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5 novembre 2007 1 05 /11 /novembre /2007 23:58
Perugia è una città sonnacchiosa, provinciale, piccolo borghese. Stretta tra le sue belle mura medioevali, tutto scorre sempre uguale, anche se non sempre liscio.
In una Italia in cui, nonostante l’elevata percezione dei suoi abitanti, i crimini e gli omicidi diminuiscono, qui la microcriminalità vegeta sotto la crosta spessa del perbenismo.

Città universitaria, la pigra Perugia, ma immobile lo stesso.
Almeno in superficie.

In una città come Perugia, lo sbarco semestrale delle studentesse Erasmus genera sempre un po’ di parapiglia: il maschio perugino, sempre morbosamente attratto dalle aule gremite dell’Università per Stranieri, si aggira rapace per le vie del centro ammirando le nuove venute, manco fosse alla fiera del bestiame.

Belle e brutte, molte nella media.
Ma straniere.
E giovani, giovanissime, perlopiù ventenni.
E, soprattutto, lontane da casa, allegre, disinibite quanto basta da far girare la testa.

Le trovi in centro, a spasso.
Al Merlin Pub a bere birra o al Domus a ballare.

Spesso ubriache perse, libere dai gioghi del controllo parentale o di una società troppo politically correct.

Sono tante, tantissime per le vie del centro storico.
Ti viene voglia di chiedere perché  Perugia vengano tutte studentesse donne e zero maschi, e se quest’ultimi ci sono dove sono nascosti?

Una sera di fine agosto sono andata a cena in una pizzeria del centro, una di quelle con i tavolini fuori, proprio su Corso Vannucci. Ed aspettando la mia margherita con la mozzarella di bufala, le ho viste.
Giovani ragazze, innegabilmente straniere, con i loro vestiti fuori moda, gli accessori ostentati, lo stile così tanto non-italiano. Allegre, con il rossetto rosso sulle labbra ed i sandali coi lacci.

Americane, canadesi, inglesi.
E i miei amici maschi con la bava alla bocca e l’occhio pallato.

Chissà se tra loro c’era anche Meredith, appena giunta in Italia.
Sorridente.


Meredith Kercher è stata ritrovata morta venerdì mattina nel suo appartamento in Viale Sant’Antonio, a pochi passi dal centro storico, a ridosso delle mura della città.
Seminuda, sgozzata ai piedi del suo letto, la porta della camera chiusa dall’interno e la finestra rotta. I cellulari ritrovati in un giardino circostante.
Aveva solo 22 anni, ancora da compiere, ed era lontana da casa, dalla sua famiglia.

Aveva passato la serata con le amiche, ma alle 21 era rientrata. Appuntamento galante? Un ladro? Non è dato saperlo. Si sa invece che ha avuto un rapporto sessuale prima di morire. Ha subito violenza? Oppure è stato un rapporto volontario? Era minacciata?
La notizia rimbalza fino al Regno Unito, dove i giornali sembrano avere notizie più circostanziate ed attendibili dei quotidiani locali, in un delirio mass-mediatico che annulla le distanze.
Di chi sono le impronte di scarpe impresse nel sangue?
E l’arma del delitto?
E via con macabri dettagli che non sto a ripetere, tra cui spicca la notizia che i genitori sono venuti a conoscenza della morte della figlia tramite Sky News. Non riesco nemmeno ad immaginarlo.
Come s enon bastasse, a Perugia inizia a serpeggiare la psicosi da serial killer.

Si dice che per la risoluzione di un delitto, le 72 ore dopo il crimine sono determinanti; se non si trovano prove e piste solide in questo lasso di tempo, si fa la fine di Cogne. E cioè grafici a “Porta a Porta”, ricostruzioni, congetture, dolore gratis, menzogne, millantati assassini e innocenti impossibili. E tanta, tantissima fuffa.


Mi auguro che non sia così, che il colpevole (e non UN colpevole) salti fuori e che giustizia sia fatta.

Perché a 22 anni non si può morire così, con davanti agli occhi tutta la vita che non vivrai mai, tutte le speranze che rimarranno nell’aria. Con gli occhi fissi in quelli dell’assassino.
Di lei restano le foto, scattate la sera di Halloween, vestita da vampiro, felice.
La sua ultima sera. Le sue ultime foto.

Spero nelle istituzioni, io, son sognatrice.

E che Perugia torni a dormire…

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4 novembre 2007 7 04 /11 /novembre /2007 15:41
Scuole elementari, medie, superiori. Università.
Poi, se uno ha proprio sfiga e soldi da buttare, un master o due.
Ma poi, in un modo o nell’altro, non si sfugge al proprio destino: bisogna iniziare e lavorare.
La vita da studente, quella che ci ha accompagnato tutta la vita, finisce ed inizia quella di lavoratore.
Ci si può ribellare per un po’, decidere di prendere una seconda o terza laurea, un master in una materia new age figa ed interessante, quanto inutile dal punto di vista prettamente pratico. Ma alla fine della fiera, lavorare tocca a tutti.
Pure a Lapo Elkann.
Forse.

Io ho iniziato a lavorare subito dopo la laurea. In sfregio a tutti quelli che affermavano spocchiosi che al massimo con gli studi in Giurisprudenza si poteva finire a leccare francobolli nello studio di qualche avvocatone tronfio, grasso e massone, pregando tutti i giorni, anche in aramaico antico, di passare l’esame per l’iscrizione all’albo (che spalanca le porte alla precarietà più assoluta), io ho iniziato a lavorare in una azienda privata.
Sono debole, me ne rendo conto.
Sono sempre stata poco votata al martirio e la prospettiva di passare almeno (almeno) due anni della mia vita a lavorare gratis o, peggio, a fare da segretaria gratis a chi è il contrario assoluto di un’associazione di volontariato e si potrebbe permettere di stipendiare in maniera decorosa coloro i quali sgobbano per lui, non mi ha mai allettato. Sarò strana, ma non mi è mai sembrato un modus operandi giusto.

Quindi, consapevole del fatto che la mia grande passione è scrivere, che questo non dà in genere molto da mangiare e che la mia famiglia non si può certo permettere il mio mantenimento (tra libri e scarpe io costo assai), e che in quest’ottica un lavoro vale l’altro, ho sempre lavorato.
Ed ho sempre scritto.
Per me, non per gli altri.
Anche se ci sono periodi della vita in cui il lavoro e la vita prendono il sopravvento, in cui liberare la testa e gli occhi non è facile.
Ma le parole stanno lì, acquattate tra un neurone poco utilizzato e l’altro, pronte ad uscire. Specie nelle placide domeniche d’autunno, così pigre da non voler muovere altro oltre i polpastrelli sulla tastiera.

Da domani si torna al lavoro, a scrivere solo la notte, quando il silenzio è rotto solo dal ronzio di una zanzara contro la lampadina.
Ebbene sì, le zanzare del Trasimeno devono aver subito una mutazione, perché non muoiono mai. Nemmeno a novembre.

Il lavoro, i colleghi, rapporti interpersonali con persone che normalmente non frequenteresti, ma che sei obbligato a vedere almeno otto ore al giorno. Ci si fa l’abitudine, a tutto. Ad ingogliare rospi, a mediarsi anche quando il proprio carattere richiederebbe esternazioni continue, a pedalare a testa bassa, ad essere valorizzati a corrente alternata.
Però ci sono anche cosa a cui non ci si abitua mai.
Mai.
Ad esempio: se un tuo collega puzza, come si fa?
No, non a volte, non nei pomeriggi asfissianti di luglio. Sempre, anche alle nove del lunedì mattina.
Che si fa?
Si adorna l’ufficio di Arbre Magique come in Seven? Riceverei un Brad Pitt in omaggio, in questo caso?
Si mette l’Oust nell’impianto di aerazione? Per il suo compleanno gli si regala una saponetta?
Si spera nel raffreddore e/o nella sinusite cronica?
O si fa notare al collega puzzone che l’igiene personale è una conquista del ventesimo secolo a cui nemmeno i più anarchici dovrebbero rinunciare?
Glielo si fa notare davvero?

Accetto consigli…

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29 ottobre 2007 1 29 /10 /ottobre /2007 22:47
Da piccola mi arrivavano con una certa frequenza le cd. "Catene di Sant'Antonio".
Povero Santo protettore degli animali... ma lui che c'entra???

Il nome deriva dalla abitudine abbastanza diffusa che consisteva nell'inviare per posta lettere ad amici e conoscenti allo scopo di ottenere un aiuto ultraterreno in cambio di preghiere e devozione ai santi.
Negli anni '50 erano già molto diffuse lettere che iniziavano con "Recita tre Ave Maria a Sant'Antonio..." e proseguivano descrivendo le fortune capitate a chi l'aveva ricopiata e distribuita a parenti e amici e le disgrazie che avevano colpito chi invece ne aveva interrotto la diffusione.
Avvolta nella leggenda metropolitana è la versione che circolava durante la prima guerra mondiale sotto forma di preghiera per la pace ed interpretata da ministri e funzionari di pubblica sicurezza come  propaganda nemica da sopprimere.
E forse la censura qui non avrebbe sbagliato di molto.

Liberatesi dal contenuto religioso cattolico, le "Catene di Sant'Antonio" si sono scatenate, entrando nella leggenda. Figlie di un'epoca che non c'è più, mi arrivavano scritte a mano o, se andava bene, ciclostilate o fotocopiate. Spesso il mittente di tale allucinante scocciatura era non solo anonimo, ma anche abbastanza soddisfatto per averti causato una sì rovinosa rottura di balle.
Già.
Perchè se veramente una persona corretta (di anni otto più o meno e in un'epoca databile intorno agli anni '80) avesse avuto intenzione di rispettare i precetti contenuti nella catena avrebbe dovuto nell'ordine:
a) ricopiare a mano per un numero n indicato nella lettera (ma mai inferiore a 15, non so per quale assurda legge interna alle catene) la missiva ricevuta. I più fortunati potevano avvalersi di carta carbone e quelli davvero tecnologici della fotocopiatrice, ma restava un gran sbattimento lo stesso.
b) imbustare le suddette lettere
c) raccattare a destra e manca indirizzi di malcapitati destinatari di cotanto tedio, che al ricevimento della missiva avrebbero di certo inveito contro i parenti morti del mittente fino alla decima generazione
d) scrivere a mano gli indirizzi sulle buste
e) affrancare le buste stesse
f) consegnarle nelle mani delle Poste Italiane.

Tutto questo trantran senza senso per evitare la sfortuna, il malocchio e/o aiutare un bambino malato e/o diffondere una notizia esageratamente allarmante (e falsa).
Il tutto servito con condimento di storiella moraleggiante, che informa il malcapitato che la lettera che ha in mano (sì, proprio quella!!!):
- ha già fatto 45 volte il giro del mondo. La vuoi forse fermare tu? Anatema!!!!
- è approvata dal Dalai Lama, da Padre Pio, da Osama Bin Laden e pure da Sandro Pertini, nonché da un noto santone zulù in Africa Centrale.
- non è uno scherzo, levatelo dalla testa anzi non ci sperare nemmeno.
- sbrigati a diffonderla, perchè non puoi tenerla più di 48 ore o giù di lì. Pigrone!

Inoltre, se la diffonderai con le tempistiche e modalità giuste avrai fortuna in un modo esagerato. Ricorda che il Sig. Adolf Cippalippa ha fatto tutto a modino ed ha vinto 999 miliardi alla lotteria, mentre la Sig.ra Johanna Pincopalla ha vinto un viaggio intorno al mondo, ha conosciuto un miliardario che si è follemente innamorato di lei e ora vive in una villa a Beverly Hills.
Ma attenti!
Il Sig. Mark Trallullera l'ha cestinata e la sua azienda è fallita, la moglie gli ha messo le corna con l'idraulico e gli si sono incarnite tutte le unghie dei piedi. Per non parlare del povero Jeremiah Bischeri che ha dimenticato di inviarla ed è stato attaccato da uno stormo di piccioni assassini.

Potevano le catene scomparire con le spalline degli anni’80?

Con l’avvento di Internet, al contrario, sono diventate una vera piaga complice la facilità di inoltro e di diffusione. La procedura si è snellita notevolmente e si presenta spesso sotto forma di allegato Powerpoint:
- tasto inoltra
- richiami dalla rubrica i malcapitati destinatari
- invio
Decisamente facile.
Decisamente invasivo.
Vorrei conoscere chi si prende la briga di creare questi file. Lo vorrei conoscere e chiedergli: “Perché? Perché tanto odio?”. Per capire se ha avuto un’infanzia infelice, se soffre di solitudine, se ha dei problemi. O se è solo stronzo. Oppure vorrei stenderlo con un destro, dipende…
E’ vero che nessuno di noi è obbligato a far girare tutta questa mondezza via mail, ad intasare le caselle di posta e a generare spam. Ma come si fa? Si può resistere?

E se poi mi attaccano i piccioni assassini?

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23 ottobre 2007 2 23 /10 /ottobre /2007 23:40
Perugia è una città molto piccola.
Ci si conosce tutti, i locali ed i posti da frequentare sono sempre quelli ed evitarsi per più di un periodo di tempo limitato è praticamente impossibile a meno che non si conduca una vita da eremita e si evitino pure i supermercati.
Può capitare, eh, ma non è facile.

E così, dopo parecchio tempo, sabato sono stata in un locale che frequento poco, tirato a lucido per l’inizio della stagione invernale.
Dentro c’ho trovato la solita bolgia, bella musica, tante facce conosciute e, nemmeno tanto a sorpresa, un mio ex di un anno fa.
Cioè, calma.
Fermi tutti.
Definirlo un ex mi pare eccessivo. In questo momento, ad essere franchi, mi sembra eccessivo pure conoscente… abbandonando la pignoleria talebana, posso definirlo come un flirt.
O meglio, un tentativo di cui non vado neanche particolarmente orgogliosa.

E non è che vederlo mi abbia sconvolto più di un episodio di CSI passato er la dodicesima volta su Italia 1, né mi aspettavo che ciò avvenisse.
Però più lo incrociavo e lo osservavo nel locale, più riflettevo. Strano.
Per lui il tempo non è passato.
Un anno, un anno. Per lui è tutto uguale. Gli stessi atteggiamenti, le stessa risata, le identiche priorità del sabato sera. Che poi sarebbero fare casino ed ubriacarsi.
Aveva perfino addosso la stessa camicia di un anno fa. L’ho trovato un po’ triste.
A trentacinque anni, fare la stessa vita dei ventenni.

E di persone così ce ne sono a bizzeffe, intrappolate in una ragnatela di abitudini fitta ed impenetrabile, ma assai sicura ed confortevole a modo suo.
Vivere per schemi.
Giorni, settimane, mesi, anni.
Macinati al ritmo di impegni sempre uguali, perseguendo il miraggio della felicità come sicuro tran tran.

Ma è veramente così?
Vivere di schemi rende felici?
O è solo l’ennesima trovata di una generazione spaurita incapace di affrontare la vita? O semplice e atavica paura di vivere?
Perché vivere intrappolato in uno schema è un po’ come nascondersi dietro ad un dito: inutile ed impossibile.

Io c’ho provato, davvero.
E per un po’ l’ho fatto, come reazione a quello che credevo fosse un dolore.
Mi sono chiusa al mondo, imprigionandomi nella routine del lavoro, degli amici e (perché no) anche del blog.
Che sia l’incubo del divertimento tout court a tutti i costi, incasellati nel tunnel generazionale  venerdì/sabato/domenica o la necessità impellente di ripetere atteggiamenti e situazioni che ci fanno sentire sicuri e protetti come dentro un guscio poco importa.
Ognuno ha il suo di schema, diverso ma uguale dal punto di vista concettuale.
Ma non può durare. 
Non per sempre.
Non per tutti.
Perché la vita si ribella e rompe gli argini.
Basta una piccola incrinatura, una infiltrazione, una crepa. Lo schema scricchiola, fa acqua, perde. E alla fine si sgretola.

Ma non accade a tutti.
Alcuni, o meglio molti, nello schema ci rimangono per sempre. Ci sguazzano. Magari pure felici. Non che ci sia nulla di male  avivere di schemi, se questo assicura un sentimento affine alla felicità.

Ma a me piace improvvisare…

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18 ottobre 2007 4 18 /10 /ottobre /2007 01:20
Da piccola ero una bambina spettacolare.
Bella, bellissima, col viso da bambola e due immensi occhi marrone scuro. Il tutto incorniciato da capelli marroni lisci e lucidi.
Davvero una bambina stupenda, così bella che le mie foto troneggiavano allegre dalla vetrina del fotografo del paese.
Non c'era signora che non trovasse irresistibili le mie guanciotte e che non si avvicinasse per pizzicarmele. Non è che sia molto piacevole, credetemi.
In camera mia c'è un bellissimo ritratto di me a quattro anni: occhioni marroni enormi e sgranati, caschetto castano, ovale perfetto ed una espressione di dolce stupore per la vita.

Poi ho iniziato a crescere.

Mi sono spuntati dal nulla tre nei abbastanza grossi sul viso: interessanti dice qualcuno, da Strega Bacheca dico io. 
Ora me ne sono rimasti due, ché quello sulla fronte in preda ad un folle momento di anarchia ha iniziato a crescere in maniera esponenziale ed è finito eliminato da un pronto dermatologo dal bisturi veloce negli anni ’90. Tutta l’operazione mi ha lasciato in dono una femminile e graziosa cicatrice sulla fronte che spero finirà presto inglobata dalle rughe d’espressione.

Crescendo, oltre al trauma dell'ingresso alla scuola media con tutte le paranoie derivate dalla crescita e dalla mancanza (cronicizzata) di tette, i miei genitori con l'ausilio dell'aguzzino per eccellenza, Sua Maestà il Dentista, hanno pensato bene di fornirmi di un aggeggio molto utile per l'autodifesa, in quanto capace di allontanare molti maschi: l'apparecchio fisso ai denti.
Già le scuole medie sono orribili e frustranti, sorridere ed assomigliare al boscaiolo di latta del Mago di Oz non è che le migliori esageratamente.
Tanto per completare adeguatamente una adolescenza traumatica, all'improvviso il primo anno delle superiori (che come i più attenti ricorderanno grazie  ai miei vigili genitori si sono svolte al riformatorio) mi è drammaticamente calata la vista. Et voilà! Un bel paio di occhiali. Ora, capite bene che l'accoppiata apparecchio + occhiali mi ha causato diverse crisi isteriche non controllabili.

E se da un lato il mio carattere poco incline alla sottomissione e la capacità di passare i compiti senza essere beccata mi hanno tenuto alla larga dagli scherzi dei bulli, mi ricordo ancora il triste giorno della Festa delle Donne in prima superiore.
Arrivò una delegazione di maschi con le mimose. Ah, che carini, che bel pensiero. Peccato che non fossero per tutte le "femmine" della classe, ma solo per le più carine.
Va da sé che non ce n'era per me.
A dirlo ora mi sembra sciocco, ma la cosa mi fece male.
Malissimo.
Mi sentii, se possibile, ancora più sgorbietto.
E poco serve ricordare ora che le "più carine di allora" sono diventate dei baracconi allucinanti e che da quei "maschi" così poco sensibili ora sbaverebbero per avere un appuntamento con me, ma che io non accetterei nemmeno per compassione: io, nel profondo della mia mente, davanti alla specchio mi vedo sempre come quella ragazzina orrenda, molto più simile ad Ugly Betty (oddio, c’avevo pure la frangia come lei…) che al ritratto che troneggia in camera mia.
Poco importa se l'apparecchio mi ha raddrizzato i denti a coniglio, se gli occhiali sono stati sostituiti dalle lenti a contatto, se la palestra m'ha modificato il fisico, se ho imparato a truccarmi e vestirmi in modo da valorizzare il mio aspetto.

Mi sento sempre in quel modo.

E mi trovo sempre meravigliata ed un po' a disagio quando un uomo si interessa a me, quando il piacione di turno tra tutto il mazzo di donne presenti in una stanza pesca proprio me.
Mi schernisco se mi arriva un complimento, anche disinteressato e mi vedo sempre con qualcosa fuori posto (spesso un rotolino qua e uno là…).
Perché, perché io?
Sono sto catorcio!

Oppure no…

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15 ottobre 2007 1 15 /10 /ottobre /2007 00:54
Gli esseri umani sono le creature più arroganti che Madre natura abbia messo a calpestare il suolo della Terra. 
Tutto ci è dovuto, tutto è nostro.
E soprattutto, diamo per scontate le maggioranza delle cose che ci circondano: sole, acqua, aria, energia, l’alternarsi delle stagioni.
Tutto è logico che ci sia e sia al nostro esclusivo servizio: indispensabile, ovvio, naturale.
Naturale.
Ma non lo è.
Tutto ha un prezzo, se non lo si rispetta.

L’acqua calda con cui facciamo venti minuti di doccia rilassante. L’energia elettrica, così assolutamente indispensabile. L’aria pulita. Tutte cose meravigliose, tutte magnificamente gratis.
O quasi.

L’acqua non basta per tutti e di certo non basterà nemmeno a noi molto a lungo. L’energia elettrica, come è stato provato dal famoso blackout del 28 settembre 2003 ce ne ha dimostrato la precarietà. E l’aria… bèh, l’aria per essere bella pulita e fresca deve essere filtrata dalle piante (vi ricordate la fotosintesi clorofilliana? Sì, proprio quella che vi hanno insegnato alle scuole elementari?) e visto che l’uomo per farsi spazio sta distruggendo le foreste di tutto il mondo…

Il quadro, ad essere pessimisti ed  pensarle tutte, non potrebbe essere più disastroso: global warming, inquinamento, polveri sottili, desertificazione, aumento delle allergie e delle malattie polmonari, specie in via di estinzione, tropicalizzazione del Mediterraneo.
Questi sono solo alcuni dei gravi problemi che affliggono l’Italia, pensate un po’ tutto il resto del mondo. Un bel casino, davvero.

Un casino tale che  pensarci bene bene, si rischia la depressione immediata, anche perché non ci si può far mica nulla.
Già, la colpa è tutta dei Governi, delle grandi aziende, dei potenti.
Piove Governo ladro!!
E’ così che vanno le cose, noi non possiamo farci un bel niente se non stare a guardare dalla finestra della nostra bella casa ultrariscaldata d’inverno e raggelante d’estate.
Ma è proprio vero?


Io non ne sono così convinta. Ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare qualcosa. Magari molto poco, ma meglio di nulla, e spesso traendone anche piccoli benefici economici. Come?

1) Risparmiando energia elettrica (e quindi sulla bolletta) utilizzando solo quella che serve davvero. Banalmente, alcuni piccoli suggerimenti potrebbero essere:
    - spegnere le luci quando si esce da una stanza e comunque usare sempre e solo lampadine a risparmio energetico
    - non pretendere che casa nostra sia il polo nord d’estate ed i tropici d’inverno
    - non lasciare la tv o gli elettrodomestici in genere in standby, ma spegnerli sempre (sì, anche quando la tv sembra lontanissima rispetto al letto) evitando inutili sprechi
2) Evitare di prendere la propria macchina, ma usare i trasporti pubblici. Non vi arrabbierete per il parcheggio, non prenderete multe e contribuirete al benessere del pianeta. Se vivete, come me, sulle sponde del Trasimeno e siete costretti ad usare la macchina, assicuratevi che sia un modello ecologico e che consumi poco. Se guidate un SUV, invece, siete dei fessi. Ma questa è una mia opinione personale  e non vale nulla.
3) Non sprecate l’acqua. Fate la doccia invece che il bagno e quando vi lavate i denti spegnete il rubinetto mentre ve li spazzolate. Semplice, no?
4) Fate la raccolta differenziata. Sì, lo so che è una rottura, ma è utile e non è vero che voi dividete e poi i netturbini rimischiano giù tutto. E’ una leggenda, non ci credete e fate il vostro dovere civico.
5) Aderire al Blog Action Day e sensibilizzare anche persone che sembrano impossibili da colpire al cuore
6) ecc ecc…

Altri pratici consigli (tantissimi) li trovate qui.
Ma queste sono cose che tutti sanno. Sono piccoli accorgimenti con cui veniamo martellati sempre, di continuo. Chi non lo sa? Ma siamo troppo pigri o troppo menefreghisti.
Il mio vicino di casa che fabbrica mobili da giardino brucia gli scarti della vernice in un falò dal fumo denso e maleodorante pur di non smaltirla nel modo giusto, mentre i campi intorno al lago vengono innaffiati illegalmente con l’acqua di un Trasimeno sempre più asfittico.
Perché?
Perché è comodo.
Perché è sempre stato così.
Perchè abbiamo già tante cose da fare-
Perché chissenefrega.

Già.

Ma questa è una mentalità che va cambiata perché la natura si ribellerà, inghiottendo i suoi figli prediletti. Lo dobbiamo a noi stessi, lo dobbiamo ai nostri figli.
Che mondo intendiamo lasciargli?
Un mondo che non ha più le risorse per gestire sé stesso? Un  gigante che finirà per autodigerirsi?


Fate la vostra scelta, signori…

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10 ottobre 2007 3 10 /10 /ottobre /2007 20:44
Come recita Wikipedia, Perugia è una città di 162.565 abitanti (77.540 maschi e 85.025 femmine. Lo sapevo, troppe donne…), capoluogo dell'omonima provincia e della regione Umbria ed ha un a superficie di 449 kmq.
Piccola, inchiodata nella sonnolenta vita di provincia, bigotta quanto basta e noiosa come poche.
Eccola Perugia.
Tranquilla, direte voi.
Certamente.
O meglio, nella media: crimini e disastri avvengono anche qui.

Ma dovrebbe comunque risultare come una città vivibile, amata ed amabile.
Invece no.
Tutto cominciò con i lavori per il Minimetrò, nel lontano 2002 o giù di lì.
Questa grande innovazione, che avrebbe dovuto rivoluzionare il traffico perugino già nel 2006 e che invece vedrà la luce probabilmente quando strafighi alla Brad Pitt pioveranno dal cielo in smoking delicatamente accompagnati da un ombrello come in un quadro di Magritte, è stata l’inizio della fine.
Cantieri ovunque, orribili pilastri rossi che falciano in due il paesaggio prettamente medioevale della città, restringimenti di carreggiata, sensi unici improvvisati, delirio di massa di una popolazione completamente priva di adattabilità e flessibilità com’è quella perugina.

Come se non bastasse, dopo la moda della pashmina da uomo e subito prima di quella della zeppa da battona, a Perugia è esplosa la moda delle rotonde.
Rotonde ovunque, anche nelle stradine di campagna.
Grandi, piccole, ad una o due corsie, ce n’è per tutti i gusti.
A parte i disagi per la loro creazione, la cosa devastante che l’amministrazione comunale non ha ancora capito è che le centinaia di uomini col cappello che abitano in città non ne capiranno MAI il corretto utilizzo, generando code infinite, schiamazzi, crisi isteriche e strade inforcate contromano.
Senza considerare la creatività dei cosiddetti urbanisti, che impegna tutti i giorni centinaia di automobilisti stressati e frustrati in inutili giri a senso unico che fanno venire voglia di lasciare dietro di sé la scia di molliche di pane come Pollicino.
Così, per sicurezza.

Ciliegina sulla torta è stata l’introduzione del beneamato T-Red, ovvero del dispositivo che filma e registra gli avventati trasgressori che passano col rosso in determinati semafori della città.
Tali dispositivi hanno fin da subito reso chiara la propria funzione, che non è quella di rendere il traffico più sicuro, bensì di rimpolpare le casse del Comune, in cui da tempo l’eco la fa da padrone.
La loro introduzione ha fatto immediatamente venire alla luce polemiche a non finire, cause legali, tribunali intasati, telecamere divelte ed anche un discreto servizio de “Le iene” andato in onda il 4 ottobre scorso che porta allo scoperto quello che già tutti a Perugia sapevano e gridavano da mesi.

Insomma, in una città così piccola la viabilità è un disastro.
Capisco il traffico in città enormi e tentacolari, ma Perugia… siamo in cinque e ci troviamo a darci fastidio l’uno con l’altro, ingabbiati in scatolette di metallo di cui non possiamo fare a meno. Già, perché i trasporti pubblici a Perugia (e provincia, dove vivo felicemente) in pratica non esistono o sono così frammentari ed aleatori da rendere necessario l’uso dell’automobile.

Ah, ma non sarà così per sempre.
Perché prima o poi, tra dieci o magari quindici anni, dopo che si saranno due o tre problemini irrilevanti come l’inquinamento acustico e la stabilità delle rotaie, quando anche i più ottimisti avranno perso le speranze ed i denigratori già banchettavano, verrà inaugurato il nuovo Minimetrò!
E tutto saraà magnificamente e magicamente risolto.

Sì, vabbè...

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9 ottobre 2007 2 09 /10 /ottobre /2007 00:41
Sono sempre stata contraria alla saga del maghetto inglese nato dalla penna di J. K. Rowling.
L’ho sempre sottovalutato, schernendo chi ne era appassionato, elevandomi sopra i suoi fan in un delirio megalitico.
Perché io, si sa, leggo ben altro.
Ma non di solo Houellebeq si vive (e per fortuna, oserei dire…).

Ebbene, signori e signore, mi sono appassionata ad Harry Potter.
Sì, ebbene sì.
Ho cambiato idea.
Possono farlo tutti, perché io no?

Ho iniziato a fine giugno, quasi per gioco, con il primo capitolo della serie spinta da un caro amico e da uno spasimante che s’è arreso troppo presto.
Ne sentivo parlare in modo troppo entusiasta, la curiosità mi cresceva dentro.
In fondo, mi sono detta, era un libro piccolo e all’apparenza innocuo.
Giusto giusto 293 pagine e qualche illustrazione.
Proviamo.

Poco ingombrante e tutt’altro che minaccioso, “Harry Potter e la pietra filosofale” l’ho triturato in due giorni.
Ed è stato l’inizio della fine.
L’inizio di una mania che mi ha portato a macinare in allegria pagine su pagine, stesa sotto il sole estivo o arrampicata su di una panchina in pausa pranzo.
Mi sono lasciata allegramente trascinare nel mondo parallelo dei maghi, nelle vicissitudini del ragazzino con la cicatrice a forma di saetta sulla fronte.

Proprio stasera, sette ottobre, ho appena finito “Harry Potter e l’Ordine della Fenice”, il quinto libro, composto di ben 803 pagine.

A parte il genere fantasy che può non piacere, l’abilità della Rowling sta nel dipingere con colori completamente realistici un mondo nuovo, inventato completamente eppure vicinissimo e pieno di sfumature.
Un mondo in cui i Babbani (cioè i non maghi) non si accorgono di tutto ciò che gli frulla intorno o sono vittime di incantesimi per modificare la memoria, in cui le scope volanti sono normali mezzi di locomozione e la Metropolvere si può andare da un camino all’altro in tutto il mondo.
Come non appassionarsi?

La saga di Harry Potter, com’è arcinoto, si articola in sette libri, l’ultimo dei quali verrà commercializzato in lingua italiana il 5 gennaio 2008 (c’è sempre la versione inglese, ma le diverse traduzioni di nomi di persona e di luogo potrebbero generare confusioni, io consiglio di aspettare…) e narra sette anni di vita del piccolo mago, una sorta di passaggio dall’infanzia alla vita adulta in cui dovrà imparare a lottare contro il male.
Lo schema è semplice, la storia piuttosto lineare; ogni libro si dipana come un piccolo giallo da risolvere in cui i cattivi non sono poi così terribili e viceversa.
Il tutto condito dalle invenzioni geniali della Bowling, come il complicatissimo gioco del Quidditch o le fantastiche caramelle Tuttigusti + 1.

E mentre il percorso pedagogico di Harry si dipana, impariamo ad amare anche gli altri personaggi della serie; lui cresce, diventa adolescente, la storia cambia e si trasforma in un percorso che lo farà diventare uomo.

Un appunto devo farlo alla casa editrice Salani: io capisco che con la saga di Harry Potter ci risanate il bilancio, che vende e vi permette di pubblicare anche autori “minori”… ma si può pagare un libro uscito nel 2003 ben € 24,00? Per essere chiari, quasi cinquantamila vecchie lire.
Non si può, non si può.
Per il sesto tomo della serie dovrò aspettare un po’, magari fare un giro negli ipermercati che in genere scontano i libri (ah, che isole felici!!!).

Insomma, mi sono appassionata.
Certo, non posso dire che i libri della Rowling mi abbiamo cambiato la vita o abbiano lasciato un segno. Non sono nemmeno paragonabili alle opere di Tolkien, ed “Il Signore degli anelli” è proprio un altro pianeta. Non sono una fan alla ricerca instancabile di news, immedesimata fino al midollo.
Ma è una lettura godibile, divertente ed appassionante.
Si può volere di più?

Divertente storia, certo.
Di cui, però, la sua autrice sta cercando di sbarazzarsi. Stanca dell’immedesimazione in una saga che ha reso lei e la sua famiglia multimiliardari per generazioni.?
Mi sono ricreduta su Harry ed il suo mondo, avevo giudicato senza infilarci dentro il naso.
E sbagliavo.

Ma su Dan Brown mica no…


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30 settembre 2007 7 30 /09 /settembre /2007 16:15
In questi giorni la televisione non fa che rimandarci indietro le immagini della Birmania (o Myanmar come dovrebbe essere chiamata per volontà del suo regime dal 1989 in poi).
Prima la sfilata non-violenta dei suoi monaci per le strade, invito silenzioso e severo alla ribellione verso un popolo che sembrava stanco di lottare e vivere. Impressionanti nella loro inflessibile e al contempo bonaria severità, i monaci buddisti con le loro vesti rosse hanno impressionato il mondo con la loro protesta non-violenta.
Poi ci sono arrivate le immagini e le notizie delle repressioni della giunta militare verso le strade colme di manifestanti, l’arresto dei monaci, le uccisioni, lo sciopero della fame.
I bracciali rossi, l’invito a vestirsi col colore dei monaci per solidarietà e la mobilitazione di web e bloggers ha fatto il resto.

Io, da buona cinica, trovo tutto questo molto strano.
Particolare, quantomeno.
Una specie di vittoria del marketing organizzato, più che un autentico afflato di compartecipazione e di sollevamento popolare.

Perché a tutti quelli che indossano qualcosa di rosso per solidarietà vorrei chiedere: ma lo sai dove si trova sulla cartina il Myanmar?

Sono quasi certa che una buona metà balbetterebbero qualcosa come Asia o laggiù in fondo, senza sapere esattamente rispondere, infastiditi dalla domanda e punti sul vivo di una militanza apparente.
Così come non saprebbero dirmi esattamente chi è Aung San Suu Kyi, leader della Lega Nazionale per la Democrazia, donna coraggiosa e ammirevole, vista in Tv tante volte, ma di cui si sa poco.
Se non lo sapete, ve lo dico io.
Molto colpevolmente l’ho scoperta solo nel 2001, quando Bono e gli U2 le dedicarono una loro bellissima canzone, “Walk On”.
La mia curiosità mi fece poi scoprire che Aung  aveva vinto 10 anni prima il Nobel per la pace, che nel 1990 il suo partito aveva vinto le elezioni e lei sarebbe dovuta diventare Primo Ministro, ma la giunta militare non solo non glielo permise, ma la segregò agli arresti domiciliari prima e alla semilibertà con impossibilità di lasciare il paese poi.
Aung è diventata negli anni un’icona della non- violenza e della pace, famosa per il suo impegno per la difesa dei diritti umani e civili. Una voce che è diventata un simbolo, ma inascoltata dai potenti che ancora oggi, nel 2007, discutono al Consiglio di Sicurezza dell’ONU se sia il caso o meno di intervenire.
Cina, Indonesia e Russia non vogliono intervenire perché “la situazione è problematica, ma non è una minaccia per la sicurezza internazionale”.
Si potrebbe argomentare che un Consiglio di Sicurezza in cui conta il voto di paesi come la Cina (in cui esiste la pena di morte per reati politici e d’opinione) e la Russia (non voglio esprimere il mio giudizio su Putin e la Cecenia) faccia molto più paura in prospettiva per la sicurezza internazionale di una giunta militare birmana, ma è così che va il mondo.
Nemmeno il G8 ha le palle per opporsi alla Cina, colosso commerciale e antagonista dei diritti civili.

Ma le immagini rimbalzano su tutte le televisioni, le vesti porpora dei monaci silenziosi ed in preghiera impressionano contrapposti agli Uzi dei militari e circondati dalla disperazione di un paese intero ridotto alla fame, dove povertà e repressione vanno a braccetto da decenni.
Oggi, solo oggi, il mondo si accorge di questa tragedia.
Perché?
Perché vestirsi oggi di rosso?

Con ciò non voglio sminuire o denigrare l’interesse per una causa lodevole.
Un interesse spesso vivo e sincero. Nobile.
Molto meglio che i blog si occupino del Myanmar piuttosto che dei protagonisti dell’Isola dei Famosi (molti dei quali quest’anno, detto tra di noi, sono famosi come mia zia Agata), non si discute.

Ma quante guerre dimenticate ci sono nel mondo?
Quante popolazioni soffrono una dittatura in silenzio, senza che il caso o una coincidenza le faccia finire sulla cresta dell’onda mediatica?
Tralasciando Iraq ed Afghanistan, il mondo è costellato di focolai di guerra, fame e disperazione che passano sotto silenzio, perché i nostri telegiornali sono troppo presi dal farci sapere chi sta sulla barca di Briatore in Sardegna.
Chi conosce la tragedia del popolo eritreo, affamato e decimato dai suoi governanti, in lotta da 2 anni con l’Etiopia per qualche chilometro di sterile ed inutile deserto?
Chi si ricorda, se non in occasionalmente, della guerra in Sudan e del massacro del Darfur in cui sono morte più di 200.000 persone?
Chi conosce il disastro umanitario che si sta consumando nell’isola caraibica di Haiti?
Ed il conflitto in Nepal tra i guerriglieri maoisti e la fragile monarchia  del tribolato paese himalayano che fa sì che scontri a fuoco, rapimenti, attentati e estorsioni siano il pane quotidiano di 22 milioni di nepalesi? 

Ben venga l’attenzione al Myanmar di questi giorni.
Ben venga la mobilitazione dei bloggers ed i fiocchi rossi.
Evviva i blog tinti di rosso.

Ma domani, domani non dobbiamo dimenticarli di nuovo.
Non dobbiamo dimenticare le sofferenze  di chi lotta per la libertà e la propria dignità, troppo impegnati nel tran tran della vita quotidiana.
Non dobbiamo dimenticarlo perché un giorno potrebbe accadere anche a noi.
Un giorno potremmo essere noi quelli dimenticati, quelli dai diritti calpestati. Proprio quei diritti che oggi ci sembrano ovvi e scontati, un giorno potrebbero non esserlo più. 
Se non tuteliamo chi non riesce a liberarsi dal giogo della tirannia, se non ci interessiamo della tutela dei diritti civili nel mondo, chi lo farà per noi?
Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU? Non credo.
Non ci credo più.
Perciò non credo che i bracciali rossi siano la soluzione.

Ce ne vorrebbero arcobaleno. Ovunque.

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28 settembre 2007 5 28 /09 /settembre /2007 21:11
L’estate è proprio finita.
Da un pezzo.
Certo, per fortuna ancora abbiamo qualche lampo che ne prolunga l’agonia, qualche giornata ariosa e splendente, ore assolate e calde.
Ma parliamoci chiaro: è finita.
Tra meno di  pochissimo dovremo fare il cambio dei vestiti nell’armadio, arrenderci
all’evidenza ed arrotolarci nei maglioni di lana.
Se ne riparla più o meno tra 280 giorni se siamo fortunati. E poi, diciam
ocelo: è una benedizione che sia finita!! A parte la morte naturale delle zanzare e degli elicotteri assortiti che popolano in quantità industriale il Trasimeno, ci sono mille motivi per gioire della fine dell’estate.

- E’ sparita l’afa ed il caldo opprimente, a vantaggio di un clima mite e allegro, di un’aria frizzantina, di tramonti anticipati dai colori romantici.

- Dal fondo polveroso dell’armadio riemerge il piumone. Ed è bello rimetterlo sul letto immaginando di rotolarcisi dentro con la persona giusta. Pensandoci meglio, è bello starci sotto anche da soli, coi piedi che si allungano tra le coperte croccanti.

- Ricominciano le mie serie preferite e si ha l’opportunità di scoprire nuove manie devastanti e modaiole, alimentate anche da generosi amici Fastweb-dotati. In genere, si riscopre il bello di stare a casa davanti alla tv, con la gatta accoccolata sul letto che fa le fusa soddisfatta e tronfia, poltrendo e  abusando del telecomando.

- I film che aspettavi trepidante e curiosa arrivano al cinema, e speriamo non siano delle fregature ambulanti e che i tuoi registi preferiti non abbiano sparato tutte le loro cartucce.

- Manca poco, poi ci si riunirà a mangiare castagne intorno al focolare bevendo novello, ridendo e scottandosi le mani con la buccia bruciacchiata. Poi Natale sarà dietro l’angolo, e quindi il carnevale coi suoi coriandoli. Da lì, in un attimo, Pasqua e l’odore della primavera nell'aria. E boom! Eccoci di nuovo.

- Più tempo per leggere. Leggere, leggere, leggere. Potrei anche finire tutti gli Harry Potter se continuo così.


-  Ascoltare il nuovo album di Ben, che non sarà all'altezza dei precedenti, forse è vero. Ma è molto meglio lo stesso di tanta robaccia che c'è in giro. Farsi accarezzare dalla sua voce di velluto stesa sul letto a sognare, mentre fuori il vento  spazza la superficie del lago.

- I colori dell’autunno sono bellissimi. Gli alberi intorno al lago si accendono di rosso e giallo, disegnando finti incendi sulle rive del Trasimeno. Tutto sembra più vivo, più caldo. Ma è solo una finta, solo il canto del cigno.

E poi...

Ehm.
Ehm, ehm.





Speriamo che l’estate torni presto…

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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