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5 febbraio 2008 2 05 /02 /febbraio /2008 00:30
La mia palestra ha riaperto i battenti da circa un anno, riemergendo dal terzo fallimento e dall'ottavo cambio di gestione dal 2000 ad oggi con un nuovo, giovane e ricco proprietario. Per festeggiare l'anno appena trascorso, la gestione ha pensato bene di organizzate un Open Day proprio domenica scorsa.

Per i profani, dicesi Open Day una giornata in cui tutti possono accedere ai servizi della palestra gratuitamente: lezioni, thermarium, sala pesi.
Tutto assolutamente gratuito ed a scopo puramente pubblicitario.
Come rinforzino, per attirare fan e curiosi, la direzione ha invitato lei. Proprio lei, la regina, l’inventrice di The Program, l’imbonitrice più tonica della televisione, insegnante alla scuola di "Amici" quand'era ancora una cosa seria e soprattutto una fucina di talenti.

Lei, seconda solo allo Chef Tony nella mia fantasia malata: Jill Cooper.

Come mancare?
Impossibile direi.

Io e le mie amiche abbiamo tirato a lucido i nostri completini migliori, le scarpette più fighe e le mollettine per capelli più idonee e ci siamo appropriate della prima fila.
Eccoci qui: io, Vale, Cla e Ale. Che carine.

Entra lei.

Bionda.
Un metro e ottanta.
Due spalle così.
Delle cosce che fanno paura.
Sorriso splendente e due pinze qualunque nei capelli.

Tremiamo.
Certo, è un po’ diversa dalle foto e dalle televendite.
Un po’ tanto…
Devo dire che dal vivo dimostra in faccia tutti i suoi quarant’anni suonati, ma quando sorride la ragazzina che vive dentro di lei salta fuori inaspettata.
Quando salta fuori.

Inizia a spiegare la sua filosofia di vita (di cui non è che mi ricordi molto) e Vale e Cla iniziano a chiacchierare, sparlando probabilmente di quello con le scarpe rosse in terza fila.
Jill se ne accorge, interrompe il monologo e con sguardo nazista le interroga con il classico accento americano da patata in bocca.

Jill: “Voi tue come chiama???”
Le tapine all’unisono (e con sguardo sbarrato): “Vale e Claudia”.
Jill (girandosi verso la classe): “Bene, bene! Dite tutti grazie Claudia e Vale per fare subito 10 flessioni gambe tese. NOWWW!!!!!!
Silenzio di tomba.
Jill: "NOWWW!!!"
Allibiti da cotanta disciplina abbiamo fatto le flessioni come bravi marines professionisti.
Su-giù, su-giù.
Terrorizzati.

Poi è partita la musica.
E la lezione è stata folle, divertente, faticosa ed adrenalinica.
Sculettando.
Jill fa certe facce mentre fa lezione di aerobica che stanno a metà tra Jack Nicholson in Shining e gli All Blacks che fanno la Haka, ma è una grandissima motivatrice e quando urla “Fammi sentire tuta tua pasioneeee esplodeeee!” abbiamo realizzato che se ci avesse ordinato di buttarci dalla finestra l’avremmo fatto senza remore.
E pure in fila indiana.
Ballando e sculettando, alla fine ci ha fatto a pezzettini.

La mia idea iniziale era quella di chiederle l’autografo per il Daveblog e farci una bella trashcronaca (come mi era già accaduto in precedenza), ma dopo la lezione si è fermata a chiacchierare insieme al marito e dispensare consigli alimentari impossibili per l’uomo e la donna media comprendenti l’uso imprescindibile della curcuma (spezia di cui ignoravo esistenza ed indispensabile utilità), del cavolo e del broccolo.
Bleah.
Ma occorre fare attenzione, perchè come dice lei: "Tuo corpo doopo quaranta da bahhahahah e non è più lui!"
E' leggermente particolare, ma anche così carina, carica e simpatica che l’autografo l’ho fatto fare per me.

Se divento famosa la compro.
Giuro.
La compro proprio tutta, e le faccio eseguire tutti i suoi dvd nel mio salotto.
Mi faccio risistemare tutto il corpo.
E vado pure di curcuma.
A fiumi.

Non vedo l’ora…

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2 febbraio 2008 6 02 /02 /febbraio /2008 17:39
Sono malata di documentari.
Di qualsiasi genere di documentari: storici, geografici, di gossip.
Io me le bevo tutti.
Che parlino delle cavallette azzurrine zoppe dell'Asia Minore piuttosto che del rapimento alieno di Elvis Presley o degli amori segreti di Nefertiti la differenza non esiste: mi imbambolo davanti alle immagini che scorrono ed alla voce suadente e maschia che narra l'interessantissimo argomento.
Proprio per questa ragione, mi batto strenuamente perchè Sky e i suoi 453 canali non entri in casa mia nemmeno con l'offerta gratis-a-vita.
Mi piazzerei su Discovery Channel o su History Channel e mi dimenticherei non solo del lavoro, degli amici e della mia famiglia, ma anche di mangiare, di bere e di fare la pipì.
Giuro.
Davvero.
Sono patologicamente attratta.
Morbosamente, direi.

Per non parlare dei programmi trash che riuscirei a scovare e a ciucciarmi senza remore. ma questa è un'altra storia...

Figlia di Quark e di Piero Angela, non c’è programma di taglio documentaristico che sfugga alla mia attenzione, da Ulisse a Voyager, passando per i programmi de La 7 che sicuramente guardo solo io e altri 12 spettatori in tutta Italia.

Voyager in particolare lo trovo un programma di un trash sublime, così assurda che ho sviluppato una dipendenza fisica nei suoi confronti. Draghi in salamoia, templari che escono dalle tombe, Da Vinci che usando la macchina del tempo arriva nel XXI° secolo a braccetto con John Titor e altre amenità: come non innamorarsene? E come non amare il favoloso Roberto Giacobbo che, con la sua voce professionale e serie, ti illustra queste eccezionali e documentatissime “scoperte scientifiche”?

La mattina invece, faccio colazione coi documentari di Rai Educational su Raitre.
E’ bello, perché non sai mai quello che ti tocca: storia, politica, biografie. Una volta su due è un documentario sulla seconda guerra mondiale ed i nazisti (le industrie naziste, i dottori nazisti, la musica durante il nazismo, ecc ecc), ma la sorpresa è sempre un brivido.
Due mattine fa, il 31 gennaio, è stata la volta di un bellissimo documentario per festeggiare i 50 anni della canzone italiana più nota al mondo ed il suo creatore ed interprete: Mr. Volare Domenico Modugno.
Io a Modugno ci sono sempre stata affezionata, un po’ per orgoglio italiano, un po’ perché mio nonno d’inverno si sedeva davanti alla stufa dopo il lavoro, mi prendeva sulle ginocchia e mi cantava “Piove” con la sua bella voce baritonale e malandrina:

“Ciao ciao bambina
un bacio ancora
e poi per sempre
ti perderò
Come una fiaba
l'amore passa
C'era una volta
poi non c'è più!
Cos'è che trema
sul tuo visino
E' pioggia o pianto?
Dimmi cos'è…”

Nella mia mente di bambina, quella canzone così dolce e triste la poteva cantare solo mio nonno e nel tempo la sua immagine si è sovrapposta a quella di Domenico Modugno in un modo così forte e vivido da farmi emozionare alla vista di Mr. Volare in tv.
Ogni volta.
Gli stessi occhi, vivi ma sempre un po’ tristi, come se la consapevolezza del mondo e delle sofferenze della vita li attraversasse lasciando un velo di falsa ironia. La stessa espressione, buona e sorniona, accondiscendente ma virile.
Così è come mi ricordo mio nonno.

Sciocco come una convinzione di bambina possa far tremare il cuore a una trentaduenne che di ritiene pure sufficientemente cinica da non farsi scalfire dalle cattiverie del mondo.
Sciocco come possa scaldare il cuore un ricordo.
Sciocco come ci si possa scordare del mondo e ritrovarsi a timbrare un cartellino in ritardo perché ci si è imbambolati davanti alla televisione alle otto di mattina.
Sciocco come si possa canticchiare una canzone per tutto il giorno, sentendosi felici senza un perché logico.

Ciao ciao bambina,
un bacio ancora…

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30 gennaio 2008 3 30 /01 /gennaio /2008 21:46
Io ho un pessimo carattere.
Lo dicono in tanti, la maggioranza della gente che conosco in ogni caso.
Poi magari mi vogliono bene, ma questo è un altro discorso.
Ho un pessimo carattere, è assodato.
Zero diplomazia.
Zero ruffianaggine.
Zero lecchinaggio.
Totale incapacità di stare zitta.

Alle medie avevo una professoressa di matematica idiota e presuntuosa.
Ogni volta che spiegava i problemi alla lavagna immancabilmente il risultato era diverso da quello indicato nel libro e lei, odiosa, tirava una riga nel libro e affermava tronfia: "E' un errore di stampa!". Tutti annuivano come un branco di pecore al pascolo nella verde Irlanda, sillabando Beee beeee mentre io dall'ultimo banco alzavo la manina e una volta presa la parola la sbugiardavo con un "A me torna" ed un sinistro brillio negli occhi.
Gelo in classe.
Sguardi di fuoco dell'insegnante colpita ed affondata.
Ovvio cazziatone a mia mamma il giorno dei colloqui.
Sua figlia è ingestibile.
E non solo perché mettevo la gomma da masticare tra i capelli di quella del banco davanti che aveva le tette grosse.
 
Non è che crescendo io sia migliorata, anzi.
Manco per niente.
Sia nei rapporti interpersonali che lavorativi ho la fame di "rustica" (per dirla alla perugina), di una con la lingua lunga che proprio zitta non ci riesce a stare nemmeno quando va contro i suoi interessi.

Non per niente all’esame di maturità trattai male il commissario di matematica incompetente e sosia pervertito di Michele Placido, riuscendo ad incassare un deludente 58 invece del dovuto 60.
Ma gliel’ho cantate, eh.
Puttaniere.

Per non parlare dell’Università, in cui il mio mal tollerare l’essere considerata un numerino qualunque da professori boriosi che consideravano la cattedra come la quinta o sesta attività della loro vita e per questo assolutamente marginale e irrilevante.
Ma, badate bene, è solo un caso che abbia rigato la Porsche del mio stronzissimo professore di Procedura Penale.
Un caso fortuito.
Passavo di lì.

Ora, a 32 anni suonati, ho imparato a mordermi la lingua biforcuta ed a incanalare la rabbia con la fitboxe e la corsa. Imparare a dominare me stessa e la mia necessità di puntualizzare facendo la maestrina dalla penna rossa non è stato facile, ed infatti spesso e volentieri emerge anche contro la mia volontà.
Tuttavia, per il vivere civile, evito “quasi” sempre la rissa.
Ma non per questo sono meno pericolosa…
Ecco perché vi consiglio caldamente di votarmi.
E subito.





Lo dico per voi…

PS. Se vi chiedete il perché della foto… vabbè, ve lo spiego un’altra volta!!!

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24 gennaio 2008 4 24 /01 /gennaio /2008 08:53

L'altra sera torno a casa dal lavoro, appoggio la borsa sul mobile dell'ingresso e butto il cappotto sull'appiccapanni.
Come tutte le sere.
Saluto i miei, sistemo la sacca della palestra.
Passo in cucina e l'occhio mi cade su una cartolina postale lasciata come ricordo amorevole dal postino.
Ovviamente, è LUI, non ci sono dubbi.

Finalmente.

Afferro la cartolina e scruto con sguardo indagatore ed accusatorio i miei familiari.

MammadiPhoebe: "Ah, no... io ero dal parrucchiere!!"
SorelladiPhoebe: "Ah, io ero al lavoro!!"
PapàdiPhoebe: "Eh, no! Io ero in casa, ma questi non hanno suonato mica!! Oppure hanno approfittato di un momento che ero in bagno!!"
Phoebe: "Papà!"
PapàdiPhoebe: "Lo giuro! Devono essere strisciati fino alla casella della posta, gli infami!! Lo giuro sul cane!"
Ho "amorevolmente" soprasseduto, scuotendo la testa.
Son familiari, bisogna aver pazienza.
 
La mattina dopo, con mio grande sbattimento, mi reco all'ufficio postale comunale.
Che era esattamente la cosa che volevo evitare ad ogni costo.
Ora, già gli uffici postali io li odio a prescindere.
Devi prendere il numeretto giusto all'eliminacode giusto, impazzisci davanti ad un contatore luminoso per capire quando è il tuo turno e in quale sportello recarti senza ovviamente superare i segni disegnati sul pavimento chè sennò sei un cafone, se sbagli riparti da zero come ne Il gioco dell'oca e mediamente il tempo impiegato per sbrigare la semplicissima commissione è inversamente proporzionale alla simpatia degli impiegati, che sembrano messi lì contro la loro volontà e stanchi come se lavorassero in miniera. E gli impiegati se per caso sbagli sportello dopo tre ore di fila ti trattano come se la differenza tra "prodotti postali" e "servizi postali" la insegnassero di solito in seconda elementare.

Prendete questo scenario e cancellatelo completamente.
Tranne la parte che riguarda la celerità e la simpatia degli impiegati, ovviamente.
Nell'ufficio postale comunale del mio paese non ci sono tabelloni luminosi, non ci sono eliminacode né segni per terra. Ma impiegati dallo sguardo bovino sì, quanti ne vuoi.
Mia sorella mi aveva avvertito di non andare se non sotto l'effetto del Lexotan (lei lavora da un commercialista e questi giri son tutti i suoi), ma io avevo troppo desiderio di impadronirmi di LUI che sono andata subito.
Comunque, mi ha consigliato lei esperta, tieniti sullo sportello di destra, che è l'unico impiegato il cui cervello dà blandi segni di vita.
Rinfrancata dal consiglio, vado.
Mi accoglie una piccola fila a serpentello, io mi tengo sulla destra…
Dopo poco più di cinque minuti, l’impiegata dello sportello centrale mi fa un cenno: tocca a me. Le vorrei dire “No guardi, aspetto, mi tengo sulla destra”, ma mi manca il coraggio e allora vado da lei.

La lei in questione ha i capelli uguali alla Orsomando nelle giornate di tramontana, solo tinti platino, e un golfino appoggiato sulle spalle molto rassicurante. Le consegno la cartolina e lei sparisce.
Sparisce nel nulla per venti minuti.
Tempo che impiego a notare che, nell’ordine:
- le Poste Italiane ora vendono anche brutti libri e improponibili cd, nonché vite dei santi ed orpelli assortiti
- vengono offerte forme di investimento con un tasso dell’1% (garantito!!) vincolati per 11 anni da cui devi poi togliere le spese. Meglio il materasso, grazie.
- origliando lo sportello a fianco, realizzo che per un bollettino postale le Poste incassano € 1,00 sull’unghia. Usurai.
Mentre conto le mattonelle e cerco di calcolarne l’area complessiva, la vedo tornare col pacco.
Le sorrido: ci vuol pazienza, no?
Impiegata: “Quanto spende?
Phoebe: “E che ne so?
I: “Mmmmm… non c’è scritto…”
P: “E me lo dia gratis, allora!” provo a ironizzare facendo la splendida, ma lei di rimando mi gela con uno sguardo che mi ricorda immediatamente la professoressa di tecnica delle medie.
Paura.
Trova dopo innumerevoli giri il prezzo ed inizia a compilare mille milioni di moduli.
A mano.
Con la penna.
Non ci credo.
I: “Ci sono cinquanta centesimi di giacenza da pagare
P: “ EHHHH??
I: “Cinquanta centesimi
P: “No, mi faccia capire… mi recapitate il pacco con 10 giorni di ritardo e mi fate pagare 50 centesimi di giacenza??
I (serafica): “
P (alterata, con l'intenzione di sfondare il vetro): “Ma non è giusto! E’ un furto!!
I (zen): “E’ così
P: “Ma non sono nemmeno venuti a consegnare, che giacenza è??
I: “Lo vuole o no il pacco?
P (irdofoba): “Il pacco lo voglio, ma questo è un ladrocinio!
I: "Guardi che anche se il pacco non lo ritira, la giacenza la deve pagare lo stesso. E' la procedura."
P (digrignando i denti e roteando le pupille): "Ghgsffifefujhdsjd!!!!"

La distinta signora non mi degna di uno sguardo, prende i miei soldi e sparisce ancora.
Mi fa cenno si seguirla stavolta e ci dirigiamo, ognuno dalla sua parte del vetro, ad una porta antiproiettile. Poggia il pacco nello spazio divisorio tra le porte come se mi stesso consegnando una partita di tritolo e, senza guardarmi in faccia, si eclissa.
Nemmeno "Arrivederci".
Stronza cotonata.

Prendo il pacco e torno a casa.
Felice, ma anche arrabbiata come una vipera.
Ho deciso che metterò su una azienda che faccia concorrenza alle poste. E' il business del domani, in fondo peggio non si può fare.

La prossima volta vado in libreria…

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17 gennaio 2008 4 17 /01 /gennaio /2008 23:19
Brutti bastardi.
Brutti schifosi luridi mostri striscianti.
Rifiuti umani della società.
Esseri subumani.

Siete venuti in casa mia, l’avete messa a soqquadro, spaccato porte, divelto infissi, smurato una finestra, buttato tutto per aria.
Avete rovistato dappertutto, buttato per aria cassetti, toccato le nostre cose, spostando mobili alla ricerca febbrile della cassaforte.
E l’avete trovata, sì, eccome!
Nonostante fosse in un  posto quasi impossibile l’avete trovata e tagliata con il frullino elettrico che avevate con voi.
Sì, vi siete pure attaccati alla nostra energia elettrica per farlo!!!
Tanto era pomeriggio inoltrato ed i vicini avranno sicuramente pensato che mio padre si dedicasse a piccoli lavoretti di manutenzione… che altro poteva essere?

Albanesi, rumeni, marocchini, terroni o umbri, non so chi voi siate, ma siete dei mostri. Non meritate di stare al mondo, di respirare l’aria delle persone per bene.
Delle persone che vivono e lavorano rispettando le leggi e rispettandosi (più o meno) a vicenda.

E’ vero, vivo in una bella casa, con un giardino grande.
Ma i miei genitori hanno lottato per tirarla su, si sono sposati con un mucchio di cambiali e un cestino di sogni. Non siamo ricchi, siamo una famiglia come tante che lotta tutti i giorni.
Che volete da noi? Perché noi?
Ci avete pedinato, osservato, studiato per settimane o forse per mesi. Abitudini, tempi, tutto studiato. E’ bastato che  a casa non ci fosse nessuno per nemmeno un’ora per fare tutto questo.
Avete aspettato che mio padre uscisse e vi siete appropriati di un pezzetto della nostra vita.
Di oggetti che erano nostri, donati con amore.
Ricevuti con altrettanto amore.

E per fortuna non c’era nessuno, perché se solo aveste torto un capello ai miei genitori, a mia sorella o a uno dei miei animali ve l’avrei fatta pagare cara. Vi avrei cercato dappertutto. E vi avrei trovato.
Lo giuro.
Brutti bastardi.
Stronzi.

Vi odio.

Vi odio per aver rubato l’anello di fidanzamento di mia madre, un rubino pegno d’amore di quasi quaranta anni fa.
Vi odio perché avete portato via il solitario di mia sorella, pegno d’amore di oggi e di domani.
Vi odio per aver portato via i gioielli di mia nonna, l’ultimo ricordo di lei che ci restava. Comprati nel corso della vita, risparmiando, conservando, amando come solo lei sapeva fare.

Non vi vergognate? Non avete uno straccio d’anima?
Cosa vi abbia ridotto così, senza morale e senza anima, non so e non mi importa.
Non posso perdonarvi, non posso.
Brutti bastardi schifosi.

Vi odio perché avete tolto a me e alla mia famiglia la tranquillità di vivere sicuri nella nostra casa, perché ci sentiamo violati e stuprati.
Vi odio perché non è giusta questa sensazione che ho addosso, il freddo che mi è sceso nelle ossa, la paura che provo guardando alla finestra il giardino buio.
Vi odio perché non riesco più a dormire, perché mi sento svuotata ed atterrata. Terrorizzata dalla violenza con cui avete trattato la mia casa e con cui avreste potuto trattare noi. E non è un film.
Vi odio e non c’è giustificazione al vostro modo di vivere. Non c’è fame, disperazione, dipendenza o emergenza che sia che possa giustificare quello che fate.
Non posso perdonarvi, non posso.

Vi odio, vorrei vedervi morti.
Di una morte lenta e dolorosa, lentissima.

Non mitiga certo quello che avete fatto l’aver perso per strada gli orecchini che mia nonna mi aveva regalato. Trovarli abbandonati mi ha fatto venire le lacrime agli occhi e ha solo aumentato la certezza che lei mi guardi da lassù.
Ma questo non vi riguarda, brutti schifosi.

Perché i ricordi non potete rubarceli.
L’amore e l’affetto delle persone care che sono corse a preoccuparsi per noi non potete portarlo via.
Per voi sono cose che non valgono niente, perché non potete passarle al vostro lurido ricettatore. Non hanno un valore monetario, non sono fisiche.
Ma per noi valgono più delle cose materiali.

E sono nostre per sempre…

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16 gennaio 2008 3 16 /01 /gennaio /2008 23:17
Il 21 ottobre era una domenica.
Di quelle domeniche invernali come piacciono a me: pigre e tranquille.
Il vento che sbatte alla finestra, il termosifone a palla, io sdraiata sul letto sotto una coperta, la gatta che mi ronfa accanto. Un libro da leggere. Il portatile al mio fianco con la connessione ad internet finalmente attiva.
AH! Una vera meraviglia.

Scartabellando tra le mail, me le capita sottomano una di BOL che contiene una offerta troppo ghiotta per essere ignorata: la possibilità di prenotare il settimo libro della saga di Harry Potter in uscita il 5 gennaio 2008.
E io che sono una potteriana incallita, sebbene dell'ultima ora, ho drizzato le antenne.

L’ottima ed irrinunciabile offerta comprendeva:
- sconto del 30%
- spese di spedizione gratuite (se si superavano € 50 di spesa. Figurati, in libri… un attimo!)
- garanzie di consegna celerissima
Come farsela scappare?
Mi sono armata di buona volontà ed ho fatto l’ordine, relegando il tutto in un angolo remoto del sistema intergalattico siderale di cui è composto il mio cervello.
Al 5 gennaio, pensai, c’è tempo.
Tutto il tempo del mondo.

Ma il tempo corre, si sa, e mi sono ritrovata a vedere sbandierata la pubblicità di “Harry Potter e i doni della morte” un po’ ovunque.
Ma io, tanto, ero già a posto. Niente file in libreria, niente ammassamenti, niente corse.
Stolti villani.
Io, che sono una signora, c’avevo già pensato.
IO.
Che genio, che donna, che previdenza!
Già, che genio…



Ora spiegatemi perché ad oggi, 16 gennaio, il libro non è ancora arrivato al mio domicilio sulle sponde del Trasimeno.
Va bene che abito in campagna, ma non abito in un posto dimenticato da Dio (tranne per l’ADSL…). Cavoli, davanti a casa mia ci passa perfino la strada provinciale!!! Figuratevi voi!
Eppure, niente.
Nel sito di BOL risulta spedito da lunedì 7 gennaio, eppure a casa mia non è arrivato.
Altro non sanno dirmi.
Con che me l’anno mandato?
Non certo via gufo, perché vista la velocità e l’affidabilità di questi animali sarebbe sicuramente arrivato di già tutto impacchettato per benino. L'intelligente rapace l'avrebbe deposto sul mio letto e mi avrebbe fatto firmare la ricevuta stringendola tra le zampette.
Magari me l’hanno spedito con un carretto trainato da criceti. Sì, deve essere così, non c’è altra spiegazione logica e razionale.
Perché anche se un postino fosse partito a piedi e scalzo dal magazzino di BOL per portarmi il libro, ORA sarebbe certamente e senza ombra di dubbio già arrivato davanti al mio portone.
E invece no.
Dove sarà mai?

E quindi mi trovo qui, tra coloro che stan sospesi, schernita da coloro che il libro già l’hanno letto, derisa da chi non capisce la mia ansia, presa amabilmente per il culo da coloro con i quali mi ero vantata della mia idea geniale. Senza contare la fatica infernale di evitare spoiler assortiti sull’ultimo capitolo della saga del maghetto più famoso d’Inghilterra.
Maledetti.

Che posso fare?
Cosa?
Nulla, se non ingannare l’attesa leggendo libri piccoli (come numero di pagine) che attendevano sul comodino da secoli (piccoli, mi raccomando, che non si sa mai quando può arrivare), aspettando impaziente l’arrivo del postino, analizzando al microscopio la cassetta della posta almeno 9 volte al giorno e stressando i miei genitori quando sono fisiologicamente fuori casa.
Oppure potrei  lanciare un anatema contro quei cornuti di BOL, le poste italiane, i postini tutti ed anche su corrieri espressi assortiti che hanno reso la mia vita un inferno. Che possano soffrire per sette giorni e sette notti di una eruzione cutanea fastidiosa ed restia ad ogni crema o pozione e che gli spunti sulla schiena un carapace da lumaca nonché due simpatiche antennine retrattili sulla testa.
Belline…
Oppure domattina potrei aspettare il postino nascosta malignamente dietro la siepe e lanciargli una maledizione Cruciatus. E guardandolo contorcersi dal dolore, lo potrei interrogare sulla brutta fine che ha fatto fare al mio pacco, il maledetto.
Una Avada Kedavra no, dai, che il postino mi serve vivo.
In fondo, prima o poi arriverà sto maledetto pacco.

O no????

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14 gennaio 2008 1 14 /01 /gennaio /2008 23:40
A trentadue anni cominci a credere di sapere un po’ tutto.
Pensi di aver visto più o meno tutte le cose più strane e pazze, pensi che nulla ti sorprenderà con la forza dirompente di un sasso che spacca il vetro di una finestra in un assolato pomeriggio di primavera.
Sei convinto che le persone non possano più sorprenderti affatto, di sapere esattamente come reagiranno ad ogni piccolo o grande scossone della vita.
Sei convinto di sapere come gira il mondo.
Ne sei convinto, arrogantemente convinto.

E proprio quando ne sei certo, quando non credi che le persone che ami o che hai intorno ti sorprenderanno mai, quando pensi di sapere tutto e di leggerlo nella faccia della gente come in un libro stampato, allora la vita ti fa vedere i suoi denti bianchi, digrignandoli e soffiando come un gatto a cui hai pestato la coda, saltandoti alla gola.
Piccolo arrogante presuntuoso tesserino.
E non è che sia sempre un male.
O che faccia male.
Anzi.

Fai la cosa che ti fa più paura, la affronti a viso aperto con la faccia dell’incoscienza e scopri che il diavolo non è mai brutto come lo si dipinge e che bastava lo stesso coraggio che serve per salire sulle montagne russe.
E niente di più.
Solo una piccola dose di follia.
E la consapevolezza piena di fare la cosa giusta.
Averlo saputo, l'avresti fatto prima.
Ma ogni cosa ha i suoi tempi, dicono.

Riscopri che le persone che hai intorno ti amano, si fidano del tuo giudizio e sono più aperte di quello che tu potessi mai anche solo immaginare.
Credere che il mondo possa anche girare dalla parte che dici tu.
Che non sia un posto del tutto sbagliato.

Succede così che chi non senti da tempo si riaffaccia alla tua vita per comunicarti una decisione fondamentale per la sua esistenza, facendoti sentire importante anche se i sentimenti che vi legavano sono morti e sepolti, rivelando una sensibilità nei tuoi confronti che ti lascia interdetta.
Stupita.
Ma sa di buono, di vero.
Di leggero rimpianto per quello che non è stato.
E la fine della telefonata ti ha lasciato un sorriso, una fede rinnovata nell’essere umano.
Forse, e dico forse non tutte le persone sono cattive.
O sceme.
O entrambe le cose.

Pensavi che non sarebbe mai successo, pensavi di sapere tutto.
Credevi che fasciarsi la testa prima di averla battuta fosse l’univa way of life possibile per l’essere umano.
Ma sbagliavi.
Pensavi fosse tutto difficile, ma forse non lo è.
Forse basta credere. E se non basta, crederci un po’ più forte.

E la vita può sorridere…

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9 gennaio 2008 3 09 /01 /gennaio /2008 22:38
Il mio rapporto coi libri è maniacale, oramai lo sapete alla perfezione.
Lo ammetto con una certa naturalezza, ognuno ha le sue debolezze e le sue dipendenze.
Meglio i libri degli psicofarmaci.
Credo.
Almeno spero.

Ma il mio amore verso i libri non è fine a sè stesso.
Ho anche vere e proprie infatuazioni per le case editrici.
Amori che possono derivare non solo dalla selezione degli autori e dai prezzi della copertina, ma anche da futili motivi prettamente estetici come la qualità della carta, i formati, i colori e lo stile di impaginazione.

Prima fu la Fazi, specie la collana Lain, che adoravo ed adoravo. Non solo per formato e colori, anche per avermi fatto scoprire il meraviglioso e surreale mondo di Jonathan Carroll, e difendevo a spada tratta finché, con mia somma delusione, ha pubblicato le pruriginose avventure di Melissa P.
A sua discolpa devo dire che i soldi fanno gola a tutti, però le scelte si pagano.
E allora ciao.

Chi invece non mi delude mai per scelte editoriali e gusto è la Minimum Fax, casa editrice romana, grazie alla quale ho scoperto piccole perle come Valeria Parrella, Antonio Pascale, Carola Susani, A.M. Homes e tanti altri.
Autori poco noti, soprattutto gli italiani, e bistrattati in favore di scelte editoriali a volte più facili, come tradurre in italiano bestsellers stranieri piuttosto che tentare il nuovo, a volte indubbiamente più redditizie come i libri di Vespa.
O i pruriti di una ragazzina minorenne.
Ammesso che sia lei a scrivere…

Oltre alle case editrici, mi fisso anche con le collane.
Adoro per esempio i tascabili della Einaudi, o i vecchi cari Oscar Mondadori. Mi sanno di pulito, di preciso, di ordinato. Di fresco. Mi piace vederli in fila nella librerie.
L’ho già detto che sono maniacale, vero?

A parte le mie varie fisse e manie da psicotica, una cosa che mi manda fuori dalla grazie di Dio è l’atteggiamento delle case editrice quando da un libro del loro catalogo viene tratto un film. Senza stare a sindacare sui soliti luoghi comuni (“AH! Vuoi mettere? Il libro è sempre meglio del film!!”), il comportamento di una casa editrice quando da un libro sta per venire distribuito un film che potenzialmente può essere un blockbuster è il seguente:
- pubblicare una nuova edizione strafiga, con possibilmente la locandina del film appiccicata sopra in bellavista (che nel 90% dei casi rende tutta l’edizione orribile ed imbarazzante da portare in giro) ad un prezzo da prima uscita.
- ritirare dal mercato le precedenti edizioni economiche
- fregarsi le mani
- contare i soldi tintinnanti.

Esempi recenti sono “Io sono leggenda” di Richard Mateson che da circa tre mesi è venduto SOLO nella nuova edizione extralusso con il profilo di Will Smith (un bel profilo, per  carità) a € 13,00 invece dei € 7.90 previsti per un tascabile della Fanucci. E vabbè che, detto tra di noi, gli economici della Fanucci ti si rompono in mano mentre li leggi, la rilegatura si sfalda e ti rimangono in mano mazzetti di pagine, però per una che legge 32 libri l'anno come me sei euro di differenza non è che non contino nulla!
Stesso triste destino è toccato a “La bussola d’oro”, primo capitolo della saga “Queste oscure materie” di Philip Pullman in occasione dell’uscita del film omonimo. Film, tra l'altro, molto discusso per l'esemplificazione che fa delle teorie di Pullman. Ma questa è un'altra storia.
Per non parlare de “Il profumo” di Patrick Suskind che mi capitò di voler regalare ad un amico proprio all’uscita del film. Può un libro uscito nel 1985 costare quasi € 18?

Io capisco la crisi dell’editoria, ma non è che la posso sanare io.
Già mi pare di aiutarla in maniera abbastanza “importante".
Almeno per il mio portafoglio.

Non dico che le case editrici non debbano trarre profitto dalle trasposizioni cinematografiche, ma potrebbero fare le edizioni extralusso con le copertine lucide da ricettari patinati per i lettori occasionali attirati dal battage pubblicitario e lasciare le edizioni economiche ai lettori abituali. Un po’ come ha fatto la BUR all’uscita di “Seta” di Alessandro Baricco.
Mi sembra una questione di rispetto, non trovate?

Ma in Italia forse i lettori sono troppo pochi, non contano nulla e le librerie sono spesso vuote (tranne a Natale). Per questo le librerie tradizionali lasciano il posto alle catene, che vendono anche dischi, cd, patatine e caffè. Una specie di Carrefour del libro, insomma.
Non che ci sia nulla di male, ma la poesia dove va a finire?
Sono forse una inguaribile romantica?
Una povera matta ossessionata dai libri?
Una sognatrice che cerca casa tra le pagine linde di un volume accatastato sopra a cento altri?

Forse, ma anche molto di più…

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7 gennaio 2008 1 07 /01 /gennaio /2008 00:04
Ogni inizio dell’anno ci propinano oroscopi in tutte le salse.
Cinesi, tibetani, fatti coi tarocchi.
Con i Ching, con le rune, con le carte da rubamazzo o oroscopi semplici e classici: ce n’è davvero per tutti i gusti.
In genere ci rido sopra, proprio come sghignazzo la domenica mattina davanti alla classifica dei segni zodiacali che Paolo Fox propone a “Mezzogiorno in famiglia” e facendo gli scongiuri quando il Capricorno si piazza tra i primi tre.
Visto che è provato: accade sempre il contrario di quello che dice, con la sua faccia sorridente e lampadata.

In estate mi diverto anche a leggere gli oroscopi delle riviste femminili ad alta voce, stesa sulla spiaggia mimando le movenze dei grandi maghi e pronosticando grandi amori alle mie amiche. Che puntualmente mi gavettonano.
Giustamente.

Non posso dire di credere all’oroscopo.
E me ne frego.
In genere.
Ma quest’anno è diverso.

C’è stato tutto uno sbandierare sul fatto che il 2008 sarà l’anno dei segni di terra (che per chi non lo sapesse sono Toro, Capricorno e Vergine), e soprattutto sembra che questo sia proprio l’anno del Capricorno.
Tutti gli oroscopi riportano previsioni eccezionali in tutti i campi per il mio segno: amore, lavoro, soldi, salute. Tutto a gonfie vele, come in un sogno fatto di zucchero filato.
Accidenti.

Ora, oggi compio 32 anni e mai, sottolineo MAI, da quando ho discernimento un oroscopo aveva favorito il mio segno. 
Anzi. Il mio segno è sempre stato la Cenerentola delle stelle.
Il Capricorno ha sempre tutte le sfighe del mondo, è un segno duro con sé stesso, testone, ambizioso, perennemente insoddisfatto.
Ci gira sempre tutto a traverso, capitemi.
Ed io ho anche l’ascendente Cancro.
Sono un casino astrologico che terrebbe impegnato mago Otelma per settimane, mica pizza e fichi.

Ma il 2008 sarà il nostro anno.
Un evento.
Che merita informazioni più approfondite.
Ora, io non ci capisco nulla di astrologia, ma sembra che Giove abbia bussato alla porta del Capricorno e siccome è un pianeta abbastanza pigro ci si fermerà non solo per il caffè, ma anche per pranzo. Diciamo che ci si fermerà un annetto, ecco. E voi mi direte: e quindi? Quindi è un bene, perché Giove è considerato un pianeta positivo, addirittura benefico e in ogni caso un “amplificatore” di situazioni già esistente. Senza considerare che Plutone, Saturno ed altri pianeti assortiti sono tutti in posizione ottimale come non accadeva da secoli.
Se non da millenni.
A ragion veduta mi aspetto grandi cose da questo 2008.
Me le merito.
Me le merito tutte, è questa la verità.
E pure qualcosa in più, visti gli arretrati.

Sperando che tutto questo interesse non porti sfortuna…



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4 gennaio 2008 5 04 /01 /gennaio /2008 00:19
...ti scrivo per dirti che un po’ è colpa mia. E’ vero. Mea culpa. In un momento di euforia per la rottamazione del 2007, ho inviato gli auguri a tutta la rubrica dimenticandomi nella gioia del momento di nascondere gli indirizzi mettendoli nel Bcc.
Lo ammetto, caro Stefano, è stata una dimenticanza imperdonabile da parte mia.
Ma sono svampita, è risaputo.

A Natale c’ero riuscita a ricordarmene, ma si vede che tutte le mangiate che hanno depositato ciccia sulle mie chiappe sono andate ad incidere anche sulle mie connessioni neuronali.
Succede.

A mia discolpa c’è da dire che Gmail sarà anche la Ferrari delle caselle di posta elettronica, ma la mia ha l’irritante vizio di inserire in rubrica chiunque mi scriva e non sia classificabile come spam. Quindi va a finire che le mail di auguri le mando a cani e porci, ma di questo sono felice: gli auguri sono sempre graditi, no?
Ma, in ogni caso, caro Stefano Mimosa (ammesso e non concesso che questo sia il tuo vero nome) questo non ti autorizzava di certo ad appropriarti degli indirizzi mail delle mie amiche (e solo delle donne, lo sottolineo) per importunarle inviando pedagogiche mail sull’uso del Bcc (alle più “fortunate”) oppure invadendo la loro privacy cercando notizie su di loro tramite Internet e cercando di attaccare bottone sfruttando le informazioni carpite alla rete.
Che pensavi di fare, caro Stefano Mimosa o Gianni Glicine o Emanuele Papavero???
Di trovare la donna della tua vita?
Di essere simpatico?
Di essere bulo (ndr. figo in perugino), di essere un sacco divertente?
No, perché non lo sei.
Affatto.
Non sei divertente.
Non sei simpatico.
Non sei bulo.
Non sei nemmeno piacione, ma solo un poveraccio che non ha avuto nemmeno il coraggio di rispondere alla mia mail di richiesta spiegazioni.
Guarda che nemmeno Raul Bova troverebbe la donna della propria vita molestandola, importunandola od invadendone la privacy sul web. Magari Brad Pitt  sì, ma Raul Bova no. Regolati un po’ tu per il futuro.

Ti è andata bene stavolta, caro Stefano Mimosa, perché sono riuscita a bloccare in tempo una mia amica che voleva denunciarti alla polizia postale. Ora, caro Fiorellino, ti lascio con un consiglio: fatti una vita tua e  smetti di dare fastidio alla gente finché sei in tempo.
Io, intanto, ti depenno dai contatti.
Distinti saluti.

Forse…

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