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9 aprile 2015 4 09 /04 /aprile /2015 08:00

Succede che ho poco tempo per le attività materiali e che quindi mi ritrovi con il nuovo lettore ebook regalatomi per Natale dall'Amoremio vuoto. Lo so, sembra impossibile, ma avevo appena finito il libro di Marco Presta che zac... non c'era più nulla nel lettore. Sono drammi, soprattutto alle undici di sera e con una insonnia che non ne vuol sapere di andarsene. 
Oddio, vuoto vuoto non era il lettore. Un libro, finito lì chissà come, c'era: "Tutti i difetti che amo di te" di Anna Premoli. 
Ora, come ci sia finito non saprei, visti anche i miei trascorsi con l'autrice. Forse l'avevo scaricato per mia sorella, o forse è solo il mio karma, ma messa alle strette l'ho iniziato. E come ben sapete, la mia religione vuole che se iniziato un libro, qualunque libro, poi vada finito. 

Ecco, certe volte dovrei essere meno talebana. 

Il libro inizia liscio liscio inserendo i due protagonisti che, già si sa, si innamoreranno drammaticamente con un gran polverone che li porterà poi all'happy end.
Lei, Sara, avvocato rampante e di retti principi, ma in privato pudica e timida; lui, Ethan, sfaticato fancazzista tormentato da vattelapesca quali demoni, erede di una grossa fortuna di cui non sa che fare, manco fosse la versione maschile di Paris Hilton. 
A pagina 12 avevo già intuito la storia, ma in un lampo di ottimismo mi son detta che certamente non poteva essere così scontata. In fondo c'è un limite a tutto, persino al romanzetto rosa.
Che poi, il romanzetto rosa ha la sua dignità, specie se declinato in romanzetto rosa stracciamutande. Ma qui di sesso manco l'ombra, anzi: il pudore mormone della Meyer a confronto è un film di Rocco Siffredi, per capirsi. 
Insomma, vado avanti e il libro si incammina diritto nella direzione che immaginavo. Ma non può essere, mi dicevo, non può, via. Siamo seri, non può un libro seppur edito dalla Newton Compton essere così banale! Che arrivino gli zombie sul finale a sbranare i due piccioncini? Che Sara si scopra lesbica? Che una tempesta solare distrugga Manhattan? NO.

Noia, noia, noia.
Secondo me se cercate sul vocabolario, sotto NOIA appare proprio la sinossi di questo libro. Sara è bacchettona e fastidiosa, non sa suscitare un briciolo di empatia. Ethan in compenso è patetico, sexy ma patetico e questa non è MAI una combinazione vincente.
Per tutto il tempo mi sono chiesta: ma perchè lo faccio? Ho i minuti di svago contati, non potrei applicarmi meglio?
Una vocina dentro di me mi ripeteva: "Magari migliora e se lo abbandoni non lo saprai mai!" Maledetto senso del dovere, mi freghi sempre! E va bene, l'ho finito... volete sapere che ne penso? Senza fare spoiler (buahahahahhahah! Divertente questa!) alcune piccole osservazioni:

1) La storia non è banale, è molto più che banale. E' tremendamente banale, così scontato che sembra compilato da un programma automatico di scrittura. I personaggi sono così mal descritti nei loro stati d'animo che non solo non si riesce a provare empatia nei loro confronti, ma nemmeno odio. Tipo che lei si meriterebbe di essere scaraventata dalle scale, ma non ho voglia manco di immaginarlo. Noia noia noia.

2) Io non mi stancherò mai di dirlo, mai. Vuoi fare il pizzicagnolo? Impara ad affettare i salumi. Vuoi fare il ragioniere? Devi studiare la contabilità. Vuoi fare lo scrittore? Cazzo, devi sapere l'italiano! Esistono altri modi verbali oltre l'indicativo, ne sei a conoscenza? Se non tu, cara Anna, almeno il tuo editor ne è conscio? Solo perché si scrive letteratura rosa, non è che per forza si debba immaginare il proprio pubblico come un'orda di minus habens e anche se fosse pure le scimmie possono evolversi se aiutate, non è così?

3) La simpatica protagonista fa la sua dichiarazione d'amore al riccone biondastro utilizzando spezzoni melensi di film da donna. Ora, già questa divisione di genere mi fa orrore ("Harry ti presento Sally" è un film da donna secondo voi? Intendendo da donna come dispregiativo, intendo), se poi considerate che l'apice del romanticismo qui si ottiene citando Meet Joe Black credo di essere autorizzata senza meno a vomitare in un angolo.

4) Mi sono capitate alcune recensioni e molte lettrici trovano il libro divertente. Non passabile, proprio molto divertente. Ora, donne, uscite subito di casa e fatevi una vita. Ve lo ordino. In alternativa, leggete Sophie Kinsella ed imparate. 

Ora, a margine di tutto ciò una mia semplice considerazione su me stessa. La devo smettere di voler finire a tuttti i costi un libro ancorché immondamente noioso o semplicemente brutto. Non ho il tempo sufficiente a leggere tutto quel che mi capita a tiro, ma nemmeno tutto ciò che voglio. Mi devo accontentare dei ritagli, ma che almeno questi scampoli siano di mio gusto. 
Detto ciò, mi addentro a Westeros per l'ultimo capitolo della saga di Martin edito in Italia, La danza dei draghi, che in genere non delude mai.

Sarà vero? 

 

 

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2 aprile 2015 4 02 /04 /aprile /2015 10:00

In genere ho un problema con i famosi che scrivono anche libri: non li leggo. Sarà che mi sale subito l'effetto Fabio Volo, sarà che mi immaino di ritrovarmi con in mano un libro di Barbara D'Urso o dell'ultimo calciatore che ha scoperto la verità in fondo ai fondi di caffè e si è dato al cattolicesimo spinto abbandonando il velinesimo, ma io no.

L'unica rilevante ecccezione che mi viene in mente l'ho fatta di recente per Marco Presta. Sarà perchè ho sempre trovato la sua ironia favolosamente sagace, delicata e tagliente allo stesso tempo, sarà perché spara certi titoli che di fantasia ne richiedono diversa, fattostà che mi sono lasciata convincere ed ho letto la sua ultima fatica, "L'allegria degli angoli".
A volerlo vedere così, da lontano, è un libro sulla crisi e sulla disoccupazione, sui geometri che non trovano uno straccio di lavoro e sulle storture dell'Italia.
E non è che non sia giusto così, il libro parla davvero di un geometra che si ritrova disoccupato in una Italia dove non si costruisce più o lo si fa senza le regole giuste, ma non è solo questo.
Lorenzo è un trentenne che si ritrova senza lavoro e senza amore, ma scopre di saper fare la statua vivente. Ecco, magari per il resto non è un granché, vive con la madre, ha amici scombinati, frequenta ancora il suo anziano professore delle medie in cerca di consigli esistenziali che non lo portano a nulla: ma come Faraone ballerino è imbattibile, il migliore di tutti.

La verità è che Lorenzo è il ritratto di una generazione che non riesce a fare quello che hanno fatto i genitori, e cioè cercare di costruire qualcosa che credevano gli sarebbe spettato di diritto. E invece no, invece le cose stanno andando diversamente e non è indolenza tipica dell'italico bamboccione: è la vita.

E per Lorenzo, inchiodato al cuore dagi occhi della signora Michelina che lo vedono ancora come il figlio promettente, non c'è peggior dolore che il sapere di non rendere fiera la madre. 
Molto italico, no?

Non è un libro sulla crisi, è un libro sul maschio italiano. 
Che alla fine però, c'è da dirlo, ce la fa a cambiare se stesso. 
Forse.
O forse sono io che c'ho letto l'ottimismo, non lo so.
So solo che il libro si legge con la semplicità con cui si beve un bicchiere d'acqua fresca.

Provatelo.

 


 

 


 

 

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19 novembre 2014 3 19 /11 /novembre /2014 14:30

Dopo quasi un anno, un anno rilevante della nostra vita, io e l'Amoremio siano tornati al cinema. E per farlo non ci siamo accontentati di un film qualunque, ma abbiamo fatto un rientro col botto e per di più con un film intriso di temi cari all'Amoremio: siamo stati a vedere la nuova opera di Christopher Nolan, "Interstellar". 
Voglio solo dire che non andavo al cinema da così tanto tempo che, appena seduta sulla poltrona e partiti i trailer pubblicitari, guardando l'Amoremio ho esclamato: "Ma si vedeva così bene anche prima?"
Rincoglionimento da maternità.

Certo, ci siamo dovuti accontentare di un orario da ragazzini (le tre del pomeriggio, vista anche la durata del film) e in sala eravamo noi, tre vecchini e due ragazzini che limonavano, ma non siamo rimasti delusi.
L'Amoremio ha trovato la fantascienza con basi scientifiche che da diverso tempo inseguiva senza risultati apprezzabili, io ho amato la storia e pianto lacrime da mamma sul rapporto padre/figlia dei due protagonisti e contemplato Matthew Mc Conaughey che va sempre bene.


Insomma, un bel film che fa scivolare veloci quasi tre ore di narrazione e di cui non vi starò a spiegare la storia (sapete bene dove cercarla in rete, se imnvece vi interessa una analisi meno didascalica la trovate qui), ma che non può comunque sottrarsi a dei doverosi interrogativi.

  1. Con questo film ho capito che di scienza non capisco una cippa e che sono ferma alla nascita del germoglio dal fagiolo in terza elementare. E questo, direbbe l'Amoremio, già si sapeva. Nonostante lui, grande appassionato, abbia più volte cercato di spiegarmi buchi neri, teoria della relatività, accenni di fisica quantistica, singolarità e compagnia cantante, ho sempre l'espressione attonita di Penny davanti a Sheldon. O di una mucca al passare del treno, fate voi. E comunque non sono sola, pure il vecchino accanto a me, ad esempio.
  2. Matthew Mc Conaughey: chi l'avrebbe mai detto che oltre glia addominali ci fosse di più? Bravo, bravissimo, intenso e credibile. Solo un problemino: io continuo ad immaginarlo macilento, mezzo alcolizzato e sociopatico mentre interpreta Rust Cohle e a vederlo fare il padre proprio non riuscivo ad abituarmici. Almeno per le prime due ore di film. Poi ho cominciato a rcordarmi di Magic Mike. Più addominali ci vorrebbero in questo film, più addominali.
  3. La terra sta per finire, la polvere è ovunque e Philip Pullman stavolta non c'entra nulla. Gli uomini non hanno riciclato, hanno cementificato la natura, hanno massacrato il pianeta in pochi secoli, hanno mangiato tutto il mangiabile e ora la desetificazione e la piaga che infetta le piante avanzano a ritmo di rumba. La risposta dell'umanità? Tutti a fare gli agricoltori, perché il popolo ha fame ed allora occorre tornare alla vita semplice e senza grosse aspettative, un giorno dopo l'altro. Più agricoltori e meno ingegneri: e se fosse la risposta?
  4. Casualmente, vicino casa dell'eroe c'è quel che resta della NASA. Io non potrò mai essere un'eroe. Vicino a casa c'ho l'Autodromo, al massimo.
     

E insomma, m'è piaciuto, sì, anche se in alcune parti i dialoghi mi sono sembrati scritti da due alieni con un vocabolario ristretto e anche se alcune parti della trama strettamente legate alla parte scientifica (che mi dicono molto accurata) mi hanno lasciato punti interrogativi in testa.

Tipo: perché non vanno via dalla Terra con i motori a curvatura come Star Trek? Ma la libreria? Che vuol dire la libreria? Spolverare, no?

Ad ogni modo tornare al cinema è stato bellissimo ed assolutamente da rifare.

 

Cosa mi suggerite di andare a vedere?

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9 ottobre 2014 4 09 /10 /ottobre /2014 14:03

- Uffa, mi annoio. Fuori non c’è nessuno con cui giocare ed in televisione non fanno niente.
- Non te lo vorrei dire, ma…
- No, non lo dire. Non mi va di leggere. NO.
- Era per dire, mica volevo offendere.
- Leggere è noioso!! E' da sfigati!
- Dipende da quel che leggi, in verità. Ci sono cose molto divertenti da leggere, non è che tu debba buttarti nella Divina Commedia e...
- In che?
- Ecco, appunto.
- Leggere non mi piace. Giochiamo a carte?
- Ma come fai a dirlo, cara? Ci sono tanti generi, diversi tra di loro! E’ come per il cinema, mica tutti i film sono uguali. A te piace un certo genere, mica tutti. E così pure per i libri, devi solo trovare quel che più ti interessa e piace. La commedia, il giallo, il fant…
- No.
- No?
- NO. NON VOGLIO LEGGERE.
- Ok, mi arrendo. (Forse)

 

Questa conversazione è avvenuta con la mia figliastra, di anni dieci. La stessa piccola creatura con cui leggevo Roald Dahl e ridevo delle avvenute di Charlie e di suo nonno o con cui sghignazzavo sui cetrionzoli del GGG.
Mi devo essere distratta un attimo, che è successo? Ah, già. ha cominciato le elementari e la scuola italiana ha iniziato a far danni, mettendo in testa ai bambini come leggere sia un dovere e non un piacere, un obbligo scolastico più che una passione propria. Esagero? Per le vacanze estive le sono stati assegnati da leggere ben cinque libri, da rielaborare poi con disegni e schede. Cinque, quando la media di libri letti da un italiano in un anno, escludendo i libri di Bruno Vespa e di Barbara D’Urso, è inferiore all’uno pro capite. E naturalmente infarcendo il tutto di schede, riassunti e disegni vari, perché la lettura non sia mai fine a sé stessa e quindi indimostrabile dal punto di vista didattico.

Che noia. E dire che molto la scuola potrebbe fare per far trasformare gli studenti in lettori. Potrebbe far scoprire nuovi mondi, territori inesplorati, meravigliose avventure e scenari mozzafiato. Potrebbe insegnare ai bambini a viaggiare con la fantasia, potrebbe portarli a conoscere personaggi tutti nuovi e non già predigeriti dalla televisione. A vivere da lettori la vita, non da spettatori.

Ma invece no, sembra che la scuola italiana sia destinata al contrario, ma ne avevo già discusso in precedenza.

Il problema ora è: che faccio?

Torno alla carica? Regalo libri per Natale? Insisto? In genere sono sempre molto agguerrita sull’argomento, tanto che di nascosto da lei ho caricato sul suo tablet un lettore epub e diversi libri per ragazzi, tutti molto divertenti. E allucinantemente intonsi. Sono scesa pure al livello di Geronimo Stilton, topo maledetto: sacrificio inutile. Tutti i miei tentativi sono stati snobbati e miseramente sono caduti nel vuoto, come se avessi proposto la più sfigata delle alternative allo sgranchirsi di pollici.
Ho anche adottato la tecnica della noncuranza, e cioè leggere in sua presenza senza dare importanza alla cosa, sperando (vanamente) che le venisse voglia.
Mi sembra di aver tentato quasi tutte le strade percorribili, se si esclude la coercizione fisica, ovviamente.

 

Insistere oltre mi sembra inutile e forse perfino sbagliato e controproducente, ma l’alternativa qual è? Arrendersi? Alzare bandiera bianca davanti all’inarrivabile massificazione della prepubertà? Cercare di rendere più glamour la lettura comprando il libro di Violetta? 
Oppure?


Attendo numi da gente più esperta…

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21 settembre 2014 7 21 /09 /settembre /2014 12:24

Che io ami leggere è risaputo, che odi i luoghi comuni lo è ancora di più e che abbia un cattivo carattere ormai è vangelo.
Per questo quando vengo coinvolta in discussioni inerenti i libri e la lettura finisce sempre molto male, anche perché odio le persone saccenti a meno che la persona saccente in questione non sia io stessa.

Si può dissertare su molte cose in ambito letterario: sulle preferenze, sugli stili, sulle epoche storiche. Certo non si può definire certa letteratura come capolavoro in senso assoluto, ma si può logicamente e un certo grado di sicurezza affermare che cerca letteratura sia spazzatura.

Ma a parte il lapalissiano trovo sempre molte materie di cui discorrere  e su cui esprimere il mio parere, spesso anche non richiesto.
Proprio l'altro giorno una mia collega che pensa di avere l'oro in bocca andava in giro affermando che la l'amore per la lettura si insegna da bambini e che le persone che non amano leggere sono così solo perché non hanno incontrato sulla loro strada degni maestri.
A parte che la definizione di degno maestro non è e non può essere univoca, mi sono subito inalberata. Non ritengo che l'amore incondizionato per la lettura possa essere insegnato, ma che nasca da dentro. Tutt'al più può essere incentivato un insegnante certo, ma anche un genitore può aiutare un bambino a scoprire la bellezza dei libri. Ma se lui non ne è morbosamente a attratto come ero io,resterà sempre un lettore occasionale magari innamorato della lettura, ma non follemente innamorato della carta stampata.

Lei invece andava raccontando le meraviglie del suo insegnante preferito che in tenera età aveva portato lei e tutta la sua classe ad adorare Manzoni. A parte che evidenti errori anagrafici (Manzoni alle elementari? Davvero?),  è veramente così?

Certamente anche io affermo l'importanza dell'insegnamento e ricordo con affetto la mia maestra di terza elementare che aveva istituito l'ora di lettura settimanale, un'ora esclusivamente a scopo ludico in cui leggere non portava a riassunti, schede o temi. Era solo il piacere di leggere se uno voleva, altrimenti se ne poteva stare a guardare il soffitto.
Ma il mio amore per la lettura deriva da lei? 

No, non lo credo.
Magari ha aiutato, non lo metto in dubbio. Magari ha acceso la mia curiosità, ma sarebbe accaduto lo stesso.

 

E voi, che ne pensate?
L'amore per la lettura si può insegnare?
E' scritto nel DNA o è frutto di indottrinamento?
Ma soprattutto...

E se mia figlia odiasse leggere????  

 

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18 luglio 2014 5 18 /07 /luglio /2014 07:42

Ho iniziato questo libro per curiosità, perché tra la pioggia di libri rosa sulla maternità ed affini questo è l'unico scritto da un uomo, Jon Rance, e mi sembrava molto ironico sin dal titolo: "Non son degno di tre".
Insomma, era stato definito Un Bridget Jones al maschile, no? E le mie aspettative di intrattenimento non sono state deluse. Il libro racconta con la formula del diario la storia di Harry, professore di storia trentenne allergico alla maturità.
Finché sua moglie gli annuncia di essere incinta.

Panico.
Moltissimo panico.

E qui inizia il libro, le disavventure di Harry, le sue tentazioni, i suoi malriusciti tentativi per nascondere mancanze assurde ed infantili, fino alla patetica relazione virtuale con una ex frustrata. Insomma, di tutto pur di scappare dalle responsabilità.
Un uomo abituato alla sua vita che si oppone al cambiamento con le unghie e con i denti, fino all'ovvissimo happy end.

Di primo acchitto non mi è sembrato un granchè, una piccola accozzaglia di banalità sulla irresponsabilità dei maschi e sulla sindrome di Peter Pan. E la moglie? Una roccia, un granito senza un tentennamento, uno squalo assettato di sangue e pronta a bastonare il marito al primo errore. Eppure le avrà avute pure lei le sue paure, le sue incertezze e le sue lamentele.
Insomma, non è che essere incinta sia una passeggiata di salute, la maternità è un cambio di vita sconvolgente anche per una donna, no? Anzi, soprattutto per una donna, non trovate?
Poi però ho realizzato che a scrivere era un uomo e che, ovviamente, quello era il suo punto di vista, un punto di vista che noi donne spesso non ascoltiamo né consideriamo se non con sufficienza. 
L'arrivo di un figlio cambia tutto, è inutile negarlo. La vita così com'era prima viene spazzata via e l'idea può far paura: riuscirò ancora a scrivere, a leggere, a fare quello che mi piace? Potrò ancora ubriacarmi e vivere come se non ci fosse domani, nel caso di Harry? E' importante continuare a essere sempre uguali? O cambiare non è poi così orribile?
E se è vero che l'happy end era scontato sin dalla prima pagina e che la nascita del bambino cambierà Harry ma non troppo, è vero anche che questo è un libro gradevole, che si fa leggere per la sua leggerezza ed ironia., un piacevole passatempo specialmente se state aspettando un bebè o se è arrivato da poco.

 

Per ridere un po' delle proprie paure.

 

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18 marzo 2014 2 18 /03 /marzo /2014 08:19

Ho letto questo libro attirata dalla copertina e anche, si ancora, dal titolo. Lo sapete che mi frega sempre, no? Sono schiava del marketing editoriale, che volete farci? Lo dico sempre: non lo faccio più.

E invece un bel titolo mi frega sempre.

In più la fascetta recitava “Storia di tre vite complicate a Parigi”: intrigante, non trovate? In più le recensioni in rete erano ottime e le vendite discrete. Tutti segnali che mi dovevano convincere a desistere, ma niente.

 

"L'Atelier dei miracoli è un aiuto ad essere ognuno di noi artefice del proprio miracolo, è un romanzo toccante, un piacere, una lezione di vita."

 

Caspita. Addirittura.

Insomma, mi aspettavo un libro leggermente new age, magari romantico, un po' stile Musso. E le mie aspettative, fino a due terzi del libro, sembravano ben riposte. C'era anche la narrazione corale ad intrigarmi, e una abbondante dose di surreale che mi piace sempre.

Poi, all'improvviso, il libro via verso la cattiveria umana, il mondo vero, la crudeltà dell'uomo.

Cacchio, ho pensato, vuoi vedere che ho trovato per caso un gran libro? Vuoi vedere che invece del solito libro easy e consolatorio ho trovato un grande autore?

E invece no, a poche pagine dalla fine, quando oramai ero abbastanza sicura di aver capito il trend del libro e il suo finale, la storia sterza di nuovo verso il buonismo esasperato regalando un happy end senza infamia e senza lode, con l'aggravante dell'intenzione.

Mi aspettavo un libro buonista, è vero, ma all'improvviso questi cambi di rotta hanno reso il finale del libro un dolce stucchevole, di quelli che lasciano un cattivo sapore in bocca.

Peccato.

Peccato, perché l'idea era buona e la scrittura dell'autrice gradevole anche se non eccelsa.

Forse non ho capito bene il messaggio del romanzo, forse non sono abbastanza profonda o new age. O forse il messaggio è che bisogna accontentarsi di quello che si sa fare bene, senza rischiare virate azzardate, specialmente se non si ha il coraggio delle proprie scelte e non si riesce ad andare fino in fondo per andare a vedere che succede poi.

 

Non è così anche nella vita?

 

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11 dicembre 2013 3 11 /12 /dicembre /2013 09:15

link6a00d83451ccbc69e200e551ab6b158833-800wi-copia-1Tra le varie amenità che la gente si sente in dovere di dispensarti quando sei alla fine di una gravidanza,  ti può anche capitare di sentirti dire di non dover né leggere né vedere in tv o al cinema qualcosa di disturbante, sennò povera pupa!

Ora, su che cosa potrebbe essere disturbante ci sono varie interpretazioni, certo è che durante l'ultima puntata di TWD prima dell'interruzione di metà stagione (la serie torna il 10 febbraio su Fox, non perdetela)  la pupa s'è agitata parecchio e mi sembrava di avere Alien nella pancia. Sarà un caso?

Certo è che ho deciso di dedicarmi a letture che non affannano l'anima, letture belle e divertenti. Che non vuol dire per forza sciocche.
 

Ho cominciato con "Il richiamo del cuculo" di  Robert Galbraith,  pseudonimo sotto il quale si cela  J.K. Rowling, autrice mai dimenticata della serie di Harry Potter. Non ci sono maghi in questa che spero diventerà una nuova serie, né mondi fantastici e creature leggendarie. Si tratta di un giallo, ambientato a Londra tra l'alta società, il cui protagonista è un acciaffatissimo investigatore privato dal buffo nome.

Come sempre la Rowling non delude e, seppur in un modo lontanissimo dalle avventure del maghetto più famoso del mondo, sa essere sempre riconoscibile nello stile e nella scrittura pulita e tagliente.

Insomma, mi è piaciuto.

 

Finito quello, guidata da una recensione di Massimo Gramellini, mi sono buttata in un terreno inusuale per me: il romanzo d'amore. O, almeno, vistosamente rosa. Sarà la gravidanza, sarà che gli ormoni mi rendono volubile ed incline alla commozione, ma "Una sera a Parigi" di Nicolas Barreau mi ha coinvolta e conquistata, fino a sciogliermi in un pianto a dirotto giunta all'ultima pagina. le cose sono due: o sono ufficialmente rincoglionita dagli ormoni e quindi suggestionabile oppure si tratta davvero di un bel libro. Oppure la colpa è tutta di Parigi.

In fondo, la fascetta (che io odio sui libri, voglio precisarlo. SEMPRE. Anatema perenne per le fascette e per chi le ha inventate) recitava "Questo libro vi renderà felice" e con me è stato così. che l'abbia letto in epub e quindi assolutamente privo di suddetta fascetta è del tutto irrilevante.

Ad ogni modo, si può volere d più? Cosa si può chiedere di più ad un libro?

Io, ad esempio, voglio un cappottino rosso. Subito. Ora. Anche se, pensandoci bene, sembrerei una gigantesca coccinella in questo momento.

 

Dimenticavo.

Il tutto dopo aver affrontato "Stoner" di John E. Williams, che nonostante sia considerato da tutti (o quasi) un libro meraviglioso e da non perdere, ha avuto su di me un effetto tremebondo e narcolettico. Mi è sembrato di mangiare una montagna di sassolini, uno a uno: belli, carini, rotondi e ben fatti, ma duri e senza nessun sapore. Tutto il tempo ho atteso un colpo di scena, un cliffhanger che nobilitasse la piatta e desolante, oltre che irritante, vita del professore e che potesse rendere il libro all'improvviso nobile e indimenticabile. Poi il libro è finito, e non è rimasto nulla. Buio. Stop.

 

Ora, io sono incinta e le mie recensioni potrebbero essere falsate dagli ormoni quindi vedete voi se fidarvi o meno.

 

 

Comunque tranquilli: a Fabio Volo non c'arrivo lo stesso...

 

 

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26 novembre 2013 2 26 /11 /novembre /2013 10:00

barLume 01 638-365 resizeIeri sera io e l’Amoremio ci siamo finiti di vedere il secondo (ed ultimo) episodio de “I delitti del Barlume” tratti dai libri del mio adorato Marco Malvaldi ed in onda su Sky in questi giorni.

Che poi sono in crisi d'astinenza, io i libri li ho finiti da un pezzo tutti e quattro e comincio a patire la lontananza da Pineta.

Caro Marchino, quando ne fai un altro??

Io capisco eh, ma anche no.

 

Come sempre è stato e sempre sarà, il libroèsempremegliodelfilm e così sempre sarà finché il cielo e la terra saranno divisi, ma la trasposizione non mi è dispiaciuta affatto. Specialmente la rinascita dalla carta alla ciccia dei personaggi mi è sembrata davvero calzante, tranne forse per Tiziana che io ho sempre immaginato più donna e meno ragazza. E anche un po' più coatta, via. Più verace, comunque.

Filippo Timi è un perfetto barrista Massimo, anche se ogni tanto una parolina in perugino gli scappa, ed i quattro vecchietti capeggiati da Ampelio/Carlo Monni sono impareggiabili.

 

Sarà che come disse Malvaldi stesso ad una presentazione, lui da scrittore di sceneggiatura non ne capisce un bel nulla, sarà che certe cose si fanno “per vendere meglio un prodotto” e chi le fa sa il fatto suo e noi che non siamo del mestiere non possiam capire, ma ci sono delle cose che mi son rimaste sul groppone e non vanno né su né giù.

 

Ad esempio:

- Ma come mai nonno Ampelio è diventato lo zio? Cioè, che cambia? Non che sia strettamente rilevante per la storia, ma non capisco il nesso. Posso capire il far diventare il commissario Fusco una donna per ragioni di equilibrio narrativo, ma perché questa degradazione della parentela? Che poi una delle cose più buffe di Ampelio è quando evoca il Massimo bambino e le litigate con la moglie/nonna del barrista.

- Gli episodi sono solo due su quattro della serie e, cosa molto particolare, sono gli ultimi due. Come mai? Cioè, voglio dire... perchè non partire dall'inizio? Che senso ha? Che fanno, poi tornano indietro?
- Ma stava brutto dire che Massimo si può permettere la sua vita perché ha fatto 13 al Totocalcio l'unica volta che c'ha giocato? E' troppo vintage?

- Massimo è ossessionato letteralmente dalle tette di Tiziana, cosa che lo rende un po’ macchiettistico e meno simpatico di quel che si merita. Perché? Fa più goliardia, più Amici miei? Inoltre nella serie di libri del Barlume è appena accennata la sua attrazione per Tiziana, non è certo un’ossessione.

- Un po' del sano cinismo toscano della serie s'è perso per strada, a scapito di una livella buonista che starebbe bene su Raiuno. E no, non è un complimento. La feroce ironia dei vecchietti è relegata a pochi piacevoli sprazzi mentre nei libri la fa da padrone.

 

Ma, ripeto, di sceneggiatura non ne capisco e siccome anche Malvaldi si fa da parte davanti ai professionisti, chi sono io per oppormi? Specialmente perché, nonostante qualche piccola critica, si tratta di un buon prodotto, piacevole e divertente, che sarebbe in grado di rendere bene anche se programmato da una rete generalista.
La Rai, per dire, così lo vede anche mia madre e esce dal tunnel del fiction sui santi e sui martiri.

 

Un po' troppo pure per i vecchietti del Barlume...

 

 

 

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28 ottobre 2013 1 28 /10 /ottobre /2013 10:00

jolinne-my-sweet-escape.jpgDa piccola per me il giorno più bello dell'anno non era il mio compleanno, e nemmeno il giorno di Natale.
Per me il giorno più bello dell'anno era verso la fine di maggio, quando un sabato venivo salvata da un noioso sabtao scolatico per accompagnare mio madre a timbrare in Tribunale i registri della società per cui lavorava.
O una cosa così, insomma. Facevo le elementari, non pretendete troppo da me.

Insomma, mio padre mi portava con sé in quei sabati mattina che ricordo sempre assolati e tiepidi come solo il sole di maggio sa essere, ed erano speciali per tanti motivi: andavo in un luogo da grandi, ero sola con mio padre che mi regalava il cento per cento della sua attenzione e poi, il dopo.

Il dopo era: "Dai, andiamo in libreria, ché lo so che non aspetti altro" detto dalla faccia sorridente e sorniona di mio padre, che allora mi sembrava immenso ed invincibile.

 

Ora, so che fa molto piccola fiammifera, ma non è che avessi all'epoca molte occasioni per andare in centro a Perugia. erano gli anni'80, non c'era il villaggio globale ed  il mio mondo era il mio piccolo paesello con una sola cartoleria che aveva anche libri. Nello specifico un piccolo assortimento di libri adatti alla mia età, rimpinguato mensilmente dalle uscite de I classici per ragazzi della Mondadori. Uscite che, immaginatelo, attendevo con fremente attesa. A proposito, esistono ancora? Non ne ho trovato traccia.

 

E così, in quei sabati così speciali, con mio padre tutto per me, mi avventuravo nella libreria storica del centro perugino, la Libreria Simonelli. Un posto speciale, dove l'amore per la lettura mi sembrava avere un odore ed una consistenza, con tanti libri impilati in scaffali molto più alti di me. Tanti, tantissimi libri che mi guardavano e chiamavano.

Scegli me, scegli me!

E io, che già ero potenzialmente l'accumulatrice seriale di libri che sono diventata poi crescendo, avrei davvero voluto portarmeli tutti a casa, tenerli con me, leggerli, coccolarli. E la scelta era difficile, difficilissima. 

Uno, uno solo sarebbe venuto via con me

Almeno fino all'anno successivo, e sbagliare, prendere un libro senza magia sarebbe stato uno spreco enorme, un peccato capitale. Così, sotto gli occhi pazienti di mio padre, senza fretta passeggiavo tra un libro e un altro fino alla scelta definitiva.

Un momento emozionante, magico.

Così, ad esempio, La storia infinita di Michael Ende venne a casa con me un sabato mattina splendente di maggio modificando per sempre la mia fantasia.

Ed io, bambina silenziosa e che si sentiva incompresa nel suo amore per i libri, in quel momento stringendo il mio prezioso regalo e guardando mio padre mi sentivo amata e capita. Ed ero certa, lì ferma nella libreria, che sarebbe andato tutto bene. Che sarei cresciuta ed avrei preso la mia strada, sempre con la mano di mio padre nella mia.

 

Oggi l'antica Libreria Simonelli, aperta i primi del Novecento in una Perugia che non c'è più, ha ceduto il passo ad una grande catena che vende libri per tutti, ma senza magia. Oggi poi i libri si comprano su Internet se si è tradizionalisti e si vuol la carta, o si infilano nel lettore ebook se si è più tecnologici.

La mia casa e quella dei miei genitori è invasa da libri di tutti i formati, il mio computer trabocca di libri digitali e mio padre è sempre lì che mi guarda, grazie al cielo.

 

Oggi tutto è cambiato, è vero. Ma vorrei tanto che un po' di quella magia ricadesse sulla mia piccola, che un giorno possa provare quella spasmodica attesa per qualcosa di desiderato, quella voglia di buttare la testa in un altro mondo, quella certezza che trovavo nello sguardo di mio padre..

 

 

E che un giorno possa avere ricordi così luminosi.

 

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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