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7 maggio 2008 3 07 /05 /maggio /2008 22:21
Io sono sbadata.
E anche un po' imbranata.
Anzi, sono terribilmente imbranata.
Capirete che il mio rapporto con tutte le estremità del mio corpo, sbatacchiate contro angoli acuti e spigoli appuntiti, non è che sia buonissimo.
Prendete per esempio le mie unghie. Le mie disastrose unghie.
Non le mangio, per carità: troppa fatica.
E' che mi si spezzano, si rompono, rimangono incastrate vattelapesca dove.
Una volta ne ho fracassata una sbattendola contro il volante. Veramente, ora che ci penso, più di una volta...
E poi faccio fitboxe.
Figurarsi.
E a fare la manicure mi scoccio, non sono capace. Va a finire sempre che mi taglio 2 cm di unghie e anche le dita se va male.
 
Accanto a me mia sorella, la mia nemesi.
 
Mia sorella ha iniziato a mangiarsi le unghie appena gli si sono formate nella pancia di nostra madre ed è andata avanti a divorarsi in modo vorace e famelico anche le dita fino all'età di 24 anni, anno in cui la sua estetista la iniziò alle meraviglie della ricostruzione delle unghie e della french manicure.

Se vivete fuori dal mondo in un eremo in cima ad un   monte e pensate che la french manicure sia una malattia della pelle, vi istruirò io a dovere illuminando la vostra vuota e poco glamour vita.

La french manicure è una tecnica per la cura delle unghie che mette in evidenza il contrasto tra la parte principale delle stesse e la punta usando lo smalto con due colori diversi (in genere bianco e trasparente, ma ce n'è per tutti i gusti soprattutto quelli trash). Non importa la lunghezza delle unghie e può essere fatta sia sulle proprie che applicando delle unghie finte dette tip. Il tutto ricoperto abbondantemente da una specie di gel che le indurisce fino a renderle simili a piccoli coltellini (se lunghe, ovviamente) e che impedisce a mia sorella di rosicchiarsele pena dolorose sedute di ricostruzione dal dentista.
Il gel indurisce le unghie fino a renderle praticamente indistruttibili.
sempre che non si scollino e ti saltino via.
Che impressione.

Logicamente, se si vogliono unghie tutte uguali della stessa identica lunghezza bisogna usare 'ste famose e benedette tip, perché tutte le unghie precise non ce l’ha nemmeno la regina delle nullafacenti a meno che non si pratichi iniezioni di calcio in vena.
Ora, il costo di questa operazione si aggira intorno agli 80/90 euro per la prima “installazione” e circa 70 euro al mese per il mantenimento ed eventuale sostituzione di pezzi.
Sì, sostituzione di pezzi. Proprio come per un frullatore o un robot.
Ah, sempre che l'estetista sia onesta.
Cosa rara, ahimè.

Si comincia così, per provare.
Per caso, per vedere come ti stanno addosso.
In fondo sono belle, come negarlo?
E poi diventa una malattia.
Donne giovani e meno giovani che passano la giornata a rimirarsi le unghie per notarne le minime imperfezioni.
Anatemi scagliati ad estetiste colpevoli di aver steso micron diversi di gel sull’anulare e sull’indice.
Brillanti, disegnini, pupazzetti ed applicazioni per decorare il tutto come se piovesse.
Ed unghie via via sempre più lunghe.
Una specie di ossessione.
Una vera escalation.

Io guardo queste giovani donne ed il mio cervellino si fa diverse domande.
Prima di tutto, come fanno queste donne a svolgere una vita normale senza sentirsi Edward Mani di Forbice? Come fanno a battere sulla tastiera senza scrivere asdfex
E le lenti a contatto? Come fanno a mettersi le lenti a contatto senza affettarsi a julienne una pupilla?
Per non parlare di pratiche più “intime” che non vedo come possano essere svolte con quelle innaturali appendici. a meno che tutto questo rischio non aggiunga una certa perversione ed eccetazione. in fondo, il mondo è bello perchè è vario.

Ma magari mi sbaglio.
Sono io che ho un pregiudizio, perché trovo illogico spendere dei soldi (e parecchi anche) per una cosa del genere.
Ma, in fondo, una ossessione è una ossessione e merita rispetto anche solo per questo.
Ognuno ha le sue, libri o unghie non credo possa fare molta differenza.
Purché mia sorella non si trasformi nel corso degli anni in una novella Lee Redmond.

Sia chiaro, io dalla D’Urso non ce l’accompagno manco morta…

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29 aprile 2008 2 29 /04 /aprile /2008 23:02
Domenica sera di primavera, ore 21.

Vado a mettere il gasolio, che già in questi giorni non è una prospettiva allettante ed entusiasmante.
Scendo, metto i miei 20 euro nella macchinetta che solo al quinto tentativo decide di non sputarmeli con ribrezzo.
Infilo la pompa nel serbatoio con maestria consumata (ndr. niente allusioni sessuali, pliz) e mentre metto il gasolio inizio a guardarmi intorno.
La stazione di servizio è ancora relativamente affollata, visto che si tratta di un distributore indipendente che fa pagare ancora il gasolio a €1,28/litro. Sempre di ladrocinio si tratta, per carità, però almeno mi sembra di trovarci un barlume di onestà. O di furbizia, dipende.
In ogni caso di convenienza per me.

Ad ogni modo noto che al limitare della strada c’è una prostituta vestita (poco) di bianco.
Mi ero dimenticata che questa pur essendo una zona residenziale di notte diventa la passeggiata di decine di prostitute straniere e non, e questo nonostante le vibranti proteste di chi ci vive e non vorrebbe vedere certe cose.
Che però esistono.

E lei se ne sta lì.
La ragazza in bianco fuma distratta una sigaretta ballonzolando da una zeppa con tacco 12 all’altra nell’aria fredda della sera.
Penso contemporaneamente che questa primavera non vuol proprio arrivare e che lei non avrà nemmeno diciotto anni.
Mora, magra e troppo truccata, si appoggia al lampione con la noncuranza di chi non aspetta più nulla.
Chissà quanti mila chilometri sarà lontana da casa e chissà se pensa mai a tornarci, se c’è qualcuno che l’aspetta o solo che si chiede che fine abbia fatto.

Chiudo il tappo del serbatoio e il rombo di una macchina mi fa sussultare.
E’ un ragazzo, avrà circa la mia età o poco più, che guida una Clio. Dalla macchina scende al volo un’altra ragazza con una minigonna di jeans così corta da essere praticamente inutile che si posiziona accanto alla collega. La macchina riparte facendo fischiare le gomme come se volesse allontanarsi il più velocemente possibile, lei si accende una sigaretta chiacchierando con la ragazza vestita di bianco.
Chissà cosa si raccontano.
A guardarla in viso sotto al trucco pesante questa sembra ancora più piccola di quella vestita in bianco.
Salgo in macchina e mi preparo ad incanalarmi in strada, quando una Mercedes ultimissimo modello mi taglia l’uscita e si piazza a fianco delle due.
Una breve contrattazione, poi entrambe salgono in macchina e vedo la macchina sparire nella notte.

Me ne torno a casa disgustata e con un mattone nel cuore.
In che mondo viviamo? L’ho sempre saputo che l’essere umano è una creatura schifosa e abietta, ma vederselo sbattere in faccia così fa sempre male.

Che genere di uomo paga per fare del sesso con una ragazzina truccata e vestita in modo volgare raccattata al lampione di un distributore?
Che uomo approfitta della sua condizione, incentivando il mercato comandato da coloro che abusano di lei?
Che uomo non si sente rimestare il sangue nel profondo pensando che potrebbe essere sua figlia ad avere negli occhi quel disincanto che segue il buio della disperazione e la fine di tutte le lacrime?

Parlandone una sera a cena, tutti i maschi seduti alla tavolata direbbero inorriditi “Non io! Io mai!”, eppure il ragazzo con la Clio dimostra che non sono solo vecchietti vedovi con l’Ape Piaggio ad andare a puttane.
Anzi.
Tutt’altro.

Se da un lato mi invade il disgusto più feroce, dall’altro non posso non provare pena per delle povere ragazze vittime spesso di racket sanguinari e violenti, sbatacchiate in giro per quella meravigliosa Italia vista n TV in cui credevano di trovare il Paradiso ed in cui invece hanno trovato l’Inferno.
Qui non si parla della ragazza/donna che ha scelto di fare il mestiere più vecchio del mondo e magari chiede pure di pagare l’IVA e tutte le tasse, ma solo se le riconosceranno la pensione a tempo debito.
Si parla di sfruttamento, riduzione in schiavitù, mercificazione della persona umana. Tutti reati che passano sotto silenzio, perché tutti sanno ma nessuno fa nulla.

Perché è una lotta contro i mulini a vento.
Perché si lotta contro la natura stessa dell’uomo in quanto tale, che se può depreda.
Sfrutta. Abusa dei suoi stessi simili.
Ed è anche ipocrita. Infila la testa sotto la sabbia e nasconde alla sua morale i pruriti che lo attanagliano nel profondo.


E’ l’uomo…

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27 aprile 2008 7 27 /04 /aprile /2008 21:10
La mia famiglia comprende personaggi molto originali che da sempre animano la vita del mio paesello ai limiti estremi della provincia.
Ma ben più della zia ubriacona che balla sui tavoli della Proloco mentre tutti giocano a briscola e del cugino costruttore di astronavi, l'originale di famiglia è sempre stato il fratello minore di mio padre.

Minore di tre fratelli, introverso, particolare e "diverso" dai ragazzi di paese che scorrazzavano in bicicletta o in Vespa dietro le gonne delle ragazze.
Curioso, colto ed insofferente della vita di provincia, mio zio era un personaggio stravagante che da bambina mi incuteva timore ed una strana forma di reverenza che sconfinava nella paura.

Scoprii solo dopo la sua morte l’universo in cui si era trincerato. I dischi di Sinatra e Battisti, i libri di Proust, le poesie di Sciascia, i quadri di Chagall. Lo scoprii per caso, quando mia nonna mi spinse in quella che era stata la sua camera dicendo: “Prendi quello che vuoi di queste cianfrusaglie, io non voglio nulla. Quello che rimane qui lo brucio nell’orto. Almeno farà concime!

Era nato con una piccola malformazione ai genitali, mio zio, che col tempo era diventata invalidante. Niente di grave, una di quelle che oggi vengono risolte subito dopo la nascita con un piccolo intervento e poco dolore. Ma mia nonna, spaventata dalle chiacchiere di paese e arcigna come sempre, non aveva voluto nessun intervento. “Così magari diventerà prete” aveva sentenziato quasi con una picca d’orgoglio, incurante del dolore psicologico e fisico che avrebbe causato.
Altri tempi, altra cultura. Forse.

Alto ed asciutto, come se fosse stato creato apposta a contrasto di mio padre, avvolto in soprabiti scuri e sempre vestito di nero, a pensarci ora nella mia mente lo raffiguro come una specie di Piton snello e coi baffetti curati e lisci.
Aleggiava serioso in casa, lo sguardo cupo di chi si sente in gabbia e sempre controllato, ignorando la caciara di noi bambini e l’allegria stopposa della televisione.
Soffriva di paranoie, mio zio. Si sentiva minacciato, seguito, braccato.
Da chi non credo lo sapesse nemmeno lui.
Servizi segreti, UFO, mafia, folletti de boschi, la sua terribile madre.
Non credo nemmeno che sia importante.

Io, bambina con le trecce di sei anni, lo guardavo come si osservano gli insetti in una teca. Lo guardavo fisso sgranando gli occhini nocciola, con lo sguardo curioso con cui si osserva ipnotizzati i movimenti lenti ed oscuri di un ragno enorme nascosto dietro un vetro. Troppo spaventata per allungare una mano e toccarlo, ma allo stesso tempo attratta in maniera irresistibile.
Non so cosa provasse lui per me, unica nipote femmina.
Durante gli interminabili pranzi domenicali da mia nonna sentivo la sua curiosità calarmi addosso, come se volesse capire osservandomi cosa frullava nella mia testolina.
Non parlava mai.

Il suono della sua voce proprio non lo ricordo, né occasione di parlare con lui davvero mi fu mai data. Ero solo uno strano tesserino nano per lui, non importante in quanto situato al margine opposto della società. Margine in cui lui stesso si era confinato oppure in cui era nato senza scegliere.

Non mi parlò mai direttamente tranne un pomeriggio di maggio.
Il sole brillava caldo e l’aria sapeva d’estate.
Avevo ingoiato il pranzo domenicale di mia nonna in fretta, proprio come si fa con le medicine, ed ero scappata nei prati dietro casa. Avevo iniziato a girare su me stessa forte, sempre più forte, come se quel mondo frullato e scomposto potesse togliermi da dosso il senso di oppressione che quelle domeniche mi davano sempre. A forza di girare caddi senza fiato nell’erba a pancia in su e mi misi a studiare il volo di un’ape.
Di fiore in fiore.
Lenta e barcollante, ma efficace e sicura.
Bella, vero?” 
La voce baritonale di mio zio mi raggiunse da dietro immobilizzandomi.
Si stese nell’erba accanto a me e la sua vicinanza mi lanciò addosso un imbarazzo che ancora ricordo.
Guarda,” continuò incurante della mia paralisi “la vedi quell’ape che ronza?
Annuii con troppa convenzione, ma lui sembrò non accorgersene, gli occhi fissi sul piccolo insetto “Secondo le leggi della fisica non potrebbe nemmeno volare, è troppo tozza.
Strappò un fiore dal campo  e si alzò in piedi. La sua ombra mi cadde addosso, mentre un’altra ape si posava sul “suo” fiore.
Però lei mica s’arrende, sai? Non solo vola, ma fa anche il miele. E lo sai perché?
Feci segno di no scuotendo la testa, scioccata dalla sua attenzione e dal modo con cui mi si rivolgeva. “Perché ha volontà e con quella può far tutto. E’ tignosa, testona e lotta tutti i giorni
Ecco” disse inginocchiandosi davanti a me e mettendo la sua faccia affilata all’altezza della mia “tu sei come l’ape. Puoi fare tutto quello che vuoi e tutti quelli che dicono il contrario si sbagliano. E tu glielo dimostrerai.
Mi porse il fiore e io lo presi.
Poi mi accarezzò la testa e si alzò.
Uscì dal prato girando intorno alla casa e non lo rividi mai più.

La vita, i sogni, i desideri e la frustrazione lo portarono lontano dal lago e per molti anni lo immaginai pirata dei Carabi, supereroe mascherato o arruolato nella legione straniera.
Finché un giorno di dicembre una telefonata mi fece capire che le cose non erano esattamente andate così.
Lo avevano trovato morto all’altro capo del mondo, mani e piedi legati ed una canna di pistola infilata in bocca. Era morto da solo, così com'era vissuto.
Lo archiviarono come suicidio e mio padre fece finta di crederci.
Come tutta la famiglia del resto.

Non so ancora cosa lui abbia visto in me in quell’ultima domenica di maggio che passò a casa, ma nei momenti di sconforto mi piace ripensare alle sue parole. Mi paice pensare di essere come quella piccola e caparbia ape e che un giorno realizzerò tutti i miei sogni.

Con la tigna, ovviamente...

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17 aprile 2008 4 17 /04 /aprile /2008 16:18

Io e mia sorella minore non usciamo quasi mai insieme.
Anzi, proprio MAI.
Non per mancanza di tempo, o per antipatia.
E' che proprio lei ha un modo di vivere opposto al mio, s'è fidanzata a 14 anni ed è la classica ragazza di provincia chiusa in un microcosmo tutto suo e per la quale il mondo esterno è rappresentato dalle pagine di DipiùTV.
Proprio non abbiamo dialogo.

Ma la mia nipotina compie sette anni e ci voleva un regalo degno di questo avvenimento mondano.
Perciò me la sono trascinata dietro con grande entusiasmo nel meganegozio di giocattoli più cool ed affollato del centroitalia.
Io rimango subito frastornata dalla miriade di luci, lucine, colori, canzonette e giocattoli che invadono ogni centimetro quadrato del negozio. Mia sorella, da par suo, tira dritta alla meta come la più consumata delle casalinghe in cerca dei guanti per lavare i piatti al supermercato sotto casa.
Il posto è gremito di gente e soprattutto di bambini urlanti.
Cominciamo bene.
 
Reparto bambole.
Un putiferio di bambine urlanti si litigano i laccetti per capelli delle Winx.
Li voglio anch'io.
Ora vado nel mucchio e li prendo.
In fondo sono più grossa, non dovrei avere difficoltà.

Lilla: “Phoebe non ti distrarre!!! Siamo qui per il regalo, ricordi?”
Phoebe (dicendo addio ai laccetti delle Winx): ”Ehm… sì…”
Lilla: "Allora, vediamo un po’. Mia ha detto A. (ndr. mia cugina, la madre della bimba) che vuole una Bratz Fashion"
Phoebe: "Uh??"
Lilla: "Ufff, ma sì... una di queste!"
E mi schiaffa in mano una Barbie vestita da puttanone che manco Priscilla la regina del deserto alla festa del panino con la porchetta si veste così.
Phoebe (secca): "No, mi rifiuto"
Lilla: "Ma come sarebbe a dire? Dai, che costa pure poco... E poi così ci sbrighiamo che c'ho da fare"
Phoebe: "A parte che € 19,00 per questo incentivo alla prostituzione mi sembrano troppi, ma poi... ti pare un regalo??? Per una bambina??"
Lilla: "..."
Phoebe: “Ma dai, sembra Barbie-zoccola!!”
Lilla: “…”
Phoebe: "Ma non sarebbe meglio un libro? Magari di favole!"
Lilla: "Perchè vuoi che tua nipote ci odi? Perchè? Vuole quella per il suo compleanno o no?"
Phoebe: "Ma che vuol dire??? La vogliamo far omologare? Dimmi!!! La vogliamo far diventare una di quelle ragazzine che a 13 anni se ne vanno mezze nude e truccatissime al centro commerciale a farsi guardare l'accenno di tette da ventenni arrapati e sbavanti? E l'innocenza? E la fantasia?  Eh? EH????"
Lilla: "Non starai esagerando? E' solo una bambola..."
Phoebe: " E poi, tutta sta fissa per la moda a sette anni... mica si può! Una bambina perde di vista i veri valori della vita! Ma i genitori dove sono, dove?????"
Lilla: "..."
Phoebe (alzando il tono della voce): "Guarda, guarda che bocca che c'ha sta bambola!!! No, dico, sembra fatta apposta per alludere a un pompino. No, dico, guarda!"
Lilla (guardandosi intorno): "Shhhhh!!! Non urlare! Siamo in un negozio di giocattoli, ma sei matta!?"
Phoebe: "Eh, vabbè... ma non si può... ma non possiamo regalarle una cosa tipo il piccolo chimico (mi sbraccio indicando un espositore un paio di metri più in là) o simile? Almeno mi vien su intelligente, versatile..."
Lilla: "Scusa eh, ma te la chimica non l'hai sempre odiata? Non era il tuo unico 5 fisso alle superiori?"
Phoebe: "Vedi? E' perchè non mi hanno mai regalato un piccolo chimico!!!"
Lilla: "..."
Phoebe (oramai senza freni): "E poi guarda come è costruita fisicamente questa qui! Gambe chilometriche, sedere tondo, vitino inverosimile e tette enormi. E gli occhini enormi!Un modello di donna improponibile!!! Se fosse vera sarebbe idrocefala come minimo… La deve aver progettata un perverito!!!
Lilla:(scuotendo la testa) "..."
Phoebe:"Di sicuro la farà diventare anoressica! Il mito della secca, ecco cos’è!"
Lilla (saccente): "Già... esattamente come ha fatto la Barbie con noi!"
Phoebe (guardandosi):"..."
Lilla (beffarda): "..."
Phoebe (guardandosi le chiappe): "..."
Lilla (con sorrisetto soddisfatto):" E quindi?" 
Phoebe: "Prendiamo anche il vestitino fucsia e nero da palo n. 4?"
Lilla (facendo spallucce): "Perchè no?"

Agguantiamo l'orrido feticcio pre adolescenziale ed i suoi (costosissimi) accessori, mentre il mio afflato da Signorina Rottermeier trova la pace nel fondo della mia anima.
 
E ci avviamo pacificamente alle casse...

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14 aprile 2008 1 14 /04 /aprile /2008 21:36
La mia grande passione è leggere, credo sia ampiamente risaputo.
Altra cosa notoria è la mia irrazionalità nell’acquisto di libri.
Quello che per molte donne sono le scarpe, per me sono i libri.
Devo averli, accatastarli, coccolarli, guardarli, spolverarli.
E, ovviamente, leggerli.

Non c’è negozio on line, ipermercato, piccola libreria o grande franchising che regga: la tentazione è sempre troppo forte.
E così mi sono scoperta ad avere un bel pacchetto di arretrati che prende polvere nella Billy color betulla diventata velocemente troppo piccola ed affollata.
Così tanti che mi vergogno ad inserirli tutti nella mia libreria virtuale di Anobii.
E dire che ce ne sono parecchi.
Nonostante la mia velocità inaudita nella lettura.
Cavolo.
Sono davvero pessima.

Lì in attesa ci sono tutti i generi letterari che potete immaginare, da un paio di fantasy di Licia Troisi all'ultimo di Zadie Smith, passando per classici come Moby Dick ed Anna Karenina (comprati in momenti di opaca follia e smania di innalzamento intellettuale poi vanamente evaporata). Ma anche un paio di Palahniuk, una spruzzata di gialli made in Africa di Miss Alexander McCall Smith, qualche italiano sparso, un vasto assortimento di opere prime (come il monumentale “Teoria e pratica di ogni cosa” di Marisha Pessl) e tutto quello che di appetitoso posso aver adocchiato in momenti di depressione, scazzo o semplice mania ossessivo-compulsiva.
Senza contare i regali.
Ed i libri in inglese.
Insomma, ce n’è da leggere.
Io li vedo, quei libri lì.
Mi guardano male.
Ce l’hanno con me, si sentono abbandonati.
Tristi, solitari, impolverati.
Ho paura che una notte si coalizzeranno e mi cadranno tutti addosso per soffocarmi.
Che morte orribile.
Tremenda.
Orribile.

Quindi, sia per motivi economici che scaramantici, sia in ragione della giornata particolare di oggi, ho deciso di fare un fioretto.
Un ex voto.
Proprio come si usava una volta.
Non comprerò libri finché non avrò letto tutti quelli che ho comprato.
Tutti.
Lo giuro.
Nonostante le necessità coercitive ed incombenti.

Ebbene sì, ho detto tutti.

Ci riuscirò? Resisterò alla tentazione?
In palio ci metto una cosa a cui tengo molto, quindi spero di vincere la lotta contro la mia assuefazione.
Cosa c’è in palio?
Qual è il premio per il mio fioretto?

Non ve lo dico nemmeno sotto tortura…



PS. Il fioretto riguarda solo l’acquisto di libri. Se vi sentite tristi per me e mi volete regalare qualche bel tomo, fate pure!!!

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10 aprile 2008 4 10 /04 /aprile /2008 08:09
Io al cinema vado abbastanza spesso, ma quasi mai ci scrivo qualcosa sopra che possa anche solo lontanamente somigliare ad una recensione. 
Non importa che il film  mi colpisca enormemente o mi annoi fino alla lussazione della mascella causa sbadiglio incontrollato.
E’ che non mi ci sento proprio nelle vesti del critico cinematografico con baschetto e dolcevita, lo lascio fare a chi è più bravo di me.
Io che ne so di luci, fotografia, montaggio, colonna sonora?
Proprio nulla.
Ecco, al massimo posso disquisire di sceneggiatura, interpretazione e “fisicità” dei personaggi.
E anche se un attore sia bonazzo oppure no, e anche quanti punti meriti il suo fondoschiena.
Questo sì.
Mica altro.

Però gli ultimi film che sono andata a vedere mi hanno fatto venire voglia di mutare il mio atteggiamento. In fondo ogni film ha qualcosa da dire ad ognuno (tranne i cinepanettoni che tanto piacciono a mia sorella ed al suo orrido fidanzato), competente o meno.

Il libro è sempre meglio del film
Con questa banalità suprema si potrebbe riassumere tutto il mio pensiero su “Caos calmo”, diretto da Antonello Grimaldi ed interpretato da Nanni Moretti, Isabella Ferrari, Valeria Golino e Alessandro Gassman. Tratto dall’omonimo bestseller di Veronesi, il film partiva svantaggiato sotto diversi aspetti:
- il libro da cui è tratto ha generato opinioni discordi e molto forti. In poche parole, o amore o odio sfrenato. Io che il libro l’ho amato molto,  ho visto il film come un’eresia e vorrei salire su uno sgabello elencandone le inconcludenze. Chi il libro l’ha odiato, piuttosto che andare al cinema è rimasto a casa a fare le parole crociate in tedesco senza dizionario.
- Nanni Moretti non è noto per essere esattamente simpatico al grande pubblico, con la sua aria da primo della classe e la cadenza da saputello che non lo fa risultare granché comunicativo. Poi ci sono le idee politiche dichiarate che non guastano, ma lo rendono inopinatamente “di parte” (ndr. Andando a votare mettetevi una mano sulla coscienza, me raccomando: pensate a Phoebe vostra!!!). A parte questo, gli attori scelti, in particolar modo i protagonisti principali, non sono “esattamente” come li avevo immaginati. Nanni Moretti troppo vecchio e bruttino, ma perfetto nelle manie e nei tic del protagonista, mentre la Ferrari troppo bella e algida in un ruolo che non è il suo. Perfetti Gassman e la Golino, personaggi minori non adeguatamente esplorati e appena abbozzati.
- rendere al cinema un libro che parla dell’attesa del dolore, della introspezione e dell’abbandono non era facile. E infatti Grimaldi secondo la mia modesta opinione non ci riesce affatto, troppo concentrato sui fatti per cogliere le sfumature ed i piccoli dettagli che hanno reso il libro un prezioso alleato dei giorni tristi della mia vita. Così il protagonista sembra pazzo, illogico e la storia non ti avvolge con un caldo abbraccio consolatorio, così come accadeva con la prosa di Veronesi.
Voto: 6 (per l’impegno e la colonna sonora)

La bellezza (pulp) dell’inaspettato
La sera in cui sono andata a vedere “Non è un paese per vecchi” dei fratelli Coen non avevo grosse aspettative. Non sapevo quello che avrei trovato perché non avevo né letto la trama, né alcun tipo di recensione o presentazione, ma mi ero fatta semplicemente trasportare dal baccano causato dagli Oscar vinti e stravinti, nonché dalla inquietante pettinatura di Javier Bardem. 
Un must della primavera/estate 2008.
Maschi, copiatelo.
All’uscita, dopo aver fatto a fettine la mano di uno dei miei accompagnatori e conficcato le unghie nella poltrona del multisala ad ogni pallottola sparata come nemmeno la mia gatta ai tempi della sua gioventù dorata, ero entusiasta.
Non ho dormito tutta la notte, ma ero entusiasta.
Anche questo film è tratto da un libro, che novità, scritto dal grande Cormac McCarthy e reso perfettamente sullo schermo dal genio visionario dei due fratellini al vetriolo.
Tutti gli attori sono perfetti, dalla rivelazione Javier Bardem (miglior pazzo del cinema dopo Christian Bale in “American Psycho”) a Josh Brolin e Woody e Harrelson, fino ad un grande Tommy Lee Jones sceriffo disilluso con la faccia affollata di rughe e pensieri.
Giustamente ed abbondantemente pulp, nel film la violenza non è gratuita né ingiustificata, ma sottende una sua assurda morale (riassumibile col lancio di una monetina) che, per quanto non condivisibile, accende la fantasia malata dello spettatore inchiodandolo alla poltroncina.
Godibile anche la parodia, ma solo se capite bene l’inglese.
Voto: 10 (con abbraccio accademico, ma guardatevi le spalle)

L’italietta che siamo
L’ultimo film di Paolo Virzì imperversa in televisione in tutte le forme che l’Auditel e Berlusconi hanno creato. Pubblicità, ospitate, speciali, marchette assortite. Verrebbe voglia di non andarlo a vedere al cinema e di bruciarne i manifesti, vista la faccia sorridente ed ardentemente ritoccata qua e là (ma quanto avrà speso dal chirurgo plastico??) della Ferilli nazionale che campeggia ovunque con i suoi modi irritanti e finto-cafoni.
Ma in “Tutta la vita davanti” Sabrinona non è altro che un personaggio secondario.
I veri protagonisti sono una serie di giovani e promettenti attori che donano al film la brillantezza della vita reale. Protagonista principale è Isabella Ragonese, che interpreta Marta, giovane laureata in filosofia a cui la società italiana offre come unica possibilità il lavoro in un call center con un contratto a progetto. In un clima da apparente villaggio vacanze fatto di balletti, venditori che ballano la haka e discorsi motivanti, si muovono gli altri personaggi:
- l’astro nascente Elio Germano, venditore fragile e sotto pressione, schiacciato dall’ansia prestazionale
- Valerio Mastandrea, sindacalista sfigato che non riesce a farsi ascoltare dalle persone che vorrebbe aiutare
- la bravissima Micaela Ramazzotti, terribile madre snaturata e coatta sui generis che regala una comica scena di nudo con Mastrandrea già cliccatissima in Internet.
- poi ci sono “gli adulti” Sabrina Ferilli e Massimo Ghini, cannibali dei loro simili, pronti ad approfittare dell’ignoranza dell’altro, ma anche della sua disperazione ed a gettarcisi sopra come vampiri per trarre il loro guadagno mantenendo le loro faccette sorridenti e botulinizzate. Perfetti, sorridenti e soli.
Quello che esce fuori è un’Italia senza speranza e senza finale buonista, ignorante e schiava della tv, in cui il diverso è il laureato. Un’Italia che ha dimenticato da dove viene e che non sa dove vuole andare, che non ha la forza di cambiare e nel frattempo guarda il Grande Fratello.
Voto: 8 (ma solo se mi rimediano testo e coreografia originale del balletto motivazionale interturno)

Ed ecco qua, la mia critica cinematografica è giunta alla fine.
Spero di non avervi annoiato e di non aver scritto troppe fregnacce. Se l’ho fatto e mi avete scoperta oggi per caso, mi scuso; siete lettori abituali del mio blog, allora ci siete abituati e quindi vi sta bene.

Prossime visioni previste saranno:
- “Juno” talmente acclamato e pompato come la nuova “Little Miss Sunshine” da scatenare la mia curiosità pseudo-indie. Speriamo non mi deluda.
- Nonostante le critiche e le opinioni negative, andrò a vedere “Il cacciatore di aquiloni” tratto dal best seller di Khaled Hosseini. Come per “Caos calmo” sono molto scettica, perché trattandosi di un libro molto emotivo e famoso renderlo “uguale” all’originale non sarà stato possibile. Vedremo
- “Il treno per il Darjeeling” di cui non so nulla a parte lo sbandierato nudo di Natalie Portman (che secca com’è, nuda non dovrebbe essere uno spettacolo) e la presenza di Adrien Brody. Ecco, della fisicità di quest’ultimo mi fido ad occhi chiusi, quindi andrò di certo a vederlo.

Coming soon…

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7 aprile 2008 1 07 /04 /aprile /2008 22:54
La matematica mi è sempre piaciuta, sin da piccola.
La mamma e il papà litigavano?
I compagni mi prendevano in giro?
La maestra e tutti gli adulti intorno non mi capivano o consideravano a sufficienza?

La matematica era un rifugio sicuro, diverso dalla lettura perchè scevro dalle interpretazioni, dai sogni e dalla fantasia.
Quando avevo bisogno di certezze e di quiete, sapevo che le avrei sempre potute trovare nel mondo dei numeri, in una dimensione in cui tutte le domande (o quasi) hanno sempre e solo una risposta univoca e tutto viaggia liscio e tranquillo fino al risultato finale.
Ed ho sempre pensato che sarebbe stato bello, utile e giusto applicare i fondamenti della matematica e della logica alla vita quotidiana.
Ovvio.
In fondo tutte le forme della natura sono calcolabili con la matematica, seppure non riconducibili ad un sistema lineare: dalla disposizione delle foglie sull’albero alla forma dei fiocchi di neve, fino al disegno scolpito sul guscio di una lumaca.
Perchè non potrebbe essere applicata a tutti gli aspetti della vita?
Non dovrebbe risultare difficile, certamente non come far capire la differenza tra "2X0" e "2+0" al ragazzino diciottenne capoccione coi capelli blu a cui facevo ripetizioni per mantenermi all'Università.
Che si deve fare per vivere…
 
Fin qui il mio discorso non fa una piega, ma non tiene conto di una realtà molto importante negli esseri umani: i sentimenti umani.

Queste strane combinazioni di sinapsi che viaggiano a millemila chilometri al secondo dentro le nostre teste, generando panico ed agitazione tra i neuroni che li abitano, sono fuori dal controllo razionale della matematica e della logica.
La gelosia, la rabbia, l'invidia, l’odio non sono logici.
Ma soprattutto è l'amore ad essere illogico.
Già, l’amore. Non è solo il più sovrastimato ed abusato dei sentimenti, ma è anche quello che meno si addice al rispetto dei canoni matematici e logici.
L’amore è di per sé palesemente illogico, in tutte le sue manifestazioni reiterate.

A rigor di logica, una conoscenza approfondita e continuata (A), accompagnata da una motivata comunanza di interessi (B) e da una certa dose di attrazione fisica (C) dovrebbe sfociare in amore (D).
A+B+C = D.
E invece manco per niente.
A+B+C  in 99 casi su 100 non farà mai D, ma sempre qualcosa di meno. O in più. O di completamente diverso. E l’incognita che fa sterzare il risultato non è quantificabile in una X qualunque, con un numero identificabile in
X = A+B+C +/- D.
Non sfocerà in una specie di grafico analitico, ma è un mistero indecifrabile che fa girare il mondo come e più della forza di gravità.
Se è vero che l’amore è indecifrabile per definizione, nemmeno i suoi percorsi sono esplorabili tramite la logica.

L’amore rende ciechi, sordi e muti proprio come le tre scimmiette.
Rende ignari del mondo circostante, fragili e vulnerabili agli attacchi di chi il nostro amore, oggettivamente parlando, proprio non se lo merita. L’amore rende inutili i consigli degli amici e degli affetti più cari, di tutti coloro che scuotono la testa davanti alla follia e mettono una mano sulla spalla allo sciagurato malcapitato.
Ma se è vero che i colpiti dai dardi di cupido galleggiano ad almeno dieci centimetri da terra ignorando fulmini e tempeste, nonché elefanti parcheggiati in salotto, è vero anche che appena si rimettono i piedi per terra la logica non ritorna a dominare.

L’amore rende cattivi, egoisti, machiavellici.
L’amore tradito, abbandonato, rifiutato, si ribella e soffia come un serpente a sonagli.
Anche quando la logica vorrebbe sotterrare tutto e seppellire quel che è stato per iniziare a vivere di nuovo.

Ma l’amore ci piace, proprio così com’è.
Ci fa respirare, vivere, ci inonda i polmoni di ossigeno.
Fa battere il cuore più forte, accende gli occhi, dà senso alla vita che inizia ad essere diversa da com'era prima. Già, come'era prima?
Te lo ricordi?

L’amore anelato, aspettato, litigato.
Illogico.
Tormentato.
Oppure da favola.

A+B+C non fa D.

Ma non importa.
Anzi, forse è meglio così. E’ così importante essere logici?
Dare a tutto una casella da in cui inserirsi, un cartellino con su le istruzioni.
Non si può, l’amore sfugge alle catalogazioni.

Ma va bene esattamente così…

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27 marzo 2008 4 27 /03 /marzo /2008 23:01
Da qualche mese ho iniziato a soffrire di fastidiosissimi mal di testa, prima occasionali, poi con cadenza settimanale ed infine senza nessun preavviso almeno due volte la settimana.
Sarà il freddo, mi dicevo, oppure la vecchiaia.
O qualche iattura.
Mentre tamponavo la situazione sciogliendo bustine di Oki in mezzo bicchiere d’acqua, ho sentito intorno a me le teorie più fantasiose.
E’ la cervicale.
No, è il nervo trigemino.
Macchè è tutta colpa del plantare, o al limite del dentista.
Ma prendi la pillola? No? Allora sono gli ormoni.
Io dico che è il global warming.
No, è colpa di Berlusconi.

Fattostà che sotto Natale la mia dottoressa ha ritenuto opportuno spedirmi a fare una visita neurologica presso l’ospedale della mia città.
Mi danno l’appuntamento tra 60 giorni.
Mentre prego di non avere un tumore al cervello a progressione esponenziale, mi sono chiesta come faccia il Dr. House a fare gli accertamenti in venti minuti. Maledetta fiction televisiva.

Finalmente arriva il giorno tanto agognato e mi reco nel nuovissimo polo ospedaliero della mia città.
Dopo lavori non inferiori a quelli necessari per la costruzione del tunnel sotto la Manica, nella mia città è stato inaugurato quest’enorme complesso ospedaliero fantascientifico ed ultramoderno (costato stramiliardi, ma questa è un’altra storia) in cui, sono certa, mi daranno risposte a tutte le domande.
Mi rendo subito conto che dove parcheggiare così lontano da rientrare in un cap diverso da quello dell’ospedale. Nella nebbia. Il parcheggio è sterminato e senza indicazioni di suddivisioni: temo che non rivedrò mai più la mia macchina.

Entro all’ospedale e mi dirigo al banco informazioni che mi rifila una serie di direttive così complicata che mi viene il mal di testa in automatico.
Mi ci vorrebbe il Tom Tom, ma alla fine non mi perdo nel dedalo di viuzze e corridoi (vabbè, son finita nelle cucine, ma questa è un’altra storia) e arrivo a destinazione.
La mia destinazione è uno stretto corridoio azzurro tempestato di porte blu. Tutto blu. Sarà per caso un colore che distende o il frutto di un architetto suonato? Su ogni porta c’è un nome o una indicazione. Guardo la mia prescrizione: il vuoto, c’è indicato solo genericamente “visita neurologica”.
Ok, mi armo di pazienza e chiedo.
Passa una infermiera: “Mi scusi, ho appuntamento per una visita neurologica. Dove devo andare?”
Risposta seccata: “Chieda nel box infermiere, che vuole ne sappia?
Ricordando a me stessa quanto sia dura la vita delle infermiere, mi dirigo al box e non la mando affanculo.
Almeno non subito: il box è vuoto.
Turpiloquio libero.

Nella successiva mezz’ora mi sbraccio con passanti, infermieri, dottorini in erba e portantini: niente, nessuno sa nulla.
Finché dall’ascensore appare lui, bello come il sole nel suo sventolante camice bianco, emulo del miglior George, avvolto dall’aura della professionalità.
Lui, è sicuramente lui!!!
Gli corro incontro come il viandante davanti ad un’oasi.
Gli allungo la prescrizione speranzosa, la legge e mi informa che no, non è lui il mio medico, ma può indicarmi la porta giusta.
Che è in fondo a destra, come il bagno nei ristoranti.
Abbandono il mio salvatore con malcelato dispiacere e busso.
Mi apre uno pseudo medico alto come me e dall’aria accidiosa.
Dottore:”AH!! Lei è la signorina Phoebe?” mi chiede con voce spiccia e dall’accento inconfondibilmente calabro.
Phoebe: “Ehm, sì
Dottore: “E’ in ritardo di mezz’ora!!! Lo sa che questo è un ospedale pubblico e che gli appuntamenti sono presi ravvicinati? E’ essenziale la puntualità!
Phoebe: “Ma, io veramente…
Dottore: “Le donne!”
Phoebe: “…”
Dottore: “Ok, si sieda e mi dica
Riassumo per sommi capi le caratteristiche e le frequenze del mio mal di testa, mentre lui scribacchia in medichese chissà che cosa su di me. Chiacchiero, chiacchiero, finché lui ad un certo punto si alza in piedi, mi viene davanti ed inizia con una serie di giochetti. Segua il dito, chiuda gli occhi, si tocchi la punta del naso, in piedi su una gamba (coi tacchi???), ecc ecc.
Pensavo che ad un certo punto tirasse fuori le macchie di Rorschach e invece no.
Ed è stato un peccato, perché è una vita che sogno di fare quel test e rispondere sempre “farfalla” alla domanda “Cosa ci vede qui?”. E invece nulla.
Il dottore invece tira fuori un sottilissimo ago ed inizia a punzecchiarmi ovunque.
Se mi lascia segni lo scortico vivo.
L’utilissima visita si conclude con la prescrizione di una risonanza magnetica ( e vi ricordo che soffro di claustrofobia) e di un eco-doppler vattelapesca dove, di cui il servizio sanitario nazionale mi farà gentile omaggio (o quasi) tra circa 5 mesi. Potrei essere impazzita dal mal di testa.
Ma, colpo di scena... il mal di testa è passato!!! Non si ripresenta da circa un mese, almeno non in forma acuta ed ho deciso di rimandare la tanto odiata risonanza.
Merito del dottorino?
Della primavera che attutisce la cervicale?
Aiuto divino?

Io non ne ho la certezza, ma il merito credo che sia del pilates che non ho abbandonato grazie alla insaziabile tigna che mi divora ed al quale nel frattempo mi sono appassionata.

Sono arrivata anche e toccarmi le punte dei piedi.
Son grosse svolte.
Dico davvero.

Ehi, la smettete di ridere!?

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21 marzo 2008 5 21 /03 /marzo /2008 20:58
L'Italia di problemi ne ha tanti.
Chi sono io per negarlo?
E' sotto gli occhi di tutti.
E' afflitta da tanti mali che ne impediscono lo sviluppo e la prosperità, sia economica che culturale: la mafia, l'ignoranza, Berlusconi, l'arroganza, il Vaticano, un apparato statale che funziona come la balena di Pinocchio.
Se ne parla sempre, in maniera più o meno obiettiva, e dappertutto.
Senza trovare soluzioni logiche, però.
Problemi troppo grandi, forse.

Logiche troppo complesse e distanti, magari.

E allora torniamo alla vita di tutti i giorni, per capire se questi "grandi mali" se ne stiano annidiati pure lì oppure no.
Taciturni e vigili, come gli occhi gialli di un gatto appostato al buio.
 
Quello che emerge dalla quotidianità, spietato e cinico, è l'elogio della mediocrità che è intorno a noi.
 
Sei intelligente, capace, propositivo, rispettoso, creativo e pieno di idee? Se non conosci nessuno è assai difficile che tu faccia carriera, ma anzi verrai etichettato come "rompiballe" in meno di dieci minuti d'orologio.
Troppo smanioso, controcorrente, fastidioso come le zanzare d'estate. E io di zanzare, vivendo sul Trasimeno, me ne intendo. 
Credetemi.
 
Sei un leccaculo senza arte nè parte, ma bravissimo nell'arte di allungare la lingua e muoverla a colpetti rotatori senza tapparti il naso? Tranquillo, un posto per te ci sarà sempre, specie se sei esperto nel maneggiare la cattiveria e il cinismo.
E se lavori in un ufficio pubblico, senza nemmeno accorgertene se farai un numero sufficientemente alto di parole crociate la tua scrivania lieviterà magicamente ai piani alti. Ma tranquillo, pure se lavori in una azienda privata, se stai zitto e dici sempre di sì, accumulerai tanti piccoli privilegi e coccole buoniste. Se poi spii e denigri i colleghi ad ogni occasione possibile, ancor di più. Se sei donna e ti vesti come una delle Pussycat Dolls sventolandola sotto il naso del capo, anche meglio.
Ogni cosa che farai sarà lodata e stra-lodata perché, in fondo, l'hai fatta e non importa né come né quando.
 
Tu, abile ed intelligente, ti devi adattare.
O diventi come loro o continui a fare le tue cose per bene nell'ombra, senza però sognarti mai di ricevere un benché minimo apprezzamento. Anzi, a lagnarsi passi pure per Calimero perciò se non ti senti in grado di effettuare la "giusta" trasformazione puoi solo startene zitto e buono aspettando il giorno di paga.
E zitto se i colleghi lavorano la metà di te, se allo squillare della campanella fuggono come cavalli selvatici lasciandoti con una pila di pratiche tristi e desolate che il tuo senso del dovere ti impedisce di abbandonare a loro stesse o ti scaricano sulla scrivania tutto quello che non gli va di fare chiedendoti "per favore" con un sorriso più falso di una moneta da tre euro.
Amico mio caro, c’è poco da fare: il tonto sei tuo.
Il potere della ruffianeria e della piccineria, un'arte di cui sei sfornito, vincerà sempre.
Ed è anche abbastanza tipico di quest’Italia arruffona e del tiriamo-a-campare, dove anche a scuola se sei bravo sei sfigato e secchione a prescindere.
 
Sembra paradossale.
Sembra una giustificazione per qualcosa che non riesce, per una insoddisfazione personale.
Per inettitudine.
Ma non è così.
O almeno non lo è sempre.
 
Mio padre mi recita sempre il balzello "Le persone intelligenti danno fastidio, perchè mettono in difficoltà le stupide". Sarà vero? Sarà che è più facile avere a disposizione dipendenti e/o sottoposti non tanto svegli per non dovercisi confrontare tutti i giorni?
E' davvero solo una questione di chi-ce-l'ha-più-lungo?
 
E quindi?
Che si fa?
Ci si arrende davvero al destino cinico e baro?
Si diventa come Dilbert?
Oppure si scende a compromessi e ci si adegua al comune pensiero?
 
Oppure si gioca il jolly.
L'idea dell'apertura del bar sulla spiaggia in Costarica non mi sembra malaccio.
No, non una fuga.
Proprio un volare verso altri lidi fottendosene di chi è ottuso come le mucche quando ruminano, un cambio di vita radicale.
 
E che vita...

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18 marzo 2008 2 18 /03 /marzo /2008 14:09

Febbraio 2000.

Ore 23:30.

Fuori piove.

Devo ancora finire di lavorare al quarto capitolo della tesi e non mi va.
Sono stanca.
Stufa e stanca. Ma più che altro stanca. Il mio cervello si rifiuta di ragionare, ha bisogno di aria fresca.
E se provassi a fare un giretto in Internet?
Massì, via.
Accendo la connessione (via telefono ovviamente) e mi vado a fare una brocca intera di Nescafè.
Tanto c'è tempo.
Sento dall'altra stanza il modem che compone il numero di telefono.
Quando torno con la tazza fumante in mano, sono on line.
Vado su Libero, guardo la posta.

Poi mi torna in mente che una mia compagna d'Università l'altro giorno alla macchinetta del caffè straparlava della chat di Yahoo, di quanto era interessante e divertente.
Perchè non farci un salto?
In fondo, che c'è di male? In una chat non ci sono mai stata...
Con i tempi biblici della connessione a 56k vado, compilo il form di adesione con la leggerezza e la noncuranza di chi non ha nulla da nascondere e sono dentro in un attimo.
Ok, non proprio un attimo, ma si fa per dire.
Ma che carino qui, con tutte queste stanze!!
Mmm... libri!!! Vediamo un po'... Ahm, mannaggia: è vuota!!
Proviamo un po' in quella della conversazione libera. Porca zozza la gente!!!
Subito arrivano gli squali.
 
Squalo n. 1
PeterPan: "Ciao bellissima, di dove sei?"
Phoebe: "Di Perugia..."
PeterPan: "Leggo sul profilo che hai 24 anni e sei single. Cerchi l'amore?"
Phoebe: "E chi non lo cerca?"
PeterPan: "Raccontami di te"
Phoebe: "Dunque, faccio Giurisprudenza, mi sto per laureare. Mi piace leggere, blabla, blabla. Blablabla, blablabla..."
PeterPan: "Lo sai che sono già un po' innamorato di te?"
Phoebe (attonita): "..."
PeterPan: "Davvero, sai. Sei così interessante"
Phoebe (sbigottita): "Grazie"
PeterPan: "Come sei vestita?"
Phoebe: "Mah... veramente sono in pigiama"
PeterPan: "Un pigiama sexy?"
Phoebe: "Ma no, un pigiama!! Di quelli di flanella, qui fa un freddo!!"
PeterPan: "E sotto, sotto come sei vestita"
Phoebe: "Vabbè, c'ho la canottiera"
Peterpan: "E le mutande?"
Phoebe: "In che senso, scusa?"
Peterpan: "Come ce l'hai"
Phoebe: "Normali, come ce le dovrei avere?"
Peterpan: "Perizoma?"
Phoebe: "Ma sei matto? Son seduta in casa davanti al pc, che lo metto a fare il perizoma? Figurati..."
PeterPan: "Dai, dimmi che c'hai su il perizoma"
Phoebe: "Ma perchè?"
PeterPan: "Vengo lì e te lo strappo a morsi"
Chiusura immediata della conversazione.
 
Squalo n. 2
Rocky: "Ciao"
Phoebe: "Ciao"
Rocky: "Sei nuda?"
Phoebe: "?????"
Rocky: "Ti stai toccando?"
Chiusura ermetica della conversazione.
 
Squalo n. 3
Uomodolce65: "Ciao"
Phoebe: “Ciao”
Uomodolce65: “Sono eccitatissimo, e tu?” 
Chiusura della conversazione, corsa allo strappo della presa del telefono dal muro, disinfestazione del PC con alcol denaturato e conseguente ritorno con sospirone di sollievo alla modifiche del codice di Procedura Penale su cui verte il capitolo 4 della tesi di laurea.
 
Ovviamente non sempre va così, su Internet non ci sono solo matti, pedofili, pervertiti e repressi. Anche se non necessariamente in questo ordine. 
Comunque è un mondo dove è facile perdere il contatto con la realtà e trovarsi, per noia o solitudine, a parlare con gente sconosciuta come se fosse il compagno di banco delle superiori o il vicino di pianerottolo. Dove è anche facile credere di aver costruito rapporti "veri", quando invece sono solo castelli di carta e di parole.
Ma questo accade anche nella vita reale.
Nonostante l’esperienza traumatica, dopo un paio di anni divenni per una serie fortuita di circostanze una fedele adepta del Forum di Clarence (sì, lo confesso: sono la “Phoebe” di Clarence!). L’ambiente era informale, si chiacchierava di tutto e la gente che lo frequentava era divertente e  variegata. Lì ho incontrato persone interessanti, ho visto nascere amori reali, ho coltivato amicizie.
E come tutte le cose belle, anche quell’esperienza finì, un po' per motivi tecnici (il forum crollò fisicamente, come fu possibile, proprio non so), un po' per mancanza di tempo.
Succede.
E' la vita.

Tutti gli amori che ho visto nascere però, non sono stati amori virtuali.
Internet è stato solo il tramite, un modo di fare conoscenza e niente più di questo. 
Niente pathos fatto di byte, incontri pianificati e studiati o traversate dell’Italia inseguendo l’ammòre.
E niente sesso virtuale,  sempre che io sappia.
E non mi sorprende affatto.
Perché, banalmente o meno, l’amore ai tempi di Internet è identico all’amore di sempre, fatto di pelle, cuore, sangue, occhi, mani.

E di molto altro…

Ps. Questo e molto altro lo trovate su Rotocalco. Non perdetevelo!!!

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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