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1 gennaio 2008 2 01 /01 /gennaio /2008 19:09
Ieri, ultimo pomeriggio del 2007, sono partita per una piccola spedizione punitiva con la mia amica riccia, nonché vicina di casa acquisita.
Eravamo in missione, una missione molto importante e delicata: reperire qualcosa di rosso, piccante e portafortuna per il veglione di San Silvestro.
Insomma, un perizoma rosso.

Passeggiando per il piccolo centro commerciale del paesello, mi si para davanti una signora grassottella e con le guance arrossate dal freddo. La sua faccia mi è conosciuta, ma non saprei identificarla bene. Così, intanto, per buona educazione le stampo in faccia un caloroso “Buon anno” intonato con le feste.
Come se non aspettasse altro, la signora attacca a chiacchierare con un forte accento napoletano (che non so riprodurre né nel parlare, figuriamoci nello scrivere).
Signora: “Signorina Phoebe, ma che piacere!! Era da tanti tempo!!
Phoebe: “Ehm, sì. Dicevo… Buon anno!!
Signora: “Eh, certo… sì, buon anno! Mia figlia parla sempre di lei!"

A quel punto il neurone che abita la mia cavità cranica deve essersi scosso dal lungo letargo in cui abitualmente vive ed in un eccesso di buona volontà ha collegato la faccia della grassoccia signora con il suo nome.
In questo guizzo di lucidità mi è tornato alla mente che avevo davanti la madre di una delle ragazzine cui andavo a fare ripetizioni quando frequentavo l’Università.
Non una ragazzina a caso, però.
LA ragazzina.
In assoluto quella più complicata, difficile e (a volerla dire tutta) pure zuccona.
Non che il background familiare la aiutasse, nonostante l’amore che si respirava in casa sua. Libri non ce n'erano di certo, e l'italiano lo parlavano solo i personaggi delle telenovelas che il pomeriggio la madre guardava mentre stirava.
In paese si mormorava che il padre, essendo giunto alla mezz’età celibe, fosse partito per le terre campane e fosse tornato con una moglie. Insomma, si diceva se la fosse comperata, ma io non c’ho mai creduto.
Tre volte a settimana, a quindicimila lire l’ora (aumentate poi col tempo a venti), cercavo di insegnarle geometria, grammatica, storia e tutto quello che potevo.  Il tutto con fortune alterne.
E parlavamo. Di sogni. Di vita, di futuro. Di compagni di scuola cattivi.
A volte mi usciva fuori un eritema dal nervosismo.
Insieme abbiamo preso la licenza media, poi iniziato le superiori.
Poi mi sono laureata, ho iniziato a lavorare, ho smesso le ricezioni mettendole in mano una copia del Piccolo Principe.
E ciao.
Ed ora, ecco la madre.
Phoebe: “E come sta L.?
Signora: “Bene, bene. Signorì, lo sa? A finito le superiori e quest’anno s’è iscritta all’Università. A Firenze! Diventerà fumettista, come ha sempre sognato. Se lo ricorda, sì, che le piaceva disegnare! La prima in famiglia che s'è istruita!! Signorì, ed è solo merito suo!!!!
E me sono venuti i lucciconi agli occhi, ho salutato la signora velocemente e solo dopo un cappuccino riconciliatore ho ritrovato la lucidità rispetto alle emozioni che mi avevano annegato.

Sapere di aver cambiato in qualche piccolo modo la vita di una persona, di averla migliorata, è stata una soddisfazione meravigliosa.
Mi ha fatto venire i brividi e salire le lacrime agli occhi.
Magari sono stata ininfluente, magari invece no.

E allora questo 2008 comincia sotto i migliori auspici, e non solo per il bel Capodanno trascorso nonostante defezioni, malattie e tradimenti dell’ultimo minuto.

Pensare che la ragazzina timida, impacciata e un po’ zuccona abbia trovato grazie a me la fiducia in sé stessa e la voglia di realizzarsi necessaria a dimenticare le proprie paure ed a provare  spiegare le ali mi rende tronfia e fiera di me.
E mi regala la fiducia nelle mie capacità, che spesso dimentico di avere.
La certezza che volendo, tutto si realizza.
Tutto.
Basta credere.

Ci vuol solo coraggio…

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28 dicembre 2007 5 28 /12 /dicembre /2007 21:20
Mio nonno aveva un pozzo nell’orto, uno di quelli antichi costruiti in muratura.
Era coperto da un piatto di metallo alto tre dita e sovrastato da un pergolato di viti che in tarda estate traboccava d’uva.

Da piccola mi piaceva bighellonare al limitare del pozzo, immaginando troll che ne uscivano fuori con le loro facce rugose e butterate e una mazza chiodata in mano. 
Venivano a cercare me, è ovvio, ignara principessa di un mondo fatato allevata per sbaglio tra gli umani.
Oh, ma avrei lottato, gliel'avrei fatta vedere io a quegli stupidi troll testoni!

Chiaro che la mia fantasia era già vivida in maniera imbarazzante a sei anni, tanto che ero considerata una bimba buona e riflessiva, taciturna persino.
La verità era più semplice: vivevo in un mondo mio, raccontandomi favole, immaginando storie e sognando folletti e fate. Un mondo magico, diverso, da sogno.

Solo mio nonno sapeva capirmi ed assecondarmi a suo modo, raccontandomi favole altrettanto strampalate prelevate direttamente dalla cultura contadina.
La sua cultura.
Con qualche ritocco, certo.

Vedendomi appoggiata al limitare del muretto del pozzo con le gambe penzoloni, in un pomeriggio d’autunno si sedette sotto il pergolato a pochi passi da me. Tirò fuori un coltellino ed una mela e cominciando a sbucciarla iniziò a raccontare.
Vedi” mi disse “questo è un pozzo magico, non è mica come tutti gli altri. Questo, cara mia, è un pozzo dei desideri”
Immediatamente destò la mia curiosità di bambina, e con gli occhi nocciola sgranati lasciai la mia scomoda postazione, da cui peraltro non riuscivo a vedere nemmeno un troll, per accomodarmi accanto a lui.
Dopo un sapiente silenzio, riprese: “Lì dentro ci vive un folletto avido, ma molto potente. Può fare tutto esaudire ogni desiderio, ma solo se chi lo esprime è una persona buona e diligente. E soprattutto se si lava sempre i denti
Io i denti me li lavo sempre!!” gli risposi mettendo in mostra la mia dentatura che, per la verità, aveva qualche dente assente momentaneamente.
Mmmm… sempre?
Bèh… quasi!
Brava” disse prendendomi sulle ginocchia “Perché il folletto esaudisca i tuoi desideri, devi buttare una monetina nel pozzo girata di spalle e con gli occhi chiusi. Ma devi pensare intensamente al tuo desiderio, lo devi vedere nella tua testa. Sei capace di farlo?
Annuii con forza, ma subito un pensiero prese il sopravvento: “Ma io non ho monete!!
Mio nonno sorrise e dalla tasca tirò fuori una monetina che a me parve bellissima, con un delfino inciso su.
Tutta tronfia, sotto lo sguardo sorridente di mio nonno, mi girai di spalle al pozzo, chiusi gli occhi, mi concentrai e lancia la monetina dritta in mano al folletto.
Quale fosse il mio desiderio non lo ricordo, ma siamo alla fine dell’anno e forse è il caso di formularne di diversi.
Vorrei, vorrei…
1) che tutto ciò per cui ho lottato nel 2007 si concretizzi, e che il mio amore cresca sereno e rigoglioso.
2) trovare la forza di finire la mia opera prima, di farla leggere e magari…
3) la serenità e la salute per tutti quelli che amo e che mi amano
3) che non accada mai più una tragedia come l’assassinio di Benazir Bhutto, che la libertà e l'autodeterminazione dei popoli trionfino e la pace regni sovrana.

E voi?
Cosa chiedete al folletto del pozzo dei desideri?
Mica avrete paura dei troll?
Quante monetine vorreste buttare?
E quali, visto il valore calante dell’euro?

Esprimete i vostri desideri ad occhi chiusi, mi raccomando.
Concentratevi… e via!
Abbiate il coraggio di esprimere i vostri desideri e di lottare per realizzarli… anche con l’aiuto del folletto, certo!

…e buona fine, miglior principio!

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21 dicembre 2007 5 21 /12 /dicembre /2007 17:23
Il Natale è una strana bestia.
Ce lo sponsorizzano già da fine ottobre, con luci, Babbi Natale che si arrampicano in maniera inquietante sui balconi e un tripudio di rosso, verde e oro. Cercano di propinarcelo in tutte le salse, perché si sa: il Natale fa vendere.
Chi è che non fa nemmeno un regalino?
Anche uno piccolo!
Anche Scrooge compra una fetta di pane raffermo in più a Natale!!

E quindi le canzoni di rito, gli scampanelii, le candele rosse e il vischio ci riempiono occhi ed orecchie già da novembre, provocando quella strana sensazione di nausea e di giramento di testa che molti di noi iniziano ad avere con l’approssimarsi delle festività.
Che poi, mica lo so se tutto quest’anticipare Natale sia una cosa positiva o meno commercialmente parlando. Vediamo ghirlande di agrifoglio e lucine appese da talmente tanto tempo da dimenticarci quasi quasi della festività in sé. Senza considerare che tutta questa sovraesposizione a “Jingle Bells” e affini potrebbe causarci crisi nervose con tanto di rigiramento di bulbi oculari e camminata a ponte stile “L’esorcista”.

Io sono stata bambina negli anni’80, gli anni del consumismo, della nascita delle TV commerciali, della pubblicità e dei paninari. Oltre che delle spalline, ovviamente. E mi ricorderò sempre la ricerca che ci diede da fare sotto Natale la mia maestra della terza elementare: “Il Natale consumista”.
In pratica dovevamo cercare pubblicità, sia televisive che sui giornali, che usando come tramite il Natale invogliassero a spendere di più, ritagliare le immagini, motivarle e ragionarci su. Alla fine, con le immagini e le frasi più significative facemmo un cartellone da appendere in classe e questo fu il nostro lavoro natalizio. Di certo avevo una maestra illuminata e no global.
Le faranno ancora queste cose i bambini nel 2007?
No, perché io sotto le feste ci ripenso spesso e altrettanto spesso questo ricordo mi inibisce dal lasciarmi trasportare dell’inutile frenesia natalizia dell’acquisto ad ogni costo.

E proprio per evitare il consumismo esasperato (che poi ditemi chi se lo può permettere nel 2007), io e i miei amici già da qualche hanno abbiamo istituito la “Serata del regalo collettivo”. Scelta obbligata, visto che siamo una comitiva molto vasta e che tende ad allargarsi sempre di più. Veramente l'idea non è che sia proprio mia, l'ho copiata dal Presidente.
Diciamo che io l'ho solo importata in terra umbra e c'ho il copyright per queste zone.

Partecipare è facile e divertente: occorre comprare un regalo unico che deve essere:
- divertente
- non banale
- unisex
- con un costo non superiore ad € 15,00
Poi ci si vede una sera a casa di un fortunato a scelta, si mettono i nomi di tutti i partecipanti in un bussolotto e si procede. Ognuno estrae un nome e prende il regalo che questo ha portato. E via così, finché tutti hanno un regalo da scartare. Insomma, altro non è che una scusa per mangiare i  dolci natalizi, stappare lo spumante e farsi gli auguri in allegria e felicità, tornando a casa con un pensiero che comunque fa Natale e non obbliga a spendere miliardi in sciocchezze.

Perché Natale abbia un senso, qualunque crediate che esso sia: religioso, mistico o anche solo come una festa da vivere in famiglia coccolati e coccolandosi.

In tutti i casi, Buon Natale…

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15 dicembre 2007 6 15 /12 /dicembre /2007 20:28
Alle donne dovrebbero essere concessi almeno due giorni di permesso extra al mese in occasione del ciclo.
Dovrebbe essere un diritto costituzionalmente garantito.
Lungi da me assecondare le teorie maschiliste che ritengono le donne schiave del ciclo mestruale e dei suoi malumori, nonché delle sue paranoie e frustrazioni.
Però è innegabile.
Noi donne in quei giorni lì siamo diverse, ognuna a modo suo.
A me, ad esempio, scende di solito in maniera esponenziale la soglia minima di sopportazione oltre il quale comincio a trovare allettante e molto giusta l’idea di ripetere le gesta di Micheal Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”.
Tutto mi risulta meno tollerabile, anche quello che ho imparato ha controllare con corsi a dispense di training autogeno e forza di volontà a badilate.
Uno sgarbo minimo.
Una separazione momentanea, ma necessaria.
Un telefono che fa le bizze nonostante le maledizioni ed i riti voodoo promessi alla Nokia.


E quindi eventuali colleghi stronzi mi sembrano ancora un pochino più fetenti e la voglia di sganciargli un “Ma vaffanculo” sonoro, soddisfatto ed accorato su quel brutto grugno si fa più allettante.
Soprattutto se provano ad incrociare la tua strada, se ti senti un’isola dell’Oceano Pacifico che sta per essere bombardata dagli esperimenti francesi ed in genere il tuo carattere ti imporrebbe di ucciderli tutti, farli a pezzi con una accetta e darli in pasto alle nutrie del Trasimeno (conoscete un modo migliore di far sparire un cadavere? Io no, le nutrie sono animali onnivori favolosi!) e invece sorridi.
Ma quando la soglia si abbassa, cominci a chiederti se l’accetta entri o meno nella tua borsa di Carpisa.
Ma perdonatemi, sono in quei giorni lì.

Ti viene anche  meno il self control che tiene ferma la tua lingua nei confronti di chi chiacchiera alle tue spalle, attribuendoti amanti, definendoti spaccafamiglie e pure mignatta. Mi sa che pure lo tsunami è colpa tua, mentre certamente l’inflazione crescente l’hai causata tu. Mi verrebbe voglia di fargli un fiocco alla lingua a chi chiacchiera senza sapere, inventando, ricamando e beandosi della mia vita, forse perché non ne hanno una loro che li possa soddisfare. Ma vaffanculo.
Ma perdonatemi, sono in quei giorni lì.

E poi c’è la macchina, fonte di irritazione quotidiana per chi come me macina chilometri a bizzeffe.
Per esempio giusto ieri mattina una signora di una certa età, impellicciata e dotata degli occhiali da sole più grandi che abbia mai visto, alla guida di un SUV enorme mi ha tagliato la strada, mettendo il suo gran culone proprio davanti all’agile muso della mia 206 grigio Islanda all’andatura media di 30 km/h.
Ora, a quest’andatura non le sarebbe dovuto risultare difficoltoso leggere il segnale (dotato di lampeggianti) posto 500 metri prima dell’ingresso in superstrada e che indicava “Direzione Firenze imbocco chiuso”. E invece, complici forse gli occhiali da sole, non solo non l’ha visto, ma ha pure preteso di fare inversione sulla rampa in 342 manovre bloccando tutto il traffico delle otto di mattina e, soprattutto, bloccando ME.
Che in maniera amabile ho tirato giù il finestrino e le ho urlato: “Ehi, nonna!!! Guida una macchina che sai guidare la prossima volta, invece di ‘sto transatlantico puzzolente ed inquinante!!!” tra i fischi e gli applausi degli altri automobilisti.
Sono una vera lady.
Modestamente.
Ma perdonatemi, sono in quei giorni lì.

Con questo non voglio certo spezzare una lancia in favore di tutti quei maschietti che usano la scusa del ciclo mestruale per sminuire le donne o per dimostrare il loro essere schiave degli ormoni.
Solo perché una donna porta avanti i propri diritti o non si lascia mettere i piedi in testa o, semplicemente, non sorride 24 ore al giorno non vuol dire che ha il ciclo, ma che magari ha un certo carattere.
E no, non c’è bisogno che sghignazzando le chiediate: “Ma che ti sono tornate?” ad ogni accenno di nervosismo, ché in genere la parte arrogante del sesso maschile sa essere indisponente ben più di una scarica ormonale incontrollata. Non fate queste battutine, se non volete un'occhiata in grado di depilarvi le sopracciglia.
Vorrei dire a tutti questi maschietti che non si dovrebbero preoccupare di quei giorni lì, ma ringraziare invece dei restanti 26/27 giorni al mese in cui il livello di tolleranza si alza nuovamente e noi donne riusciamo nuovamente a passare sopra alle cose, sorridere al capo bastardo, comprare i regali per i colleghi e tirare avanti la carretta.
Giorno dopo giorno.

Ringraziateci, và...

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9 dicembre 2007 7 09 /12 /dicembre /2007 22:10
Dopo tanto tempo, con la complicità di alcuni amici e per colpa della promozione di un negozio che merita, ieri sera sono stata a ballare in discoteca.

Ora, per i disattenti ed i neofiti del blog, ricordo che in giovine età mi sono pagata gli annosi studi universitari facendo la pr e che appena laureata sono andata in overdose da locali, che ho smesso quasi completamente di frequentare, se non in occasioni particolari.
Mi sono divertita, sono stata benissimo coi miei amici, ho riso, scherzato e ballato fino alle quattro del mattino in totale allegria.

Ma come sempre queste serate si rivelano per me grandi opportunità di studio della società italiana e della sua deriva incostante verso chissà non si sa. Ma niente di buono, secondo me, che mi ritrovo a guardare questi ggiovani con gli occhi di una vecchia zia zitella.

Boys & Girls
Ci sono delle ragazzine che fanno paura.
Ma davvero paura.

Vestite e truccate come una delle Pussycat Dolls in serata da acchiappo, con una malizia e un modo di fare sfacciato ed arrogante che assolutamente non i sono mai sognata di avere a vent’anni.
Nemmeno a trenta, se per questo. Su di me l’insicurezza ha sempre regnato sovrana, ma non è questo il punto e poi non si stava parlando di me! Le ho viste occhieggiare e flirtare sicure, emule di Paris Hilton, con il cocktail in mano e pronte a darla via en passant come se niente fosse. Almeno all’apparenza, sul resto non posso giurarci. 

Da contr’altare i maschi twenty something li ho trovati per lo più spaesati.
Qualcuno supertruzzo tamarro c’era, vestito con la canotta della salute bianca a coste su petto rasato (con la lametta rubata alla madre, probabilmente…), cappellino D&G e jeans sceso per far bella mostra dei boxer firmati. Che, tra l’altro, mi sa che non è più nemmeno di moda…

Ma la massa l’ho trovata molto più normale, così confusa da tanto sfoggio di grazie femminili da non sapere dove infilare le mani e molto più interessati a scoprire il loro punto di non ritorno alcolico piuttosto che qualche intimità regalata e, spesso, svenduta.

Special guest
Alla festa di Capodanno della discoteca, a dividere crostini di salsa tartufata, lenticchie e panettone con gli avventori ci sarà un ospite amatissimo e speciale: Fabrizio Corona.
Ai miei tempi a Capodanno potevi ritrovarti Gabriel Garko, Raul Bova e se c’avevi fortuna persino Alessandro Gassman
Ora Fabrizio Corona, un vero esempio di moralità, grazia e buoncostume per una intera generazione che non può certo essere ignorato. I suoi evidenti meriti sono sotto gli occhi di tutti.
L’annuncio dello speaker sulla presenza di cotanto essere è seguito da un urlo di gioia generalizzato del pubblico pagante che mi fa inarcare il sopracciglio. E mi passa per la mente un solo pensiero: non voglio procreare se questi sono i risultati, meglio l’estinzione della specie.
Ce la siamo proprio meritati.


Usi e consuetudini

Della Legge 160/2007 art. 6 comma 2  sulla distribuzione degli alcolici solo fino alle 2 di notte se ne strafottono tutti alla grande. Ci sono cartelli appesi, ma bar aperti fino alla chiusura. Tanto chi controlla??
Che sia una legge inutile, sbagliata e non efficace, studiata solo per tamponare un problema sociale come quello delle stragi del sabato sera e della stupidità di certa gente che si mette al volante ubriaca fradicia, non ci piove. Smettere di distribuire alcolici dopo le due è perfettamente inutile, specialmente se bar, autogrill e baracchini che vendono la porchetta possono continuare a farlo senza incorrere in sanzioni.
Ma il problema della guida in stato di ebbrezza resta, ed i fatti di cronaca che quasi quotidianamente invadono i telegiornali lo dimostrano.
E sì, lo so che l’avete fatto anche voi almeno una volta. Lo so bene.
L’ho fatto anch’io, ed è andata bene, ma non è una giustificazione.
Proprio no.

Non ho l’età.
Mi sembra chiaro, non c’ho più l’età per questi ambienti.
Come ha giustamente affermato Alessia in un momento di forte criticità "Mi sento la zia di questi scalmanati", come se questo genere di trasgressione ci facesse oramai solo sorridere.
Mi sono fatta un giro per il locale  e proprio al tavolo che era del mio staff c’era una combriccola di ragazzini del mio paese che il giorno della mia laurea non dovevano aver ancora finito le scuole medie inferiori. Che impressione ricordarseli all’asilo coi pantaloni corti e ritrovarseli lì completamente sbronzi mi ha fatto una certa impressione.

E dire che proprio a quel tavolo ho festeggiato i miei 23 anni insieme a tantissima gente. I miei amici avevano pure portato bottiglie extra di spumante e di superalcolici nascondendole sotto i cappotti per eludere i controlli della discoteca.
Fu una serata bellissima, divertente, con tutti i miei migliori amici intorno. La maggior parte di loro fa ancora parte attiva della mia vita, ma quella Phoebe non esiste più.

La ragazzina angosciata dall’esame di Procedura Penale si è trasformata nella donna di oggi, ma è stato bello strizzarle l’occhio ieri sera.


Con un sorriso affettuoso…

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7 dicembre 2007 5 07 /12 /dicembre /2007 00:34
Il ventunesimo secolo è l’epoca delle dipendenze più o meno dichiarate.
Va di moda avere una qualche dipendenza, tutti i VIP che contano ne hanno una.
C’è chi dipende da un certo tipo di droga o di pillola miracolosa, chi dal bere e nemmeno se ne rende conto, altri dal sesso.
O dalle scarpe.
Ebbene, faccio outing pubblicamente: anch’io sono dipendente da qualcosa.
Proprio come Kate Moss o la Britney Spears, anch’io ho una dipendenza.

Sono una book-addicted.
Una maniaca del libro.
Malata.
Dipendente.
Intransigente.
Insaziabile.
Ora poi che sto scoprendo tutte le potenzialità di Anobii, è pure peggio.

La stessa reazione che una donna normale ha in un negozio di scarpe, io ce l’ho in una libreria.
Impazzisco letteralmente.
Passo in rivista scaffali ed espositori, rovisto nei meandri più impervi, soppeso offerte ed edizioni diverse, spulcio opuscoli informativi, tempesto di domande i malcapitati commessi.
Posso passare in libreria anche tre ore senza nemmeno rendermene conto, divertendomi come un bambino alle giostre, ignara del mio accompagnatore che magari sta morendo nell’angolo.

Ho anche delle fisse assurde, come tutte le bravi menti criminali.
La più sconcertante per chi mi accompagna in libreria è senza dubbio quella riguardante l’ordine dei libri che io ritengo più comodo e che tutte le librerie del mondo dovrebbero adottare.
Alfabetico? No. Volgare!
Per generi? Ma proprio no. Banale!
Per colore della copertina???? Nemmeno!
Io le librerie le vorrei ordinate tutte per casa editrice.
Se una libreria non segue quest’ordine, mi si confonde il cervello, annebbia la vista e non riesco a comprare nulla. Bèh, proprio nulla nulla no… Qualcosina la compro lo stesso, che discorsi. Però senza soddisfazione, eh!

E sono in grado di spendere cifre folli, acquistando tonnellate di libri.
Anche perché, come tutti i bravi maniaci, io DEVO avere i libri in mio possesso, non posso certo accontentarmi di quelli di una biblioteca. Anche se in astratto mi piacerebbe e ne riconosco i fini ed i notevoli vantaggi sia economici che di spazio (casa mia è invasa in senso proprio tecnico dai libri), io non ci riesco.
Mi sembra troppo intimo.
Tant’è che raramente presto i miei libri, sottoponendo i malcapitati a tali indicibili torture psicologiche da fargli rimpiangere di non aver investito pochi euro nell’acquisto del volume del libro invece di chiederlo in prestito a me. Il MIO libro.

Le commesse delle librerie della mia città mi conoscono bene, ormai.
Appena entro nel negozio vedo i loro occhi accendersi di una luce sinistra e un sorrisetto accomodante spunta loro sul viso. Srotolano il tappeto rosso, vanno a  fare il caffé e si mettono gentilmente a mia completa disposizione.
Già, perché se è vero che io spendo in libri una fortuna, il rovescio della medaglia è che sono una rogna terrificante. Sono sempre in cerca di quel libro particolare, in quella edizione specifica, con quella determinata copertina.
Inoltre, pretendo dai commessi una laurea in tuttologia e praticamente onniscenti in materie letterarie ed affini. Cosa che, francamente, con quello che si guadagna vendendo libri sia fuori portata per il proprietario.
Infatti, il commesso medio della libreria in genere è una capra (con tutto rispetto per gli ovini, ovviamente) sottopagata e non un amante della lettura.
Ti guarda con gli occhi porcini  e reagisce ad una tua semplice domanda come se gli fosse stata rivolta in mandarino antico. Oppure inizia a sudare, si guarda intorno, annaspa, rotea gli occhi, gira la ruota e compra una vocale.
In parole povere, guarda nel computer.
Ho visto commesse della Feltrinelli simulare svenimenti di fronte all’insistenza delle mie domande uniteal mio piedino che batte insistentemente a terra ed al crack del loro server o a un bug del sistema.
Ma anche le commesse della Giunti si difendono.
Memorabile fu 5 anni fa, epoca in cui lo zio Chuck non era ancora diventato il fenomeno mediatico sputtanato a destra e manca che è ora, il mio tentativo di acquisto di un suo libro.

Phoebe:Scusa, dove trovo Palahniuk?
CommessadellaGiunti stizzita:Mi dispiace. Noi i cd non li teniamo, abbiamo solo libri!”
Phoebe:”Ma è uno scrittore…
C.d.G.: “Ah, sì? Mi ripete il nome?
Phoebe: “Palahaniuk
C.d.G. smanettando nervosamente sul pc:” Non esiste
Phoebe: “Ma come?
C.d.G.: “Vede? Non c'è. Non esiste... Ma come si scrive?”
Phoebe: “P-A-L-A-H-N-I-U-K
C.d.G.: ”Non esiste
Phoebe: “
C.d.G. scocciata: “Dove ha detto che va l’h?"
Phoebe: “M’arrendo! Mi dia Wilbur Smith!!!

Proprio per questo la mia libreria preferita è un posto piccolo, ben tenuto, fornito ed amato.

Non una di queste!!!!

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25 novembre 2007 7 25 /11 /novembre /2007 23:56
Leggenda vuole che io non sappia cucinare nemmeno un uovo al tegamino, che sappia fare giusto un panino al prosciutto o poco più.
La mia incapacità di cucinare si adatta  alla perfezione con l'immagine di single svagata, pasticciona e sognatrice che la gente spesso si fa di me.
All'onor del vero, a volte c'hanno anche ragione. ma come ho già dimostrato, c'è molto di più.

Certo è che non cucino molto spesso, almeno non ora come ora.
Quando frequentavo l'Università, l'intera economia domestica della mia casa gravitava intrno a me.
Ma ora...

Presa dal vortice degli impegni, nella mia lista delle priorità e dei miei interessi, non la cucina come piacere non compare ad un livello molto alto.
Diciamo che per me mangiare è un bisogno non un piacere, e quindi non ho il gusto di spadellare a destra e sinistra per ora e creare nuove pietanze accostando odori e sapori in avveniristiche creazioni.

Ciò non vuol dire che non sappia provvedere alla mia sussistenza e sopravvivenza minima, né che non sia in grado di provvedere alla quotidianità.

Certo, non so nulla di nouvelle cusine e non sono in grado di cucina un fagiano in bellavista né una ratatouille da campioni. Sopravvivo, questo sì.
E’ che, nonostante il mio chef di riferimento che tanta ispirazione è in grado di fornire alle masse, mi manca la fantasia, la creatività in cucina.

Sotto una guida posso fare tutto, da sola solo i classici.

Ma c’è una cosa che mi riesce particolarmente bene, una ricetta facile, tutto sommato dietetica e che fa impazzire i miei amici nonché tutti quelli che l’hanno assaggiata almeno una volta: si tratta della mia famosa torta al cocco e cioccolato.
Non è che sia proprio mia... in casa mia ce l'ha portata mia madre, che a sua volta ha rubato la ricetta a non so quale compagna del corso di yoga.
Ma non è questo il punto.

Mi riesce bene e stop, quindi è MIA.
Non c'è cena, ricorrenza o riunione di amici in cui non mi si chieda: "Porti la torta?". E, immancabilmente, non ne avanza nemmeno una fettina per il giorno dopo.
La ricetta è facile, così facile che pure un single senza grandi abilità o un bambino di 10 anni (che poi più o meno è lo stesso) possono metterla in pratica con agilità.
In fondo, se ci riesco io…

Pronti? Si inizia!
Ecco gli ingredienti:
- uno di yogurt magro (possibilmente yogurt bianco Muller. Sì, lo so, è pubblicità, ma con il Muller viene più buona. Se non vi sta bene, fate come vi pare, ma io vi ho avvertito!)
- un barattolino (utilizzando quello dello yogurt di cui sopra) di zucchero
- tre barattolini di farina
- mezzo barattolino di olio di semi
- un barattolino di farina di cocco
- una bustina di lievito per dolci
- tre uova
- cioccolato a piacere tagliato a pezzetti piccoli
Mescolare tutti gli ingredienti fino a raggiungere una consistenza cremosa, mettere il composto in una teglia bassa unta con burro e infornare a 160° per circa mezzora.
Una volta raffreddata, cospargere di zucchero a velo.

E buon appetito!!

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22 novembre 2007 4 22 /11 /novembre /2007 23:39
Da piccola ti raccontano le favole.
In genere per dormire, ma anche per tenerti tranquilla.
O, almeno, a me mia madre e mia nonna le raccontavano sempre, ed è forse per questo che sono uscita fuori così.
Chissà se alle bambine di oggi si raccontano ancora.
Le favole, dicevo...

Nelle favole è tutto chiaro, nitido, senza sfumature, con una trama semplice e ben delineata.
La principessa bella e buona, dolce e timorata, supera un tot di traversie inenarrabili tra cui spiccano fusi avvelenati, draghi dall'alito pestilenziale, maghi zozzoni e vecchiacce invidiose e foruncolose, per poi finire tra le forti braccia risolutrici e rassicuranti del principe azzurro. Di certo un discreto paio di bicipiti, niente da dire.

Poi, non essendoci i PACS all'epoca (e nemmeno ora, qui nella cattolicissima Italia), la principessa bella e buona ed il principe azzurro convolano a giuste nozze, con tanto di svolazzamento di piccioni, petali di rosa, campane in festa e vestito bianco immacolato da verginella doc (e non sghignazzate, è una favola, quindi può starci!), il tutto condito con una colonna sonora mieloso-festosa e da campanacci attaccati alla carrozza, che parte verso lidi lontani e verso la felicità eterna.
Segue scena che si chiude a cuore con un happy end sbriluccicoso.
E giù il sipario.

Ora, ammesso e non concesso che si possa arrivare ad ammettere che esista la persona giusta, il famigerato Mr. Right e che si riesca ad incontrarla, perfino. E per assurdo ammettiamo che lui, sì proprio il lui che ci fa battere il cuore fortissimo, si innamori di noi.
Ecco, direte voi, a posto.
Lei ama lui, lui ama lei.
All you need is love.

Happy end per tutti, piccioni, petali di rosa, sbriluccichini e campane in festa per tutti.
Questo è quello che uno si aspetterebbe.

MA NON E’ COSI’.

Ma proprio quando nelle favole cala il sipario e parte …e vissero felici e contenti, nella vita vera siamo ancora al primo livello di difficoltà.
Una volta incontrata la persona giusta c’è da lottare tutti i giorni. Un passo avanti ed uno indietro, in un balletto eterno di prendere e lasciare, di piccole sconfitte e grandi gioie.

Non bisogna mai mollare la presa, far calare l’attenzione, dare l’altro per scontato.
E’ assodato come il principe azzurro, appena tornato dal viaggio di nozze, abbia iniziato una rovente tresca a tre con entrambe le sorellastre, relegando Cenerentola a pulire i pavimenti attorniata da topini che ballano e cantano posseduti dallo spirito di Walt Disney e omaggiandolo soltanto di occasionali sveltine alla missionaria.
Questo perché lei si è adagiata nel feticistico culto delle sue scarpette di cristallo tralasciando il resto.

In poche parole, costruire un rapporto non è facile.
E' una lotta quotidiana, una sfida con sè stessi e con la persona che si è scelto di avere davanti.
Molto spesso si pensa che basti l’amore per farlo funzionare.
Se c’è l’amore, c’è tutto.
Anche se si discute, si urla persino. Un cerotto, forse due, e tutto torna (quasi) come prima.
E domani è un altro giorno.
Perché ci basterà l’amore. Ammesso che sia di entrambi.

Ma a volte non basta, a volte i problemi che si generano sono troppo grandi, affogano l’anima in un mare di cose non dette, questioni non risolte, parole pronunciate a metà ce diventano giganti con i piedi d’argilla.
Un calzino lasciato in giro, i piatti nel lavabo e si entra nel vortice delle recriminazioni.
E in men che non si dica, la porta sbatte, le urla finiscono, rimangono i cocci.
Chi l’avrebbe detto che il principe azzurro se ne sarebbe andato così, lasciando solo il mantello ancora da stirare?
Eppure succede, succede anche quando le premesse c’erano tutte.
Succede, succede spesso.

Ma la colpa di chi è?
Della società che ci rende piccoli egoisti incapaci di rinunciare alle nostre abitudini?
O il principe azzurro non era tale? Mr. Right esiste o no?
Siamo noi che idealizziamo i rapporti, cercando di plasmarli nella nostra mente fino a snaturarli dimenticandoci della persona che abbiamo accanto?
O siamo solo creature innamorate dell’amore?
Ed il destino? E se fosse solo colpa sua?
O le favole non esistono, così come i sogni?

In ogni caso, non svegliatemi…

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16 novembre 2007 5 16 /11 /novembre /2007 01:17
Amore, amore, amore.

Se ne parla sempre, se ne racconta troppo.
Romanzi di tutte le epoche hanno venduto milioni di copie, film e canzoni hanno fatto fortuna osannando ai quattro venti questo folle sentimento.
Già prima dell’avvento della carta stampata, stornelli e cantastorie giravano l’Europa cantando le gesta di cavalieri innamorati della principessa promessa ad un altro.
Eroine pure, cavalieri coraggiosi, amori impossibili, con il cruciale happy end niente affatto scontato ed i cuori degli ascoltatori palpitanti.
I greci, prima ancora, si erano pure inventati un grazioso angioletto, tal infame Cupido, che se ne girava per il mondo sparando frecce magiche “innamoranti” a destra e sinistra. Come se innamorarsi fosse così facile, come se succedesse così, da un momento all’altro.

Come se esistesse l’amore a prima vista.
Love at first sight.
Sì, certo.
Panzane.

Amore.
Tutto parla dell’amore, lo mette al centro della vita come se non si potesse vivere senza.
Forse perché vende, la gente vuole crederci, avere una speranza.
Un sentimento sovrastimato, è fuori d’ogni dubbio.
Della cui esistenza reale non esiste prova provata.

L’amore vende, fa comprare, fa girare l’economia.
Questo lo sanno tutti, anche i meno maliziosi. Non per niente nelle pubblicità si fa ampio ricorso ai temi dell’innamoramento, della passione, dell’amore in soldoni. Persino il più famoso dei cioccolatini si chiama “Bacio”, proprio per richiamare l’attenzione sul nesso cioccolato/amore. O (magari), richiama semplicemente il sesso. Che, rimanga in confidenza tra di noi, fa vendere ben più dell’amore platonico…
Ah, che geni i creativi della Perugina del tempo che fu, avevano già capito tutto…

Ma che cos’è ‘sto tanto sbandierato AMORE?
I più cinici tra gli esseri umani lo chiamano mera necessità di affiliazione, desiderio di accomunarsi a qualcuno, necessità dell’animale-uomo di non essere solo ad affrontare il burrascoso viaggio della vita. Insomma, si sa che vivere non è facile, mandare avanti la barchetta da soli non è molto facile ed allora perché non essere in due a remare? Di sicuro ci si sente meno infelici e soli, ed allora… ecco qui l’amore!
Poi, dal punto di vista sociale, è indispensabile uscire dal guscio del proprio isolazionismo e creare gruppo familiari che facciano andare avanti la società nei secoli dei secoli. Per questo alle donne viene inculcato il mito maschilista del principe azzurro, perché si aggreghino e procreino! E quindi, quale miglior specchietto per le allodole dell’amore? E brave le allodolole a crederci!!!
E il sesso? Dove lo mettiamo il sesso? L’attrazione fisica, quella fulminante, che parte dal basso ventre e vi impedisce di ragionare? L’irrazionale voglia di strappare i vestiti alla persona che vi sta davanti, a lottare per poterla avere e “sopraffare” fisicamente, dove la mettete? E la necessità del possesso, sia fisico che mentale? La smania, la bramosia che ci accomuna alle bestie? E’ amore questo?

Che poi, ad analizzare bene i sintomi delle persone che dicono di esserne stati folgorati, l’amore assomiglia più ad una malattia che ad un sentimento puro e semplice.
Allora, magari, la risposta è semplice: l’amore è una malattia psicosomatica che affigge quelle povere personalità che non sanno bastare a sé stesse.

Analizzando i vari casi, l’amore dovrebbe provocare tutta una serie di problematiche più o meno gravi:
- cardiaci (batticuore, aritmia, dolore al petto)
- alla vista (vedere il mondo rosa non è normale)
- ormonali (no comment...)
- gastrici (inedia, inappetenza, vuoto allo stomaco)
- cerebrali (stato confusionale perenne, sbalzi umorali, occhio sbarrato, sguardo vuoto. E poi vi sembra normale vedere pigolare al telefono una persona che pensavate integerrima?)
Ecco, la risposta è questa al quesito più vecchio del mondo: l’amore è una malattia.
Ora è tutto chiaro, cristallino.
Mi rimane solo un inquietante interrogativo.

Vorrei solo sapere come ho fatto a prenderla…

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11 novembre 2007 7 11 /11 /novembre /2007 23:57
In un tempo che non esiste più, Trasimeno, figlio del re etrusco Tirreno era accampato con i suoi soldati vicino al lago.
Un giorno d’estate, passeggiando lungo le rive assorto nei suoi pensieri, fu catturato da un canto meraviglioso che proveniva dall’isola posta al centro del lago, nota come Isola Polvese.
Il principe, incuriosito da quel canto angelico, si recò sul luogo e scoprì che quel canto usciva dalla melodiosa voce di una stupenda ragazza, una ninfa, che viveva nelle acque del lago. Cantava e ballava sulla riva, con la veste bianca svolazzante ed i capelli sciolti sulle spalle che sembravano avere una vita propria.
Il giovane si innamorò così tanto di quella ninfa, di nome Agilla, che ogni giorno si recava sulle rive del lago per ascoltarla e guardarla. Solo dopo molti giorni trovo il coraggio di avvicinare l’eterea creatura del lago e di mostrarsia  lei come un umile essere umano.
Tra i due nacque un amore travolgente, una passione irrefrenabile.
Il re Tirreno, dopo mille reticenze, vedendo il grande amore che riempiva gli occhi del figlio, acconsentì alle nozze che vennero celebrate con tutti gli onori. Ma la felicità degli sposi durò solo un giorno, un brevissimo giorno d’estate.
Il mattino seguente, Trasimeno decise di fare il bagno nelle acque del lago. Agilla lo vide immergersi e restò a guardarlo dalla tenda sulla riva. Ma il giovane non tornò più a galla, non tornò più dalla sua Agilla, che era lì, in piedi, ad aspettarlo.
Il suo cadavere non venne mai recuperato, forse perché incagliato sul fondale, forse tributo di sangue richiesto dalle acque in cambio della sua ninfa.

Da quel giorno Agilla rimase ad attendere il suo amato, cercandolo continuamente.
Ed il lago prese il nome dello sfortunato erede del re Tirreno.
Agilla non si arrese alle lacrime. Finì i suoi giorni su una barca al centro del lago, da dove controllava tutte le imbarcazioni, alla ricerca inutile e disperata del volto del suo amore perduto.
I pescatori del Trasimeno rammendando le reti e fumando una sigaretta sul far della sera, ancora oggi amano raccontare la sua storia, aggiungendo che d’estate quando il vento soffia dalla Toscana, sia facile udire il pianto disperato della bellissima Agilla che chiama il suo amato.
E leggenda vuole che ogni tanto, sempre d’estate, si alzi un’onda improvvisa nel lago, che rischia di rovesciare le barche malcapitate che ci si imbattono.
E’ Agilla che pensa di aver riconosciuto Trasimeno in uno degli occupanti e cerca di raggiungerlo.
Sempre alla sua ricerca.
Anche oggi.
Nel 2007.

E’ solo una leggenda persa nel tempo, buona per dare il nome  ad innumerevoli campeggi e bar che dalle mie parti si chiamano tutti come la ninfa del lago innamorata del suo principe inghiottito per sempre dalle acque del lago.
Solo una vecchia leggenda etrusca, tramandata dal canto dei secoli.
E’ diventata buona solo ad intrattenere i turisti olandesi curiosi delle “pittoresche” leggende italiche. Io me la sono imparata anche in inglese, pronta ad intrattenere crucchi interessati alle usanze locali.

Ma mi piaceva raccontarla.
I pescatori, con al faccia resa rugosa dal vento e dal sole e le mani deformate dall’artrosi, con gli occhi lucidi ridotti a due fessure aggiungono che il pianto della ninfa lo può udire solamente chi ha amato davvero o chi ha sofferto per la perdita di una persona cara. 
Chi ha veramente sofferto, ma il cui cuore spezzato non si arrende al sordo dolore della perdita ma continua a sperare ed amare. Solo chi non si inaridisce nel dolore, ma coltiva la memoria con la speranza.
 
Nessuno crede più a questa leggenda, presto se la scorderanno anche i pescatori, umili cantori delle pene di Agilla e anziani portatori della memoria di un mondo che non esiste più.
Per l’onda improvvisa al centro del lago e per il vento lamentoso ci sono spiegazioni razionali.
Anche sulle origini del nome del Trasimeno vengono avanzate ipotesi meno fantasiose, come quella di un dono di nozze al figlio del re etrusco Tirreno, dal quale prese il lago prese il nome attuale.

Ma è bello immaginare Agilla, nella sua veste bianca svolazzante, seduta su una barca al centro del lago, in cima al pontile oppure sui bastioni del paese che porta il suo nome, mentre piange e chiama il suo amore perduto.
Che non risponderà.

Mai più.

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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