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29 settembre 2006 5 29 /09 /settembre /2006 11:39
 

Certe volte sembra che non accada mai nulla, che la tua vita sia “perfetta” nella sua immobilità, incasellata alla perfezione in un puzzle semplice e complicato come un tramonto su Shangai.

Poi, all’improvviso.

Tutto inizia a correre, rutilante, a cambiare vorticosamente e non puoi fare nulla per evitarlo, nemmeno volendo.

Tutto sembra crollare e cadere giù come in una brutta copia di Matrix.

E noi non siamo in Matrix. Vero?

Se lo siamo, dove diavolo si è cacciato Keanu Reeves???

Magari, ed è molto probabile che sia così, le cose stavano cambiando impercettibilmente già da un po’. Già da sempre, magari. Ruotando lentissimamente come gli ingranaggi di un orologio enorme. Ma, accecata dal tran tran, non te ne accorgi. O non vuoi accorgertene.

Io non me ne sono accorta.

CACCHIO.



Poi un giorno ti svegli ed i tuoi punti di riferimento, le tue caselle ben ordinate non ci sono pù.

Hai come l’impressione che il tuo mondo si stia sgretolando come una scatola di biscotti messa in fondo alla busta della spesa.

 

Too dramatic?

Maybe.

 

Le palestre chiudono.

Mia nonna mi ha lasciata.

Gli amici si allontanano. Non solo fisicamente. E non per cattiveria.

Le strade cambiano i sensi di marcia e spuntano le rotonde, in cui i vecchietti non sanno andare.

Partenze. Sparizioni. Liti. Viaggi. Ritorni.

Tutto cambia e niente è più come prima”, direbbe il solerte Giacomo nella sua infinita saggezza maschile.

Ed è vero.

Rapidamente.

 

Mi sentivo protetta.

Scioccamente sicura.

Tranquilla.

Privilegiata in una serie di affetti che credevo non sarebbero mai venuti meno con il passare del tempo.

Ma l’immutabilità non esiste.

La vita è fatta di cambiamenti, magari anche traumatici che non devono essere per forza essere negativi.

Ma servire per crescere.

Almeno un paio di centimetri.

 

Anche se ora mi sento come sospesa su un filo, col mio ombrellino soltanto ad aiutarmi nell’equilibrio. Un passo dopo l’altro, senza sapere quel che mi aspetta.

Con poche certezze nella vita e tante domande.

Ma forse, come afferma Carrie in una puntata chiave della sesta serie di S&TC, è finito il tempo delle domande, delle chiacchiere e dei problemi.

 

Ora bisogna cominciare a vivere. 

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25 settembre 2006 1 25 /09 /settembre /2006 16:33

Secondo la Bibbia della lingua italiana, si intende per specchio una “lastra di vetro piana a cui, su una faccia, è applicato uno strato metallico che riflette la luce e dà un’immagine riflessa di ciò che viene posto di fronte, utilizzato, a seconda delle dimensioni e della fattura, come oggetto da toeletta o nell’arredamento di ambienti”.

Quindi, lo specchio dovrebbe essere implacabilmente oggettivo, mortalmente REALE e assolutamente nonché insidacabilmente obiettivo.

Freddo ed asetticamente impietoso come un qualunque oggetto di arredamento.

Dicono.

Ma non ci credo.

Perlomeno, il mio non lo è.

Poi, per il vostro non posso rispondere.

Vedetevela voi.

 

Nel mio specchio, per esempio, abita lo spirito di una vecchia zitella dell’ottocento inacidita dal suo stato e della noia di vivere dentro lo spazio angusto in cui si ritrova.

E mi critica.

Ma da dove è uscita questa ciccia qui?

E questi crateri di ritenzione idrica?

E il marsupio che c’hai legato in vita? Come? Non è un marsupio!!??

Mica vorrai metterti questa roba qui, eh? Chè sembri Platinette vestita da albero di Natale! Non ti ci provare ad uscire così, che sei matta?

E così finisce che inizia la lotta con l’armadio, tirando fuori tutto il mettibile ed oltre, arrivando fino ai pantaloni lucertolati del 1999 che non ti entrabo più ed ai vestiti di quando eri 46 kg che ovviamente non ti entrano nemmeno in una manica. E il malumore sale, mentre la stregaccia sghignazza da dietro lo specchio accarezzandosi il neo peloso che c’ha sulla guancia.

Ma quand’è che t’è venuto sto quadricipite qui?

Ma brutto, eh?!

Oddio che orrore.

Ihihihi! Questa se la ride… ora rompo sto specchio in mille pezzi…

Dopo innumerevoli tentativi, ripiego noisamente sulla mglietta preferita che copre il rotolino lì e il paio di pantaloni tattico. Lo so, sono poco alla moda, poco fashion, poco tutto… che devo fare se non ho nulla nell’armadio????

E sono pure in ritardo, sai che novità…

Forse dovrei stare a casa a mangiare una vaschetta di gelato e dare buca al mondo.

Vabbè, esco.

 

La mattina dopo svegliarsi, di corsa che la sveglia suona e bisogna andare al lavoro.

Ti guardi allo specchio e non è poi così malaccio.

Non c’è più nemmeno la stregaccia.

Dove sarà?

Avrà rimorchiato nottetempo?

Uh, mi stanno bene anche questi jeans.

E la pancia non è mica tanta.

Mah.

 

Misteri.

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18 settembre 2006 1 18 /09 /settembre /2006 16:24

medico-mutua-poster.jpgGli ospedali mi hanno sempre inquietato il giusto. Anzi, diciamo pure che li odio da morire. Ma, volente o nolente, nella settimana appena trascorsa mi è toccato di frequentarli più del dovuto anche se, per mia fortuna, per bellissimi o banali motivi.

 

Già, il bellissimo motivo è la nascita della piccola Sara. 51 centimetri di biondissima vitalità ed orgoglio della sua splendida mamma nonché mia carissima amica. Che mi comunicò la notizia a febbraio, buttandomi in uno shock estatico durato un paio di settimane, seguito da una gravidanza isterica terminata appunto l’altro ieri.

 

Il motivo banale invece è il dover fare una panoramica ai denti. Dovendo conciliare tempi lavorativi con disponibilità ospedaliere, sono finita a farla un sabato mattina in una piccola ASL affacciata sul Trasimeno. Ora, questo non cambia nulla, io gli ospedali li odio tutti: piccoli, grandi, medi, USL, ASL e compagnia cantante. Solo che quelli piccoli spesso sono peggio, perché più empirici.

Arrivo e mi rendo conto che devo pagare il ticket alla cassa. Mi avvicino con € 20,66 in mano già contati, conscia della agilità mentale degli impiegati allo sportello. C’è solo una persona davanti a me. Bene.

Bene.

Ehi, sono passati cinque minuti, com’è possibile che io sia ancora in fila?

L’impiegato si aggiusta gli occhiali e l’uomo davanti allo sportello sbuffa un po’ troppo forte.

Dieci minuti.

L’impiegato smanetta sul pc alla velocità di un bradipo con l’artrite, l’uomo davanti allo sportello digrigna i denti.

Quindici minuti.

L’uomo sbuffa, l’impiegato lo guarda accigliato perché ha sbagliato a firmare il modulo.

Ora sono certa che scatta la violenza.

Tutte le telecamere dei telefonini fuori, inizia lo spettacolo!

Nulla.

Diciotto minuti…

 

Nella fremente attesa, faccio amicizia con una famiglia pakistana composta da padre, madre e bimbo bellissimo di diciotto mesi fornito di un paio di occhi così neri da sembrare due piccoli pozzi senza fine. Il pupo, come è mia caratteristica (io, è risaputo, attiro solo cani e bambini), mi riserva una confidenza che lascia a bocca aperta i due riservati genitori ed insieme improvvisiamo un teatrino trans-generazionale e intra-culturale che intrattiene tutti i presenti. Finché, magia, dopo venti minuti è il mio turno.

L’impiegato, simpatico come la malaria e con il colorito adatto, prende la mia prenotazione e si rituffa tra le pieghe del suo programma che, mi chiedo, deve essere sicuramente scritto in COBOL, sennò non si spiega.

Dopo cinquanta minuti, e dopo aver salutato con un bel in bocca al lupo sincero la famiglia pakistana (chissà se capirà gli insulti in pakistano il minus habens allo sportello), eccomi pronta per una nuova eccitante avventura: tutti in fila per le radiografie.

Domandandomi se mai nella vita ci sia un modo peggiore di passare il sabato mattina, pazientemnete mi accomodo in una sala vuota.

Vedo passare i volontari della Misericordia del mio paese, tutti intenti a trasportare una signora sulla sedia a rotelle che disquisisce allegramente di lasagne e della loro modalità di preparazione. Il parallelo con mia nonna è in evitabile, e ripensando alle ore che ho passato a tenerle compagnia tra una mineralometria e un esame radiologico, oppure nel tragitto casa ospedale con l’ambulanza mi si stringe il cuore.

Mi si avvicina dopo pochi minuti una coppia anziana.

Lei una di quelle che profumano di borotalco e con la collana di perle ingiallite al collo, con un paio di occhiali troppo grandi da Jackie O’ e la messa in piega troppo cotonata per quel mucchietto di ossa che è. Lui, camicia a righe e pantaloni ascellari, mani annodate dietro la schiena e classica andatura fascista.

La signora ha voglia di chiacchierare e mi racconta di come la loro vacanza sul Trasimeno a casa del figlio si stata improvvisamente sconvolta la notte dei Mondiali di calcio vinti dall’Italia. Con forte accento napoletano, la signora racconta dell’infarto del marito accaduto proprio quella notte (troppe emozioni?) e di come la meravigliosa sanità umbra sia subito accorsa, trasportando il marito all’ospedale e operandolo subito  cuore aperto.

“Signorì, s’immaggina cos’era Napoli quella sera? Mio marito c’arrivava dopo due ggiorni al Cardarelli!!! E’ stato il destino, il destino!!!”

Insomma, l’anziana coppia napoletana ora vive nella casa delle vacanze del figlio, e tanto si trova bene in Umbria che ci resterà.

Perché così vuole il destino.

Ma pensa te…

 

Arriva il mio turno, e scopro che il radiologo assomiglia allo scienziato di ritorno al futuro e questo non mi rende molto tranquilla. Ha anche due occhietti da furetto un tantino inquietanti… Sicuramente fa esperimenti transgenici nel suo studio privato. Spero che le radiazioni non mi facciano nascere un’altra testa, ci mancherebbe solo questo visto che quella che c’ho già mi avanza. Magari, potrebbero crescermi un po’ le tette… si potrà? E se glielo chiedo?

Morsetto in bocca, giubbotto di piombo so trendy e gli orecchini lasciati nel cestino a fianco, diamo il via alle danze.

Sorridi prego!!!!

Ferma, così!

Cissss!

 

Poco dopo sono fuori, saluto l’attempata coppia e finalmente esco.

Esco pensando a quanto sarebbe bello un mondo senza ospedali, senza gente che sta male, senza quest’odore di disinfettante che ti entra nelle narici e poi non se ne vuole più andare.

O un mondo in cui in ospedale ci si va solo per cose belle, tipo la nascita di un bambino o un paio di tette nuove.

 

Utopia?

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15 settembre 2006 5 15 /09 /settembre /2006 11:47

Stamattina mentre pucciavo placidamente le mie macine nel tè verde, Omnibus mi ha dato una notizia inaspetatta: la morte di Oriana.

E io, quella che ha sembre trattato chi piangeva per i cd. personaggi famosi (vedi fiumi inutili di lacrime versate per  la morte mediatica di Lady D) alla stregua di decerebrati cosmici, non ho potuto evitare la lacrimuccia.

 

Avevo 18 anni, e come tutti a quell’età ero in aperta lotta col mondo.

Coi compagni di classe scemi, con i miei che mi avevano sbattuto all'Istituto Tecnico commerciale perchè scrivere non dà il pane, con la vita.

E soprattutto con quella stronza della mia professoressa di italiano, che mi odiava a prescindere solo perché mia zia insegnava nella stessa scuola la stessa materia con risultati ben diversi.

Siccome la mia parente era solita dire in faccia all’inetta professoressa (incapace di spiegare senza il libro sotto e rincitrullita dalla lacca necessaria alla sua cotunatura) tutto il suo disprezzo con la mediazione tipica della mia famiglia, la vittima sacrificale sull’altare della letteratura ero io.

Che, per essere sempre mediata, reagivo lasciando la classe appena la professoressa entrava, per andarmi a rifugiare in biblioteca. Qui, con l’aiuto della bibliotecaria hobbit (tonda e bassa proprio come un personaggio della contea di Tolkien) ho scoperto i libri della Fallaci.

Folgorata da Un uomo (un libro che sto rileggendo, e che mi ha segnata forse più di qualsiasi altro nella vita), mi sono poi buttata a pesce su Niente e così sia, Lettera a un bambino mai nato, Se il sole muore e Intervista con la storia. Per ultimo Insciallah, il libro dell’orrore in Libano tornato all'improvviso attuale in questi giorni.

Uno dietro l’altro.

E all’improvviso in quell’inverno piovoso del quarto superiore, mentre i mesi passavano e le pagine volavano, mi sono resa conto di non essere sola.

Io, che mi sentivo diversa, costretta in una scuola in cui non mi trovavo, in cui ero l’alieno perfetto guardato con curiosità dai compagni di classe, non ero sola.

Come non ammirarla? In prima linea ovunque ci fosse una storia da raccontare, in Vietnam come in Sud America, contro gli orrori che solo l’uomo può commettere. E poi, il suo amore per Alekos Panagulis, poeta e dissidente politico nella Grecia dei colonnelli: chi non ha sognato un amore così dopo aver letto Un uomo?

E proprio in quegli anni è cresciuta la mia coscienza politica, il mio essere come persona, come donna.

Ed anche il mio amore per la scrittura è nato in quel periodo. O, come minimo, si è evoluto.

Volevo essere come lei, sognavo di diventare lei.

 

Se sono quello che sono, è un po’ colpa anche della Fallaci.

Anche se lei non lo saprà mai.

 

Anche se dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, l’ho rinnegata per aver preso posizioni che non mi sarei mai aspettata da lei. Lei, donna anti-estabilishment per eccellenza, che mi appoggia quel fesso di Bush e le sue idee proto-conservatrici.

Proprio lei che ha visto il Vietnam meglio di qualsiasi altro giornalista italiano, che conosce l’orrore della guerra, mi propone come soluzione lo sterminio. Propina la difesa culturale dell’occidente, quando la cultura è per me evoluzione del pensiero. Dinedere il pensiero… da cosa? 

Mi sono arrabbiata con lei per aver deluso le aspettative della ragazzina che la leggeva con l’entusiasmo dell’adolescenza e la necessità di una figura diversa da quelle che le sue coetanee trovavano in televisione. La rabbia dopo la pubblicazione de La rabbia e l’orgoglio era tutta la mia. Contro di lei.

Ma l’ho perdonata, perché in fondo mi aveva già dato tanto.

O perché forse, nelle sue dichiarazioni, era semplicemente diventata troppo estrema, perdendo di vista l’umanità.

Tradendosi.

Lei, donna scomoda a destra e sinistra, icona per più generazioni di ragazze che stavano diventando donne, stanotte ci ha lasciata.

Senza clamore, senza chiacchiere.

Si è spenta nella sua città natale, vinta da un amle contro cui tanto aveva lottato.

Ma vivrà dentro tutte le donne.

 

 

Ciao Oriana. E grazie di tutto.

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11 settembre 2006 1 11 /09 /settembre /2006 12:42

Eh, lo so.

Sono banale. Banalissima.

Ma come evitare di parlarne, soprattutto oggi?

Data ribattuta dai media, bruciata per sempre, associabile inderogabilmente ad un evento tale quale al Natale o al Ferragosto. E quindi inevitabile.

Anche per il suo essere terribilmente controverso, oltre che indiscutibilmente orribile.

Sono passati cinque anni da quando sapevamo poco o nulla di Osama Bin Laden o della geografia dell’Iraq.

Sono passati cinque anni, e la faccenda non è chiara.

Come sono andate davvero le cose?

Chi sapeva? Chi non ha fatto nulla per impedirlo?

Possono 19 uomini armati di taglierino aver fatto tutto da soli, senza nessuna collusione interna?

E la CIA? La CIA dei film ammèricani dove cacchio stava? Ad inseguire gli alieni a Roswell?

 

E’ un complotto?

Per Jimmy Walter, miliardario americano costretto ad essere emigrante in Svizzera, dice di sì.

Investendo soldi e tempo in una organizzazione chiamara REOPEN 9/11, lavora per un unico scopo: rimettere in discussione tutto quello che si sapeva, o si pensava di sapere, sui tragici eventi dell'11 settembre 2001.

Potevano due palazzi di quella portata crollare in poco più di 10 minuti?

E la Torre 7, nemmeno sfiorata dagli aerei poteva crollare come sotto demolizione, diritta diritta in quel modo?

Può il terzo aereo (quello sul Pentagono) aver causato alla struttura solo un buco di sei metri?

Sono i soldi che hanno fatto e fanno girare tutto? Quelli dei grandi fabbricanti di armi, dei più accaniti sostenitori di Bush, di Cheney?

Avrà ragione o è solo un visionario al pari di chi vede omini blu e misteri dietro la morte di Lady D?

Questi e altri interrogativi spaccano gli Stati Uniti, uno stato che sempre meno si riconosce in una amministrazione corrotta e bigotta, ora che la paura isterica che giustamente aveva invaso il cittadino medio americano in canottiera davanti alla TV con la birra in mano si sta affievolendo. Ora che, a ragion veduta, si può iniziare a riflettere.

Cinque anni sono passati, i sondaggi danno la popolare molti americani cominciano a pensare che tutti i soldi spesi per la guerra in Afghanistan prima e in Iraq poi sarebbero stati meglio spesi in 100 altri modi più ragionevoli.

Nell’alfabetizzazione, nella lotta alla mortalità infantile, alla povertà.

Non per questo, l’orrore è minore.

Negli occhi rimarranno sempre le immagini devastanti di palazzi in fiamme, della gente che si butta disperata dalle finestre, delle lacrime. Il coraggio di chi, per mestiere, salva la gente non curandosi dell’interesse proprio.

Nelle orecchie le grida, il pianto, le telefonate di addio, la disperazione.

Nelle gambe il brivido di non sapere, la consapevolezza che no, non è un film.

Le colpe dei ricchi ricadono sui poveri. I giochi di potere della cricca di Bush, di Osama Bin Laden, di chiunque regga i fili del grande gioco muovendo le pedine come un grande Mangiafuoco cosa hanno a che vedere con il bambino afghano che porta a spasso le capre o col soldato del Vermont la cui famiglia non ha nulla di meglio da fare che legare un fiocco giallo alla colonna del porticato? Facile fare una guerra. Se il fucile non lo imbraccerai mai. Se non vedrai mai l’orrore sulla tua pelle.

 

In ogni caso, non ricordare quel giorno è impossibile.

Tutti ci ricordiamo dove eravamo l’11 settembre 2001.

Ce lo ricorderemo sempre.

 

Ero in ufficio, la mia migliore amica mi manda un sms: “Un aereo è entrato dentro una delle Twin Towers” e io gli ho risposto “Che è, l’inizio di una barzelletta?” e lei mi ha risposto solo “Accendi la TV”.

Il suo tono serio mi fece correre a staccare la fotocopiatrice ed attaccare una vecchia tv, transfuga di una vecchia filiale smantellata. E come ipnotizzati, io e i colleghi ci siamo inchiodati davanti allo spettacolo atroce della gente che moriva davvero. Con l’oscena curiosità di vedere la gente che muore davvero senza provare pudore. Con un perverso desiderio di castigo e una curiosità blasfema. Cosa accadrà?

Con la sensazione che il mondo sarebbe finito.

O cambiato.

 

Ed è cambiato davvero?

Cosa sarebbe stato il mondo senza l’11 settembre?

Senza l’orrore, senza la paura?

Kerry avrebbe vinto le elezioni presidenziali?

Sarebbe stato diverso?

Ci sarebbero state meno code al check-in dell’aereoporto?

La mia vita sarebbe stata diversa?

E la vostra?

Il mondo sarebbe un posto migliore dove vivere?

Al di là del fatto in sé, l’orrore mediatico ingenerato da questa tragedia, ci ha cambiati?

Viviamo nel terrore?

Ma soprattutto, nel terrore di che cosa? Del diverso, di quello che non conosciamo, di una invasione islamica, che il nostro orticello sia bombardato, della perdita delle nostre tradizioni già parzialmente fagocitate da quelle statunitensi, di morire?

Non c’è risposta. La paura non ha risposte, né le dà.

 

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4 settembre 2006 1 04 /09 /settembre /2006 08:39

Succede.

Persino in provincia, non solo a NYC.

Persino a Perugia.

Incontri una persona nuova. Magari interessante, carina, con cui si instaura un certo feeling.

Si vede che ridete delle stesse cose.

Che vi guardate in faccia diritti negli occhi nei momenti di silenzio.

Succede che venite invitate fuori dalla persona in oggetto.

Nulla di impegnativo, niente di chè per l’amore del cielo. Un caffè, un aperitivo. Roba così, da chiacchiera.

Tanto per.

Se il tipo ti piace, l’agitazione e l’adrenalina salgono a mille.

Che mi metto?

La gonna? E se poi sembro troppo all’attacco?

I pantaloni? No, no… troppo seriosa…

E i capelli?? Oddio, i capelli… Dopo il mare, sembrano un topo morto sbiadito appoggiato lì… bleah…

Ma succederà così anche ai maschi?

Oppure sono esenti da stress pre-appuntamento?

Vabbè, basta. E’ solo un caffè.

Chiaro?

 

Chè poi magari un caffè dura due ore, e nella testa ti rimbalza di continuo il monito della tua collega: “Non ammazzarlo di chiacchiere… mediati!!” tutte le volte che apri bocca e stai per far uscire il solito fiume incontrollato. E che poi va a finire sempre come al solito, che gli uomini si spaventano e scappano.

Ma mica non è facile mediarsi.

Basta distrarsi un attimo, e bla bla, bla bla

Non è che è sempre un male, voglio dire. Cioè, spesso sì, ma mica sempre. Magari la conversazione langue.

Certo, il tuo dover fare sempre la saputella tirando fuori nomi e date irrita, lo so… cioè, io lo capisco, il girovagare erratico tra i Simpson, il surrealismo, Palahniuk passando per la nuova formazione del Grifo può essere spiazzante per il maschio medio. E anche quello sopra la media può non averci voglia di star a sentire un fiume di cazzate ininterrotto.

Perciò.

Zitta.

Zitta.

Fallo parlare.

Parla, ma fallo parlare.

Ecco, brava.

Sorridi, anniusci.

Bravissima.

 

E l’appuntamento finisce, due bacetti sulle guance e ci sentiamo presto.

E’ stato un piacere, sono stato/a bene.

 

Sì, sì.

A presto.

Presto che vorrà dire?

Domani?

Dopodomani?

Tra una settimana?

Mai?

 

E inizia così, se il tipo in questione ti ha un po’ incuriosita e ti senti attratta),  il tremebondo altalenare degli umori tra speranza (quando suona il cellulare) e disperazione (quando ci si rende conto che è lo scocciatore di turno, e non lui).

Perché, ovviamente, TU NON LO PUOI CHIAMARE.

Perché nel 2006 ancora vige il cavarellesco ed annoso codice che vuole che sia l’uomo a prendere l’iniziativa, corteggiare, ecc che altrimenti poi finisce male.

Statisticamente provato.

Scientifico.

E non c’è girl power che tenga o falò di reggiseni che valga: certe cose, a detta di chi la sa lunga, devono restare così.

Insomma, aspetti.

Vivi, vai in paletsra, mangi, lavori, dormi.

E aspetti.

E mentre aspetti, specie se quest’attesa si prolunga, molteplici domande si affollano nella tua testolina mononeurale piena di scarpe.

Avrò sbagliato qualcosa?

Avrò detto/fatto qualcosa di sbagliato?

Magari l’ho annoiato!

Oppure… ecco, deve essere stato quell’orrendo brufolo che avevo sul mento, enorme!

Oppure, oppure…

 

Oppure non c’è nulla, di tutto questo.

Magari non è scoccata la scintilla.

Oppure c’ha avuto da fare col torneo di calcetto.

Insomma, ci vuol pazienza.

Chi vivrà vedrà.

Se è destino succederà.

Sennò, avanti il prossimo senza paranoie.

Forse.

 

Ora scusatemi, mi suona il cellulare... 

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29 agosto 2006 2 29 /08 /agosto /2006 15:58

L’estate è la stagione dei giornaletti frivoli e gossippari, letti sotto il solleone e commentati a viva voce con la sciura vicina d’ombrellone. E cosa ha combinato Vieri? E la Ventura si ripiglierà quello stragnocco di Bettarini? E Briatore? Come starà sto porco rifinito? E Costantino a spasso con la nuova fidanzata?

In genere, questi ossessivi ed inquietanti interrogativi causerebbero nella parte sana della popolazione un sonoro “machissenefrega”, ma visto che è estate (anche se non si direbbe…) e vista la pioggia battente anche nella ridente località di mare in cui mi trovavo dopo una settimana di sole greco abbacinante, la rivista femminile media sembra diventata un solido scoglio a cui aggrapparsi.

Non di solo Houellebecq si vive, in fondo.

Vegetavo nella noia, tra un oroscopo sexy e un “indovina di chi è questa chiappa tatuata”, quando la mia attenzione è stata prontamente catturata da un articolo innovativo che porta sulla cresta dell’onda un essere antropomorfo di cui da un po’ non si parlava: il trombamico.

Ah.

Novità?

No, non mi pare proprio.

Infilo gli occhiali ed il taiilleurino da professoressa di scienze delle medie ed arrivo.

 

(Musichetta di Quark a palla e giochi tridimensionali sullo schermo. Absolute 80s.)

 

Buonasera.

Siamo qui per parlare di questa interessante creatura, prodotto di scarto della nostra società dei consumi, che non si accontenta del ciclico e naturale scorrere delle cose, ma che in mezzo deve sempre infilarci qualcosa.

Ops… Scusate il doppiosenso.

Ma anche no.

La figura del trombamico, definito da chi è molto più glamour di me (Phoebe si aggiusta gli occhiali e alliscia la gonna grigia a trequarti) come “colui che si chiama per soddisfare le proprie voglie sessuali, con cui non si esce al cinema, non ti porta a cena fuori e che non sa praticamente quasi niente della tua vita non fa parte della tua cerchia d’amici. Si tromba e basta… che però detta cosi sembra un uso reciproco, invece è un amicizia di letto, una scopamicizia!”.

Analizziamo questa definizione a piccoli passi.

Pare inanzitutto che questa figura sia nata dalla necessità impellente della società moderna di proseguire scevra e snellita da ogni sentimentalismo e rottura di balle devivante dai rapporti interpersonali.

La società moderna suddetta che ci porta ad essere così chiusi ed egoisti, siccome è data per assunto l’impossibilità oggettiva di trovare l’anima gemella; ed allora perché rinunciare alla soddifazione del sesso puro e semplice?

Perché non sedersi sulla comodità di un rapporto agile e senza invasioni di privacy indesiderate?

Detto così, in effetti, non sembra male.

Niente rotture, drammi, preoccupazioni, rotture di stivali.
Il tutto a condizione di reciprocità.


Citando sempre la stessa autorevole fonte riportata dalla rivista:”Il trombamico non è quel ragazzo che presenti alle amiche, che vedi ogni giorno,lui sa poco di te e tu sai poco di lui e sopratutto vi raccontate solo cose piacevoli tra di voi perche da una scopamicizia si cerca anche e sopratutto un rifugio dallo stress quotidiano un'ora di relax solo per te”.

Lungi da me dare giudizi morali (O raccontarvi qualcosa di più sulla mia vita. Sono e resto in vesti professoresche, quindi non provateci), occorre precisare che secondo la mia autorevole opinione di scienziata questa creatura antropomorfa mitologica così vantata dai media non esiste, se non come forma embrionale di frequentante.

Pare improponibile che da entrambe le parti persistano i presupposti di una “scopamicizia” (chi ha coniato questo termine dovrebbe morire tra atroci sofferenze bruciato nell’olio bollente, reo di crimini contro la lingua italiana) per un lasso di tempo superiore alle due settimane. Per sua stessa natura, l’essere umano medio tende a socializzare quel tanto che basta per aprire una finestra sul suo mondo. E se siamo in grado di lamentarci delle piccole rotture quotidiane anche con il pensionato in fila alle poste davanti a noi, possiamo evitarlo con il soggetto con cui abbiamo appena scambiato fluidi corporei?

Mi pare improponibile (giustamente) che ciò non avvenga, almeno nel medio/lungo periodo.

Come mi appare impossibile che, da rapporto paritario, si scada poi nel coinvolgimento sentimentale anche di bassa lega per almeno una delle due parti. Da qui lo scivolamento nella frequentanza più banale.

Non può quindi esistere una storia fatta solo di sesso?

Dipende, e non fraintendetemi, dalla durata.

Se la faccenda è episodica (nonché, spesso, pseudocurativa delle frustrazioni e delle ansie lasciate da precedenti relazioni), ben venga. Ma senza coniare termini nuovi come trombamico, la vecchia cara definizione una-botta-e-via mi pare sufficiente. Può essere anche più di una volta sola. Due. O tre. Poi basta.
E’ fisiologico.


Se è reiterata per un lasso di tempo non definito, come lascia ad intendere la sopracitata scopamicizia, fuori dal paese di Utopia non credo sia possibile, anche se auspicabile specie in momenti di crisi (e specie se siete appena uscite da relazioni complesse con ingegneri depressi). Questo genere di rapporto viene infatti minato ben presto dalla gelosia, dal desiderio di possesso di una (almeno) delle due parti e, cosa ben più grave, dalla noia.

 

(Basta musichetta di Quark, grazie, sto impazzando… Ma come farà Piero Angela????)

 

Più del coinvolgimento sentimentale di una delle due parti, è proprio quest’ultima che fa saltare le fondamenta del ragionamento di base su cui si fonda il trombamico.

La noia, proprio come la cantava Leopardi.

Alla fine della fiera non rimane nulla. Nulla, se non una certa aridità.

Pure il sesso diventa un appuntamento obbligato e perde del sapore trasgressivo e travolgente iniziale.

Insomma, non solo l’idea del trombamico non è reale, ma solo mass-mediatica.
Ma è anche triste.

Parecchio.
In casi di emergenza, allora, è meglio sempre e comunque affidarsi alla meccanica.

 

Almeno poi non fuma…

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21 agosto 2006 1 21 /08 /agosto /2006 21:39
E’ già passato un anno. Sembra un giorno, al massimo una settimana.
Non diresti mai sia già passato così tanto tempo.
E invece…


Invece 365 giorni o giù di lì, passati in un soffio. Qualcosa meno di 9000 ore passate in mille attività create appositamente per non farti pensare e volate via nel vento dell’oblio.

Non lo so.

Sono inquieta dal ritorno dalle vacanze. Sarà l’inattività forzata dal tempo schifoso, sarà la solitudine dettata dalle partenze, sarà la depressione post Grecia, sarà.

Sono sempre io, sono sempre la stessa?

Chi mi conosce bene dice di no.
Sono cambiata, sono meno giocosa.

Un’ombra spesso mi appare negli occhi, magari riflesso di una maturità che prima o poi doveva arrivare e che forse ancora indugia nascondendosi nelle pieghe di una vita da single che fa a botte col mondo. E che questo mondo, almeno in apparenza, lo vorrebbe spaccare.

E quest’anno è scivolato, mangiandosi tutto come un buco nero.

In quest’anno ho imparato ad essere più cattiva, a pensare a me stessa prima che agli altri. Facile, direte voi. Ma io non l’avevo fatto mai, buttando sempre avanti i problemi degli altri ai miei. Per paura di affrontare i propri, ovvia psicologia da Cosmopolitan.

Ho imparato a dire no, a non accondiscendere chi amo. A prendermi quello che voglio.
Ho imparato che c’è gente cattiva, a cui capita di far del male agli altri gratis.
Ho imparato che nella vita spesso non c’è niente da imparare. Che il caso domina il mondo, che spesso non c’è né un perché, né una ragione.

Ho imparato anche che non vale la pena piangere per amore, mai. Che chi non ti vuole non ti merita. O spesso torna strisciando sui ceci quando tu non sai più che fartene. A parte il sapone.

Ho imparato che gli amici veri ti stanno sempre vicino, anche senza dire nulla, ma allungando al momento giusto la loro mano sulla tua e fiutando l’aria della tua inquietudine.

Sono diventata più forte, forse. O magari solo più dura e cinica.
Più silenziosa, per quanto possa sembrare paradossale detto da chi ha un carattere e una nomea come la mia.
Più silenziosa dentro.

Complice di un dolore al petto che passa appena un po’ dopo un respiro profondo, difficile da condividere insieme a chi lo vive con te.
Difficile parlarne.

E’ passato un anno dal giorno che mia madre mi disse:”Da oggi siamo sole, dovremo imparare a camminare con le nostre gambe.”
Strana metafora, strana davvero.
Specie considerando che mia nonna camminava a stento col suo fido deambulatore, qualche passo e molta grinta; ma reggeva le fila delle nostre anime e dei nostri cuori senza nessuno sforzo apparente.
Senza, forse, saperlo nemmeno.

E’ passato un anno, ma il dolore pulsa ancora vivo dentro di me.

La mattina, quando non ho nessuno da salutare andando al lavoro.
La sera, prima di andare a letto, quando non posso darle il bacio della buona notte.
Nelle cose belle e in quelle brutte, quando bastava una mano sulla testa per calmare il mostro che mi si agita dentro inquieto digrignando i denti.

Vorrei non mi mancasse così, vorrei non sentirla sempre qui.
Perché magari ha ragione il maestro di yoga di mia madre ed è un errore trattenere chi non c’è più qui, attaccate alla terra col nostro pensiero.

Con il rimpianto.
Con il dolore dell’assenza.
Con l’egoismo di chi non capisce perché e punta i piedi.


Già, perchè...

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17 agosto 2006 4 17 /08 /agosto /2006 11:31

- A Kos c’è un cielo terrificantemente blu, che non lascia scampo alle nuvole. Il meltemi soffia pulito e ristoratore, senza eccessi, liberando l’aria e rendendo sopportabile il caldo. L’acqua del mare è bellissima, gelata ed invitante. La luce è così accecante e protettiva che sembra di vivere in un’altra dimensione. Capite bene che atterrare a Bologna con 14 °C  non è stata una bella cosa. Proprio per niente…

- Il mito delle scandinave è tutta una puttanata. Non è vero che sono tutte belle, la maggioranza sembra l’oggetto dell’ossessione di Capitan Akab, sia come colori che come stazza. Inoltre, paradossalmente nonostante l’età media delle bionde sia 19 anni, sull’isola non se le fila nessuno perché sono considerate fredde e troppo dedite all’alcool estremo. Il mito degli scandinavi invece è vero. Verissimo. Lo giuro. Peccato che la pedofilia sia ancora un reato. Oppure in Grecia no?

- A Kos tutte le cose hanno una dimensione extralarge: i cornetti e le paste della colazione, le porzioni al ristorante, le consumazioni al bar (ordini un cocktail e ti arriva: quello che hai ordinato, uno uguale più piccolo e un chupito di qualcosa che non ho ancora ben capito ma che non è mai riuscito a farmi girare la testa) e perfino le formiche sulla spiaggia. Solo i gatti sono rachitici. Ho un sospetto… avremo sbagliato a non bazzicare la popolazione autoctona?

- Se Mykonos è l’isola del casino senza limiti e della trasgressione posticcia, Kos è l’isola del sesso. Senza mezzi termini. All’inizio non capivamo perché i locali, quando chiedevamo di scattarci una foto, per fare i simpatici da dietro l’obbiettivo ci urlavano “Say Sex!!!” invece di un tradizionale cheese che fa venire la gente nelle foto con quella deliziosa espressione da ebete. Poi, sarà una coincidenza stramba della vita, le cose ci sono apparse più chiare…

- Perché se non sei una “figa di legno” devi essere automaticamente una zoccola? Partendo dal presupposto che preferisco in ogni caso la seconda accezione alla prima, credo che molte persone dovrebbero dare il beneficio del dubbio a chi si conosce appena, e che anche se si è in vacanza non è che si può spegnere completamente il circuito del cervello lasciando acceso solo quello dell’ego. Che nei maschi è troppo grande.

- Ora, avrei un quesito socio-storico-politico. Tutti pronti? Al mio paese c’è un Castello dei Cavalieri di Malta. A Rodi pure. A Malta, ovviamente, non manca. A Kos, ho scoperto, anche. Ora, pare proprio che l’Ordine dei Cavalieri di Malta o qualche Ordine di San Giovanni (non ho mai ben capito l’intersecarsi storico e le connessioni) mi inseguano durante tutto l’arco della mia vita. Sarò forse la figlia o la nipote illegittima di qualche Principe ereditario possessore di terre sparse per il mondo che ora cerca la sua progenie perduta? Sarà il destino? Sono destinata a diventare la principessa di Malta? Principessa Phoebe! Come suona? Come dite, Malta è una repubblica? Ah, già bèh… allora niente…

- Io vorrei sapere perché importiamo qualsiasi porcheria esistente nei cinque continenti e non il Gordon Space. Perché? E se mettessi su una jointventure per la sua commercializzazione in Italia? Chi si unisce a me? Coraggio, alcolizzati, venite fuori!

- A qualsiasi latitudine e longitudine, gli uomini sono creature strane e folkoristiche, incapaci di tranquillità d’animo e d’agire, pieni di fobie e in genere scioccamente orgogliosi. La totale mancanza di autoironia affligge il sesso maschile specie over 30. E questo, a prescindere dalla nazionalità, è proprio un virus diffuso in tutto il pianeta. O forse no. Non conosco nessuno della Papua Nuova Guinea… NB. Il maschio italiano è il più piccoso di tutti. Ricordarsi di evitare commenti su pancetta, capelli (anche se inesistenti) o abbigliamento rasente il ridicolo. In una parola, Phoebe taci!

- Con gli amici se sono veri, anche se si è separati da distanze mediamente importanti, basta un attimo per tornare nella giusta connessione, per far tornare indietro i foglietti del calendario e dare l’impressione di vedersi tutti i giorni anche se poi non è così. Ed è un peccato. Ma la vita è fatta di incontri e di mille occasioni. Chi può dire come finirà?

- Mia madre non sa usare la macchina fotografica digitale. Anche con il massimo dell’impegno possibile, mi ha fatto delle foto in Abruzzo degne del periodo blu di Picasso, ma le conserverò ugualmente come ricordo di un’estate in cui sono andata soprattutto alla ricerca di me. Una recherche per ora infruttuosa, la strada è lunga. Ma l’importante è aver iniziato il cammino.

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29 luglio 2006 6 29 /07 /luglio /2006 10:07

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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