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20 ottobre 2008 1 20 /10 /ottobre /2008 12:56

Lunedì mattina.

Occhi ricoperti per un 75% da palpebre che sembrano di piombo, sbadiglio incipiente, desiderio di una influenza moderata ma accettabile che spinga a restare a letto in malattia fino a giovedì.
Greatest hits degli Abba a manetta nell’autoradio, sperando di risvegliare con il ritmo anni ’80 almeno un paio di neuroni a caso.
Insomma, un lunedì mattina come tanti.
Quando svoltando alla rotonda più incasinata del mondo e buttando l’occhio alle macchine allineate nell’altro senso di marcia disposte in una fila disperata, lo vedo.
E’ proprio lui, ne sono certa.

Il mio professore di tecnica delle medie.

Il terribile Torchia, un nome una garanzia.
Di terrore, chiaramente.
Identico a quasi 20 anni fa, dentro un’Audi chiara, il terrore di ogni ragazzino delle scuole medie del mio paese.

All’epoca c’erano ancora due professori per Educazione Tecnica, un uomo e una donna. Lei, di cui poco mi ricordo, era una signora sulla cinquantina (e per questo da noi considerata irrimediabilmente vecchia) sciantosa come una diva degli anni ’50. Sempre con rossetto rosso e messa in piega da paura, l’inverno si acciambellava in cattedra con una voluminosa pelliccia da cui non usciva nemmeno se giravamo il calorifero al massimo.
Lui, il professor Torchia, terribile vicepreside dai poteri illimitati, incarnava per noi studenti l’icona dell’agente delle SS inflessibile e dagli occhi di ghiaccio.
Completo grigio, capelli castano chiaro col riporto immancabile, alto come una montagna e espressione perennemente indagatoria, parlava poco ma la sua voce faceva tremare anche gli altri professori che commettevano l’errore di contraddirlo.

Quando interrogava anche le mosche smettevano di ronzare ed il vento di soffiare. Noi studenti non respiravamo nemmeno per la paura di far rumore (non vi dico che dramma se si era raffreddati…).
Il professore si aggirava tra i banchi in posizione eretta, mani allacciate dietro la schiena, e selezionava l’infausta vittima.
Quest’ultima si alzava in piedi e doveva rispondere ad un fuoco di fila di domande sulle materie prime o sulle strutture delle case, oppure su come si tesse un ordito o sulla differenza tra congelazione e surgelazione. Se sbagliava ed era maschio si beccava un ceffone da antologia, altrimenti poteva ricominciare a respirare.
Se sbagliava ed era femmina il ceffone lo prendeva il compagno di banco maschio, ché le donne non si toccano nemmeno con un fiore e questo è risaputo.
Ovviamente, se eri femmina e somara non trovavi uno straccio di compagno di banco maschio manco se eri Miss Italia.

Severo ed tirato, se attraversava i corridoi tutti rimanevano immobili a guardarsi le scarpe. Anche il più saccente e teppista della scuola si rannicchiava in un angolo nel terrore del suo sguardo gelido.

Esemplare resta negli annali della mia scuola media la sua reazione ad una mancanza di rispetto della ragazza più popolare e carina della scuola (che culo, era in classe mia!). Osò rispondergli in malo modo e lui la invitò ad accompagnarlo dal Preside. Ad un suo sferzante NO, la prese per un braccio. Lei oppose resistenza, iniziando a piangere. E lui, implacabile, la trascinò letteralmente dal suo superiore nonostante lacrime, sceneggiata e tentativo di attaccarsi ai termosifoni. Nonostante gli schiamazzi di lei, non un solo studente si mosse e si affacciò a vedere l’accaduto.

Sono passati ben venti anni, ma per me ancora Torchia è sinonimo di disciplina e ordine, di rispetto dell’autorità. Cosa in cui, dalle superiori in poi, non sono mai stata brava, ma di cui la stragrande maggioranza dei ragazzini spocchiosi e ignoranti di oggi avrebbe un gran bisogno.
E così due mesi fa, al bancone del PAM quando l’ho visto a fianco a me nel suo stesso completo grigio, praticamente identico, intento a scrutare il capocollo con quegli identici occhi celeste ho fatto quello che dovevo.
E cioè sono rimasta immobile  guardarmi le scarpe, pregando Dio di non essere riconosciuta.
E così è stato, anche perché se mi avesse riconosciuta come la ragazzina sfigata con le trecce e i capelli lisci come spaghetti scotti mi sarei data fuoco dentro al PAM, giuro.

Ah, buon lunedì eh!

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16 ottobre 2008 4 16 /10 /ottobre /2008 14:48

Chi lo ha detto?
Non lo so. Un poeta, un cantante, un filosofo. Non lo so, non lo ricordo. Non sono molto brava a memorizzare aforismi anche se sul momento mi colpiscono.
Però è vero.
La paura si annida ovunque, e il nuovo millennio non ne è affatto immune. Paura del diverso, paura dell’extracomunitario sul gommone, dell’aviaria, del musulmano, del vicino di casa che magari è un pedofilo.

L’uomo moderno si nutre di paure a tutte le ore del giorno e della notte, e non solo in politica o nella vita pratica.
La paura la fa da padrona anche nei sentimenti, nell’intimo di ognuno di noi, per non parlare della vita di coppia. Ed è sfaccettata, multiforme ed implacabile. Implacabile specialmente con “l’altro” che si trova a dover affrontare le pene dell’inferno.
Ci sono vari tipi di paura che attaccano l’uomo moderno (e anche la donna, eh… non vorrei essere tacciata di discriminazione dalla Ministra Carfagna…), che potremmo riassumere in diverse categorie:

Il Peter Pan
Tanto per cominciare l’illustrazione, trattiamo un classico. L’uomo (ma ultimamente anche la donna) con la sindrome di Peter Pan è molto diffuso ed è palesemente impossibile smontarne i pezzi per cercare di trarne qualcosa di buono. Ancorato alle sue abitudini come una cozza allo scoglio, continua a giocare con la Playstation o a fare gare in BMX anche se la quarantina si avvicina a grandi passi (o, in alcuni casi, è stata già superata).
Ha talmente paura di cambiare, invecchiare e crescere da sottoporre il suo corpo a prove fisiche massacranti pur di poter dire “Ce la faccio ancora”, salvo poi farsi ricoverare all’ospedale di nascosto. Sfuggente e distaccato, non permette alle persone che lo circondano di capire i suoi sentimenti, tanto è spaventato dalla possibilità di non essere figo come a vent’anni.
Assolutamente allergico alle parole “impegno”, “responsabilità” e “famiglia”, il Peter Pan causa nella sua compagna alte crisi di orticaria nervosa, voglia di strangolamento e esasperazione.
Tant’è che, in genere, dopo innumerevoli sedute liberatorie con le amiche decide di lasciare Peter Pan sull’Isola Che Non C’è  e di scappare con Capitan Uncino, che c’ha sempre
Diretto derivato di questo soggetto è il single di ritorno fobico. Peggiore dei peggiori, egli maschera la sua ritrosia ed il suo egoismo dietro sconvolgimenti psichici ed emotivi causati dalla precedente relazione che, a dir suo, gli ha sconvolto per sempre la mente ed il cuore intaccando le funzioni primarie del cervello. Lei non mi ha mai amato e io ora ho paura che tu faccia lo stesso. Lei mi ha ingannato e ora tu farai uguale. Ho paura, non posso impegnarmi.
Fino a che punto è vero? Fino a che punto non si tratta solo di una maschera? E soprattutto, fino a che punto è giusto che l’altra parte soffra e si sbatta cercando di colmare un gap che sembra un baratro? Diciamo che, come sempre, il limite è dato dallo sbattimento e dalla rottura di balle, che riescono ad annacquare anche il più sincero e puro degli amori.
 
La brava ragazza.
Se finora abbiamo parlato di categorie prettamente maschili, è il turno della categoria più femminile di tutte e diffusa in tutti i paesi, quartieri o rioni d’Italia, da Bolzano a Cefalù.
La brava ragazza, amore di mamma e papà, si fidanza presto, diciamo intorno ai 13/14 anni, con un bravo ragazzo del vicinato che comincia subito a frequentare casa fino a diventare un membro effettivo della famiglia. La relazione va avanti negli anni, supera la prima decade e alla brava ragazza iniziano ad essere fatte pressioni da genitori e parenti. “Quando vi sposate?” è la domanda ricorrente.
Così la brava ragazza, nonostante la giovane età, si trova costretta a prendere decisioni per la vita che magari non sente.
Già, perché il fidanzatino di un tempo magari non è più il suo vero amore, ma negli anni è diventato un caro amico. Lasciarlo? Sembrerebbe la soluzione giusta, ideale. Ma se per 10 lunghi anni o più è rimasta con lui anche se l’amore è finito, un perché evidentemente c’è… Perché la brava ragazza ha paura: della solitudine, del mondo esterno, di affrontare la vita da sola. Anche del giudizio degli altri, perché no. Non è mai stata single, non ha mai affrontato il batticuore di un amore nuovo, la delusione di un amore finito, il corteggiamento con tutti i suoi rituali e nemmeno la soddisfazione dell’indipendenza.
Senza considerare che ha conosciuto sessualmente solo un uomo.
No, dico: UNO.
La sua vita è ferma ai 13 anni.
E allora 9 volte su 10 il fidanzatino lo sposa.

Il solo ed infelice
Categoria che non conosce sesso è invece quello del solo (o sola) e infelice.
Che sia uomo o che sia donna, il solo ed infelice di dibatte e dispera con amici, parenti e familiari della sua condizione di single permanente. Piange e si dispera, spesso con persone che non c’entrano nulla, trasformando la propria frustrazione emotiva in veri e propri psicodrammi.
Tutta colpa della paura di rimanere soli, di invecchiare davanti alla Tv e morire davanti all’ultimo reality, con il proprio pastore alsaziano che ti mangiucchia i piedi. Se è femmina, alla sua paura fa da corollario il fatto che improvvisamente tutti i membri della sua comitiva sembrano essersi misteriosamente accoppiati, come se fosse scoppiato un virus che miracolosamente (o no?) l’ha risparmiata. Acuendo ovviamente il suo desiderio negato e generando in lei/lui terribili crisi esistenziali.
Di solito, dopo un periodo, poi passa.
Spero.

L’ego smisurato
L’essere in questione, diffuso tra amici e parenti, vegeta tra party e feste vestendo alla moda. Cura i suoi interessi ed hobby in maniera corretta e misurata, è colto e divertente. Vive attorniato da amici, è l’anima della comitiva Tuttavia non riesce mai ad avere una relazione più lunga di tre settimane.
Madri, zie e parentado in genere assillano il soggetto apostrofandolo con frasi: “Ma un bel ragazzo (o una bella ragazza) come te!! Possibile non trovi nessuno? Ah, sicuramente non lo vuoi!!” . Frasi che, manco a dirlo, farebbero venir voglia di prendere la megera che l’ha pronunciata per il collo e strozzarla a mani nude come Chuck Norris.
Perché l’ego smisurato una relazione la vuole.
Forse.
Cioè, la vuole come dice lui.
Alle sue condizioni.
Con la persona che dice lui.
No, se ha il piede egizio non va bene. Nemmeno se ha un occhio leggermente più grande dell’altro. O il naso a patata. O le unghie troppo piccole. Per non parlare delle mani troppo grandi.
Che orrore, santo cielo.
Come si può pensare di passare la vita con una con delle mani così?
Insomma, l’ego smisurato ha paura di rinunciare a sé, alle sue abitudini, alla sua indipendenza. Chiacchiera, ma alla fine sta bene così, solo e sfarfallante. Guarda i suoi amici accoppiati, li invidia un po’, ma poi torna a casa ed è felice così, coi suoi mille casini amorosi da gestire.
Ma niente di serio, eh!

Come si superano queste fobie?
Non sono certo una psicoterapeuta, né una maga, né tanto meno un oracolo.
Però posso dirvi che pure io appartenevo ad una di queste categorie e ne sono uscita (abbastanza) brillantemente.
Come? Con la pazzia di voler tentare qualcosa di nuovo, di seguire quello che mi diceva il cuore anche se in testa le scimmie urlatrici mi dicevano che stavo sbagliando tutto e che mi sarei fatta solo male.
E invece, finora, direi che è andata bene.
Per superare le paure che ci chiudono la gola ci vuole un po’ di follia. Quella follia che ci fa buttare giù le porte che chiudono gli occhi e la mente, quei muri che le cattiverie della vita ci hanno fatto costruire.
Togliersi la corazza e tornare bambini. Mostrare i nostri sentimenti a chi se lo merita.
Fregarsene del giudizio degli altri e dei preconcetti che ci hanno infilato nel Dna insieme agli omogeneizzati.
Vivere con allegria.
Senza dimenticare un po’ di sano cinismo, che non guasta mai.

E se vi state chiedendo “In che categoria stai tu?” sono spiacente di informarvi che lo dovrete scoprire da soli.

Magari leggendo le prossime puntate...

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7 ottobre 2008 2 07 /10 /ottobre /2008 19:19
Quando avevo 12 anni io, le dodicenni erano ancora bambine che si dibattevano l’occhieggiare i maschi e la casa a due piani con l’ascensore di Barbie.

Mica come ora, tutte vestite da strappone e con la panza bucata dall’ombelico a spasso di sabato al centro commerciale, signora mia.
Alle scuole medie esisteva ancora la possibilità di scelta tra tempo pieno o uscita alle 13 ed ovviamente i miei mi costrinsero all’inutile uscita pomeridiana che prevedeva, sulla carta, grandi possibilità di materie integrative.
La realtà era molto più misera e dopo il laboratorio di tessitura, quello di ceramica ed il fallimentare approccio con l’atletica, approdai al laboratorio di informatica in cui, all’epoca, era molto figo studiare Lotus 123, Wordstar e affini.

Le ore del laboratorio erano quattro, due pomeriggi la settimana e le lezioni erano tenute da un vecchio professore di italiano, De Meis,  piccolo e curvo appassionato di informatica.

Un pomeriggio, mentre già aspettavamo in fila fuori dall’aula chiusa, ci si presenta la professoressa di matematica, aguzza e stretta nel suo golfino verde ramarro. “Oggi il professore non c’è, sta poco bene, lo sostituisco io”.
Panico.
Vocina timida dal centro del gruppo: “E che si fa?
Scegliete” fa la scopa di saggina verde “o due ore di espressioni o ci vediamo un film in sala audiovisivi”.
Non fa in tempo a finire la frase che siamo già tutti davanti alla porta della sala audiovisivi, rasentando un certo ordine e una certa grazia, ma temendo in cuor nostro (visto il soggetto) di dover vedere un film polacco sottotitolato in russo.
E invece no.
La segaligna insegnante tira fuori tra urla di gioia e applausi scroscianti un filmone dell’epoca, un blockbuster, forse il capostipite dei film catastrofici: “The day after”.

Il film parla dell’esplosione della Terza Guerra Mondiale, con lancio di bombe nucleari assortite e tutto l’armamentario e dei suoi effetti devastanti sui protagonisti.
I morti, la contaminazione, la distruzione della terra, gli effetti delle radiazioni. E soprattutto, la “neve radioattiva” che tutto ricopre.
Tornai a casa ammutolita, con lo zaino sulle spalle e poca voglia di parlare.
Mi sembrava che il freddo di quella neve finta mi fosse entrato nelle ossa.

La sera non riuscivo a dormire, mi rigiravo isterica tra le coperte.
Mia madre si sedette allora sul bordo del letto e mi disse: “Allora? Che c’è?
E io vuotai il sacco. Le parlai del nucleare, della Guerra Fredda, delle radiazioni, della neve.
Avevo paura e non potevo non dimostrarlo apertamente a mia madre.
Lei mi accarezzò la testa, mi diede un bacio in fronte e disse solo: “Andrà tutto bene
Quelle parole facili mi scaldarono il cuore.
Sì, andrà tutto bene.

Ed io oggi mi sento inquieta e spaventata proprio come quella notte, a rigirarmi sola nel letto.
E avrei bisogno che qualcuno accarezzandomi la testa mi dicesse con dolcezza: “Andrà tutto bene” sciogliendo in un mare caldo tutti i miei problemi.
Ma non si può. Non ho più dodici anni.
Non ci sono più i miei genitori a pensare per me, a nascondere i problemi della vita al mio occhio di figlia.
Sono una donna e sono gli altri ora a contare su di me.

Anche se non so se sarò all’altezza…

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4 ottobre 2008 6 04 /10 /ottobre /2008 15:45
Sì, lo so, come al solito arrivo tardi sulle cose.
Ieri a pranzo il mio amichetto tecnologico mi fa: “Scaricati il video che si chiama La storia delle cose, è davvero interessante! ma come fai a non conoscerlo?? Una come te?!!”

Così ieri, in ritardo comprensibile su tutta la popolazione terrestre dotata di Internet, anch'io mi sono vista l'interessante documentario di Annie Leonard, esperta di sviluppo ecosostenibile e di salute ambientale che ha girato il mondo per documentarne le condizioni.
Il video dura venti minuti e chi non l'ha ancora visto può agevolmente provvedere cliccando sulle immagini qui sotto (è diviso in tre per comodità, non fate i pigri e non fermatevi al primo, pulciari!!).


In un mondo comandato dalle multinazionali in cui i governi sono solo burattini sorretti da fili, le persone normali sono solo carne da macello?
Il mondo corre sparato verso la distruzione, comandato dalla sua onda consumistica senza freno, dallo smodato desiderio di possedere più cose abilmente indotto dalla pubblicità?

Parrebbe di sì. 
E sembrerebbe anche un processo irreversibile.
Devastazione, sfruttamento, produzione di sostanze tossiche, sopraffazione delle popolazioni non commercialmente interessanti.
Devo dire che il video mi ha molto colpito sotto vari aspetti.
Ma se c'è un momento per me in cui fa centro nella mente femminile, non è tanto nella descrizione della contaminazione del latte materno, ma quando parla di scarpe.

Già.
Un anno va il tacco fino, l'anno dopo quello spesso. E se nell'anno giusto non hai la scarpa giusta non sei alla moda e ti senti fuori posto perchè non rispetti i dettami della pubblicità.
Terribile.
Ma terribilmente vero.

Quand'è che siamo diventati così sciocchi?
Quando abbiamo iniziato a vendere l'anima per uno stereo nuovo?
Quand'è che ammassare cose è diventato più importante che godersi quello che si ha?
Il video è riferito agli USA, terra di origine della Leonard, ma riguarda tutto il mondo industrializzato, il cosiddetto mondo civile a ci anche noi apparteniamo.
E cosa facciamo in Italia?
Cosa fa un governo

Dovremmo tornare ai dettami dei nostri nonni, rispettare le cose che si hanno e non bramare sempre.
Riciclare, essere cittadini coscienziosi.

Ma forse oramai non basta più.

E voi, che ne pensate?











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2 ottobre 2008 4 02 /10 /ottobre /2008 14:52

Stamattina mi sono svegliata ed ho realizzato: è quasi inverno.
Che scoperta, eh?

I colori dell’autunno sono stati già spazzati via, sul lago ondeggia la nebbiolina mattutina che non mi lascerà fino a marzo.
Come in un ribaltarsi di stagioni, siamo passati dall’estate all’autunno in un soffio.

Non esistono più le mezze stagioni, signora mia.
Riscaldamento globale?
Forse, signora mia, forse.

La mattina odio la sveglia che suona e mi rintano ancora di più al centro del letto.
La gatta si struscia con vigore contro il termosifone ancora freddo, guardandomi speranzosa ed implorandomi di girare quel maledetto interruttore.
Piumoni e coperte riposte nell’armadio attendono di entrare in campo.
Mia sorella gira in casa coi calzini antisesso spessi un dito e dotati di fiori, farfalle e gattini.
Il cambio dell’armadio mi attende come una minacciosa necessità del fine settimana.
Inscatolare l’estate, i suoi colori, la sua allegra spensieratezza, mentre il cappotto bussa forte sull’anta interna dell’armadio.
Metterla in scatoloni comodi e ordinati, con l’inventario scritto sopra.
Qui le magliette e le canottiere. Lì i pantaloni e le gonne. Laggiù scarpe e ciabatte.
Impacchettate per un futuro che ora sembra lontano anni luce.

Dell’autunno restano i colori delle foglie dei tigli, rimaste prematuramente sconvolte dall’abbassarsi delle temperature, appese e mute nei loro gialli e rossi sgargianti.
Sono state consumate in fretta quest’anno, presto andranno a fare da tappeto ai bambini imbacuccati che vengono a giocare al parco.

I cambi di stagione mi rendono inquieta, sempre.
In primavera si vive nell’attesa delle promesse dell’estate.
In autunno si attende trepidanti il freddo che porta con sé il Natale e le corse tra la neve vestiti come omini della Michelin.
Tutto è attesa.
E io odio attendere.


Anche se a volte è inevitabile…

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24 settembre 2008 3 24 /09 /settembre /2008 00:52
Stavo lì, in attesa del prelievo del sangue nel corridoio della piccola ASL del mio paese, stringendo in mano il cedolino col numero 39.
Mi ero portata un libro da leggere per ingannare l’attesa, ma il mio mononeurone non si accende mai prima delle nove, è risaputo.
Così mi sono dedicata al mio hobby preferito: osservare la gente. Ma non per criticare l’abbigliamento o l’aspetto. A me piace immaginarne la vita, le gioie, i dolori, le ambizioni.

Gioco favoloso per ammazzare la noia.

Ed allora ecco là che arriva la strappona sulla quarantina “vorrei-mai-non- posso” con jeans Denny Rose troppo attillati su vita e cosce ed una tinta per capelli troppo chiara da cui fuoriesce un corvino impenitente e contro cui non si può combattere.
Me la immagino diversa, ragazzina di paese un po’ cicciotta e dimessa, fidanzata da secoli con lo stesso vicino di casa e con cui celebrerà il classimo matrimonio villano e paesano.
Me la immagino tornare a casa un po’ prima la sera e trovare il marito a letto con un altro, reagire a male parole ma non dire nulla fuori per conservare l’onore. Tenersi tutto dentro, ma modificare il resto stravolgendolo il proprio aspetto.
Ah, me la immagino frequentare i locali per scambisti.
Col marito, ovvio.
Interessante, no?

Ma ora concentriamoci su di lui; lui, il biondastro seduto sulla seggiola in fondo sprofondato nel quotidiano. Per me fa finta di leggere.
Non è quello che vorrebbe far credere, un ragioniere, un impiegato o simile.
No, no.
Lui è un sicario.
Lo si riconosce dal fatto che non se ne sta a faccia in su come tutti gli altri ammirando il led luminoso dell’eliminacode nella speranza che esca il numero che strige in mano. Lui non sta aspettando di fare il prelievo, ma sta pedinando… mmm… vediamo… ecco! Lui, sta pedinando il grasso signore in giacca e cravatta appoggiato al muro, che gioca disperato con il pacchetto di sigarette proprio sotto la scritta “Vietato fumare”, come se passandolo tra le dita gli potesse trasmettere flebili tracce di nicotina.
Ecco, lui in realtà è un piccolo imprenditore che ha commesso un errore più grande della sua panza: ha fatto uno sgarro alla mafia russa e ora la pagherà.
Uscendo dall'ASL la sua macchina sparirà e non verrà mai ritrovata. “Forse è fuggito in Brasile” diranno le comari del paese, oppure "A me quello lì non m'è mai sembrato a posto, eh!".
Fico, no?

Poi c'è la coppia anziana davanti a me.
Lui è il classico uomo col cappello, terrore di ogni sano automobilista, che guida la Panda a 45 all'ora: occhiali spessi, cappello di peltro e pantaloni di velluto a coste. Porta un giubbino che andava di moda quindici anni fa e che gli arriva sotto le chiappe.
Lei è la tipica ultrasettantenne da balera; capello appena cotonato, scarpe col tacco quadrato, piccola e tonda come una di quelle polpette che le piace cucinare ai nipoti. Maglione a scacchi su innovativi pantaloni diritti. All'inizio non voleva metterli, le faceva specie, ma poi sua figlia ha insistito così tanto!! E ora, anche se guardandosi allo specchio si trova strana, li mette con piacere perché son comodi, signora mia.
Li immagino ballare alla Sagra del pesce sfilettato, con lei che sculetta e lui che ancora sorveglia guardingo, geloso dopo cinquantanni di matrimonio.
E penso che tra quarant'anni vorrei essere così.

Poi ecco l'infermiera.
Cammina con lo sguardo torvo, i capelli che le escono dal cappellino della divisa in maniera scomposta. Non so perché, ma ha le guance arrossate e sono certa che abbia una tresca col dottore responsabile della ASL e che...

Opppss... scusate, è arrivato il 39!!!

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22 settembre 2008 1 22 /09 /settembre /2008 00:03
Da bambina ero terrorizzata dal crocefisso.
Non lo volevo in camera e se mia madre provava ad appiccarlo sopra la porta iniziavo a piangere ed urlare come se qualcuno mi stesse picchiando selvaggiamente.
Non vi dico poi quando accompagnavo mia madre in chiesa. Davanti alla statua a grandezza naturale che ancora troneggia la chiesa del mio paese iniziavo a tremare e mia madre mi doveva accompagnare fuori tra le occhiate pettegole delle comari.

L'immagine della Madonna invece mi piaceva molto.
Mi mettevo in piedi sul letto e osservavo l'ovale che era appeso sopra la testata. Avevo cinque anni e la sua immagine così placida e buona mi scaldava il cuore, mi consolava di una brutta giornata o di una sfuriata immotivata di mio padre.

Ma il crocifisso proprio no.

Mia madre decise di prendere il problema di petto, forse temendo di aver generato l'anticristo o di avere in casa una piccola posseduta che col tempo sarebbe divenuta refrattaria anche all'acqua santa.
Si sedette sul bordo del letto e mi chiese il perché avessi così paura di Gesù.
Io, candida come solo una bambina di cinque anni può essere, risposi: “Ho paura perché sta lì, sulla croce. Vedo le mani ed i piedi feriti, vedo che sta male. E ho paura che qualcuno lo faccia anche a me”.
Ma non devi avere paura” mi disse “ci siamo io e papà a proteggerti. E anche Gesù da lassù ti protegge!
Io la incalzai:”E a lui? Nessuno lo ha aiutato? Perché?
Mia madre, spiazzata ed incapace di spiegarmi il martirio di Gesù, mi baciò la testa e mi rimboccò le coperte.

Io, tremenda sin da piccola, non cambiai la mia opinione e mia madre fece quel che doveva: ne parlò con sua madre.
Mia nonna quindi un pomeriggio, rompendomi il guscio dell'uovo alla cocque che aveva abilmente posizionato nel portauovo accanto a una fetta di pane accuratamente fatta a strisce sottili, mi disse:”Allora, com'è questa storia del crocifisso?
Abbassai gli occhi, infilando la prima striscia di pane nell'uovo.
Ecco,” le dissi “non lo voglio in camera perché mi fa paura. Non voglio...” balbettai ricacciando indietro le lacrime.
Sai, non devi aver paura” disse girandosi verso il lavello e iniziando a rassettare la cucina "è solo una statuetta, non ti fa nulla".
Ma ci sono i chiodi, il sangue... degli uomini cattivi gli hanno fatto male e forse ne faranno anche a me...” dissi con il labbro inferiore tremante.
Amore, non avere paura! Non serve a nulla, solo a star male prima del tempo
Tirai su col naso e presi un'altra striscia di pane da inzuppare.
Gesù non è morto sulla croce per niente, sai? E' morto perché credeva in un'idea, credeva nell'uguaglianza e nell'amore. Poteva salvarsi, eh? Non era mica uno così, uno tonto” disse asciugandosi le mani sul grembiule “Suo padre l'avrebbe potuto salvare, ma lui non ha voluto. Morì per salvare tutti noi, per dare un esempio e per farci capire quanto è importante credere. Hai capito?

Non so quanto all'epoca compresi di quel discorso, ma annuii continuando a mangiare l'uovo con la noncuranza dei bambini.

Dopo una settimana il crocifisso entrò nella mia stanza e io me ne dimenticai, tutta presa dalla notizia dell'imminente arrivo di una sorellina con cui, ero certa, avrei passato momenti bellissimi e felici di titale appartenza e comprensione.
Illusa...

Ma quel discorso di mia nonna non l'ho più scordato.

Ed è per questo che porto sempre il crocefisso, per ricordarmi che  si può morire per quello in cui credi, che bisogna lottare tutti i giorni, che la fede sta nell'anima e nessuno te la può rubare.
Che è inutile avere paura. La paura dell'ignoto, del diverso, della morte, di qualunque cosa sia, la paura genera solo altra paura. E dolore ingiustificato.

Ed è per questo che i crocefissi non devono stare nelle aule, nei tribunali, negli ospedali e in genere negli spazi pubblici. Bisogna rispettare la laicità dello Stato e la religiosità del suo popolo.

Qualunque essa sia.

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19 settembre 2008 5 19 /09 /settembre /2008 15:54

All’inizio fu lo step coreografato.
Mi piaceva compiere acrobazie e mille giri sullo step. Non solo era divertente, ma alla fine era anche una gara a chi sbagliava di meno e ci sentivamo tutti un po’ come nella scuola di “Saranno Famosi”.
Poi è passata l’euforia, anche grazie a certi doloretti alle ginocchia causati dall’età che avanza.

Poi è arrivata la fitboxe.
L’adoravo, perché arrivavo a lezione incazzata come una scimmia a cui hanno pestato la coda, visualizzavo la persona da picchiare e menavo il sacco più forte che potevo.
Pum, pum, pum! A fine lezione ero di nuovo in grado di affrontare il mondo civile senza finire in galera per rissa. O, almeno, di affrontare il mondo un po' più rilassata. E mi sentivo anche un po’ Hilary Swank ad essere sinceri.
Poi, come tutte le cose, è passata l’euforia. Continuo a farla, ma solo perché spero vanamente in una tonificazione della parte superiore del corpo.

Poi è stato il turno del pilates.
Niente sudore, sforzo interiore, contrazioni, allungamento, bla bla bla. Un po’ noioso, ma (mi dicevo) se a madonna il pilates la mantiene così a 50 anni, chissà cosa può fare a me che ho quasi vent’anni di meno.
Ma alla fine, causa orari improponibili, ho abbandonato.

Ma tutto questo è il passato.
La mia vera attuale fissa è ora il modernissimo ed ultratrendy Heat Program.

Voi mi direte (come fanno tutti) allibiti: “E che roba è?? Se magna???

Facilissimo! L’Heat Program è una nuova lezione di gruppo (simile allo spinning nelle modalità) che si svolge su un tappetino magnetico che è azionato interamente dalla persona che ci sta sopra. da qui a tempo di musica si fa jogging, power walking, trekking, si scalano salite e via discorrendo. Però non si corre mai come criceti. Tutti possono farlo, è indicato per chi ha problemi alle ginocchia o alla schiena perché non affatica e va bene per tutte le età, purchè si sia così intelligenti da misurare lo sforzo sulle proprie possibilità. La mia vicina di tappetino è in genere una arzilla settantenne che non si fa scappare una lezione.
Per me che adoro correre, ma che mi ritrovo con un piede invalido, è l’ideale.

E' un allenamento molto pesante ed aerobico, avvalorato soprattutto dalla puerile speranza di salvaguardare le chiappe da una prematura vittoria della forza di gravità.
Ma soprattutto contiene in sé una alienante voglia di continuare a farlo e genera negli adepti (perché alla fine siamo diventati una setta) una sorta di dipendenza.
Esagerata?
Vi dico solo che ho fatto lezione (e non ero affato sola) il 31 luglio all’ora di pranzo, con il mio istruttore preferito vestito da spiaggia, con 36 gradi fuori e Maracaibo come sottofondo.

Se non sono dipendenze queste…

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15 settembre 2008 1 15 /09 /settembre /2008 12:00

Ieri, mentre l’istruttore in palestra mi obbligava a fare gli esercizi per i glutei in quadrupedia (il primo che fa una battutaccia lo stendo con la presa del dito Uxi, giuro!) l’occhio mi è caduto sull’etichetta dell’asciugamano che avevo appoggiato sopra il tappetino.

Made in Pakistan.

Sarà stata la posizione che mi causava poco afflusso di sangue al cervello, ma la cosa mi ha incuriosito ed anche un po’ sconvolto.
Un oggetto così di uso comune, un banale asciugamano 100% cotone, dono della palestra per aver sottoscritto il mega abbonamento annuale per arrivare da me ha fatto mille milioni di chilometri, è passato per chissà quante mani, attraverso container e navi fino ad arrivare alla mia palestra nella dimenticata provincia umbra.

Un semplice asciugamano 100% cotone, non un albero della pioggia messicano, una seta particolare o una nanotecnologia: un semplice asciugamano!

L'etichetta millanta un 100% cotone, niente particolarità, un banale asciugamano come ce ne sono milioni ad affollare le nostre cse.

Occorreva per forza arrivare in Pakistan a comperarlo? Non ce ne erano in Italia?

Certo che sì, ma ovviamente costa molto meno far produrre millemila asciugamani in Pakistan (dove non credo che i lavoratori abbiano molti diritti o un sindacato), impacchettarli, infilarli in un container, sbatterli su una nave, scaricarli al porto di Napoli e da lì farli arrivare a Perugia.
Qui un’azienda del posto c’ha sbattuto il logo della mia palestra ed et voilà! 

Molto meno caro che produrli in Italia, magari qui a Perugia dove la media e grande impresa sta morendo, dove trovare un lavoro è come vincere al Superenalotto.
Se da un lato questa è la legge del libero mercato e bisogna adeguarcisi, dall’altro è giusto eticamente incentivare paesi in cui i lavoratori non hanno nessun diritto, nemmeno quello alla propria vita?
Paesi in cui i lavoratori non hanno ferie, orari, straordinari pagati, certezza del contratto e dove la sicurezza sul lavoro è direttamente proporzionale allo stipendio.
Economico e globale.

Ma il Pakistan, come la Cina e l’Asia in genere, è lontano.
Basta chiudere gli occhi e pensare al risparmio, i chilometri faranno il resto.
Quanti paesi quest’asciugamano ha dovuto attraversare?
Molti, è vero.
Ed il mio atlante delle medie, che non è più utile nemmeno per le domande del Milionario , non può nemmeno aiutarmi.  Perché per lui esiste l’URSS, la Jugoslavia è intera e di Germania ce ne sono due.
Il mondo cambia, evolve (o involve).
Modifica la sua geografia, la sua economia, i suoi spazi.
Globalizzazione, certo.

Ma forse non è che sia sempre un bene…

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7 settembre 2008 7 07 /09 /settembre /2008 21:50
Stasera, mentre ero sotto la doccia per riprendermi dalla giornata spesa tentando di mantenere la tintarella, la mia mente ha iniziato come al solito a vagare.

Non so come mai (ma mi capita spesso in questi giorni) mi è venuta alla mente Miss Sarah Palin e le sue disgustose teorie ideologiche. No all’aborto, no all’educazione sessuale, a puttane il Protocollo di Kyoto e l’ambiente in generale, spianiamo l’Iraq, ecc ecc. Ah, sempre nel nome di Dio, eh!
Sua figlia si fa mettere incinta al liceo?
Riparerà sposando uno che probabilmente ha visto tre volte perché “ha sbagliato”. La sua felicità?  La sua volontà? Non importa, hai sbagliato e ora ripari: così ha detto Dio!
Le nasce il quinto figlio affetto dalla sindrome di Down? Quale migliore animaletto da esporre alla convention repubblicana?
Non c’è che dire, la Santa Inquisizione spagnola era comandata da dilettanti, al confronto…

Comunque, ero lì che mi insaponavo e ripensavo ad una discussione fatta in spiaggia con una mia amica che si professa di destra. Esponevo la mia teoria sull’aborto e lei annuiva. Affermavo la necessità di una legge che tuteli le donne, il loro diritto di scelta e di poter decidere della propria vita. E lei annuiva. Sulla necessità di educare alla contraccezione, alla prevenzione, sul fatto che solo una cultura diversa può aiutare. E lei annuiva.
Come me.
Ecco, mi era venuto in mente di dirle che chi è propriamente di destra, non la pensa esattamente così, e che lei si fregia di appartenere ad una ideologia (giusta o sbagliata non sta a me dirlo, posso solo dire quanto sia lontana dal mio modo di sentire) ci cui non fa parte.

La “cultura di destra”, specie negli ultimi anni, è sempre più ispirata ai valori cattolici e non c’è sgranarosari (Nonna Spina dixit) che non voti lì sebbene il prete dall’altare non consigli più dove mettere la crocetta.
Mi fa sorridere come la mancanza di senso critico dei cattolici poi si rifletta così anche nella politica. Già, mancanza di senso critico, che fa sbandare un’ideologia e un modo di pensare da Hitler a Dio.
Eresia? Forse, ma il parallelo è inquietante. Quali migliori regole da seguire se non quelle stabilite dall’autorità papale? L’Iraq invece di Gerusalemme, il petrolio invece della via della seta.
Corsi e ricorsi?
La mancanza di senso critico e la rigidità tipica delle persone che votano a destra non ha forse bisogno di regole ferree che diano sicurezza all’animo? E chi meglio di Dio? Chi meglio della religione cattolica, che definisce non a caso i fedeli come pecore?
Siamo davvero le pecore da portare al pascolo fiduciose del buon pastore?
Ed è così brutto essere pecore smarrite quando non si può diventare pastore di sé stesso?
Non si può negare che ovunque la classe intellettuale sia storicamente di sinistra, anche in paesi in cui vige una dittatura (magari proprio di sinistra, come un cane che mangi un altro cane) o in cui invece, come in Italia, ci si culla nel placido e sereno mare dell’indifferenza.

Già perché il discorso destra/sinistra, pensavo applicando il balsamo ai capelli, non si può applicare in Italia. Un paese che ha rinunciato alla satira, perché alla gente non interessa più. Forse è per questo che mi sto accalorando tanto per le elezioni americane, perchè ancora da loro la politica vale.
Ma in Italia? Nel paese dei burattini, dei nani e delle veline?
Un paese in cui i propri schieramenti politici sono solo ombre del passato, fantasmi privi di nerbo che hanno capitolato entrambi di fronte ad un partito monomarca come un negozio di abbigliamento casual. Un partito che morirà quando Dio chiamerà a sé il suo artefice, magari facendo diventare santo.
Finito di fare la doccia, con l’accappatoio ed i capelli bagnati sono uscita in giardino.
Il sole tramontava su una giornata pigramente afosa e caliginosa.

La doccia era quello che mi ci voleva…

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