mi rimane mi serve tutta per tirare a campare.

C’ho il cervello imballato, insomma.

Ma non è che non torno, state tranquilli.
Era solo così, per dire.

 

Insomma, so incasinata, ma mica vi liberate così di me…

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14 gennaio 2009 3 14 /01 /gennaio /2009 22:56
Ogni volta che penso all'eventualità di avere un figlio, sono colta da panico, gioia e preoccupazione. Una specie di mal di pancia angoscioso unito ad un'incontenibile felicità, ecco come mi immagino l'eventualità.
Perché, i luoghi comuni e i nostri genitori ce lo insegnano, crescere i figli non è facile.
Essere genitori non è facile.
Specie al giorno d'oggi, signora mia.

Con la crisi economica, quella dei valori, il bullismo, il materialismo imperante, la maleducazione, la guerra... bèh, essere genitore non è facile.
Dare tutto ai figli senza però viziarli.
Stargli vicino senza opprimerli.
Aiutarli a relaizzare le (nostre) proprie aspirazioni.
Difficile, ai limiti dell'umano.
Sì, certo.
Ovvio.

Ed essere figli invece?
E' davvero tutto facile?
Oppure l'abbraccio parentale non è poi così amichevole ed innocuo?

Ho un nipote di diciassette anni. Secchione. Ma non secchione normale, proprio dotato. Scrive e parla correntemente francese ed inglese, legge Dostoevskij come se fosse Topolino, ha tutti 10 a scuola ed una mente curiosa e brillante.
Ma non basta,  ha anche vinto molte borse di studio che l'anno portato a fare esperienza a New York, Londra e Parigi e studia come un folle per entrare alla LUISS senza gravare economicamnete sulle spalle dei suoi.
Il classico nerd?
Eh, no. Mio nipote è anche un bel ragazzo. Certo, come può esserlo un diciassettenne coi brufoli. Alto, con il fisico scolpito dal nuoto, una cascata di riccioli castani e due grandi occhi marroni che fanno impazzire tutte le ragazzine della sua classe.
Figlio modello? Oh, no! Mio Dio, no!!!!!

Dov'è il problema?
Ecco, sta qui. Non è sociale, secondo i suoi genitori. Non ha la ragazza, non ha amici fuori dalla scuola, non si trova con gli altri.
Ovviamente a Natale il suo “problema” è finito a tavola come il pandoro.

"E' timido" sbuffa la mamma.
Per me è mosessuato” sentenzia sua nonna soffiando sui cappelletti.
Oppure è socialmente disturbato. Un potenziale serial killer” blatera il padre.
Non sa vivere fuori dai libri, e il sesso non ce lo trovi lì” ha ghignato l'orrido fidanzato di mia sorella.
E io me ne sono stata buona e zitta, perché era Natale e le feste vanno santificate, ma un paio di cosette gliele avrei volute spiegare.
Primo, che c'è molto più sesso ne “L'amante di Lady Chatterley” che nei cinepanettoni di merda che è solito guardare l'orrida creatura che vegeta accanto a mia sorella.
E poi che mica la vedo come una cosa strana che uno così non trovi interessanti le ragazzine della sua età, un po' sciape, con l'ombelico di fuori e la cicca in bocca. A diciassette anni l'amore può essere un ideale, un incontro e non solo un fatto squisitamente ormonale!
Mi sono limitata a dire, dall'alto della mia esperienza di enfant prodige martoriata: “All'Università cambierà tutto” ed al mormorio di disapprovazione che ne è nato, è seguita la delicatezza di mio padre che ha tuonato un “E lasciatelo in pace!!!” che ha troncato la discussione, grazie anche all'entrata in scena del caffè.

Cosa si aspetta un genitore dal proprio figlio?
Una sua copia? Oppure che sia sé stesso, anche se questo può far paura?
E' più facile accettare di avere un figlio sempliciotto piuttosto che uno che si esprime in maniera incomprensibile?
Ed è giusto che un figlio assecondi i genitori o deve andare avanti come una falciatrice dimentico di chi l'ha messo al mondo?
Ed è giusto che i genitori ne intralcino il cammino?
E' giusto portarsi addosso la spiacevole sensazione che qualsiasi cosa tu possa fare i tuoi scrolleranno sempre la testa, disapprovando muti?

No, non è facile essere genitori.

Ma nemmeno essere figli...

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10 gennaio 2009 6 10 /01 /gennaio /2009 21:21

Zen

Ci sono dei giorni in cui mi meraviglio di me stessa.
Giorni speciali.
Giorni zen.

Giorni in cui i tuoi colleghi si rivelano in tutta la loro odiosa stizzosità e perfetta cafonaggine molesta. E io zitta, respiro profondamente e rilasso il cervello immaginando scroscianti e perfetti ruscelli di montagna.

Giorni in cui ti rubano il tanto agognato parcheggio, tanto più importante perché sei drammaticamente ed irreversibilmente in ritardo ad un appuntamento. E io zitta, respiro molto profondamente e sorrido, ignorando l'impulso che la parte bruta del tuo cervello sta inviando al tuo dito medio.

Giorni in cui la tua connessione decide di abbandonarti proprio quando devi spedire un racconto importantissimo. E io zitta, sorrido. Tanto lo so che sarò la nuova Rowling e posso aspettare meditando.

Giorni in cui l'orrido ragazzo di tua sorella sbraita davanti al telegiornale su argomenti che ignora solo per dare fiato, consapevole che come al solito il finale sarà: la colpa è degli albanesi. E io zitta, non replico davanti alla sua imbecillità, ma sorseggio tisane al finocchio.

Giorni in cui vedi Berlusconi vestito come Mussolini e con quei suoi orridi capelli tinti con il lucido delle scarpe a punta della Veronica dire cose senza senso (cosa che avviene puntuale tutte le sere, facendomi dubitare dell'utilità dei telegiornali) ridendo come se l'arteriosclerosi oramai avesse preso il sopravvento in maniera irrimediabile. Io, zitta, ho deciso di accettare che noi italiani siamo un popolo inetto, gretto e senza nessuna coscienza morale. Ho deciso di accettarlo col sorriso, perché poco posso fare per instillare la scintilla dell'intelligenza laddove non ce n'è traccia.

Perché, come diceva mia nonna, non si può cavar sangue da una rapa, quindi è inutile incaponirsi.
Più costrutticvo è  sedersi ad aspettare che la calma torni davanti ad una tazza di tè fumante.

Meglio se con due pasticcini.

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7 gennaio 2009 3 07 /01 /gennaio /2009 13:01

Ieri pomeriggio mi crogiolavo nel mio ultimo pomeriggio di ferie stravaccata sul letto con la copertina di pile addosso ed il riscaldamento a palla. Facendo zapping sono inciampata in uno dei miei film zuccherosi preferiti: “You’ve got mail” (infelicemente diventato in italiano “C’è posta per te”, titolo sfruttato al tritacarne per i più infimi fini da una De Filippi in stato di grazia papale) con una deliziosa Meg Ryan e un divertente Tom Hanks.
E’ un film che mi è sempre piaciuto, e anche se a vederlo oggi risulta un po’ datato come tutti i film di Nora Ephron, è sempre un piacere incrociarlo nel grigiore della tv anche se declassato al pomeriggio di festa.
Libri e romanticismo, che si può volere di più?

L’ultima volta che era accaduto me la ricordo bene.
Era un sabato pomeriggio prima delle feste, forse due anni fa. Stavo facendo i tozzetti (ndr. Parenti alla lontana dei più noti cantuccini toscani, magari la prossima volta agevolo ricettina veloce…) e nell’aria iniziava a spandersi l’odore delle mandorle tostate visto che da poco avevo infornato. Mentre attendevo la cottura mi son messa a guardarlo seduta accanto al forno, ché tanto la visione di un film visto  almeno 35 volte non è impegnativa.
Così, mentre la libraia che io avrei voluto essere (anche se non bionda, eh) chattava con uno sconosciuto innamorandosi follemente del bastardo capitalista proprietario delle librerie Fox che vuol spazzare via la sua piccola libreria, io tagliavo a pezzetti l’impasto e lo rimettevo a dorare. Lei chiudeva la libreria e io spennellavo i biscotti. Finché il finale, come in ogni film d’amore, esplodeva tra mille cuoricini zuccherini e io addolcivo le mie lacrime sceme con i biscotti ancora caldi.
Ed ecco perché questo film per me sa di mandorle e lacrime immancabili.
Lacrime perché un amore così casuale e perfetto può nascere solo al cinema ed il vederlo compiersi stringe sempre il cuore, anche se con la disillusione che la celluloide regala. Perché queste cose mica esistono nella vita vera. E’ tutta finzione, melodramma, sceneggiata.
Oppure no.
Perché allungando la mano verso il mio amore che leggeva accanto a me ho pensato che le storie d’amore dei film esistono davvero. Sono più imperfette nei dettagli, frastagliate dalle noie della vita quotidiana e dai dolori della realtà. Non c’è la scritta “FINE” a suggellare la perfezione, e questo è un bene. Chi lo vuole un amore perfetto?
Così ci siamo guardati la fine del film insieme, abbracciati. E io ho pianto di nuovo, ma non per l’invidia verso Meg Ryan.

Ho pianto perché sono felice e qualche volta si fa fatica ad accorgersene.

E oggi che è il mio compleanno mi voglio far gli auguri da sola, ricordandomi che il bicchiere è sempre mezzo pieno anche se a volte lo vedo vuoto.

Tanti auguri a me, che ho scoperto l’amore quando non ci credevo più.
Tanti auguri a me, che la mattina di Natale ho ricevuto dal mio amore una valigia piena di libri, vero sogno proibito di tutti i lettori tossici come me e pegno d’amore che in confronto un trilogy è nulla.
Tanti auguri a me, che ho delle amiche favolose che valgono più oro di quanto pesano (e dire che sono snellissime, accidenti!) ed una combriccola che non mi fa mai mancare l’affetto.
Tanti auguri a me, che ho una famiglia che mi ama e per quanto strampalata e disturbata possa essere è l’unica che ho e mi sostiene quando ne ho bisogno.
Tanti auguri a me, che ho un lavoro in cui mi sento realizzata come se tentassi di vendere tutti i giorni ghiaccio ai pinguini ma alla fine mi fa mangiare e comprare libri, quindi va bene così.
Tanti auguri a me, che dico sempre di voler scrivere un libro tutto mio ma poi dopo dieci pagine butto via tutto.

E voi, non me li fate gli auguri?

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31 dicembre 2008 3 31 /12 /dicembre /2008 16:34
Anche quest'anno è finito.
In un baleno, per certi aspetti. lento come un macigno che rotola per altri.

Buon anno, auguri, buon anno!
Non si sfugge nemmeno volendo a questo rito di passaggio.
Già dall'inizio di dicembre la domanda imperante è: cosa farai a Capodanno?
E guai a non avere una risposta adeguata, GUAI!!!
Eppure è una sera come tante.
O forse no.
Forse è davvero la serata più importante dell'anno.
Forse è una sera di speranze, in cui sognare un anno che esaudisca i nostri desideri.
Io, personalmente, ci conto.

Oggi è il giorno in cui buttiamo dalla finestra tutto quello che non c'è piaciuto dell'anno appena trascorso e ci stringiamo al cuore quello che c'ha regalato.
sempre poco, ci sembra, ma ne siamo davvero sicuri?
Mia nonna, facendo attenzione alla signora del piano di sotto, buttava sempre giù dalla finestra piatti sbeccati, orribili soprammobili e bomboniere irripetibili.
Tutta roba di cui si voleva sbarazzare in fretta e senza ripensamenti.
Io vorrei buttare giù dalla finestra i piccoli dolori, l'arroganza e la prosopopea delle persone che pensano di sapere tutto, la stupidità di chi non vede oltre il suo naso.


E voi? Sbizzarritevi e... AUGURI DI CUORE!


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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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