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25 ottobre 2013 5 25 /10 /ottobre /2013 09:46

3567-3.jpgL'ho conosciuto per caso qualche anno fa, perchè su Anobi tutti ne parlavano.  All'inizio ero scettica, perché Sellerio ha quel formato di libri che mi manda in panico la disposizione della libreria, mi infastidisce e mi fa pensare di aver investito male i miei soldi a prescindere, anche se non è vero.

Poi giunse l'ebook, che tutte le divinità delle principali religioni riunite a convegno l'abbiano in gloria.

 

E così ho conosciuto Marco Malvaldi, ex ricercatore passato alla scrittura, e la sua quadrilogia del BarLume, imperdibili gialli trasportati da una scrittura leggera e mai banale e sostenuti da personaggi che non si possono non amare, dove l'omicidio o il crimine di turno è solo un pretesto per raccontare una storia ed un pezzetto d'Italia.

Chi non ama nonno Ampelio, per dire?

O il Del Tacca?


Ma Marco Malvaldi è molto di più di questo, che tuttavia già sarebbe abbastanza per qualunque scrittore del panorama italiano, di per sé sconsolato e sconsolante per i cosiddetti bestseller che ci vengono scodellati senza soluzione di continuità.

Bisogno di esempi?

Malvaldi, dicevo, è capace di uscire dal clichè della lunga serialità (sempre che quattro libri possano essere definiti come tale), esplorando nuovi sentieri: dalla storia su Pellegrino Artusi (ndr. Non Gualtiero Marchesi... gli ormoni mi arrovellano il cervello!), passando per l'immaginario paesino di Montesodi bloccato dalla neve di Milioni di Milioni, fino a giungere al suo ultimo libro, uscito da pochissimo e già in vetta alle classifiche di vendita, Argento vivo.

 

Ecco, anche per questo l'Italia è un paese strano: Malvaldi è in cima alle classifiche di vendita, eppure se lo si nomina fuori dall'ambito dei lettori onnivori o della libreria cade il silenzio. E chi è? Nessuno lo conosce o quasi, al massimo i più lo hanno sentito nominare da qualche amico, ma rimane nel limbo. Perchè?  
Forse perché il nostro Marco non va in televisione, non frequenta i salotti buoni, non bacia pile e soprattutto perché l'italiano medio legge e conosce di narrrativa quanto io di fisica quantistica.

 

Venendo a parlare della sua ultima fatica letteraria, Argento vivo non delude le aspettative dei fan e si rende fruibile anche da chi si avvicina allo scrittore pisano per la prima volta.

Malvaldi conferma di avere il dono della scrittura, creativa ma senza troppi fronzoli, allegra e disincantata come solo un toscano può essere.
Divertente nell'intreccio leggermente surreale, il libro gioca tra le pieghe della commedia italiana, mescolando personaggi e situazioni fino al finale scontato ma sempre divertente.

Un libro da leggere per divertirsi senza cadere nella banalità o nel triviale.

 

E voi, Malvaldi lo conoscete? 

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19 ottobre 2013 6 19 /10 /ottobre /2013 11:05

4527226_0.jpgCi sono libri che perfettamente disegnano un’idea con il loro titolo, creando aspettative, aspirazioni e legittimi desideri. Rendendosi perciò, perché no, anche appetibili al mercato.

Ed è questo il caso di questo libro: “Tentativi di botanica degli affetti”. Non è bellissimo?

Sottende una ricerca, un tormento, una lotta in sé che avevo voglia di leggere e divorare.

In più è stato anche candidato al Premio Campiello, mi sono incuriosita.

 

Così eccoci qui, nel mondo ottocentesco di Bianca Pietra, ragazza di origini borghesi con madre inglese e padre italiano, cresciuta all’estero e che, una volta rimasta orfana, decide di usare il suo talento per la pittura e lavorare invece di maritarsi e trovar pace, cosa estremamente scandalosa per l’epoca. Così, grazie ai buoni uffici del suo mecenate, trova accoglienza e lavoro di illustratrice botanica a Brusuglio, nella residenza estiva di colui che chiamano Il Poeta, uomo ombroso con una colorita e scapestrata tribù fatta di madre, moglie, figli, istitutori, nutrici, giovanotti senza arte né parte, servette misteriose e vicini strambi.

Immediato il parallelismo tra Il Poeta e Alessandro Manzoni, che proprio a Brusuglio aveva la sua residenza estiva ed era noto all’epoca per le sue stravaganze.

Buone premesse, mi pare.

Peccato che il libro, molto accurato nella ricostruzione storica ed attento fino al parossismo ai dettagli, navighi nel mare della noia, le pagine come macigni, lasciando al lettore la sensazione che non si riesca ad avanzare mai. Perché se è vero che la Masini tratteggia bene i suoi personaggi e ne descrive i caratteri in un guizzo, tutto intorno a loro è immoto, fino al finale troppo veloce ed incomprensibile, almeno per me.

Bianca, la protagonista, mi ha dato l’idea sin da subito di una sorta di eroina di Jane Austen venuta male; per questo non ho potuto far a meno di ridere al suo stesso definirsi una sorta di Emma Woodhouse mal riuscita. Che sia voluta dalla scrittrice questa mia sensazione? Ad ogni modo, è tutt’altro che piacevole. Non si riesce ad amare Bianca, ad avere empatia con lei. Al massimo si ha a cuore Pia, con il suo candore infantile, ma anche lei è distante.

Ed è un peccato perché le premesse per intrigare erano molte, tutte interessanti e piene di fascino. Ma la scrittrice ha scelto di velare il tutto con l’ombra del non detto, molto opportuna per l’epoca ma difficile da gestire in un romanzo rendendo tutto confuso e lento.

 

Insomma, poteva andar meglio, decisamente.

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27 settembre 2013 5 27 /09 /settembre /2013 10:13

NON VOLARE VIAIn genere sono io che dispenso consigli letterari ad amici e conoscenti, dall'alto del mio essere una divoratrice onnivora di libri. E mi piace consigliare, specie se conosco bene il destinatario del consiglio, mi sembra di fare una specie di regalo.
Ma siccome non si smette mai di imparare, accetto anche consigli, specie se provengono da più parti e tessono lodi sperticate di autori che non ho mai letto.
Non sono così snob, in fondo, vero?
Ma forse dovrei.

 

Così ho iniziato a leggere “Non volare via” di Sara Rattaro.
Avevo voglia di leggere un libro che mi portasse via, una bella storia avvincente e, perchè no, toccante, qualcosa che potesse lasciare un segno. Un po' come mi è capitato con “Il senso dell'elefante” di Marco Missiroli, una piacevole scoperta totalmente casuale.
E così mi sono buttata nella lettura, ed in poco più di tre giorni l'ho letto.

 

La scrittura di Sara Rattaro mi ha subito conquistata e la storia non avrebbe potuto essere più intrigante. Cosa c'è di più empatico per il lettore della storia di una famiglia con un figlio disabile e di un rapporto genitori figli così intenso, quasi morboso, da trascendere la realtà? E se l'infedeltà coniugale ed il vero amore bussano alla porta, come non gettarsi tra le pagine con voracità?
Intrigante, vero?
Ma dopo poche pagine l'odore di bruciato ha preso il sopravvento: dove vuole andare a parare questo libro? Quando le carte sono già tutte in tavola, cosa può succedere d'altro? 

La storia è tutta qui, in un libricino piccolo piccolo che sembra voglia regalare al lettore una chiave di lettura diversa per la propria vita, ma che si scioglie in un happy end inutile, sconcio e possibile come lo sbarco dei cugini di ET nel mio giardino, proprio lì acccanto alla magnolia.
Un finale anche un tantino ipocrita, diciamoci la verità.

Ed eccomi qui, con il libro terminato, a chiedermi: perché?

Non che nei libri debba esserci una morale, un senso superiore ed aulico, né l'accettazione implicita del proprio stile di vita, ma un senso sì, lo pretendo.

Quale senso ha questo libro?

Che l'amore filiale vince tutto?
Che il dovere viene prima della felicità o che l'amore inteso come passione travolgente è un sentimento effimero ed egoista? Oppure che nella vita bisogna prendersi le proprie responsabilità ed accontentarsi di ciò che passa il convento?

Non so, questo libro non mi ha convinta.

Non che la Rattaro non sia brava, al contrario: siamo agli antipodi di Premoli & Co. La sua scrittura è limpida, invoglia alla lettura, ricca. Ma l'amore tra noi non è scoccato.
Arrendersi? Arrendersi così? No, non si può.

Ed allora ho letto un altro suo libro, che pare sia stato un caso letterario di un certo livello: "Un uso qualunque di te". Piccolo libricino, a dire il vero, ma con una copertina accattivante che non guasta mai.
Letto in un giorno, capito in un attimo, odiato fino allo spasmo.  Cercavo conferme? Le ho avute. Il libro naviga verso un chiaro porto d'arrivo che il lettore spera di aver sbagliato ad intravedere, e invece no. L'assurdo si concretizza e questo romanzo, seppur ben scritto, alla fine diventa il detonatore dell'insofferenza del lettore.
Sto esagerando?
Forse sì, ma io sono un po' come Vivian e da un libro io voglio di più, voglio la favola. Voglio innamorarmi dei personaggi, oppure odiarli, o anche tutt'è due. Voglio viverla, sentirmi partecipe degli eventi nel bene o nel male.
Nei libri di Sara Rattaro non c'ho trovato nulla se non un forzato richiamo all'empatia spiccia, quella del popolo televisivo che guarda My shocking story e scuote la testa con il senso di soddisfazione che il pensiero Non è toccato a me può dare.

Tra noi no, non è nato l'amore... 

 

 

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20 settembre 2013 5 20 /09 /settembre /2013 12:05

1236474 10201340685871668 309173039 nLeggere è un po' come mangiare per me: un bisogno insopprimibile, un desiderio, uno sfizio. Andare in libreria è sempre stato un tornare a casa, respirare l'odore della carta e navigare con la mente tra gli scaffali un passatempo delizioso. Vuoi essere la mia libreria del cuore? Ordina tutto per casa editrice.
Sapevatelo.

Ed il fatto che io sia passata al 90% dal libro fisico al digitale, non cambia nulla. Amo andare in libreria, comprare libri e regalarne cercando di indovinare cosa potrebbe piacere al destinatario del dono.
Così con la scusa del compleanno della figlia di una mia amica, mi sono buttata nella letteratura per ragazzi. Lo so che cosa state pensando: "Ma che palle, ha sette anni e le regali un libro!"
Ma per me regalare un libro è regalare un piccolo sogno, uno spazio sospeso nel tempo e nello spazio. E poi ci ho aggiunto due smaltini fluo super tamarri di Kiko, lettori di poca fede. So come farmi amare, io.


Grazie alle commesse sempre gentili e competenti (sì, qualcuna ancora ce n'è) compro due libricini della collana Giunti Junior tra cui "Il paese di Eseap" di Lidia Ravera. Colorati, illustrati ed accattivanti, spero che possano attrarre l'attenzione di una bimba di sette anni attualmente impegnata con orgoglio e tremore nella difficile missione della seconda elementare.

Poi l'occhio mi è caduto sui classici in edizione semplificata, quelli che nella mia gioventù si chiamavano "Classici per ragazzi" e che hanno popolato la mia libreria per tutte le elementari. lo ammetto, non ho resistito: ho comprato "Piccole donne" per la figlia dell'Amoremio.

C'ho pensato tanto, perchè non voglio forzarla e vorrei prendesse la lettura non come un obbligo scolastico, ma come un bellissimo passatempo. Ma il messaggio non è così facile da passare. Quand'era piccola nei pomeriggi freddi leggevo per lei Roald Dahl e lei sghignazzava delle avventure di Charlie, si spaventava davanti al GGG e si indignava degli Sporcelli, ma quando ha iniziato le elementari ed è stata in grado di leggere da sola qualcosa è cambiato: le era diventato faticoso leggere.

Pigrizia? Forse.

Parlando con la commessa e chiedendole un parere, da mamma lei non ha potuto far a meno di evidenziare la stessa problematica: anche sua figlia ha avuto il rigetto da elementari.

"Vuoi mettere leggere Cipì? Veniva sonno a me, figurati a mia figlia!"
Ed in effetti.

Ok, un classico, eh.

Però leggerlo con una bimba di sette anni mi fece pensare all'epoca più ad un esercizio di training autogeno che ad una storia che possa colpire la fantasia.

Così come Gianni Rodari, un mito per me, ma non così adatto ad attrarre l'immaginazione di riottosi ragazzini di terza elementare cresciuti tra Yu Gi Oh e Violetta, che poi scappano via terrorizzati dal mondo della lettura perdendosi veramente una parte di infanzia bellissima e magica.
Così, ci siamo abbandonate ad una serie di riflessioni amare, ma dettate dall'amore per i libri.
 

 

Prima di tutto, l'ovvio: l'Italia è un paese vecchio, muffo, stantia, dove anche i programmi scolastici si adeguano tristemente alla sorte generalizzata dello stivale, manco fosse una barca al naufragio. Vanno bene i classici, massimo rispetto per i classici, ma magari anche non tutto il nuovo è da buttare.

E poi: vista la penuria di lettori mi chiedo se la scuola non sbagli proprio la chiave d'accesso al cervello dei bambini. Da profana non capisco: perché non si può dare come libro da leggere Harry Potter per le vacanze estive ad un bambino di seconda elementare? O qualcosa di Dahl? O di Bianca Pitzorno, per non essere per forza esterofili.

I bambini di oggi sono abituati all'immediatezza, ad assumere storie ed informazioni predigerite in una rincorsa di colori ed app pronte per l'uso. Sanno usare il telecomando meglio di me, ma non conoscono la parola quattrini, ad esempio. Provate a chiedere.
E' vero devono imparare, ma non avrebbe più senso fargli amare quel che devono fare per forza? Magari non sarà possibile per tutti, ma se in una classe di 25 bambini anche solo 5 imparano ad amare la lettura sarebbe già moltissimo.

Ma il problema principale è quello di cui sopra: l'Italia è un paese vecchio, che ragiona sempre sul una volta si stava meglio senza cercare mai di capire la realtà attuale.

 

Questo il mio parere, attendo i vostri da mamme e papà, ma anche da insegnanti.

 

 

 

 

 

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16 settembre 2013 1 16 /09 /settembre /2013 14:11

NZOImmaginate un paese dove non esistono librerie e dove i cittadini non possono confrontarsi liberamente su niente e non possono nemmeno scegliere chi sposare o frequentare, un mondo dove esiste una sola ed unica versione ufficiale della Storia e dove la propaganda è talmente martellante che in ogni casa c’è una radio obbligatoriamente accesa e sempre sintonizzata sul canale di Stato che trasmette 24 ore su 24 i discorsi dell’unico leader politico che esiste, un po’ come se vi obbligassero tutti i giorni a vedere Pomeriggio5. Un vero incubo.

No, non è fantapolitica o un romanzo di fantascienza distopica come sarebbe logico attendersi, ma il presente vissuto e raccontato in prima persona da Adam Johnson nel romanzo Il Signore degli Orfani, vincitore del Premio Pulitzer per la narrativa 2013. 
Nonostante la materia non proprio leggera, era da molto tempo che cercavo un libro così, che mi prendesse e trascinasse con sè. Ed in effetti il libro di Adams è uno di quelli che si divorano e da cui si viene divorati, e che generano in me nel mezzo della lettura vere e proprie ossessioni: potremmo vivere anche noi con un Caro Leader che pensa a tutto? E Kim Jong II non è forse un Berlusconi a cui s’è lasciata sciolta la briglia? Ma anche e soprattutto: possibile sia tutto vero?


Sì, lo è, anche perché trattasi del frutto di una lunga ricerca da parte dell’autore, che prima di iniziare a scrivere ha condotto lunghi studi ed è tra i pochissimi cittadini americani ad essere riuscito ad entrare in Corea del Nord  attraverso un escamotage romanzesco, ma del tutto vero: è riuscito a farsi passare come aiutante di un raccoglitore di mele, riuscendo poi persino ad incontrare il Caro Leader in persona. Una vera assurdità, ma che dimostra l’aberrazione di paesi dove sembra impossibile sorpassare le strettissime maglie di una burocrazia che diventa dittatura. E Johnson racconta proprio tutte le contraddizioni, politiche e burocratiche, della Corea del Nord come di tutti i regimi totalitaristici.


Ma non solo. Il Signore degli Orfani è quello che si potrebbe definire un romanzo classico d’altri tempi, uno di quelli che ti fa venire la nausea mentre lo leggi, ma che alla fine non vorresti mai finire, perché non è soltanto narrativa d’intrattenimento, ma qualcosa che rimane dentro e ti fa crescere di un gradino ancora. Quasi come Anna Karenina, se mi si passa il paragone azzardato con Tolstoj e con le galline di Levin.


Il protagonista del romanzo è Pak Jun Do, figlio del direttore di un orfanotrofio, dove anche lui viene allevato come fosse uno di loro, e di una madre rapita per diventare cantante di regime e divertimento per i potenti della capitale. Il ragazzino cresce nel più rigido degli indottrinamenti dei regimi comunisti, cresce nelle milizie dell’esercito, un perfetto “signor nessuno”, un “uomo qualunque” plasmato per obbedire a qualsiasi ordine nel  “regno eremita” dello stalinismo governato ai tempi del dittatore Kim Jong.

Non è certamente Rambo.

Non ne ha gli strumenti, l'educazione, l'impostazione mentale. La sua rivoluzione è tutta nella testa, nel modo di pensare e di vivere, fino ad un finale che non può essere un happy end.

Inevitabilmente inevitabile.

Come la fine dei regimi.

 

Jun Do diventa così nel tempo un perfetto strumento militare, preso di mira dalle vessazioni dei superiori  e costretto alle prove di più atroce disumanità e disumanizzazione. Nonostante questa spersonalizzazione dell’individuo che fa tremare i polsi al lettore ad ogni pagina, in tutte le sue vicende anche le più violente dal punto di visto della psicologia propagandistica di massa, ci si ritrova a fare il tifo per Jun Do e a confortarsi in lui. Attraverso un umorismo che non riesce ad omologarsi, si intravede la sua salvezza: ubbidisce senza battere ciglio alle regole più ferree, ma il suo annientamento come essere umano è soltanto apparente.

Lui è vivo, è e resta un essere autonomo, senziente e mai davvero domo, nonostante l'indottrinamento feroce e l'annientamento di tutto ciò che si possa definire come personale.
Ma non fraintendetemi, Jun Do non è un eroe, almeno non nel senso politico del termine.
Non rovescia regimi, non anima folle e piazze, non infiamma rivolte.

 

Da leggere, per capire e imparare.

 

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10 settembre 2013 2 10 /09 /settembre /2013 11:19

978-88-541-4792-8.jpgCi sono libri che in genere non leggo, non perché io sia snob ma solo perché ho la certezza che non abbiano la possibilità di piacermi. Questi sono quelli cosiddetti smielati o con titoli che richiamino una impennata improvvisa della glicemia: non fanno per me, gli Harmony e tutti i loro derivati non fanno per me. Sia chiaro, massimo rispetto per chi li legge, ma soprattutto li scrive, ma io anche no.

E lo dico da fervente ammiratrice di Sophie Kinsella, che ritengo una grande ed ironica scrittrice: divertente, mai banale, con una scrittura fluente e amabile, la Kinsella dà lustro ad un genere, la letteratura d’evasione rosa, ingiustamente bistrattato e relegato a letteratura da donnicciole.

Ora, nonostante la mia avversione non ho potuto non seguire la vicenda letteraria dell’estate: la vittoria di Ti prego lasciati odiare di Anna Premoli  del Premio Bancarella. Ora, quando l’ho sentito ho pensato due cose:

-   Forse il titolo e la copertina sono ingannevoli, un po’ come per The eternal sunshine of the spotless mind, tramutato nell’orribile Se mi lasci ti cancello  da un titolista ubriaco e spacciato per una storiella romantica quando invece era ben altro.

-  Forse con Premio Bancarella si intende il best seller delle bancarelle “Tutto a 2 euro” che vendono libri di seconda mano. Che poi non ci trovo mai niente, l’ultimo acquisto che c’ho fatto è stata “La signora delle camelie” quando avevo 12 anni (e non c’erano gli euro, come sono anziana…)

 

Fattostà che la mia perplessità non ha trovato accoliti, e sfogliando l’albo d’oro del Premio Bancarella c’è da chiedersi come mai. O forse no, visto che vi figurano (per dire) Marcello Simoni e Bruno Vespa, seppur accanto a Elisabeth Strout e Donato Carrisi. Per citarne alcuni recenti, chiaramente. A caso. altrimenti ci troverete pure Hemingway, tanto per scomodare un signor Nessuno.

L’unica stroncatura che ho trovato è stata quella di Pippo Russo, capitatami per sbaglio tra le notifiche di Facebook e, ho scoperto poi essere diventata quasi virale.

 

Ma prima di criticare un libro, specialmente di una autrice che non conosco, occorre sempre documentarsi e buttarsi nell’opera incriminata. Potrà mai essere così orribile?  Così indecoroso?

E così l’ho letto.

Tutto.

Giuro.

Anche se il finale proprio no.

 

Ma già a metà rimpiangevo ardentemente gli Harmony che a dodici anni rubavo dalla libreria della zia, dove insopportabili colleghi di lavoro bonazzi convertivano con il calore del proprio corpo animale (per non dire del proprio membro vibrante) la più riottosa delle colleghe zitelle, trasformandola in un agnellino adorante ed implorante.

E invece noia. Moltissima noia. Sembra che un bacio possa scatenare nella protagonista una tempesta ormonale capace di farle uscire un gigantesco brufolo sul naso. Che poi può anche essere, ma lo devi sapere descrivere;  non è che tutti nasciamo Jane Austen. Insomma, per essere un romanzo rosa senza la benché minima ironia è decisamente troppo casto per me.

E non è l’unico problema:

  1. La grammatica. Ragazzi, la grammatica è importante. Non me ne frega nulla se per molti l’italiano è una lingua in evoluzione, se sta involvendo nella mitica forma codificata dagli sms o se il congiuntivo è noioso. Se tu vuoi fare lo scrittore DEVI padroneggiare la lingua italiana e non scrivere “c’è” al posto di “ce”.  E la concordanza dei tempi non può essere una mera opinione, caro mio. Finché si tratta di un libro straniero, si può sempre prendere a male parole il traduttore (molte volte a ragione), ma io che leggo certi strafalcioni in un libro italiano me la devo prendere con la scrittrice o con l’editor?
  2. La storia è davvero senza senso. Non surreale, altrimenti mi sarebbe anche potuta piacere: proprio senza senso. La protagonista dice e fa cose totalmente irragionevoli, incomprensibili ai lettori dotati di intelligenza media e anche a quelli sotto la media. Che poi, la storia è così scema che non ti viene nemmeno voglia di prendere la protagonista a martellate sulla testa quando fa una cavolata. Per non parlare della psicologia dei personaggi, proprio non pervenuta. Specialmente quelli di contorno son tagliati col coltello, senza sfaccettature, senza un briciolo di lavoro sul personaggio
  3. Lo stile: NON CI SIAMO. A volte ho avuto la sensazione di leggere un romanzo scritto da una ragazzina venuta su tra Harmony e chick-lit scadente. Va bene utilizzare uno stile fluido e scorrevole, però un minimo di originalità, un guizzo nella trama, un punto di svolta, una descrizione esaltante… no, niente. Noia. Buio. Si legge in un giorno, sono d’accordo. Perfetto per l’ombrellone, è vero. Ma non è che questi siano complimenti, eh.

 

Non vorrei essere fraintesa: io Anna Premoli non la conosco, è il suo primo libro  che leggo e rischio di diventare come uno di quegli avventori di bar che si sentono tutti allenatori della Nazionale senza aver mai tirato un calcio al pallone. In fondo leggendo la sua storia mi sta anche simpatica, si è autoprodotta il libro in ebook e per questo la stimo; solo dopo è arrivata la Newton e il Premio Bancarella.

Non è certo la classica raccomandata in stile Moccia, né la ragazzina torbida che pubblica romanzetti scollacciati.

 

Però il Premio Bancarella è ridotto davvero male, poraccio…

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26 luglio 2013 5 26 /07 /luglio /2013 08:51

4527328_0.jpgQuando ti scrivono che un libro è "Il giallo dell'estate", i lettori attenti e razionali dovrebebro fare solo una cosa: starne attentamente alla larga.
Ecco, io per mia stessa definizione sono tutto meno che razionale, e quindi mi sono fatta comprare da una copertina accattivante e dal ciangottio generale che definiva questo libro innovativo, entusiasmante e da non perdere.
Mai fidarsi.
 

Il libro adotta la formula (innovativa?) del libro nel libro. Il protagonista, definito con toni macchiettistici sin dall'inizio con l'epiteto adolescenziale de "Il Formidabile" è uno scrittore in cerca dell'ispirazione perduta che si ritrova a dover cercare di scagionare il suo mentore, a sua volta scrittore celeberrimo, da un'infamante accusa di omicidio.

Omicidio odioso, perchè trattasi di una adolescente scomparsa più di trent'anni prima.
 

La storia racconta appunto quest'indagine, la storia d'amore proibito tra Harry (il mentore) e Nora (la scomparsa quindicenne), ed il percorso del protagonista verso l'ispirazione e la scrittura.


Se alcune cose sono meritevoli, altre proprio sembrano pescate dal cesto delle assurdità. Seguendo la regola del prima il peggio, poi il meglio  passerò a stilare la lista di cosa non mi è piaciuto nel romanzo:
- i personaggi hanno lo spessore picologico dei pupazzetti, in particolare le figure di contorno, come la madre del protagonista, il bibliotecario, la signora Quinn, sono tagliati con l'accetta, macchiettistici e assolutamente poco credibili anche in un telefilm amaericano. Figuratevi in un libro.
- In alcuni punti il libro si perde. Non divaga: DERIVA.

- il finale è in assoluto il più grande pasticcio narrativo che mi sia mai capitato di incontrare. Ci credete se vi dico che c'ho capito poco??
- Ho indovinato l'assassino a pagine 120.

 

Ed ora le cose positive, perché se questo libro è stato ed è un piccolo fenomeno editoriale c'avrà anche i suoi motivi. Spero. Insomma, almeno credo:
- E' avvincente, ti "obbliga" a continuare la lettura ad oltranza anche se con un sopracciglio alzato con scetticismo e poca convinzione. Eppure si fa leggere, inutile negarlo.
- I consigli di scrittura di Harry ed il parallelo con la boxe mi è piaciuto.
- La copertina è bella.
- Molto bella.

- Già l'ho detto?

 

Insomma, come al solito il mio consiglio è: aspettate l'edizione economica. Anzi, meglio: cercate l'ebook che vi conviene, è pure gratis.
Ops, non dovevo scriverlo.


Vabbè, ormai è andata.

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24 luglio 2013 3 24 /07 /luglio /2013 09:30

AAAAC6HQjTIAAAAAAQ-zmw.jpgUna mia amica molto cara mi ha regalato un libro, anzi due, di una scrittrice che non conoscevo. Ne diceva meraviglie ed io, che ad un libro non dico mai di no, ho accettato il regalo con entusiasmo e immenso piacere. Che c’è di più bello che dei libri in regalo? Per me nulla, nemmeno un diamante di Tiffany. Se non ci credete, chiedete all’Amoremio che un Natale di diversi anni fa mi regalò un trolley pieno di libri presi direttamente dalla mia wishlist di Anobi. Ditemi voi se non è amore vero questo.

Ma sto divagando, veniamo a noi.

 

Il libro in questione, a prima vista, non mi sembrava male. Il titolo, “Sposati e sii sottomessa”, lo interpretavo come una iperbole dotata di tutta l’ironia del caso, ché io sottomessa non lo ero nemmeno a quattordici anni davanti a mio padre incazzato come un’aquila perché mi aveva beccato ad andare in motorino senza casco con uno.

Poi io Costanza Miriano non l'avevo mai sentita nominare, quindi boh.

Insomma, pensavo fosse un libro dissacrante ed ironico.

SBAGLIAVO.

Almeno fino a pagina 85, limite massimo cui sono giunta domenica scaraventando il libercolo contro l’ombrellone e generando il panico tra  i bagnanti che passavano nelle vicinanze.

Perché? Per la serie di assurdi luoghi comuni sputati con quella punta di prosopopea che in bocca ai cattolici non guasta mai, nonché per il condimento a base di morale cattolica con cui sono infarciti.

Tuttavia, per amore della mia amica a cui i libri di questa signora son piaciuti così tanto, avevo deciso di continuare a leggere il libro. Magari, mi son detta, migliora.

Poi, stamattina, uno dei miei contatti di Facebook fa rimbalzare questo link in cui la Miriano, da buona cattolica, esprime tutto il meglio di sé.

Ma andiamo per gradi.

 

Il libro “Sposati e sii sottomessa” non parla di sottomissione in senso letterale, ma di quell’attitudine che dovrebbero avere le donne a donarsi al proprio uomo, ad essere concilianti, invita le donne a , citandola “riappropriarsi della loro vocazione all’accoglienza della vita, quella che viene dal loro essere morbide, capaci di ricucire i rapporti, di fare spazio, di intessere relazioni, di tirare fuori da tutti il meglio. Che mettano questo loro genio femminile in cima alle priorità. Non c’entra niente con il trovare un marito ricco da (fingere di ) sopportare in cambio di sicurezza economica. C’entra invece con la lealtà, la dedizione, la dolcezza.”

Bellino. Non lo condivido affatto, ma fin qui posso capire. Anche se io credo che il discorso valga in una coppia solo ed esclusivamente a condizione di reciprocità.

Poi Costanza si butta nella beatificazione del matrimonio come istituzione e qui mi è salito il sangue al cervello.

Ma esternando il fatto che “Le donne che non vogliono avere figli sono incomplete ed immature” e che “Il sesso non votato alla procreazione è meno appagante” non c’ho visto più.
Ma è stato l'affermare da parte della Miriano che le discriminazioni sulle donne in ambito lavorativo non esistono ("Non più che per gli uomini!") a farmi capire che vive in un mondo tutto suo fatto di MioMiniPony.
Problemi suoi; in fondo io vorrei vivere in una puntata di Gilmore Gilrs.

 

Ora, se leggete il mio blog mi conoscete, ma in caso contrario faccio un ripasso veloce.

Nel corso del tempo ho espresso il mio parere a favore dello ius soli, dei matrimoni gay ma anche delle adozioni, sentendomi tuttavia libera di non volermi sposare, contro la Chiesa intesa come apparato clericale con potere temporale, ed in genere a favore del libero pensiero.

Non condividete? Se siete persone civili e non offendete nessuno, ne possiamo (nei limiti) parlare, sennò la porta è in fondo a sinistra.

No, non a destra. Quello è il bagno. E stamattina non mi ricordo se ho passato la pezza, quindi non vi conviene.

 

L’unico mio dubbio, che proverò a chiarire il prima possibile, è perché una amica che mi conosce così bene mi abbia così caldamente raccomandato e sia arrivata a regalarmi una siffatta mercanzia. Forse cerca di stimolarmi al dialogo? Vuole aprire la mia mente all’analisi critica? O, più semplicemente, c’ha visto cose che io non riesco a vedere, magari troppo frenata dall’idea che mi sono fatta sulla scrittrice. Sono snob, a volte mi succede. Con Moccia, ad esempio.

 

La  verità è che la sig.ra Miriano, nonostante si faccia uno scudo con la sua facile ironia buonista,  mi ricorda sin troppo da vicino quelle beghine in nero del mio paese che sgranano il rosario a mente in chiesa tutti i giovedì (e tutti i giorni a maggio, che è il mese mariano, si sa) che vedono assurgere poi i propri figli all’onore delle cronache perché hanno dato fuoco ad un barbone. Spinti dalla catechesi materna, ovviamente, che gli insegna a predicare bene e a badare moltissimo alle apparenze, ma a fregarsene della sostanza dei fatti.  

No, non dite che non è così, per favore.

Moltissimi dei miei conoscenti o amici che si professano cristiani praticanti sono proprio quelli che ragionano come lei, che rispedirebbero tutti gli immigrati fino alla terza generazione a casa con la barca e che pensano che essere gay sia una malattia generata dal buco nell’azoto.

Anzi che i gay siano una lobby culturale che travia la nostra società e vuole crearsi privilegi a spese della collettività.

In fondo lo dice anche Elio, sarà vero.

E poi, se esiste l’omofobia e va tutelata, vogliamo dimenticare la grassofobia? E la quattrocchifobia?  Insomma, a scuola venivo presa in giro perché secchiona, non merito tutela?

 

Belle persone, sì.

Sono gli stessi che quando sono andata a convivere con un uomo divorziato e padre di una bambina mi hanno tolto il saluto, perché sono peccatrice e brucerò all’inferno.

Alla faccia della misericordia cattolica.

Tanto basta confessarsi e tutto viene cancellato, no? Lo insegnano anche al catechismo ai bambini di otto anni, volete che non sia vero?

Basta crederci, non occorre nemmeno pentirsi.

Un po’ come quei corsi all’Università con l’obbligo di frequenza perché il professore si ritiene l’unico depositario dello scibile umano ed all’esame va a finire che ti fa domande solo sulle sue idee.

 

Ora, resta un problemino: che ci faccio con questi libri?

Bruciarli non potrei, regalarli e dargli diffusione nemmeno.

Lasciarli nella libreria non saprei, ho paura che Jane Austen si risenta e che metta su insieme a Houellebecq e Tolstoj una rivolta, aiutati da Sophie Kinsella e Elif Shafak.

 

 

Che mi consigliate?

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4 luglio 2013 4 04 /07 /luglio /2013 17:38

Paola-Mastrocola-non-so-niente-di-te.jpgDi recente ho letto un libro molto interessante, “Non so niente di te” di Paola Mastrocola.

Un libro delicato, che tratta il rapporto genitori/figli non dal lato della conflittualità generazionale, ma dall’opposto. Il libro parla di Filippo detto Fil, ragazzo della buona borghesia, sempre bravo, buono, gentile e geniale a scuola. Un figlio modello, quello che tutti vorrebbero, che segue la strada spianata per lui dai genitori. Ma è quello che vuole? E soprattutto, i genitori, la zia, la sorella, conoscono davvero Fil?

Il libro è delicatamente surreale, ma porta a riflettere sulle aspettative, spesso asfissianti, che i genitori riversano, involontariamente perlopiù, sui figli. Figli spesso troppo  buoni ed educati per urlare forte il loro no ed entrare in conflitto, che spesso finiscono in gabbie che non avrebbero mai desiderato. Oppure, come Fil, trovano un’altra strada, nonostante tutto e tutti. Non una strada sbagliata, solo diversa, più adatta ai propri bisogni, più vera.

L’interessante sottotitolo di questo libro è “Qualcuno ha la vita che vorrebbe?”. A quest’inquietante domanda mi ha accompagnato nella lettura del libro della Mastrocola, che si dipana con leggerezza e col sorriso, ma toccando temi tutt’altro che semplici.

Conosciamo davvero le persone che amiamo?

O conosciamo ciò che ci lasciano vedere di loro?

 

Un altro spunto su cui riflettere me lo ha dato l’incontro nel libro della madre di Fil, alla ricerca di chi sia davvero suo figlio, e la maestra delle elementari del figlio. Da quest’incontro lei scopre attonita che suo figlio è sempre stato un bambino timido, mentre lei lo faceva estroverso e compagnone. Davanti al suo shock la maestra, che non capisce, le dice: “Ma stia tranquilla, signora, che non c’è nulla di male ad essere timidi a quell’età. Vuol dire che il bambino non ha ancora trovato la strada per spiegare il suo mondo interiore, ma prima o poi ci riescono tutti.”

Ecco, io mi son fermata.

Da bambina ero timida, specie coi coetanei, di una timidezza sciocca e feroce. Non li capivo, loro non mi capivano. E finivamo a tirarci i Lego in testa, il più delle volte. Ed ho pensato che è vero, è proprio così. Non era paura di un giudizio, ritrosia o un istintivo sospetto. No, non ci capivamo proprio. Non riuscivo ad esprimermi, a raccontare il mondo fatato della mia immaginazione che viveva in un angolo lì, abbandonata e preponderante. E poi? Poi ho imparato a leggere e, soprattutto, a scrivere. E tutto è cambiato.

 

Leggetelo questo libro, anche se non è un libro perfetto. Anzi, di difetti ne ha tanti, primo fra tutti una storia forse un po’ zoppicante e surreale, ma è facile dimenticarsene lungo il cammino.

E’ un libro pieno di spunti personali, che porta a riflettere e guardarsi dentro.

 

E mica è poco…

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9 aprile 2013 2 09 /04 /aprile /2013 08:28

images-copia-1.jpgUna mia cara amica me l'aveva detto: non guardalo, ti farà star male da cani.

Ma non è bello? Ho chiesto io con candore.

Molto, sì. Ma tu non guardarlo, che sennò mi finisci in depressione.

Ovviamente non l'ho ascoltata, ed ho scoperto così troppo tardi che aveva pienamente ragione.

 

Ma io sono coriacea e così sono andata dritta per la mia strada d ho costretto alla visione di “Amour” anche l'Amoremio. C'è da dire che tra le mie molte fortune c'è anche quella di non avere un compagno rompiballe in tema di cinema, anzi. Considerando che ha adorato “The tree of life”, con lui proponendo un mappazzone vado sempre sul sicuro.
“Amour” però ci ha spiazzato.

 

Tredicesima opera del regista austriaco Michel Haneke, “Amour” è il vincitore della Palma d'oro al 65° Fetival del cinema di Cannes. Racconta la storia di Georges (Jean Louis Trintignant) e Anne (Emmanuelle Riva), due ottantenni ex maestri di musica che si incamminano verso una vecchiaia serena, nonostante qualche reciproca ruvidità, quando una prima paralisi e poi una seconda tolgono mobilità e fin quasi la parola alla donna. Inizia così una specie di calvario che lo spettatore sa già come finirà e che Haneke racconta con uno sguardo da studioso dei sentimenti, che lascia poco spazio all'immaginazione e soffoca lo spettatore con una angoscia che rimane anche dopo la visione del film. Bellissima la fotografia, che alterna sprazzi inaspettati di colore in ambienti grigi che sembrano non avere più nulla da dire.

Il regista racconta senza compiacimento i momenti di svolta narrativa come le prove più strazianti che la coppia subisce, fino all'inevitabile epilogo. I protagonisti, magistrali ed intensi, scioccano il pubblico per la loro nudità interiore, lasciando un senso di impotenza nello spettatore.

 

L'ho detto che mi ha sconvolto, vero?

 

Alla fine del film io e l'Amoremio siamo rimasti in silenzio. Io, personalmente, mi sentivo senza nulla di intelligente da dire, svuotata del senso della routine quotidana.

Non mi lasciare mai, tantomeno così.” mi ha detto lui.

Nemmeno tu” ho risposto io di rimando.

E sono andata a fare una tisana al finocchio, ché mi pareva adatta.

 

Amour” è, appunto, un film sull'amore. Non un film sull'eutanasia, sulla vecchiaia, sull'egoismo dei figli. E' un film sull'amore totale, asfissiante, senza negoziazioni e sensi di colpa.

Un amore che lotta contro il disfacimento del corpo umano, contro la mancanza di dignità della malattia, contro il tempo stesso che passa inesorabile.

 

Guardatelo, è bellissimo.

Ma poi dietro guardetevi un film idiota (noi abbiamo visto questo), che vi faccia ridere e vi riporti al cinismo ed all'ironia che sono indispensabili per vivere sereni.

 

Altrimenti non se ne esce, eh...

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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