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25 aprile 2017 2 25 /04 /aprile /2017 11:33

Alle scuole medie come lingua straniera mi toccò il francese ed una professoressa madrelingua severa ed esigente, con la rrrr tipica della sua lingua che le costò subito il soprannome di La Ranocchia.
Ma la professoressa era una tosta, ed impose subito la legge del terrore, imponendo l'obbligo della lingua francese all'interno delle sue ore pena il versamento di cento lire per ogni parola in italiano da versare nell'apposito obolo.
Di lei mi ricordo molte cose, nonostante siano passati trent'anni (trent'anni... 30... SPAVENTO!?). Prima di tutto la lingua francese, poi le paginate di verbi irregolari da riempire e la cena di fine corso fatta con l'obolo maledetto.
E poi i ritagli di giornale che ci portava.
In uno si parlava di Jean-Marie Le Pen e del Fronte National. Stavamo parlando del sistema elettorale francese e del funzionamento del suo sistema democratico, e senza peli sulla lingua la professoressa apostrofò Le Pen come un male per la sua nazione, un poveraccio astioso e cieco, un fascista. Erano altri tempi, tempi in cui un professore non aveva paura di parlare di politica ai suoi alunni.
Lo sbeffeggiò, dandogli altri cinque anni di popolarità e poi l'oblio.
Era il 1988.
Ecco.

 

 

Quasi trent'anni sono passati, e fanno paura.
Ma quello che fa più paura è la figlia dello sbeffeggiato, Marine Le Pen, che prende il 21,42% alle presidenziali francesi. Quello che fa paura è quel quinto della popolazione francese che l'ha votata, che ha scelto l'odio e la paura.
Quel che fa paura è che accade in tutta Europa.
In tutto il mondo.
Quel che fa paura è la morte della speranza.
La mia professoressa, così severa ed aperta allo stesso tempo, si sbagliava. Chissà dov'è oggi, vorrei chiederle che ne pensa, se vota Macron o anche lei con la vecchiaia si è arresa.

Buona liberazione, se ci credete.
Buona liberazione, se avete ancora voglia di lottare.

Io mica mollo, eh.
 

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24 luglio 2015 5 24 /07 /luglio /2015 08:00

Spesso di un viaggio, di un amico, di una persona cara ci restano solo le foto.
Scattate per caso, magari. A volte in una posa buffa o con una espressione idiota ma che resta lì, impressa in un attimo che non passa più.
Sono importanti, le foto, e forse per questo i ragazzini non possono far a meno di farsi i selfie e metterli in rete, quasi fossero una prova della propria esistenza, un ci sono forzato ed ineluttabile.


La foto di sopra racconta la storia di ragazzi che vogliono aiutare altri ragazzi, in partenza per Kobane, città curda siriana che resiste allo stato islamico dell’Isis, dove avrebbero voluto costruire una biblioteca, ripiantare un bosco, mettere in piedi un campo giochi. Volevano partire per aiutare gli abitanti di una cittadina martoriata da mesi di lotta assurda.
Ragazzi con un sogno, un’ideale: aiutare chi resiste all'arrivo del Medioevo. 
Partivano da Suruç con la speranzo di aiutare il prossimo.
Speranza spazzata via da un altro adolescente di vent'anni che si fa saltare in aria in mezzo a loro.

 

La ragazza della foto sotto, invece, era Arin Mirkin, morta il 5 ottobre scorso negli scontri contro i miliziani dell’Isis.
Arin era una giovane e bella ragazza curda con gli occhi verdi, madre di due figli, comandante di un'unità femminile di combattenti capace di uccidere in battaglia 15 jihadisti e di distruggere un blindato in battaglia. Arin si è fatta saltare in aria avendo ormai finito le munizioni pur di difendere la sua città, Kobane e di non cadere prigioniera del nemico. Una giovane donna che ha lottato contro un nemico cieco, l’Isis, che vuole imporre la sharia a tutto il mondo, che vede nella diversità il male, che butta armi chimiche contro i curdi siriani ed iracheni che non vogliono piegarsi. Un califfato fantasma, senza testa apparente, che applica il Corano in un modo che, se potesse, Maometto verrebbe diretto giù dal paradiso a prenderli a schiaffi.

O forse, come sempre, la religione è solo la scusa per il potere.
Arin è morta per le sue figlie, per il suo popolo, lottando.
I ragazzi di Suruç sono morti per cercare di cambiare il mondo.

 

Spero che mia figlia da grande somigli loro almeno un po’.

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7 maggio 2015 4 07 /05 /maggio /2015 10:00

Vorrei fare una premessa abbastanza doverosa: io di politica made in USA non capisco nulla, e quel poco che so mi è stato spiegato da Frank Underwood
Ma vista l'aridità di contenuti e di prospettive della nostra politica nazionale, non mi resta altro che rivolgere lo sguardo verso l'altro lato del mondo, sperando che ci sia un po' di luce e che ci si possa trovare non dico conforto, ma almeno ispirazione.
Nel 2016 ci saranno le presidenziali negli USA e già i coltelli si vanno affilando in entrambi gli schieramenti. 
Tra i democratici impossibile non segnalare il ritorno di Hillary Clinton sulla ribalta politica, dopo i suoi due mandati come Presid... ah, no. Quello (dicono) fosse il marito. Ex first lady (per molti burattinaia del marito belloccio, ma tant'è), ex segretario di Stato, la Lillary, come la chiamava mia nonna che ne apprezzava il coraggio di donna cornuta, sembra avere tutte le corte in regola per sbaragliare le primarie e approdare alla Casa Bianca.

Dall'altro lato della barricata tra i repubblicani, a parte il figlio e fratello di Jeb Bush (che francamente io anche no), salta all'occhio un candidato: il carismatico Marco Rubio, poco più che quarantenne Governatore della Florida di chiare origine cubane. 
La sua biografia racconta dei suoi genitori scappati alla dittatura castrista (anche se già è uscito fuori che invece son arrivati col gommone tre anni prima) e di una grande fede cattolica (ma anche qui la campagna è già iniziata). Non sto qui a parlare del suo programma, né del perchè i giornali lo abbiano già ribattezzato "l'Obama di destra". Non ho i mezzi, la competenza e le conoscenze d politica internazionale per farlo.

Quel che vorrei evidenziare è la sua provenienza. I suoi genitori sono entrati negli USA come immigrati solo poco prima che lui nascesse e lui, nato americano, ora è governatore della Florida ed in lizza per diventare il prossimo Presidente degli USA.
In pratica, il sogno di ogni bambino in uno stato come si deve. Cosa vuoi fare da grande? Il Presidente. Qui da noi ancora i bambini lo sognano? O il calciatore e la velina hanno  la meglio?
Il fatto che il figlio di immigrati possa diventare con questa naturalezza un politico di successo, un uomo d'affari affermato o anche solo un poliziotto o un pompiere negli Stati Uniti non fa notizia, è una cosa talmente quotidiana da non essere mentalizzata.
Negli USA lo ius soli permette a un bambino di sognare di diventare, da grande, Presidente degli Stati Uniti. Ma anche di sognare di diventare ciò che vuole in generale, lottando e faticando è chiaro. Ma ha una possibilità.

In Italia un ragazzino che non ha la cittadinanza cosa può sognare? Va a scuola con gli altri bambini, ma non è come loro. Ha un bollino addosso che lo rende diverso ed incapace di fare quello che fanno gli altri (non ci credete? Informatevi, pecore!) e per quanto possa assere dotato ed intelligente è probabile che alla fine passerà i suoi giorni a penzolare in fondo alla catena evolutiva. Non pèer sua scelta. Perché, in fondo, è così che funziona. 

Gli USA sono un grande paese anche per questo, IMO, per aver nel tempo saputo generare il cd. sogno americano nella mente dei suoi stessi cittadini. Per l'orgoglio verso una nazione, nel bene o nel male, per la speranza. 

Poi, sia chiaro, pure negli USA c'hanno i loro bei problemini, non ultimo i fatti di Baltimora e compagnia cantante. E anche molto peggio, non lo metto in dubbio.

 

Ma vive la speranza, e di questi tempi è forse poco?
 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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