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12 marzo 2008 3 12 /03 /marzo /2008 21:00
Io sono facile agli entusiasmi.
Mi appassiono alle cose e mi faccio prendere la mano.
Così, in men che non si dica, da semplice attività o curiosità, diventa presto una mania.
Incontrollata.
Ed incontrollabile.
Sicuramente non facile da gestire per i miei familiari ed amici.

Ecco, stavolta mi sono appassionata ferocemente alla raccolta differenziata.
Non so come mai finora avessi deliberatamente ignorato l’argomento: pigrizia, disinteresse, noncuranza.
Poi due settimane fa mia madre è tornata a casa dall’ennesima lezione di yoga con questa idea brillante per migliorare il paese, il mondo e un po’ anche l’universo.
La vogliamo fare?
Considerando che il Umbria la raccolta differenziata è effettuata da meno del 35% degli abitanti, ho calcolato che era proprio arrivato il momento di darsi una svegliata.

Ho iniziato titubante, ignara dei meccanismi che dividono i rifiuti in macrocategorie:
- organico
- carta
- plastica
- vetro
- alluminio

Per esempio, il tetrapak dove va?
E’ plastica o carta?
Dopo attente ricerche mi hanno fatto notare che la scritta “CA” impressa sui contenitori (che vanno sciacquati prima di essere messi a riciclare) li annoverano di diritto tra la carta in seguito ad una convenzione internazionale.
Ma questo non potevo saperlo.
E le buste della corrispondenza?
Ovviamente nella carta, ma la finestra di plastica sul retro va tolta ed accatastata tra la plastica.
Stesso discorso per le etichette sulle bottiglie di plastica: vanno staccate e buttate tra la carta.
Tutto fa brodo.
E le bottiglie del bagnoschiuma e dei prodotti per capelli? Possono essere riciclati anche quelli? No, perché da quello che sapevo non tutti i polimeri della plastica sono riciclabili allo stesso modo. Io già non so cos’è un polimero, come faccio a distinguerli? Il mio unico 5 alle superiori era in chimica, mi servirebbe un Bignami.
Sto anche meditando di coinvolgere mio padre, ex ragioniere con velleità pseudo-agricole, nella creazione e nell’uso del compost in un angolo  apposito del giardino. Sì, vabbè, puzza un po’. Forse pure più di un po’.
Ma volete mettere la soddisfazione?

Ah, poi c’è tutto quello che non si ricicla, ahimè.

Esagerata?
Può darsi.
Ma ad essere sincera mi esalta l’idea del recupero di materiali che sembrano destinati al macero ed all’inutilità. L’idea che possano essere lavorati con un dispendio di energia  minimo e riportati a nuova vita mi affascina quasi come il tema della reincarnazione.
Che poi per me la trasformazione di lattine, cartoni, bottigliette di plastica e affini in qualcosa di completamente diverso è un mistero gaudioso proprio come le lacrime della Madonnina di Civitavecchia, quindi non chiedetemi dettagli  tecnici per carità.

Però forse fare qualcosa per questo nostro pianeta allo sfascio si può.
Magari è una goccia nel mare, ma costa così poco che è uno sforzo affrontabile con scioltezza e un piccolo impegno da parte di tutti.
Che il pianeta è nostro, dei nostri figli e lo dobbiamo trattare bene, ecc ecc. Lo abbiamo capito tutti questo, no? Eppure non funziona. Il Italia siamo fanalino di coda, la pecora nera del riciclo (e di un sacco di altre cose, ma stendiamo un velo pietoso).
Però vi informo che nel mio comune se fai la raccolta differenziata (nel resto d’Italia non so) e porti tutto alla Ricicleria ti danno una tesserina magnetica come quella del supermercato su cui raccogli punti. Alla fine dell’anno questi punti spazzatura non ti permettono di avere piatti, pentole e pressione o tovagliette di fiandra, ma uno sconto sulla TARSU.
Il ché, di questi tempi…

Certo, ora che c’ho la fissa del riciclo e guardo con soddisfazione i bidoni della plastica e della carta nel mio garage riempirsi con lo stesso occhio del padrone che vede ingrassare l’asino, fossi in voi starei attenta.

Ho grossi progetti.
Come iniziare a riciclare la carta in ufficio.
O utilizzare il riscaldamento solo quando strettamente necessario.
Sto meditando di abbandonare il latte detergente come struccante per eliminare la produzione di dischetti anti-ecologici non riciclabili, a favore di una più etica schiuma struccante.
Magari potrei mettere dei pannelli solari sul tetto.
E un piccolo apparecchio eolico in giardino per produrre energia elettrica homemade.




Fermatemi…



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10 marzo 2008 1 10 /03 /marzo /2008 23:05
Era da un po’ di tempo che il mio blog faceva i capricci.
Molti fedeli lettori mi avevano segnalato che per aprire le pagine ci voleva la manovella e che il sito andava con la potenza e la velocità del mio criceto buonanima sulla ruota.

Ma non c’avevo dato importanza.

Pensavo, sbagliando, che la colpa fosse della piattaforma.
Poi iniziò a proporsi un banner che offriva incontri per single.
All’inizio volevo offendermi (“OH! Come mai il sito mio?? C’ho l’aria così disperata??”), poi ho fatto spallucce e sono andata avanti.

Ingenuamente.
Fino a ieri.

Giorno in cui all’apertura del blog mi è stato chiesto di scaricare un antivirus.
VIRUS, VIRUS, VIRUS!
Panico.
Ho spento tutto ed attivato antivirus, anti-malware, anti-spyware, i pompieri, il 112, la cavalleria, Lassie, Montalbano  e anche l’Ispettore Gadget.
Niente.
Ritorno sul blog, ed ecco apparire nuovamente il bastardo maledetto.
Per fortuna che il mio fido stilista di riferimento per quello che riguarda internet, il parrucchiere del mio blog, il mitico Cofano, mi ha tratto d’impaccio. Come un vero cavaliere servente, sfoderando la spada in alto e corso in mio aiuto con l’armatura scintillante al sole.
Ehm… ok, ho un po’ esagerato.
Ma comunque ha risolto ed ora il blog è candeggiato, sicuro e lindo.
Lo giuro.

E lui s'è guadagnato un soggiorno omaggio sulle ridenti sponde del Trasimeno. ovviamente con la sua dolce metà.
Se lo è meritato. Mi sopporta da talmente tanto tempo, che andrebbe fatto santo subito.

La colpa era tutta di Pay-per-stats, bastardo contatore che prometteva soldini facili facili e serviva anche da contatore di accessi. Troppo bello.
E io troppo boccalona.
L’avevo installato quest’estate su suggerimento di non mi ricordo più chi. Mi pareva l’invenzione dell’acqua calda e già teorizzavo di comprarmi un dominio mio a costo zero.
Che ingenuotta campagnola.

Bastardi.
Bastardi.
Bastardi.

Per fortuna non me ne sono accorta solo io.

Mi scuso veramente col cuore, mettendomi in ginocchio sui ceci con tutti coloro che si sono “infettati” visitando il mio blog e leggendo le mie sciocchezze.
Non volevo.
Davvero.
E ringrazio coloro che si sono preoccupati di avvertirmi e mi hanno offerto una mano, in particolare Maxime, Alberto e Resciocco. Siete dei veri tesori.
 
E io un’ingenua…

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9 marzo 2008 7 09 /03 /marzo /2008 23:34
Tempo fa, feci un famoso ordine su BOL.
Il maledetto, arrivato con ritardi e peripezie varie, non conteneva solo l’ultimo Harry Potter, ma anche latri svariati libri di cui io sono una temibile divoratrice.
Nel pacco c’erano anche due libri di uno scrittore delle mie parti, Marco Rufini, che aveva attirato la mia curiosità anche su consiglio della proprietaria della mia libreria di riferimento. Proprio lei ad ottobre mi aveva invitato alla presentazione di “Afa”, ultimo libro di Rufini.
Incuriosita dalla vicinanza geografica e fissata con le parole palindrome sarei voluta andare, ma per una serie di coincidenze e circostanze assortite non andai.
E l’idea di leggere qualcosa di suo rimase sospesa nell’aria fino all’arrivo del pacco.
Insieme ad “Afa”, incuriosita dal titolo ed attratta da uno sconto sostanzioso, presi anche “Il lago” del tutto ignara di quello che avrei trovato.

Sabato l’ho iniziato, per scherzo.

Ed ho scoperto che parla del MIO paese.
No, non dico per dire.
Parla proprio del MIO paese.
Usanze, modi di dire, espressioni, luoghi, linguaggio. Anche i cognomi sono tipici.
Devo dire che fa una certa impressione.
Parecchia.

La storia si presenta come un thriller e si apre con il ritrovamento nel 1949 di un cadavere mezzo decomposto sulle rive del lago Trasimeno.
Pochi mesi prima erano scomparsi due uomini. Uno era Gaspare, un pescatore dal carattere schivo e cupo, tornato dalla guerra d’Africa con l’animo carico di segreti e rancori. L’altro uomo scomparso è il suocero di Gaspare, Ivo. Parte l’indagine e il racconto, tra flash-back, lettere e testimonianze, verso un finale sorprendente.
Mentre il lago se ne sta lì, placido ed immoto. Ma anche custode di segreti inenarrabili, muto spettatore e amaro confidente.
Ma la storia è solo una scusa.
Quello che mi colpisce è l’affresco della “gente del lago” che ne esce fuori. Schiva, solitaria, onesta e dura come la tramontana che spacca le rive d’inverno. La ritrosia alla chiacchiera, ma il cuore aperto e sincero di chi è schietto per natura.
La faccia scolpita dalle intemperie, le mani callose ed il cuore vivo.
L’amore per il lago, per questa troscia, come la chiamano in maniera dispregiativa i “perugini” che mal capiscono l’affetto sconsiderato che vive nel cuore della maggior parte di quelli che, su quelle rive, ci sono nate.
Un lago avaro, che si allarga e si stringe a seconda delle stagioni.
Un lago bellissimo, che riempie il cuore e dona serenità a chi lo sa guardare.
E’ stato bello ritrovare lo stesso amore tra le pagine di un altro.

Arrivata in fondo al libro, ho scoperto tra i ringraziamenti anziani concittadini ed uno zio alla lontana che non c’è più, dante.
Quand’ero piccola sua moglie aveva l’edicola del paese e lui l’aiutava con poca convinzione. Ero piccola, ma avevo imparato in fretta che a chiamarlo zio ci guadagnavo uno o due pacchetti di figurine.
Aveva fatto la guerra d’Africa, lui, e lo raccontava a noi bambini con l’enfasi che solo il dolore ed il ricordo sanno dare agli avvenimenti scavati nella roccia della memoria. Ed ogni volta non mancava mai di aggiungere un particolare truce, un tocco di mistero nella descrizione del deserto e delle sue insidie, un ricordo raccapricciante di sangue versato per la patria. Che la patria si fotta, aggiungeva alla fine.
Il suo racconto preferito era quello della sua diserzione e fuga con alcuni commilitoni su una barchetta traballante, verso le coste italiane. Il sole, il caldo, la sete. La morte di uno di loro. E gli altri che, per disperazione, se lo mangiano.
Avevo otto anni, e mio zio Dante da quel giorno lo guardai in maniera diversa. Un po’ schifata, ma anche ammirata perché alla fine lui al suo lago c’era tornato.

Eccolo qui il mio paese, stampato sulle pagine di un libro.
Il mio paese all’epoca dei miei nonni, ma non poi così diverso da oggi.
Il mio paese in un libro.

Chissà se un giorno ne scriverò uno anche io…

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5 marzo 2008 3 05 /03 /marzo /2008 23:11
Faccio outing: io “Amici” lo guardo da sempre.
Addirittura da quando di chiamava “Saranno famosi”.
E questo nonostante la De Filippi ed il suo entourage mi stiano simpatici come un herpes genitale.
Però appartengo alla generazione cresciuta con il “Saranno famosi” quello vero, quello di “Fame, I'm gonna live foreveeeer!”, quello di Leroy Johnson e della signorina Grant che redarguisce gli alunni della scuola agitando un bastone (tanto per far capire chi comanda).
Proprio per questo non posso assolutamente scappare dal meccanismo del gioco e non riesco a venirne fuori.
Anche se la simpatica Maria, dolce come un rottweiler picchiato a sangue da cucciolo, ha trasformato il suo giocattolo da un talent show ad una di quelle trasmissioni che riescono bene solo a lei, uno di quei pasticci fatti di lacrime, buonismo, litigate gratuite, aizzamenti e RVM come se piovesse.
Insomma, il vomito.

Sinceramente, credevo che il fondo si fosse toccato con l’eliminazione arbitraria di Nicola Gargaglia, ma quello fu solo l’inizio.
Da lì è cominciata una parabola discendente senza fine, fatta di manovre autorali, ricerca della lite, cattiverie gratuite, Platinette.
Pensavo che potesse andar male, ma non così.
Quest’anno è davvero l’apoteosi.
Alunni senza talento, professori in preda a sbalzi ormonali e crisi isteriche, autori alla ricerca del sordido più sordido, delle fragilità, dello scheletro nell'armadio che più o meno tutti abbiamo.
Che schifo...
Vogliamo parlare della tirata “Yes we can”? Spero che Obama non lo venga mai a sapere oppure che faccia causa a Zanforlini e a Chicco strappandogli tutti gli introiti derivanti dai loro libri infimi per darli in beneficenza ad un ente a caso.

Riassumo brevemente per i not addicted.

Su migliaia di ragazzi che si sono presentati ai provini, quest’anno sono state selezionate due ballerine:
- Susy decisamente tamarra e culona, surrogato deformato di Britney Spears (e per questo icona gay? Vuoi vedere che è per questo che Garrison la ama tanto?), capello bicolore e ammiccamenti da cubista arrapata.
- Giulia, una camionista che solo un sadico poteva far vestire di bianco. Per l’amor del cielo, balla bene l’hip hop e non si discute. Ma se continua così a Leon viene l’ernia al disco, pover'uomo.
Ora, capirete bene che se solo avete mai visto da lontano un balletto, loro due non possono farne parte. E non è sufficiente che lo vogliano, che ci mettano il cuore e che si impegnino.
Se c’hai la gamba corta, c’hai la gamba corta, arrenditi. Non dovrebbe essere la Celentano a dirtelo, ma lo specchio. Non ce ne hai uno a casa tua?

Non che i cantanti siano messi meglio, non c'è di che scialare.
Però rientrano almeno nella decenza.
Ma le ballerine...

E lo so che quella non è una “scuola” e che ste due poveracce non hanno colpe. Ma che messaggio si dà alle ragazzine che buttano la loro paghetta nel telefoto tarocco?
E non c’è necessità di tirare in ballo l’anoressia, che è una malattia seria!
La realtà è che per far tutto ci vogliono i requisiti necessari, fisici o interiori che siano, non raccontiamoci balle in nome di un finto buonismo populista.
Ma che, Berlusconi docet?
In una parola, pure banale, ci vuole il talento. E pure predisposizione.

Perché se è vero che basta volerlo, da domani io sfilo per Gucci.
Cacchio.

Detto ciò, sono in crisi da rigetto.
Finché è andato in onda di domenica, la trasmissione aveva un perché. Con le mie amichette ci si riuniva per cena e si stava a chiacchierare usando come pretesto le mise sadomaso ed orride di Maria, le polemiche gratuite e le spalle del Mariottini. Che è sempre un bel vedere, anche se rientra quasi nella pedofilia. 
Si banchettava, rideva e ci si dilettava nel gossip fino alla fine dello show, approfittando dell'occasione futile per crearsi un appuntamento fisso.
Ma di mercoledì non è possbile, non si regge.
E vuol dire che ci riuniremo senza la De Filippi.
Pazienza.
Peggio per lei.

Io stasera mi sono accorta che non riesco a vederne più di cinque minuti di fila.
E con nostalgia, ricordo i bei tempi andati, quando c’erano talenti per tutti i gusti ed era un piacere guardare le esibizioni.

Che ne dite, pratichiamo l’eutanasia?

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3 marzo 2008 1 03 /03 /marzo /2008 09:11

Ho 32 anni.
Classe 1976.
Una giovanetta, per molti aspetti.
Ancora una bambina, per altri.
Una cariatide se si parla di mal di schiena a problematiche posturali.
Ma, di questo, ne avevamo già parlato diffusamente.

La novità è che la scorsa settimana, nonostante plantari e compagnia cantante, sono finita messa al tappeto da un mal di schiena ad altezza lombare che mi ha fatto sentire più o meno agile come la mia prozia novantaseienne.

Con mio grande scorno, quindi, mi sono dovuta piegare alle insistenze di mia madre, appassionata d di yoga e medicina alternativa, e del mio istruttore di fiducia: mi sono addentrata nel mondo del pilates.

Proviamo, ho pensato.
Ad Hollywood impazza e tutte le bonazze che contano lo professano come una religione.
Magari funziona.
E poi non si suda nemmeno.
E lo fa anche Madonna.
 
Ora, non so se si è capito fin qui ma io sono un tipo abbastanza competitivo.
Non solo mi piace vincere, ma sono sempre la saputella della situazione, quella che a lezione di step coreografato o aerobica si piazza in prima fila sculettando.
Capirete che andare a fare pilates non riuscendo nemmeno a toccarsi le punte dei piedi a gambe tese mi ha messo addosso una certa agitazione. 
Ma di necessità, virtù: sono andata.
Tanto, mi dicevo, mica sarà pesante.
Posso farcela.
Mi alleno da una vita.
Io.

Io, io, io un paio di stivali.
Non ho mai sofferto così in vita mia.
Non pensavo che si potesse faticare tanto senza nemmeno sudare.
E' contro natura.
Allunga, stira, respira e tieni la posizione.
Contrai gli addominali, tira in dentro l’ombelico, muscoli pelvici in tensione e rilassa le spalle.
Poi l’insegnante è un vero nazista.
Tieni le gambe tese!  TESEEEE!!!
Ok, ok, ho capito… ma se non mi ci stanno???
Allunga, allunga.
Magari cresco di qualche centimetro.
Il tutto con il sottofondo di musica new age molto rilassante, che mi urta il sistema nervoso.

La mattina dopo la prima lezione, il risveglio è stato altamente traumatico. Non solo ero tutta indolenzita, ma la schiena urlava vendetta ed anche gli organi interni sembravano ribellarsi a tutto sto allungamento coatto.
Come se non bastasse avere tutti i muscoli a pezzettini, ho dovuto sopportare anche lo sguardo canzonatorio di mia madre.

Phoebe: “Che hai da guardare così?”
MammadiPhoebe (sorridendo sarcastica): “No, niente…”
Phoebe: “Mpf…”
MammadiPhoebe: “No, è che ti sbatti tanto sullo step, fai fitboxe… E poi…”
Phoebe: “E poi che?”
MammadiPhoebe (sghignazzando malefica): “E poi io che c’ho 57 anni sono più allenata di te!”
Phoebe: “…”
MammadiPhoebe: “Ricordati che io sto in piedi sulla testa”
Phoebe: “…”
MammadiPhoebe (ghignando): “Dovresti venire a yoga con me: meditazione, esercizio fisico, vita naturale…”
Phoebe: “Vado a fumare una sigaretta”
MammadiPhoebe: "Ma tu non fumi!??”
Phoebe: “Da oggi sì.”

Comunque domani ho la quarta lezione.
Se sopravvivo ed arrivo a quest’estate, avrò certamente un fisico favoloso.
Addominali a prova di bomba.
Sedere che sfida la forza di gravità.
Cellulite in vacanza alle Canarie.

Sennò io al signor Pilates lo denuncio per maltrattamenti…

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26 febbraio 2008 2 26 /02 /febbraio /2008 00:34
Una volta la maggiore età si raggiungeva a 21 anni.
Oggi, grazie alla riforma del 1975, per essere maggiorenni basta compiere 18 anni.
Maggiorenni, cioè dotati della capacità di agire. Che consiste, per i non dotati di studi giuridici, nella idoneità di un soggetto a porre in essere atti giuridicamente validi.
Un passo importante, quindi.
Una soglia da varcare che ha molti significati e sfumature: assunzione delle proprie responsabilità, capacità di prendere decisioni, possibilità infinite. E soprattutto la patente. Ecco, diciamo che in una scala da uno a cento, la patente a 18 anni vale 101.

Poi vai all’Università, e pensi che la laurea ti regalerà una vita meravigliosa e ti dischiuderà le porte della vita “vera”.
Studi, ingoi rospi, immagini. Ma vivi anche di feste, alcol, flirt, giorni passati ciondolando in biblioteca e spettegolando sull’assistente di commerciale.
Sì, proprio quello carino.
I giorni sono lunghi, i problemi dilatati e sciolti in una adolescenza prolungata che sembra senza fine.

Poi la laurea arriva e, se sei fortunato (o sfortunato, dipende), inizi a lavorare.
Questo, pensi, ti regalerà la maturità.
Ma non è così.
Un lavoro insoddisfacente da 1000 euro al mese, gli amici di sempre, la dieta che non funziona, i sogni, le serate, l’amore che non arriva.
Ti svegli a trent’anni e, spesso, vivi come un ventenne.
Ma allora, quando si cresce?
Siamo condannati all’adolescenza eterna?
Ed anche fosse così, questo è proprio un male?

Beninteso, non intendo qui condannare il maschio tipico italiano, il Peter Pan che si rifiuta di crescere e di fare qualcosa di diverso che guardare sotto la gonna di Campanellino. E dire che ne avrei ben donde.
Parlo di una sensazione diversa, quella di sentirsi sempre col paracadute.
E questo non perché non si metta su famiglia, non si paghino le bollette o non si viva pienamente la propria vita.

Parlo di una presa di coscienza diversa, di quando all’improvviso si squarcia il velo e si vedono le cose per come sono.
Si vedono le prime rughe intorno agli occhi, quelle che nessuna crema all’acido di chissà quale pianta riesce ad estirpare perché sono TUE.
Si vedono i propri genitori per come sono: fragili, invecchiati, a volte anche sopraffatti da un mondo che iniziano a non riuscire più a godersi al 100%.
Vedi tu padre, lo vedi lì accanto al termosifone che guarda Frizzi.
La bocca tesa, la schiena un po’ curva.
La tua roccia, la tua salvezza, l’antagonista di tante battaglie.
Provato dall’accaduto, triste per non aver saputo difendere in maniera adeguata la propria famiglia, come a trasgredire un codice non scritto. Lo vedi lì e non puoi fare altro che abbracciarlo, dirgli che gli vuoi bene, cercare di infondergli un po’ del tuo calore.
Diventare da protetta a protettrice.
Vedere gli occhi di tua mamma ancora innamorati di lui, e pensare che in fondo è tutto ciò che vorresti diventare da grande.
Occhi belli, grandi e nocciola come i tuoi, ma impotenti.
Come impotente sei tu, senza più la certezza che tutto andrà bene, che ti rimboccheranno le coperte se ne avrai bisogno stampandoti un bacio sulla fronte.
Come una nave che lascia il porto, ora è tempo di migrare, cambiare, evolvere.

Diventare donna davvero…

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25 febbraio 2008 1 25 /02 /febbraio /2008 01:14
Oramai l’avete capito, mi sto dilettando in cucina.
Un po' per diletto, un po' per necessità ad essere sinceri.
Secondo mia madre, per avere e tenersi un uomo alla mia età pare sia necessario anche questo e quindi proviamo.
Magari mi nasce dentro una grande passione che non sapevo di avere.
Magari divento una cuoca eccezionale.
Il nuovo Vissani, magari.
Yes, we can!
Ok, la smetto...

Inoltre, visto il successo della prima volta, mi sembrava carino fare un bis ed ho deciso di ritentare con un classico (ma che non stanca mai) della cucina umbra, che certamente non potrà non rendere felici tutti i buongustai: la torta al testo.

Celeberrima e anelata dagli umbri in terra straniera, è un piatto unico gustoso che va bene per tutte le stagioni ed anche facile da preparare. Insomma, se lo so fare io…

Ingredienti:
- 1 kg di farina
- 8 cucchiai d’olio
- un uovo
- 1 hg di parmigiano
- 1 bustina di lievito per torte salate da 1 kg
- sale qb
- latte

Disporre la farina a fontana sulla spianatoia e versare il lievito, l'olio, il sale, il parmigiano e l’uovo poco alla volta nel centro. Impastare energicamente gli ingredienti, ammorbidendo se necessario l’impasto con acqua o latte secondo i gusti.
Nel frattempo mettere il testo a scaldare sulle braci (come vorrebbe la ricetta antica) o sulla cucina a gas. Esistono infatti comodi testi in ghisa che possono risolvere la vita a chi il camino non ce l’ha o non ha voglia di usarlo).
Stendere la torta con il mattarello, non troppo sottile (circa un centimetro) e posizionarla nel testo caldissimo, bucandone la superficie con i rebbi di una forchetta. Rigirare la torta di tanto in tanto, facendo cuocere entrambi i lati.
A cottura ultimata, tagliarla a pezzi e farcirla come più vi aggrada.
Il classico della cucina umbra prevederebbe il prosciutto crudo o salsiccia e erba (ndr. verdura cotta varia, secondo gusti e stagioni: spinaci, rape, ecc), ma sono previste massima libertà e fantasia, alcune pure ispirate alla cucina fusion più estrema: melanzane grigliate e speck, prosciutto cotto e salsa tartufata, rucola e stracchino, salame piccante, nutria arrosto, porchetta, ecc ecc.
Tutte buonissime e tutte da provare.
Anche se la nutria, io, la digerisco male.

Come mai vi allieto con questa ricetta proprio stasera?
Perché oggi per la prima volta da brava massaia l’ho fatta tutta da sola in modo abbastanza agevole.
E le mie amiche, accorse alla mia magione per la classica serata Amici (sul cui trash, buonismo ed elogio alla mediocrità preferirei non parlare) se la sono spazzolata in allegria e buonumore.
Scusate tanto se è poco.

Son soddisfazioni…

PS. Lo so, trovare fuori dall'Umbria un testo in ghisa per la cucina a gas non è facile, ma se volete tentare questa ricetta e desiderate acquistarne uno, scrivetemi una mail che ci organizziamo!!

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19 febbraio 2008 2 19 /02 /febbraio /2008 15:59

In fila al supermercato con le mie quattro cose, io.
Le barrette alla cioccolata della Kellog’s.
Lo yogurt.
Un paio di calze di microfibra.
C’ho fretta, mia madre già mi ha chiamato per ricordarmi che l’odiosa zietta è a cena e quindi non posso sottrarmi al suo interrogatorio né alle sue poco nascoste muliebri grazie.
Come giustamente afferma la legge di Murphy, la fila che scegli sarà sempre quella che scorrerà più lentamente e così resto in attesa fremente ingannando il tempo ammirando gli espositori carichi di caramelle e preservativi (cosa li accomuna? Perché sono sempre esposti affiancati vicino alle casse? E se un bambino si sbaglia?), nonché curiosando tra la spesa degli altri.
Quand’ecco che mi giro e vedo la persona che mi segue nella fila.

E’ un ometto piccolo, nulla di ché.
Impermeabile stazzonato, occhiali, faccia da topo incorniciata da quattro capelli tenuto su con metodo in un riporto che sfida le tecnologie più avanzate.
Ha gli occhi piccoli, l’ometto.
E mi fissa da dietro le lenti spesse.
Mi fissa.
Ha in mano poche cose, tra cui spicca un inquietante e sospetto profuma-biancheria per armadi al mughetto.
Mi fissa.
E io comincio a pensare che lui abbia più o meno l’aspetto del serial killer medio, di quelli che rapiscono, torturano e seppelliscono cadaveri fatti a pezzettini. Un pezzo qui, un pezzo là. E in un attimo, senza nemmeno accorgertene, sei un patetico volantino appeso alla stazione dei Carabinieri del paese con sotto scritto “scomparsa”. Così, mentre tutti immaginano fughe d’amore o ribellione alla vita canonica, in realtà sei sepolta sotto due metri di terra in sei posti diversi.
Terribile.
Sì, sì. Più lo guardo e più è proprio lui.
Con lo sguardo sfuggente, l’espressione da ragioniere ebete e rintontito.
E’ lui, ne sono sicura.
Infilo tutto nella busta, pago e scappo in macchina, facendo bene attenzione a mettere la sicura.
E a controllare di non essere seguita, ché di questi tempi non si sa mai.

Pompa di benzina sotto casa, sono le otto di domenica sera.
L’indicatore del gasolio piange (che novità) e prima di recarmi all’appuntamento con le mie amiche per la classica serata “pettegolezzi + Amici”, imperdibile must per sole donne mi devo fermare per forza sennò domattina mio padre m’attaccherà un pippone terribile sui danni alla pompa del gasolio, blabla blabla.

Accosto.
La stazione è deserta, con l’aria abbandonata che hanno i paesi di villeggiatura l’inverno.
Dall’altro lato accosta un camper. Uno di quelli lunghi e stretti, ché dentro potrebbero ospitare una famiglia di 8 persone. O il pied-à-terre di un assassino omicida, proprio come in "Intensity" di Dean Koontz.
Scende un uomo con una camicia di flanella sbottonata molto grunge ed i capelli scarmigliati. Avrà un po’ meno di cinquant’anni e la faccia corrucciata.
Io sono paralizzata in macchina.
Realizzo che potrebbe infilarmi nel camper, legarmi e torturarmi con una pistola sparachiodi e nessuno sentirebbe le mie urla disperate, perché intorno è deserto.
Prendo tutto il mio coraggio e dieci euro, scendo e faccio gasolio.
Ho il cellulare in tasca, ma è poca consolazione. Potrei telefonare a qualcuno, così avrei un testimone delle scempio che questo pazzo farà del mio corpo, ma ho paura di esser presa per pazza.
L’uomo fa un giro del camper controllando (pare, ma so che è una finta) le ruote.
Rimetto il tappo al serbatoio, risalgo in macchina e metto la sicura.
Sono salva.
E se avesse qualcuna delle sue vittime nel camper?
Dovrei chiamare la polizia?
Affrontarlo?
Macchè, al massimo posso prendere il numero di targa.
Ah, è straniero! Lo sapevo!!!!

Mentre mi allontano, dallo specchietto retrovisore vedo scendere due bambini insonnoliti con una età tra i cinque e gli otto anni. Uno sale in braccio al serial killer mentre fa rifornimento, mentre l’altro ciondola sugli scalini del camper.
Mi sento scema. Ecco, sono solo turisti fuori stagione.
Anche perché, ora che ci penso, il tipo con la faccia da ragioniere pervertito del supermercato, mi sembra quello che lavora in banca giù in paese.
Vuoi vedere che mi fissava solo perché gli sembravo un viso familiare?

A parte sentirmi idiota e a darmi la giustificazione che sono ancora sotto shock per l’accaduto, ho finalmente capito cosa si prova ad essere paranoici. A misurare tutti i propri passi con la determinazione che vogliano dire qualcosa di diverso dall’apparenza.
E che, soprattutto, guardare sempre certi tipi di telefilm alla lunga incide.
Parecchio.
Anche se sembrano innocui e divertenti, come prendere un caffè con la signora Fletcher.

Mica dovrò iniziare a vedere Don Matteo????

PS. Se non ne avete ancora abbastanza di me e del mio straparlare, da oggi mi trovate anche qui.
Se ci fate un salto potrete trovare tanti temi interessanti e promettenti aspiranti scrittori che un giorno, speriamo, cresceranno e faranno faville.
Non perdete l'occasione di fare un viaggetto nella musica ed in tutte le sue sfumature, viste da occhi diversi e traversali.

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13 febbraio 2008 3 13 /02 /febbraio /2008 23:47
A Perugia se ne parlava da tempo immemore.
Non solo chiacchiere, a dire il vero, ma anche fatti visto che lavori stradali, strutturali e di ammodernamento squarciavano la città, la viabilità e, non ultime, le palle dei cittadini da almeno due anni.
Abbondanti.

Doveva venire alla luce per Umbria Jazz 2006.
Poi per Natale 2006.
Voci di corridoio lo volevano agibile ed abile  per Eurochocolate 2007.
Indi per i primi del 2008.
Alla fine il 29 gennaio 2008, giorno di San Costanzo patrono della città di Perugia è arrivato, è nato, è tra noi: il Minimetrò!
Alleluia, alleluia!!!

Infinite polemiche hanno accompagnato quest’opera sin dalla sua fase progettuale.
Prima di tutto il suo aspetto: chilometri di rotaia rossa che squarciano il cielo, i palazzi e gli scorci medievali di Perugia. Nonostante tutto quello che possa dire il sindaco Locchi, bello non è.
Sarà tecnologico, moderno, avanzato.
Sarà pure stato progettato da un ingegnere francese, per carità.
Ma bello decisamente no. Mi rifiuto di pensare che una persona sana di mente possa trovarlo bello.
In una città fatta di mura, vecchi edifici ed atmosfera antica questa rotaia sopraelevata di almeno dieci metri rosso fiamma ci sta proprio una meraviglia. Non trovate?
Vogliamo parlare del rumore? Il cavo su cui sfrecciano le navette come razzi interstellari a curvatura pare stia sempre in tensione provocando un rumore sordo e continuo. Giorno e notte. Chi ci abita attaccato non può esserne felice e lo testimoniano i centinaia di manifesti (il più bello è di sicuro quello che recita “Grazie sindaco, mò sò più sveglio!”) appesi alle terrazze accanto alle quali sferraglia allegra ed arrogante questa grande e meravigliosa innovazione tecnologica. Perchè, parliamoci chiaro, di rumore ne fa. Eccome.
Se poi ci aggiungiamo la tipica mentalità perugina non esattamente openminded a completare il quadretto delle polemiche, il gioco è fatto.
Se non ci pensa Al Quaida, di sicuro una bomba ce la metterà un abitante di Case Bruciate o dintorni.

Tra mille recriminazioni, ritardi e manifestazioni il Minimetrò ha cominciato a sferragliare lo stesso.
Potevo io non andarci?
Certo che no!
Anche perché la mia amica Claudia, così glamour da essere andata persino all’inaugurazione, mentre ci viaggiava su mi aveva mandato un enigmatico sms: “Se non fosse che fa un rumore assurdo, da fuori è antiestetico e costa un euro… il Minimetrò è una figata!”.
Insomma, il primo sabato mattina disponibile ne ho approfittato, agitata ed allegra come una bambina alle giostre.
E alle giostre sembrava di stare.
Se si considera che il dislivello tra i due capolinea è di circa 162 metri, potete immaginare la salita che affrontano le navette. Mi aspettavo da un momento all’altro che ci fosse la discesa come in cima alle montagne russe. Ho pure alzato le braccia come a Gardaland.
E invece nulla. A dire il vero, un po’ mi è dispiaciuto.

Credo vi stiate chiedendo come è andata la corsa sul Minimetrò e che cosa ne penso io.
Non ve lo state chiedendo?
Bèh, ve lo dico lo stesso.  Devo dire che è stato bello.
Tutto nuovo e tirato a lucido, quasi spaziale.
Di sicuro il Minimetrò offre la possibilità di guardare la città da un punto di vista inconsueto e molto particolare e mentre ci si sta sopra non si nota nemmeno la totale antiesteticità del’opera.
E poi là dove sono state create le stazioni, che sono sette, sono state recuperate aree prima dimenticate e lasciate alle erbacce ed al predominio dei tossici. Così il Pincetto da luogo in cui una ragazza non poteva andare da sola di notte è diventato capolinea e area verde deliziosamente corredata di aiuole.

Qual è il problema allora?
Diciamo che la sua totale inutilità è palesemente sotto gli occhi di tutti. Prima di tutto, non sfiora zone nevralgiche di traffico e caos quali l’Università (dove trovare parcheggio è più difficile che fare sei al Superenalotto) e l’ospedale per le quali avrebbe potuto essere risolutivo. Per non parlare della zona industriale in cui si concentrano la maggioranza delle aziende e che è stata totalmente ignorata del progetto e da suoi eventuali sviluppi. In secondo luogo chiude alle 20. Ma si può? Ci si lamenta che il centro di Perugia è morto, ma questa non mi pare la maniera di rianimarlo.
Il Minimetrò secondo la mia opinione è la classica opera per turisti, comoda se si arriva a Perugia in autobus o treno (sì, grazie a Dio almeno per la stazione ci passa), o per passare in allegria una mattina di primavera in cui non si lavora e si ha voglia di andare a fare una passeggiata in centro respirando la primavera.
Ma per il resto non vedo utilità pratica rilevante.
Triste pensare che un’opera costata mille milioni di miliardi o giù di lì sia utile più o meno come lo smalto sulle unghie.

Per fortuna, c’è già chi con lungimiranza immagina utilizzi alternativi.

Sul cucuzzolo della montagna…

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6 febbraio 2008 3 06 /02 /febbraio /2008 23:51
In genere io vado in palestra all'ora di pranzo.
Dopo la lezione, per reintegrare le energie perdute, ci prendiamo dieci minuti di relax per mangiare tutti insieme e riprenderci dallo sbattimento post-fitness.
Ma soprattutto per mangiare, a dire il vero.
Niente di pesante, per carità.
Tutte cose molto healty: insalatine, bresaola, macedonia & affini.
Capirete bene la necessità di condire il lauto pranzo perlomeno con chiacchiere saporite, in genere parlando di logaritmi e massimi sistemi.
Ecco, l'altro ieri ad esempio si parlava di tette.
Sì, proprio di tette.
 
L'argomento è scottante e complesso, si sa.
Spinoso come minimo.
Uomini e donne ne hanno opinioni così diverse da scatenare liti e crisi di gelosia, nonché il proliferare di yacht e Ferrari intestati a chirurghi estetici, sulla cui moralità ci sarebbe molto da dire.
 
Che ne pensano i maschi?
Le tette sono così determinanti?
A giudicare dalla iconizzazione che se ne è fatta nel corso dei secoli e dagli sguardi che sono in grado di catalizzare, parrebbe proprio di sì.

Ma come devono essere ‘ste tette?
Stando al giudizio maschile, ci sono varie scuole di pensiero:
 
Sotto la terza non è vero amore.
Sono gli amanti del seno abbondante, quelli che più ce n'è meglio è.
Drogati spesso dall'immaginario al silicone che le riviste e film porno offrono, secondo me questi soggetti si immaginano tette enormi che sfidano la forza di gravità a capezzolo eretto, quando invece la realtà è spesso molto diversa.
La forza di gravità esiste, eccome.
E quelle donne a cui Dio ha donato dalla quarta in su sono obbligate all’uso di reggiseni contenutivi e tiranti disegnati direttamente dai progettisti della NASA per evitare lo strabordamento verso la cintola. Forse questo particolare “tecnico”  sfugge a molti maschietti attratti dall’idea della morbidezza, ma in certi momenti clou credo che salti subito all’occhio…
Mi viene da pensare, magari esemplificando eccessivamente, che la passione per il seno spropositato richiami la maternità e la nostalgia per la figura materna e rassicurante.
Ma mica tanto esteticamente gradevole.

La coppa di champagne
E’ un classico, no? “Il seno ideale è quello che può essere contenuto in una coppa di champagne”, recita chi se ne intende di fashion style.
Di certo i canoni estetici dell’alta moda lo impongono e le riviste cd. di classe non fanno a meno di rimarcarlo. Molto divertente: le riviste patinate maschili esplodono di tette immense, quelle femminili di pialle.
Anyway, molti uomini trovano bello ed elegante un seno piccolo ed androgino nonostante i luoghi comuni li vogliano invaghiti senza remore di maggiorate siliconate.
Quale potrebbe essere il fondamento psicologico di questa preferenza? Omosessualità latente? Voglia di controllo? Senso estetico leggermente diverso dalla massificazione proposta dall’immaginario maschile?

L'onesta via di mezzo

Cioè la terza. Piena. Naturalmente il tutto dipende dalle proporzioni, dall’ossatura, dall’altezza, dall’armonia della figura,  bla bla bla.
Ma, parliamoci chiaro, in genere la terza sta bene a tutti.
Un uomo equilibrato non può fare a meno di apprezzare una terza sfoggiata con stile.
Ma, ahimè, non tutti gli uomini sono equilibrati.
 
E le donne? Noi donne, che le  tette ce le portiamo a spasso volenti o nolenti che ne pensiamo?
Sono importanti?
Oh, ma certo che sì. In utile starsela a cantare.
Così importanti da farci nascere dentro paranoie, insicurezze e manie.

La sindrome di Geppetto
Trattasi di portatrici sane, senza evidenti tracce di tette nella parte anteriore del corpo.
La donna in questione è consapevole di possedere (secondo rotocalchi e foto patinate) una carica erotica pari ad un ragazzino di 11 anni, ma cercano di supplire con metodi moderni, come l’oramai inevitabile (ed entrato nel costume) Wonderbra, ed antichi quali i famosi calzini strategici riportati in auge da una famosa pubblicità moderna nonché dalle simpatiche dichiarazioni di una piccola diva di casa mia.
La donna piatta (o poco “dotata”) spesso si fa un cruccio dell’assenza di davanzale ed arriva a violentare il proprio fisico con protesi siliconate al limite del ridicolo (“Tanto che me lo rifaccio, lo voglio GRANDE”), ma più di frequente si rassegna alle prese in giro di amici e compagni consolandosi con la “comodità” pratica del seno piccolo.
Tanto, poi, si sa: chi disprezza compra.

La complessata
Ha il seno grande e questo le genera una marea di problemi. Nel vestire, nel relazionarsi, nel vivere in generale. Lo maschera dentro maglie oversize. lo nasconde, in casi estremi lo fascia addirittura.
Non si sente a suo agio e mette da parte i soldi per fare una drastica riduzione del seno.
Ah, beh.
Certamente sono problemi.
Io, personalmente, non mi so rendere conto e perciò glisso.

La maggiorata tronfia

Ha un seno grande. Enorme. E se ne vanta. Non perde occasione per rimarcare la sua (evidente) fisicità, anche quando questa è fuori luogo. Non sa quasi parlare d’altro e non si rende conto di quanto possa rendersi odiosa e di quanto possa essere aberrante il pensiero delle sue tette che arrivano penzolando all’ombelico. E non tra 15 anni.
ORA.
Io, a dire il vero, le darei fuoco.
ORA.
Con un accendino.

Come forse avrete intuito dalla mia “piccola” digressione e dall'opinione leggermente sottesa che vi aleggia, io di tette non è che ne abbia poi tante e così le mie amiche.
Non che ne sia completamente sprovvista, per carità.
Diciamo che anelo ad una terza, ma credo che non riuscirei a riempirla completamente nemmeno se ingrassassi dieci chili.
In ogni modo mi accontento, ho altri punti di forza.
Come il didietro, per esempio.
Che, a guardare i risultati, alla fine funziona sempre.




E grazie a tutti…

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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