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21 settembre 2007 5 21 /09 /settembre /2007 21:00
Io Miss Italia non la guardo mai.
Non perché mi ritenga superiore al sentimento nazional-popolare che lo anima, né perché non penso di potermi divertire immensamente nello sfottere e criticare a manetta le sgallettate (Daveblog ed il suo “Caccia alla cozza” docet)
che inseguono un sogno così plastificato e precotto da sapere un po’ di muffa.
E’ solo che è uno spettacolo che in genere mi annoia: è tutto uno sfilare di cosce secche e lunghe, di ragazze che non mangiano dal 1998, di sorrisi sbiancati e di orridi improponibili costumi da bagno che farebbero sfigurare Barbie in persona.
Si potrebbe anche tirar fuori il contributo all’anoressia che dà questa manifestazione, che spesso impone il mito della donna impossibile: alta alta, secca secca, ma con le tette da pornostar.
Ed anche se è vero che non
mi piace molto il messaggio che rischia di arrivare a dodicenni in confusione ormonale, non voglio essere così scontata: non è solo questo.

E poi non vince un’umbra da… mmmm… da… da mai, credo!
Forse è una congiura e io non ci sto.

Ma ieri sera sono tornata tardi dalla palestra, complice una lezione di fitboxe e una nuova vasca idromassaggio che andava provata. Così, per magia, torno e trovo la tv sintonizzata su RaiUno e mia mamma placidamente incollata ad essa.
Addirittura s’era messa anche gli occhiali da vista, cosa che fa solo in particolari occasioni televisive, tutte di un certo rispetto, come “Beautiful” o “Ballando con le stelle”. Insomma, Miss Italia 2007 era lì, tutta per me.

A parte Mike Bongiorno che mi fa ridere più di Zelig per la sua involontaria (ma sa
rà vero?) ironia, Loretta Goggi mi è subito sembrata sotto l’effetto di una qualche sostanza acida ed il suo occhio sbarrato faceva subito presagire la terribile realtà: è  posseduta dallo spirito canterino e montessoriano di Mary Poppins.
Ed infatti ha animato siparietti di Miss impegnate nel
ballo cantando qualsiasi cosa, compresa la lista della spesa. Impressionante.
La kermesse si presenta diversa da quella degli ultimi anni.
Le ragazze sfilano 10 per volta, si apre il telefoto e di queste se ne salvano 5. E via così fino alla semifinale di sabato (di cui ignoro il regolamento sicuramente certosino) e la finale definitiva di domenica (idem) che incoronerà la più bella italiana del 2007. Si potrebbe obiettare sul
nuovo regolamento che, se da un alto elimina gli ormai classici momenti soporiferi ed ipnotici scanditi dalla voce melensa e prima di pathos di Conti, dall’altro matematicamente non è che sia giustissimo: se in una decina sono tutte irrimediabilmente cozze, passerà comunque una cozza, se sono tutte sconvolgentemente belle, ne verranno eliminate comunque cinque belle.
La matematica non è una opinione e nemmeno il buonsenso dovrebbe esserlo.

Momenti esilaranti garantiti dalla maestria degli autori e dal genio delle miss non sono mancati, prima fra tutto le presentazioni di queste ultime rese uniche dall’inflessione tipica di Nonno Mike. Segnalo, tra le più belle:
- ama collezionare fo
to di bambini e cuccioli (e sotto il letto la motosega)
- il suo hobby è credere nell’amore (vabbè no,  ditemi se questo può dirsi un passatempo!)
– vuole diventare ufologa (Ah, ecco Scully!!! E basta di vedere sti fil ammericani!!)

– sogna di diventare mamma (che teneronaaa!)

- il mio mito è la Canalis (...)

Ovviamente non ho resistito più di 40 minuti.
Quaranta minuti molto, molto lunghi, trascorsi i quali mi sono buttata nella visione degli episodi 12 e 13 di “Heroes”, la mia nuova mania, in lingua originale.

Non ho resist
ito, sono una donna debole.
Per voi che siete più forti, un consiglio: stasera guardate Miss Italia e votate la bellissima n. 90, Ilaria Capponi.  Perugina, classe 1990, nazionale di basket, gioca in A1 con
la Gescom Viterbo (ed è per questo che indossa la fascia di Miss Lazio), ha già vinto numerosi concorsi di bellezza.
L’ho vista quest’estate, durante un servizio fotografico che ha fatto sulla spiaggia che in genere frequento.

Ecco, parlando di teorie evoluzioniste, alla sua vista ho capito come de
ve essersi sentito l’Uomo di Neanderthal alla vista dell’Uomo Sapiens Sapiens. Ridicolo. Con le gambe corte. Goffo. Spacciato. Alta, mora, con una cascata di capelli ricci e due occhi azzurri di vetro. Davvero bellissima.
E se lo dico io che sono ipercritica con tutti (ed in primis
con me stessa), vi dovete fidare. Se non vince o vince una cozza qualsiasi, il concorso è truccato. Chiaramente.
Voi, intanto,
buttate questi settantacinque centesimi dalla finestra e votate speranzosi.


Votate, votate...

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16 settembre 2007 7 16 /09 /settembre /2007 22:38
Ognuno ha i suoi sordidi segreti.
Piccoli, ignobili, oscuri, scabrosi e terribilmente confidenziali minuscoli nei nella vita di una persona rispettabile ed in gamba.
Ognuno ha i suoi.
Qualcosa di non presentabile, che non si vuole mostrare ai conoscenti, ma solo agli amici più cari.
Una piccola macchia che ci rende diversi da come appariamo in superficie.
Una specie di sfaccettura irregolare.

C’è chi ascolta di nascosto Gigi D’Alessio e finge di adorare i primi dischi degli U2 per darsi un tono dotto.
Chi non perde una puntata di “Un posto al sole”, ma lo denigra in pubblico etichettandolo come “robaccia di terza categoria”.
Omaccioni palestrati che nel tempo libero colpivano petunie.
Intellettuali occhialuti e spocchiosi che adorano i film di Meg Ryan.

Io, nel mio piccolo, uno scabroso segreto ce l’ho: io ricamo.
Sì, lo so che non mi calza a pennello, ma è così.
O meglio, sono capace di ricamare e sono (ero) anche bravina, anche se da un po’ non lo faccio più.
Per mancanza di tempo, ovviamente.
E perché, a dire il vero, mettermi a fare il corredo alla mia età mi sembra ridicolo. 
Sì, bèh, ecco.
Ricamo.
Anche se non fa molto single ribelle o donna emancipata.
Puzza di milleottocento e rotti.
Di trine e vecchi merletti.
Non è che sia un vanto nel 2007, non è che incontri uno e gli dici “Sai, io ricamo”.
Non è che sia molto trendy.
Non è che faccia molto "Sex & The City" a meno che una non si senta Charlotte.

E’ successo così.
Sono sempre stata una bambina irrequieta anche se molto buona.
Mi annoiavo spesso e tre mesi di vacanze estive sono lunghe da gestire.
Così, a dieci anni, mi hanno mandato insieme a mia cugina dalle suore. Tutte le mattine d’estate, dal lunedì al venerdì, dalle nove a mezzogiorno, le suore che gestivano d’inverno l’asilo privato della mia città davano lezioni di ricamo a cui accorrevano ragazzine dai 9 ai 17 anni.
Per me era uno sballo.
Ero fuori dal controllo parentale per mezza giornata, in mezzo a femmine più grandi di me che parlavano di ragazzi ed avevo pure il permesso di tornare a piedi da sola a casa di mia nonna con mia cugina Tamara di 14 anni che era all’epoca una ragazza molto popolare.
Se ero fortunata, il giovedì che c’era il mercato potevamo anche incontrare qualche ragazzo più grande che si sarebbe fermato a parlare con mia cugina e le sue amiche.
Insomma, mi divertivo ed imparavo.
Anche se nel mentre dell’insegnamento spesso le suore ci leggevano le vite delle sante e non è che fosse molto divertente, a meno che non si spettegolasse a bassa voce nel mentre.
Prima i punti base, come quello a catenella, quello palestrina o erba, fino all’intaglio ed al gigliuccio, passando per il punto pieno e quello piatto.

Oddio, a ben pensarci sono passati vent’anni.
Come sono vecchia.
Venti anni.
20.
Un’altra vita!

Ad ogni modo, ci sono andata per quattro estati, poi tutto è finito.
Il mondo è cambiato, le suore invecchiavano.
Siccome il ricamo era troppo complicato da gestire da sola e non avevo lenzuola da ricamare, mi sono data al punto croce.
Mi piaceva molto ricamare d’estate, concentrarmi sulla precisione dei punti, sul disegno, sui fili e suoi colori. Dimenticare tutto, comprese le incertezze e le paure che crescere e sentirsi bruttine generano nella mente di una adolescente coi brufoli, gli occhiali e l’apparecchio ai denti.
Poi ho smesso.
Altri interessi, altri passatempi, i maschi.
Insomma, un po’ di tutto.

Però resta il fatto che sono capace di ricamare. E bene.
Lo so, è strano.
Curioso.
Non mi si addice molto, soprattutto.
Io che non so cucinare, che sono pigra con le faccende di casa, che stiro come una badante filippina ubriaca di vodka, non sembro un tipo da ricamo.
Ma sono capace di farlo, non posso negarlo né nasconderlo.

Ma ho una consolazione: un sordido segreto come questo ce l’hanno più o meno tutti, vero?
E soprattutto, sono o non un bel donnino da sono da sposare?

Il corredo lo porto io, grazie…

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13 settembre 2007 4 13 /09 /settembre /2007 22:20
Mi capita spesso di pensare a me stessa come una strana creatura, che sono in pochi a poter davvero capire.
Ed ancora meno sono quegli avventurosi che si affacciano a guardare timorosi e speranzosi nella mia testa ed nel delirio che ci frulla.
Perché è complicato: chi se la piglia 'sta briga?

Una persona che non aveva il minimo problema a farlo era mia nonna.
Non doveva neanche sporgersi troppo per guardare dentro al casino scellerato che regna nella mia testa, le veniva automatico.
Parlavo del tempo e lei già sapeva che avevo combinato qualcosa, che avevo discusso con qualche filarino o con un professore arteriosclerotico.
Non so come facesse, se mi tradisse l’inflessione della voce o il linguaggio del corpo, o se magari la sua fosse una magia da strega dei monti. Ma lei sapeva. Subito.
Al volo.
Mi conosceva come il palmo delle sue mani, come la ricetta per fare il coniglio in umido. Che poi, come facesse a dosare gli ingredienti con tanta perizia visto che non mangiava carne ed era assalita dal ribrezzo al solo pensiero di assaggiarlo, resta un mistero glorioso che si è portata nella tomba.

Un mio grande difetto, secondo mia nonna, era quello di aprire troppo facilmente il cuore agli altri, di fare troppo affidamento negli amici che, diceva lei, sono sempre esterni al nucleo familiare.
Mi consigliava di avere rapporti più stretti con mia sorella, carne della mia carne diceva lei, che mai mi avrebbe abbandonata. Capite bene che avere un rapporto interpersonale con mia sorella (una che va a Sharm d'agosto e si porta la piastra per capelli nonostante i 50° e l'umidità dell'aria che sfugge a qualsiasi misurazione umana) mi è impossibile, nonostante le mie migliori intenzioni.
Mia nonna, nella sua pur infinita saggezza, non era infallibile.

Ho sempre avuto molti amici.
Probabilmente per fortuna mia o per un dono particolare che ho di mettere insieme la gente più disparata in una comitiva che cresce e si dilata, si rimpicciolisce e poi riprende magicamente vita.
Misteri.
Misteri.
Tant'è, matrimonio e fidanzamenti assortiti sono avvenuti anche per "colpa" mia; e sempre col mio zampino (esterno, per carità) è venuto al mondo una piccola meraviglia che cresce a vista d'occhio e minaccia di entrare di prepotenza gattonando ovunque voglia.
Ma nonostante le mie amicizie mi diano tanto, non è sempre facile.

Ci sono giorni in cui non ho voglia di vedere nessuno, in cui il dolore è troppo forte, la stanchezza di lottare troppo prepotente o il giramento di balle evidente ai massimi livelli.
Ma gli amici bussano e reclamano l'attenzione che da contratto (dicono loro) gli spetta, e poco importa se non ti va di fare nulla e se scalci.
Loro se ne stanno lì.
Che telefonano, bussano, sbattono.
E, se sono amici veri, non se ne vanno ma pazientano.

Ci sono altre volte in cui per periodi ti sembra che la tua comitiva sia andata a puttane, che ognuno si sia messo a seguire altre strade, magari dietro una fidanzata virago, ad un lui talebano o ad un lavoro fascista.
E invece basta un niente per tirare le fila e far tornare il sereno. Suona la fanfara a raccolta e tutto è coem prima.
Più o meno.

Ci sono anche le volte in cui gli amici si allontanano.
Ti abbandonano.
Ti feriscono.
E poi tornano a tenderti una mano nel momento del bisogno.
Senza una parola, senza inutili spiegazioni.
Allungano la mano sulla tua senza chiedere niente, esposti come alberi alla tramontana del tuo possibile rifiuto.
E tu sai che nel tuo cuore non è cambiato nulla, che tutto è come prima.
Davvero.

Poi ci sono gli amici che ti tradiscono, che calpestano i tuoi sentimenti per i loro scopi, quelli che non potresti più perdonare nemmeno se fossi la reincarnazione di Madre Teresa.
Quelli di cui ti resta nel cuore non il ricordo delle belle giornate passate, ma l'amaro del tradimento.
Il fiele della bugia e dell'inganno.
Non si allontanano solo da te a causa dell'incedere del tempo.
Quello succede.
E' triste, ma è la vita.
Non parlo di questo genere di tradimenti Succede.
Parlo degli "amici" che ti pugnalano proprio alle spalle, proprio lì, tra le intersezioni dei muscoli.
E poi rigirano il coltello nella ferita, mentre tu non riesci nemmeno ad urlare tanta è la sorpresa.
E scopri che questa ferita non guarirà più.
Mai più.
Magari un po’ si cicatrizzerà, ci ricrescerà sopra della pelle, forse.
Ma non sparirà del tutto.
Rimarrà con te per ricordarti che c’è gente cattiva, approfittatrice o più semplicemente pavida ed ipocrita, che preferisce nascondersi dietro ad un dito.

Poi ci sono gli amici che non sono amici, ma parte di te, proprio come un osso o un organo interno.
Un dito di una mano.
Che si preoccupano per te senza essere impiccioni.
Che parlano alle tue spalle tra di loro, ma solo del tuo bene. E per il tuo bene.
Amici con cui dividere il bene ed il male, una spalla per piangere, una bocca per ridere.
Amici per cui stare in ansia, elucubrare, preoccuparsi sapendo che la cosa è perfettamente e naturalmente reciproca, senza bisogno di calcoli o di se e ma.
Persone su cui puoi sempre contare.
Sorelle.
Fratelli.
Parti di te.

No, mia nonna non sbagliava.
L’amicizia non va concessa a tutti, non va regalata, ma va donata a chi il nostro cuore ci indica.
Poche, selezionate e(s)fortunate persone che accompagneranno per sempre la tua vita, nonostante distanze.
Nonostante la vita.

Per sempre…

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11 settembre 2007 2 11 /09 /settembre /2007 22:31
Oggi è l'11 settembre.
Una data che ha perso la sua connotazione temporale per diventare un sostantivo.
Un po' come il Natale, quasi una festa da santificare. Mostrando cordoglio e dolore, rimirando documentari a manetta scuotendo la testa e mostrando i pugni.

Dov'eri tu l'11 settembre 2001?

Inutile stare a raccontare fatti risaputi.
Inutile stare a sobillare sterili polemiche su quali morti, iracheni o americani, cristiani o musulmani, siano più degni di una commiserazione inutile. Qual è la morte più valida? Più giusta? Ma esiste una morte giusta?
Inutile rivangare se e ma, ormai è successo e anche se non tutto è stato fatto, è troppo tardi.
E tutto il rutilare di documentari, interviste, ricordi che ci propineranno oggi non aggiungerà nulla all'orrore di quel giorno, nè a quello dei giorni (ed ann
i) seguenti.

Ed è per questo che non voglio parlare dell'11 settembre 2001 oggi.
Oggi vi voglio parlare solo e soltanto della piccola Zubaida Hassan.
Zubaida viveva in un piccolo paesino nello sperduto e brullo Afghanistan,
in un villaggio che la guerra al terrore non ha ancora travolto,
lontana oltre l'immaginabile dalla "civilizzata" Kabul.
Zubaida aveva 9 anni, suo padre non era talebano, sua mamma non portava il burqua, viveva una vita povera coi suoi fratelli e sorelle.
Aveva nove anni e non sapeva nulla del mondo, della situazione politica del suo paese. Zubaida camminava danzando al suono della sua musica interiore, finché un giorno un incidente domestico non el provoca ustioni gravissime su tutto il corpo. Non muore, ma terribili cicatrici la imprigionano. Secondo la “cultura islamica” per la quale la vita di una donna vale nulla, i suoi familiari l’avrebbero dovuta abbandonare.
Ma suo padre se la carica in spalla, vende tutti i suoi averi e va a cercare aiuto di ospedale in ospedale. Lontano, sempre più lontano dal suo piccolo villaggio.
Finché incontra un soldato americano. E da qui parte una continua serie di eventi che porteranno fino agli USA ed alla guarigione della bimba. L’incontro di due culture, di due mondi. Un mondo, gli Usa, che le regaleranno autostima e libertà, la possibilità di studiare, di esprimersi, di avere una personalità. Tutte cose negatele dall'essere donna in Afghanistan. Ma per l'amore che la lega alla sua famiglia, lascerà tutto per tornare. L’amore che vince su tutto, anche sull’odio, sull’incomprensione, sulla prevaricazione, sulla guerra.
Sulla guerra che è sempre assurda.
Ma la storia di Zubaida, la sua catena di solidarietà, ci insegna che sia
mo tutti uomini. Afgani, americani, italiani, tutti. Ed anche se il libro che ne racconta la storia è leggermente demagogo e buonista, la sua è una storia vera.
Ed anche se le urla di terrore degli uomini e delle donne imprigionate nel World Trade Center in fiamme saranno scolpite nella nostra memoria per sempre, non possono diventare una scusa per continuare ad odiare e trincerrasi dietro a necessità di protezione fittizie. O quasi.

Chissà dove sarà ora Zubaida, chissà se sta bene, se ha continuato a studiare, se è felice.
Io lo sperò.

Perchè lei è come la speranza...




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3 settembre 2007 1 03 /09 /settembre /2007 22:39
La scorsa settimana, in un incidente che ha avuto ampio risalto sulla stampa perugina, è morto un mio conoscente.
Un conoscente e non un amico, sì, perché non mi piace l'idea di cavalcare l’onda fiacca della commiserazione, mettendomi in mostra raccontando di rapporti che non ci sono.
Vantandosene, quasi.
Sembra incredibile, ma c’è anche gente così. Parecchia.

Paolo era una bella persona, ma ora lo diranno in tanti e non so se vale più.
Gioviale, allegro, mai eccessivo.
In palestra ed a scuola d’inglese tutti erano subito suoi amici, colpiti dalla sua stravagante naturalezza, dalla sua ironia e da un sorriso che poteva farti cambiare l’umore.

Un incidente terribile, di quelli che non ti aspetti.
Quella tratta fatta un milione di volte avanti e indietro.
Sembra impossibile.
Sembra irreale.

Entrare in palestra e non vederlo, non incontrarlo per le scale.
Quante volte abbiamo riso insieme?
Eppure proprio lui, una persona piena di vita, sempre energica e positiva, proprio lui non c’è più.
Tutti ne parlano, tutti come me sentono il bisogno di ripescare un suo ricordo nella memoria.
Ci ha lasciato e le teorie sono le più varie, dall’errore umano al guasto tecnico.
Si sprecano ora i coccodrilli ed i particolari macabri, così tipici della piccola provincia squassata da un evento insolito ed animata dalla voglia del pettegolezzo.
Le due donne morte carbonizzate erano abbracciate?
Lui è morto sbalzato fuori o mentre scappava l’esplosione lo ha travolto?
Non importa, non importa più. Paolo è morto e niente cambierà la cosa o placherà il dolore della famiglia e degli amici.

Non lo incontrerò più per le scale della palestra col broncio in viso per una seccatura o una scaramuccia, non mi saluterà più col suo “Carissima” e non trasformerà il mio sbattimento in un sorriso nell’arco di 20 gradini.

Ma una cosa, una cosa me l’ha lasciata nel cuore: io voglio vivere.
Sembra una constatazione banale, ma non lo è.
Io voglio vivere.
Quanta gente passa il tempo a sopravvivere?
Chiudendo la porta alle  emozioni, barricandosi nelle paure ed in sciocche abitudini che diventano più importanti della vita stessa.
Sciupando la vita che è, banalmente, una sola.
Io voglio vivere, emozionarmi per le piccole cose, sognando le emozioni grandi.
Guardare uscire una farfalla dalla crisalide e pensare che non c’è niente di più bello al mondo.
Credere nelle persona a cui vuoi bene, anche se è difficile.
Decidere di rischiare, se ne vale la pena.
Non nascondersi dietro i "non posso dare di più".
Sfondare i muri a calci e pugni.
Portare il cane  a spasso per i campi al tramonto, ed essere felice solo per questo.
Smetterla di avere paura.
Prendere tutto quello che la vita mi offre.
Senza paura.
Come avrebbe fatto lui.
Vivere col cuore aperto, sorridendo alla vita anche nei momenti bui.

Ciao Paolo, grazie.

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30 agosto 2007 4 30 /08 /agosto /2007 19:25
Il 31 agosto 1997 era domenica.

Me lo ricordo benissimo, perchè i miei e mia sorella erano ad un matrimonio ed io avevo tutta la casa e gli spazi conseguenti (soprattutto mentali) tutti per me.
Avevo 21 anni e la sera prima mi sa che avevo esagerato con qualcosa (che cosa di preciso non ricordo), perchè al risveglio mi sentivo come un bradipo assonnato e mezzo artritico.
Decisi che l'una era un'ottima ora per alzarmi a fare colazione per poi buttarmi a rosolare all'ultimo sole d'agosto, così scivolai fuori dal letto alla ricerca di latte e biscotti.
Accesi meccanicamente
la TV e mi ritrovai davanti una Mercedes accartocciata contro un pilone di un sottopassaggio: Lady Diana e Dodi Al Fayed morti in un incidente d'auto sotto il ponte dell'Alma a Parigi mentre venivano inseguiti dai paparazzi.
Lady Diana morta.
Sentii la notizia in piedi, in pigiama.
E continuai a fissare lo schermo mentre mi facevo il caffé, scaldavo il latte e prendevo i biscotti dallo scaffale.
Scalza.
Mi misi a sedere comoda in poltrona sgranocchiando le Macine del Mulino Bianco, avida di notizie. Strano cosa scatti nella mente dello spettatore moderno in questi casi.
Curiosità, voyeurismo, semplice desiderio di conoscere, gusto per il particolare macabro.
Ma tant'è, il cielo si rannuvolò e io me ne restai in salotto a guardare la tragedia vista dalle angolazioni più diverse e nei particolari più insignificanti.
Teoria, congetture, cospirazioni e affini già prendevano forma nell'aria e nelle mezze frasi dei commentatori più smaliziati.
Passai un'ora al telefono con mia nonna, che ancora non viveva con me, commentando avidamente l'accaduto ("Poveraccia, per me è stata quella con la faccia da cavalla, le ha fatto il malocchio! Sìsìsì!" sentenziò mia nonna, grande fan di Camilla).
Dalla Tv mi tornavano indietro le facce di decine e decine di persone in lacrime. A me da piangere non veniva, e dire che ho pianto pure quando è morta Lady Oscar (no, non a sei anni quando l'ho visto la prima volta. Da grande...), non mi sentivo una col cuore duro. Ero curiosa, questo sì. E, a dire il vero, avrei voluto capire l'intrigo, vedere i corpi dilaniati, vedere e sapere di più.
Nel tardo pomeriggio mi raggiunsero alcuni amici con cui spazzolammo via il pacco di Macine.
Finì che passammo la giornata inseguendo speciali sul fattaccio e riassunti biografici assortiti sugli Windsor da un canale all'altro, finché ordinammo la pizza per cena.

Un altro ricordo vivido che ho è quello del funerale di Lady Diana.
Ero dalla parrucchiera dove era stata allestita una televisione
25 pollici allo scopo, una sottospecie di maxischermo, insomma.
Mentre mi tagliava i capelli, si sentivano le signore coi bigodini in testa piangere sotto il casco e commentare il corteo funebre.

Signora 1:"Eh, guarda là. Sniff, sniff... Guarda la gente! Piangono tutti!! "
Signora 2 (soffiandosi il naso): "Eh, la gente le voleva bene. Per questo il marito l'ha lasciata: era invidioso!"
Signora 3 (sfogliando Eva 2000): "Ma veramente l'ha lasciata per 'sta vecchia di Camilla (mostrando la foto). Poraccia, quant’è brutta! Ma si può lasciare una frega (ndr. ragazza) bella e buona così per una così! Gli uomini!"

Segue sconsolato scuotimento di teste bigodinate dentro il casco.

Signora 2: "Che poi anche sto Didi..."
Signora 3 scandalizzata (informatissima dal mucchio di riviste che ha accanto): "Dodi!!"
Signora 2 (colta sul vivo): "En'colpo! Dodi, Dodi, ho sbagliato! Dicevo, pure lui era un bell'uomo, eh!"
Signora 1 (rubando Eva 2000 alla Signora 3): "Mah, insomma. Meglio di Carlo, ma niente di eccezionale. Vè, guardate là! (Indica lo schermo mentre passano i reali di Spagna e fanno un primo piano al Principe Felipe, allora ancora single) Quello sì che è un bel frego (ndr. ragazzo), proprio bello! Se la mi'nipote mi portasse uno così come fidanzato, me farebbe un regalo!"

Segue arrapato e accorato assenso con la testa e brusio di consenso da parte di tutte le donne presenti, me compresa.

Signora 1: "E comunque, che brutta morte..."
Signora 2: "Lei che era tanto buona."
Signora 1: "Una santa! Pure Madre Teresa lo dice!"
Signora 3: "Dicono pure che ha sofferto, qui c'è scritto che le si è staccato il cuore e mica è morta subito. Poveraccia, poveraccia..."
Signora 2: "Come se non avesse sofferto abbastanza da viva…Principessa triste, proprio..."

Segue mezz'ora buona di piagnistei, con lacrimoni e soffiate di naso degne delle migliori prefiche siciliane e conseguente mia visualizzazione obbligata della faccia truce e arcigna del professore di Diritto Amministrativo per indurmi a restare seria e a non ridere in faccia davanti al "dolore" degli altri.
Seguì l'ingresso del feretro in Chiesa, cerimonia, "Candle in the wind" e compagnia cantante, con aumento conseguente del volume delle lacrime.
Ora, siccome mi stavo commuovendo proprio come nella puntata di Beautiful in cui Ridge sposa Taylor la prima volta, ringraziai la mia buona stella e la velocità della mia parrucchiera, pagai e levai le tende.

Non fraintendetemi, non sono un mostro.
Sono solo sempre stata sufficientemente cinica da non essere in grado di partecipare al dolore collettivo indotto dai mass media.
Diana non era per me un modello di donna, rappresentato per me a quel tempo da Oriana Fallaci, ma al massimo potevo equipararla al personaggio di una soap opera. Lady D non aveva sofferto tanto in vita, era stata semplicemente una donna sfortunata né più né meno di tante casalinghe il cui marito va a letto con la segretaria e comunque sempre più fortunata di tante altre donne picchiate, segregate e povere.
Con l'aggravante che se sposi Carlo d'Inghilterra lo sai che non si può avverare il sogno della famigliola felice con la casa col cancello bianco ed il labrador in giardino.
Se sposi un principe ereditario, porca pupazza, lo sai che nel 90% dei casi ti ha scelta in moglie per tutta una serie di motivi diversi dall'amore e che probabilmente ti ha fatto guardare i denti da qualche specialista (o le ovaie, più probabilmente) come si fa coi cavalli al mercato e ti fatto analizzare il pedigree.
E se non lo sai o credi alla favola della Principessa Sissi (che detto tra noi è un'altra di quelle che vabbè...) allora sei scema.
Non che tutta la questione non abbia vantaggi, chiaramente: soldi, lusso, agi a non finire, impegni mondani, copertine, gioielli, yacht, ecc.
Ma non è una vita normale, questo è certo.
E se è questo quello che vuoi, bèh sei fregata.
Anche te, figlia mia, ti dovevi accontentare della bella vita invece di farti venire la bulimia.

Già, perchè se è vero che Diana non era né una santa né una martire, è anche giusto ricordarla come una donna del nostro secolo, con le sue incertezze, la sua voglia di essere amata, le sue fragilità, la sua voglia di aiutare gli altri.
Ed in questo senso mi sta simpatica, avrei voluto sfornasse una serie di pargoli musulmani alla facciaccia della imbalsamata Regina Elisabetta II, avrei voluto vederla ballare nuda e felice su uno yacht in Costa Smeralda, combattere per i diritti civili dell’Africa mangiando caviale, saltare da un uomo all’altro ed alla fine sposare George Clooney.

Sono passati dieci anni, luce sulla sua morte non se ne farà mai.
Era incinta?
Sono stati i servizi segreti?
Volevano colpire Dodi e non lei?
L’amica sensitiva aveva previsto tutto?
E’ stata la famiglia reale?
Tutta colpa dei paparazzi e dei mass media che non  la lasciavano mai in pace?
E se invece fosse un banale incidente?
Non lo sapremo mai, ma in questi giorni siamo e verremo bombardati da 100 e più documentari, speciali, reportage, approfondimenti e via discorrendo.

Ed io starò lì a guardarli, come sempre succede con questo genere di programmi.
Sono tossica di documentari, è risaputo.

Aiutatemi...

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29 agosto 2007 3 29 /08 /agosto /2007 00:24
Il mio paese ha delle dimensioni ridicole.
Eppure, può capitare di non incontrare una persona per anni, per poi trovarsela davanti così, all’improvviso, al supermercato.
E magari hai in mano un pacco di assorbenti.

Ed è così che oggi ho incontrato un mio ex.
No, fermi.
Non immaginate scenari erotici tra gli scaffali delle merendine. E nemmeno liti furibonde con lancio di lattine di pelati.
Non è quel genere di ex.

Trattasi di un ex antidiluviano, i cui possibili reati sono abbondantemente caduti in prescrizione ordinaria.
E’ stato quel genere di fidanzatino che ti viene a prendere la domenica pomeriggio con la macchina sportiva tirata a lucido per andare a fare una passeggiata e che ti riporta a casa per cena. Quel genere di fidanzatino con cui passi un’ora a baciarti in macchina e stop. Finisce tutto lì.
Non c'ho nemmeno fatto mai sesso, immaginatevi voi.
E per di più era accompagnato da moglie e prole, un bambino tondo e castano che avrà avuto 3 anni circa. Ah, buono a sapersi.
Lei è la tipa per cui mi ha lasciato, su cui riversai tutto l’odio di cui è capace una adolescente, con tanto di creazione da parte della comitiva di epiteti ed improperi a carico della malcapitata.
Che, ovviamente, era più brutta, grassa e scema della sottoscritta ma, sicuramente, (qualcosa me lo suggeriva) parecchio più maiala.

Ed ora eccoli lì, alla cassa del supermercato giusto in fila davanti a te.
Evitare il contatto proprio non si può.
Scappare nemmeno.
Ma forse nemmeno ne ho voglia.
E allora eccomi qui, con la confezione di assorbenti in mano, quando accade l’imprevedibile. Lei mi guarda, mi riconosce, mi sorride e attacca bottone garrula. Mi informa sul pupo (che nel frattempo ha divelto un paio di espositori vicino alla cassa senza che i suoi genitori aprano bocca), sulle vacanze, sul tempo e se non arrivava il suo turno anche di politica e massimi sistemi.
Tranquilla e serena.
Forse perché anche per lei i miei reati sono caduti in prescrizione?
O magari è che sente di aver vinto?
Non lo so e non mi interessa, quel che mi ha sconvolto è stato l’atteggiamento della coppa.
Lui.
Non ha alzato mai gli occhi, troppo impegnato ad osservarsi le scarpe prima, ed a mettere la spesa sul nastro trasportatore poi.
Non solo non mi ha rivolto la parola, ma non mi ha nemmeno salutata.
Nemmeno con un cenno del capo o, che ne so, con gli occhi: niente.
Forse per lui la prescrizione non è intercorsa.
O magari, ho pensato poi, s’è reso conto che tutti i capelli che ha perso l’hanno abbandonato a causa di una maledizione che gli ho tirato io.
Per scherzo, ovviamente.
Forse.

Hanno pagato, se ne sono andati.
Lei mi ha salutato, il bimbo mi ha tirato un bacio su ordine della madre.
Lui non ha alzato lo sguardo, ha preso i sacchetti e s’è avviato all’uscita.

Inutile dire che ci sono rimasta male.
Insomma, per me lui è un bel ricordo, fa parte di una Phoebe che non esiste più, ma che mi fa nascere un sorriso in volto se mi torna in mente.
Una bella età, spensierata e dai sentimenti forti, contrastati e contrastanti.

Perché si sarà comportato così?
Ha fatto bene?
E’ giusto cancellare dalla propria vita una persona che ha fatto un pezzetto, magari piccolo, di strada con te?
E’ giusto davvero?
Ha senso portare rancore o dimostrare una così fredda e studiata indifferenza?
Oppure, lui è nel giusto ed è stato solo rispettoso della sua lei? Non so, ma lei non mi è sembrata bisognosa di protezione. E poi queste sono sciocchezze da cavaliere senza macchia che non esistono più.

Si smette mai di essere ex?
E’ una carica da cui si decade, oppure rimane appiccicato addosso come un bollino d’infamia? Si smette mai di essere ex per tornare ad essere, che ne so, conoscenti?
Mai, nemmeno se ci si è perdonati le reciproche colpe?
Mai mai?

Intanto, dopo aver pagato mi sono avviata pensierosa alla macchina e li ho visti caricare la spesa.
La macchina sportiva, ovvio, non esiste più.
Al suo posto una più familiare e comoda monovolume.

Forse, semplicemente, si cambia.

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23 agosto 2007 4 23 /08 /agosto /2007 19:17
…c’è gente che prende il cono alla gelateria artigianale  e poi invece di leccarlo lo mangia col cucchiaino di plastica.  Ci gira tutto intorno, riempie il cucchiaino e poi se lo porta alla bocca.
Con compostezza e distacco da lord inglese in pensione, per carità.
Perché?
Perchè?
Non capisco… se c’è una cosa davvero bella, che regala soddisfazione e ti fa sentire libero, è leccare il gelato in una bella giornata di sole, specie in primavera quando andare a mangiare il gelato profuma di promessa estiva. Sentire la sua consistenza fredda e granellosa sotto la lingua.
Vuoi mettere una bella slinguazzata al gelato, alla ricerca urgente della parte sciolta che finisce per inzaccherare il tovagliolo con cui hai avvolto il cono e quindi la manica?
Perché usare un intermezzo di plastica?
Paura di allusioni sessuali nemmeno troppo implicite?
Ah, allora...

…capisco le esigenze corporali, capisco che con l’età aumentino. Ma non capisco come un numero esagerato in percentuale di uomini si fermino nelle piazzole di sosta, nelle corsie di emergenza o semplicemente agli angoli delle strade di campagna (dove io abito) per fare la pipì.
Completamente incuranti dello sfrecciare delle macchine alle loro spalle e dei bambini che li indicano attraverso i vetri deridendoli con risolini di scherno, si girano e via: pipì.
Perché?
Non possono aspettare di arrivare all’autogrill o ad un bagno pubblico?
Perché solo uomini?
Alle donne non scappa la pipi?
Oppure l’uomo si sente autorizzato a farla ovunque a causa del privilegio offertogli da Dio di poter urinare in piedi e senza calare giù le braghe dei pantaloni?
È forse un modo ancestrale per marcare il territorio?
L’uomo medio va quindi castrato come il gatto che la fa sulla gamba del divano?

…tutti odiano Lucignolo, Melita e lo stormo di tornisti, residui del GF e compagnia cantante. Nessuno guarda ‘ste cose, tutti le ritengono spazzatura. Nessuno compra i giornali di gossip, nemmeno d’estate, perché sono tutte schifezze vuote.
Ma questa immondizia continua a vendere lo stesso e se ne parla anche a tavola (mia sorella e sua suocera c’hanno imbastito tutto il pranzo di Ferragosto).
Mi viene da pensare che o a) questo genere di roba piace solo alle famiglie Auditel, che ricevono a casa la visita di Melita (per lui) e di Lago (per lei) allo scopo marchettaro di avere un giudizio positivo o b) tanta gente gioca al finto intellettuale e nasconde Eva 3000 dentro le pagine dell’Internazionale, per poi leggere avidamente l’ultimo gossip dell’estate.

…capisco le code in autostrada a causa di lavori, incidenti più o meno gravi, processioni o attraversamento animali. Davvero, capisco tutto. Ma i cd. rallentamenti in autostrada proprio non li capisco.
Ordunque, un povero malcapitato cammina a passo d’uomo per quaranta minuti con la macchina che si arroventa al sole e con l’aria condizionata che sbuffa, con una mano cerca freneticamente Isoradio per avere lumi divinatori e risolutori che il più delle volte non arrivano, mentre tenta invano di tener buona la moglie e/o fidanzata che lo apostrofa ad intervalli regolari con frasi del calibro di “
Te l’avevo detto di non prendere questa strada” oppure “Te l’avevo detto che le nostra non era una partenza intelligente!”.
Pensate non abbia diritto ad una motivazione valida per questo supplizio?
Pensate non gli spetti la possibilità di imprecare contro l’ANAS e lo stato tutto, nonché contro i lavori stradali pianificati a ravanello?
Credete che non gli sia dovuto atterrirsi e scuotere la testa davanti a lamiere contorte, spartitraffico divelti e poliziotti con la paletta che complicano ancor di più la circolazione stradale?
E invece NO.
Dopo andatura a passo d’uomo e/o fermo della vettura, dopo un’ora di fila fantozziana, tutto all’improvviso ripart
e. Senza un perché, il traffico ritorna ad essere fluido e scorrevole, le macchine a correre libere e serene come gazzelle nella savana. Per poi impantanarsi ancora
10 km
più avanti.
E ancora.
E ancora.
Senza alcun motivo logico.


Mah..

Sono perplessa dal mondo intorno a me.
Ci son cose (anche altre oltre a quelle elencate a dire il vero), che proprio non capisco.

E poi sono io quella illogica…

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20 agosto 2007 1 20 /08 /agosto /2007 23:50
Le vacanze sono finite.
Tre settimane scappate in un soffio.
Fuggite velocemente come farfalle bianche che si rincorrono in un prato.
Ti giri un attimo, ti distrai, e puff!
Non ci sono più.
Tre settimane sulla carta sembrano lunghe.

Che si fa in tre settimane?
Una si sta beatamente fuori dall’Italia spaparanzate al sole con la fida compagna di mille avventure, ma poi?
Poi che si fa?
Si torna nella città semideserta. E quindi?
Tante, ma proprio tantissime cose.

- Tanto per iniziare, io abito in un bellissimo posto, affacciata sul Lago Trasimeno. Cavolo, olandesi e crucchi assortiti percorrono mille milioni di chilometri per passare le vacanze qui. E io ci abito. Quindi godersi il panorama, prendere il sole, sedersi al bar in riva al lago sorseggiando Bacardi Breezer gelato direttamente dalla bottiglia, guardare bellissimi fuochi d’artificio stesi sul ciglio di un ponte, ingozzarsi alle sagre e camminare in ciabatte infradito e pantaloncini corti scordandomi che vuol dire truccarsi.

- Erano dieci anni che non ci andavo. C’ero stata con la Proloco del mio paese come premio per aver servito pesce fritto e risotto alla sagra del paese, insieme ad una masnada di compaesani con un range di età compreso tra i 6 ed i 75 anni. Un delirio. Ed eccomi qui ora, a Mirabilandia. Un giorno intero dedicato a tornare bambini. In fila ordinata per salire sui giochi più pericolosi, con nello stomaco un misto tra terrore e desiderio di provare tutto quello che non si conosce: le torri, il Katun, il Pakal.
E poi pranzare da Mc Donald e andare sulle montagne russe senza soluzione di continuità. E poi di nuovo sulle torri, con lo stomaco che arriva in gola.
E solo alla fine della giornata, comprare un ghiacciolo alla menta e stendersi sul prato, osservando come la gente si terrorizza da sola con giochi inventati dall’uomo stesso, riflettendo sulla necessità spiccata dell’uomo moderno di cacciare fuori la propria rabbia urlando come ossessi.
Liberatorio, comunque, lo è.
Abbastanza, perlomeno.

- Ho letto. Ma tanto, tanto, tanto. Tanto che ho quasi perso il conto. In spiaggia, sul bordo della piscina, su una panchina. Tanto. Più del solito, almeno, e questo sta indicare già un numero che tende a più infinito.

- Mi sono lasciata convincere da una cara amica a sfilare con l’abito da sposa di mia madre. Lo so, lo so. Porta male.
Pazienza.
Ma io e la mia compagna d’avventure ci siamo lasciate convincere, spinte anche dalle nostre mamme che disperavano a) di vederci vestite mai da spose (ora possono almeno dirlo) in vita loro b) di togliere il loro abito da sposa dalla naftalina. Siamo arrivate lì e a parte uno sparuto gruppetto di nostre simili, c’erano una valanga di ragazzine simil-anoressiche emule di Kate Moss agguerrite e con la falcata da top model.
Terrore e voglia di uccidere chi mi ci aveva trascinato mi hanno invaso la mente.
Poi però è andata bene, le mamme si sono commosse, noi ci siamo divertite e non sono nemmeno inciampata.Di trovare uno straccio di sposo, però, manco l'idea.

- L’ultimo scampolo di ferie, poi, l’ho passato ospite della mia coppia di fidanzati preferita a Gabicce Mare, tra sole, relax, mangiate di pesce colossali e passeggiata per Viale Ceccarini. C’è stato anche il tempo per scoprire che a Riccione c’è un negozio strano che non credevo potesse essere aperto in Italia. Vedi te, magari c’è speranza…

- Ho incontrato vecchi amici che non vedevo da tanto, coccolandoli un po' e promettendo maggior frequenza. Si sa, la vita incasina e si finisce per sottovalutare le amicizie, dargli meno importanza, farsi prendere dal turbinio.

Ed ecco che le tre settimane sono volate via.
Agosto è volato via, e dalla finestra entra già un’arietta più fresca che spazza il lago.

L’estate sta finendo
e un anno se ne va
sto diventando grande
lo sai che non mi va…


E si torna al lavoro, al tran tran, alle beghe in ufficio, alle file alla rotonda.
Allo smog, alle sere pigre, alla vita quotidiana.
Sognando le ferie, passate e future.
Mi dispiace anche di non esser riuscita a scrivere quanto e come avrei voluto, ma ho scoperto che avere mia madre che gironzola per casa domandandomi le cose più assurde (per poi non sentire la risposta) non aiuta l’ispirazione.


Confido nell'autunno...

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16 agosto 2007 4 16 /08 /agosto /2007 12:45
Premessa.
Maiorca non è la Grecia.
Non voglio sottolineare l’ovvio, ma è stato subito chiaro che i prezzi della Grecia non sono nemmeno paragonabili a quelli presenti sull’isola.
Il primo giorno abbiamo scoperto che una bottiglia d’acqua da mezzo litro ed un panino al tonno possono arrivare a costare anche undici euro se comprati al chioschetto della Playa d’Es Trenc o a Playa de Formentor.
Proprio come in Sardegna, insomma.
Capisco la bellissima cornice e le difficoltà tecniche degli esercenti, però nove euro per un panino al tonno mi sembrano un po’ troppi… che ne dite?

Un tour operator per amico.
Siamo volate a Palma con un comodissimo volo da Perugia, e in un’ora e mezza avevamo messo già i nostri piedini sulla maggiore delle Baleari. Ma questa comodità, come tutto nella vita, ha un costo (a parte la troppa presenza di conterranei in vacanza): un tour operator tutt’altro che solerte e preciso. Arriviamo all’aeroporto e ci informano che ci hanno cambiato l'albergo sostituendolo con uno migliore con cucina italiana (peccato che il cuoco fosse spesso ubriaco) e con migliore assistenza.
Già.
Infatti.
Il primo giorno, dopo innumerevoli peripezie, affittiamo una macchina e chiediamo speranzose informazioni agli assistenti presenti in albergo. Com'è logico.
Phoebe (con la cartina in mano): “Scusa, quali sono le spiagge da visitare?”
Assistente: “Quella davanti all’albergo è bellissima
Phoebe: “Cioè, esclusa quella?
Assistente: “
Per fortuna che siamo indipendenti e non ci lasciamo scoraggiare con facilità…

Esplorando Mallorca.
L’isola è grande. Enorme. Non ce l’aspettavamo così. Una metropoli, quasi. Più grande di Perugia certamente. Sulla nostra Suzuki Wagon (macchina di cui ignoravo l’esistenza) abbiamo girato in lungo ed in largo Mallorca, esplorandone gli angoli più suggestivi.
Più di mille chilometri su e giù per le bellissime strade dell’isola, molto più scorrevoli e ben tenute di quelle della mia città, abbiamo scoperto bellissime spiagge che nulla hanno da invidiare a quelle caraibiche e posti bellissimi al limite dell’immaginario.
Certo, le vicissitudini, seppur piccole, non sono mancate. Abbiamo beccato una multa per divieto di sosta di ben € 70,00 (più ladri degli ausiliari del traffico tanto maledetti in Italia!!) e questo nell’affollatissimo agglomerato de Es Arenal ci può anche stare. Ma che dei bambini ci rubino il vetro dello specchietto retrovisore per usarlo come frisbee, no.
Non ci sto, eppure è successo.
Cacchio.
E c’è costato pure parecchio.

Spagna o Germania?
Mallorca è l’isola del tedesco medio. Ce ne sono a bizzeffe, di tutte le età. A Magaluff ci sono i ragazzini sempre ubriachi che fanno a botte con gli inglesi, a Cala Millor le famiglie gonfie di hot dog e crauti. Ma sono ovunque. E non è che sta cosa sia così fastidiosa da non essere tollerata. Certo, vedere flyer delle discoteche scritti SOLO in tedesco fa riflettere… come fa riflettere il fatto che molti baristi e pr si vantino di lavorare in locali “no inglesi no tedeschi”. Mi viene logico chiedermi come mai popolazioni così rispettose e integerrime in patria, diventino mine vaganti appena varcato il confine.

Vieni al Level stasera?
A differenza della Grecia (lo so, ho rotto le balle co'sta Grecia...), la sera se si cerca la vita notturna a Palma occorre andare in discoteca.
Al chiuso.
Niente localini all’aperto ammassati uno in fila all’altro aperti fino alle sette del mattino come nelle isole greche.
Discoteche.
Come in Italia, proprio.
Ora, io già sono scettica in Italia dove non pago per entrare, pensate l’entusiasmo che ha scatenato in me questa scoperta. Ma tant’è, siamo in ballo… e balliamo!!!
Certo, una cosa è andare al Tito’s, un’altra la discotechina spinta violentemente dal tour operator di cui sopra, il Level. Sponsorizzata così tanto dagli assistenti, da essere diventata il tormentone della vacanza, specie in bocca alla poco connessa assistente fiorentina.

Se c'è la compagnia, c'è tutto.
L’albergo era fatiscente, ma questo ce lo eravamo immaginate. Essendo a mezza pensione, abbiamo scoperto che avere come cuoco una persona italiana non vuol dire avere un cuoco italiano che cucina per te.
Per fortuna abbiamo anche assaggiato la cucina spagnola, fatta di paella, tapas ed ensaimada (che ho portato in dono ai miei voraci familiari insieme ad una bottiglia di liquore Herbes).
Però, come al solito, abbiamo incontrato persone favolose e divertenti, nonostante la pacifica invasione di abitanti dei quattro angoli dell’Umbria, tra cui il mio pupillo e la sua allegra brigata di ventenni o giù di lì.
Abbiamo giocato a calcio con le bottigliette d’acqua per i corridoi alle sette del mattino e bussato alle porte di chi ci stava antipatico scappando poi di corsa nell’ascensore. Abbiamo giocato sulla spiaggia, costruito castelli di sabbia ed amicizie future.
Si può volere di più?


Peccato che le vacanze siano quasi finite…

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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