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3 settembre 2015 4 03 /09 /settembre /2015 14:00

Mia nonna paterna non era una donna particolarmente buona, né particolarmente volta istruita. Era il riflesso della società rurale in cui era cresciuta, ha accresciuto i suoi figli in modo anche duro a volte, senza le coccole e la comprensione che i genitori di oggi si sentono in dovere di largire alla loro prole. Anche con nipoti non è mai stata la cara nonnina, ma anzi veniva apostrofata con i peggiori epiteti dai suoi quattro nipoti.
Non era colpa sua, oggi lo capisco. Era figlia di un mondo spicciolo, dove la sopravvivenza era legata alla quotidiana lotta con il mondo circostante, specie per le donne. Un mondo più crudo, dove la verità spicciola e contadina potevi trovarla nella tasca del grembiule.

Mia nonna però nonostante non fosse la nonna perfetta, una cosa me la comunque insegnata: la compassione.  Tutte le volte che sulla porta della sua casa di campagna compariva un venditore ambulante mia nonna sbuffava e sbatteva, inneggiando alla voglia di fregare soldi che i venditori ambulanti portano con sé. Poi il più delle volte, specie se il venditore ambulante allargava il proprio viso in un sorriso o si faceva scappare una battuta o un complimento vago, mia nonna abbassava le braccia lungo il corpo e con un sospiro lo invitava a pranzo o gli offriva un pezzo di pane e formaggio, e se era estate la possibilità di rinfrescarsi al pozzo dell'orto.

Non era perfetta mia nonna, non era nemmeno buona, ma aveva visto la fame, l'aveva sofferta insieme alla guerra che stringe lo stomaco e se la ricordava bene. Forse la vedeva riflessa negli occhi di chi le si parava davanti vendendole una carabattola, e il ricordo le smuoveva qualcosa dentro, non lo so. Non solo la fame e la guerra, credo, ma anche il duro lavoro nei campi, la fatica fisica ripagata poi dal ghigno del padrone che non è mai sazio. 
Un mondo diverso, che non esiste più ma che tornava a vivere nei suoi ricordi.
Fattostà che lo  faceva non come un vanto, ma come lo scorrere naturale delle cose. Non credo la facesse sentire più buona o più cattolica, ma che le placasse un moto interiore questo sì.

Mi è tornata in mente la mia nonna paterna l'altro giorno, quando ad una sagra paesana con mia sorella siamo andate a comprare porcherie dolci in quei baracchini che vendono caramelle gommose e arachidi. Accanto a noi due bimbi di crca sei/sette anni di colore, con quella magrezza tipica di chi ha una conformazione fisica da corridore e con la faccia spalmata contro il vetro, abbacinati dai colori vividi delle caramelle gommose. 
Il venditore, novello Mangiafuoco, soppesava attentissimo e con grande impegno col bilancino la giusta contropartita in caramelle dei 70 centesimi che i bambini gli avvevano allungato speranzosi.
Ci siamo così disgustate che ce ne siamo andate. 

No, ma il problema non è solo "Aiutiamoli a casa loro" o altre manfrine propagandistiche simili. Io mi preoccupo di che diavolo di paese siamo diventati, seduto ed accomodato in un finto benessere che pensiamo solo a tenerci stretti. 
Che fa dire che le 71 persone morte soffocate in un TIR sono frutto solo della propaganda buonista e sinistroide. 


Con tanti saluti all'empatia tra esseri umani.

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1 settembre 2015 2 01 /09 /settembre /2015 09:00

Rientro dalle ferie.
Shock globale.
Ufficio (composto di sole donne) in silenzio.
Solo tic tac svogliati sulla tastiera.
Amarezza.
Molta amarezza.

 

- Se rinasco, giuro che rinasco prostituta.
- Ma che dici!?!?
- Sì, sì. Ma mica una battona sfruttata, che pensi? Una di quelle d’élite, che si fanno mantenere nel lusso e non muovono un bicchiere in casa. Servite e riverite.
- Ho capito, ma ti devi incontrare bene, eh.
- Mi trovo un omino. Anziano. E mi faccio intestare tutto, ecco.
- Io invece se rinasco, voglio rinascere lesbica. Mi sono rotta dei maschi.
- Sbagli, non cambierebbe nulla. 
- Tanto alla fine una relazione è una relazione.
- Dici?
- Eh.
- Allora meglio rinascere maschio. Vuoi mettere?
- Sìììì!
- Guadagnerei sicuramente di più.
- Non come a fare la prostituta, però.
- Effettivamente.
- Eh.
- Già.
- ...
- ...
-  Io invece voglio rinascere ibrida.
- …         
- …
- …
- Caffè?
- Sì, dai.
- Andiamo.
- Meglio.
- Sì, sì.

 

E bentornati (a chi è stato in ferie).

 

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7 agosto 2015 5 07 /08 /agosto /2015 14:00

Avrei voluto scrivere un post parlando di quella gente che si fa schermo dei social per scrivere cose orrende e sostenere tesi ed idee che non avrebbe mai il coraggio di sostenere apertamente in pubblico senza vergognarsi come un ladro.

Avrei voluto scrivere di amene signore di mezza età dedite a nipoti che grazie ai social si trasformano in arrabbiate megeret rita-immigrati.

Avrei voluto scrivere del mio stato d'animo, che mi porta a sentirmi sola sopra uno scoglio con tutto il mare intorno e con la sensazione di aver passato la vita ad inseguire gente che in realtà non è interessata a te più di quanto tu non lo sia alla fisica quantistica.

Avrei voluto scrivere del mio disturbo alla tiroide che mi porta insonnia, sbalzi d'umore e sbalzi di temperatura incontrollati, rendendomi una brutta persona più di quanto la natura abbia già fatto.

Avrei voluto scrivere una recensione de "Il deserto dei tartari", libro bellissimo appena finito e colpevolmente mancante tra le mie letture. avrei voluto raccontravi del modo di scrivere di Dino Buzzati, del suo leggere l'animo umano in maniera universale, della paura del tempo che fugge, di Giovanni Drogo e della Fortezza che ci costruiamo intorno tutti quanti.

Avrei voluto scrivere un post intelligente, ironico, divertente, di quelli che rimangono nella storia e dopo anni, se li ritiri fuori, ti piacciono ancora.

Avrei voluto, sì.
Ma ogni volta che ho provato a buttar giù un'idea lei, la gnocca, arrivava come un treno in corsa davanti alla mia scrivania con la sua fila di denti in bella mostra, le fossette cicciotte e quell'espressione che la rende così somigliante a mia sorella dipinta in viso. Mi guarda ed allunga la mano e cerca la mia, in un invito più che esplicito ad andare a giocare e ballare con lei.


Come rifiutare?

 

 

 

 

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3 agosto 2015 1 03 /08 /agosto /2015 09:00

Festa del paese, grande attività mondana, possibilità di scampare alla canicola estiva grazie alla brezza del lungolago.
E poi, via, si mangia anche bene. 

Grande mondanità, dicevo, escono fuori da sotto i sassi anche persone che non vedevi da mesi (tipo noi, insomma, blindati in casa dal sonno della gnocca irremovibilmente fisso alle ore 21:15).

Ed immancabilmente si incontrano i bambini che sono compagni di asilo nido della gnocca. 

Bambino 1
Bimbo dolcissimo, quest'anno andrà alla materna quindi più grande e affascinante, occhioni grandi, la guarda e sorride.
"Emma!!"
Lei, ritrosa come Baby George, si gira dall'altra parte simulando anonimato.
Lui coglie dal prato dove si svolge la festa una margherita e col sorriso gliela porge.
Lei lo guarda come se avesse pestato una cacca, dà una manata al fiore facendolo cadere per terra e va per la sua strada lasciandolo lì, solo.

Bambino 2
Altro bel bambino, mangia a tavola coi genitori tutto allegro. Nello specifico mangia delle poche salubri papatine fritte, tipo cibo da sagra.
"Emma!!!"
Lei fa la ritrosa, si giuarda la punta delle scarpe come se fossero la cosa più interessante. 
Lui, con sorriso charmant le si avvicina e le porge il piatto delle patatine. Lei guarda il piatto e si scioglie in un sorriso tutto denti e fossette. 
Lui ride, lei ride... dopodichè lei afferra con la mano l'ottanta per cento delle patatine nel piatto, lo guarda dritto in faccia, gira sui tacchi e se ne va per conto suo.

 

Giuro, io non la conosco...

 

 

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30 luglio 2015 4 30 /07 /luglio /2015 09:00

Sin da bambina sono sempre stata considerata complicata. Non mi piaceva giocare con gli altri bambini (a meno che non potessi dirigere tutto io), inventavo storie per me e le mie bambole giocando da sola per pomeriggi interi, mi piaceva costruire il mondo come volevo che fosse, eliminando tutto quello che non andava.

Facevo finta che fosse sempre tutto perfetto, senza urla, litigate o problemi da risolvere. Senza malattie a portarsi via la mente di mio nonno. No, non era vero. Il mondo era bello, io lo sapevo, e me lo sarei costruita come volevo.

Gli anni sono passati, la bambina timida e solitaria si è trasformata in una donna che troppo spesso cerca di affermare la sua personalità, anche con mezzi poco canonici.

Ma certi giorni, no.
Certi giorni è troppo faticoso.
E' troppo e basta.
Certi giorni mi sembra di esser caduta in un buco nero fatto di terra argillosa. E mi arrampico, mi graffio, ma non riesco ad uscirne nemmeno applicandomi al massimo e mi sale l'ansia, mentre le pareti mi si sbriciolano intorno.

Certi giorni mi sento all'angolo, inchiodata con i piedi al pavimento. 

C'è stato un giorno, lo ricordo bene, un giorno in cui mi son detta: "La mia vita è perfetta, non posso desiderare di più". E poi niente, l'attimo è passato e io sono rimasta qui a guardare il mondo che corre velocissimo. 

Domani magari sarà un giorno migliore. Sì, certo, lo cantava Cremonini, ma non so se nemmeno lui c'ha mai creduto veramente. Magari sì.

Magari è vero.

Magari domani smetto di vedere tutto nero.

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27 luglio 2015 1 27 /07 /luglio /2015 09:00

Qualche giorno fa sui social è comparsa l’immagine che trovate a sinistra. Come molte immagini, anzi solo come quelle più belle, racconta una storia. La sua storia è quella di una bimba di un campo profughi di Feldkirchen ander Donau, in Austria, che gioca con l’acqua che i pompieri dei vigili del fuoco della città stanno spruzzando su di loro per gioco, per vincere la calura improvvisa che sconvolge anche l’Austria.
Un’immagine bella, un sorriso che regala speranza anche dove di speranza se ne trova poca. Vivere in un campo profughi, in Austria o in Libano, non è comunque divertente, sentirsi inchiodato in una realtà non propria, senza una lingua comune, scaraventati lontano da tutto quello che conoscevano prima e che, molto probabilmente, non esiste nemmeno più.

Una bella immagine, un gesto felice e semplice sia per i pompieri che l’hanno compiuto che per i bambini, liberi per un giorno di giocare e di sentirsi come i loro coetanei.

Mi direte: “Ok, e quindi?

E quindi sui social è scattata la cattiveria umana, spesso nascosta da nickname e da finti acronimi. Come? Non ho fatto gli screenshot per decenza (e anche mancata voglia, lo ammetto), ma ve li riporto integralmente, spero vi fiderete.
Che possa il mio disgusto essere il vostro.

“Bella foto, ma poi diventano grandi ed entrano nelle case a rubare”
“Ci dovrebbero spruzzare un po’ d’arsenico insieme all’acqua, allora sì!”
“Pensate anche ai pensionati”
“Siete buonisti del cazzo”
“Vi meritate che vi stuprino tutte, puttane comuniste che non capite niente"
“Ora mettete mi piace, ma quando vi verranno a rubare in casa che farete?”
“E ai disoccupati italiani chi li rinfresca?”
“Tanto l’acqua non la pagano loro”
“Questa ride, mentre tanti italiani non c’hanno più un cazzo da ride”

 

Ma la più bella è: “E i pompieri quando ci vanno a rinfrescare i vecchi del centro anziani?” Mi sono trovata a dover rispondere: “Spero mai, perché se agli anziani gli spruzzi l’acqua con la pompa mentre passano col deambulatore magari gli rompi un femore. Non è meglio un ventilatore?”

E via andando.

Ora, posso dirlo che non ce la faccio più?
Posso dirlo che la mia fiducia nell’umanità vacilla? Che ci meritiamo l’estinzione, l’eruzione di un vulcano, una brutta morte?
No, sta brutto. Non siete convinti? E allora beccatevi questa. Bello vedere un che mette nella sua foto del profilo un bambino scrivere che se una bimba siriana muore perché le hanno buttato l’insulina è una in meno da mantenere?

Basta.
Voglio diventare un gatto.
Un cane.
Un pappagallino.
No, un pappagallino no, che puzzano.

 

Azz… sono diventata razzista pure io! 

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24 luglio 2015 5 24 /07 /luglio /2015 08:00

Spesso di un viaggio, di un amico, di una persona cara ci restano solo le foto.
Scattate per caso, magari. A volte in una posa buffa o con una espressione idiota ma che resta lì, impressa in un attimo che non passa più.
Sono importanti, le foto, e forse per questo i ragazzini non possono far a meno di farsi i selfie e metterli in rete, quasi fossero una prova della propria esistenza, un ci sono forzato ed ineluttabile.


La foto di sopra racconta la storia di ragazzi che vogliono aiutare altri ragazzi, in partenza per Kobane, città curda siriana che resiste allo stato islamico dell’Isis, dove avrebbero voluto costruire una biblioteca, ripiantare un bosco, mettere in piedi un campo giochi. Volevano partire per aiutare gli abitanti di una cittadina martoriata da mesi di lotta assurda.
Ragazzi con un sogno, un’ideale: aiutare chi resiste all'arrivo del Medioevo. 
Partivano da Suruç con la speranzo di aiutare il prossimo.
Speranza spazzata via da un altro adolescente di vent'anni che si fa saltare in aria in mezzo a loro.

 

La ragazza della foto sotto, invece, era Arin Mirkin, morta il 5 ottobre scorso negli scontri contro i miliziani dell’Isis.
Arin era una giovane e bella ragazza curda con gli occhi verdi, madre di due figli, comandante di un'unità femminile di combattenti capace di uccidere in battaglia 15 jihadisti e di distruggere un blindato in battaglia. Arin si è fatta saltare in aria avendo ormai finito le munizioni pur di difendere la sua città, Kobane e di non cadere prigioniera del nemico. Una giovane donna che ha lottato contro un nemico cieco, l’Isis, che vuole imporre la sharia a tutto il mondo, che vede nella diversità il male, che butta armi chimiche contro i curdi siriani ed iracheni che non vogliono piegarsi. Un califfato fantasma, senza testa apparente, che applica il Corano in un modo che, se potesse, Maometto verrebbe diretto giù dal paradiso a prenderli a schiaffi.

O forse, come sempre, la religione è solo la scusa per il potere.
Arin è morta per le sue figlie, per il suo popolo, lottando.
I ragazzi di Suruç sono morti per cercare di cambiare il mondo.

 

Spero che mia figlia da grande somigli loro almeno un po’.

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22 luglio 2015 3 22 /07 /luglio /2015 14:00

C’era una volta una pecorella un po’ distratta che, in una notte piena di stelle, perde il sentiero e si smarrisce nel bosco. Intorno, il buio fa paura, la pecorella è spaventata e si sente persa. Finché qualcosa si accende, rischiarando il cuore di improvviso sollievo: sono gli occhi belli e pieni sogni di un lupo bambino grazie al quale il tempo deserto della notte si fa caldo di compagnia.”

Questa è la tremenda sinossi di un libro bandito dalle scuole materne e dai nidi di Venezia (E, Miodddddio, mi auguro presto da quelle di tutta Italia, signora mia!) e che, secondo l’esimia esperienza del nuovo sindaco Brugnaro lede le menti di poveri bambini indifesi e li fa diventare certamente omosessuali.

E non è l'unico libro che è stato eliminato, grazie al cielo, signora mia!

Che ne dite dell'orrido Piccolo Uovo, che racconta di un uovo che sta per schiudersi, ma non sa ancora quale sarà la sua famiglia. Gira quindi il mondo per conoscere tutte le possibili realtà lasciandoci, alla fine del libro, con la curiosità di scoprire come sarà, al momento della nascita, la sua famiglia. Tra l'altro con le illustrazioni di Altan, che adoro.

Questi e altri 48 libri sono finiti nella lista di epurazione del sindaco di Venezia, che ha pensato bene di compiere questo come prioritario atto dovuto da primo cittadino. Non eliminare i passaggi delle grandi navi che devastano Venezia a benefici dei turisti villici. No, no.

Eliminiamo libri alla scuola per l’infanzia. Poi verranno le elementari, le medie e le superiori? A quando il rogo?

Cos’hanno di scandaloso questi libri? Parlano di omosessualità? Di sesso? Ci sono scene di nudo? Cosa? Cosa?

No, parlano di amicizia, accoglienza, ascolto. Stimolano la capacità di relazionarsi con gli altri e di comprendere gli adulti, la profondità dell’amicizia, la diversità, il coraggio, la capacità di reagire a un sopruso, il dialogo, la costruzione dell’identità, la presa in carico, la cura, l’attenzione, il rispetto.

Tutte cose che, a sentire il sindaco Brugnaro, devono essere insegnate a casa dai genitori e non alla scuola dell’infanzia. Che, evidentemente, per il sindaco è poco più di un parcheggio in cui mamme (snaturate) che non hanno smesso di lavorare appena procreato lasciano i figli. Le stesse madri (doppiamente snaturate) che vanno al lavoro otto ore al giorno e li vanno a riprendere la sera, evidentemente per il loro tornaconto personale, per far carriera. Ovviamente.

Ora, signor Brugnaro, io vivo in Umbria dove c’è il Progetto InVitro, dove la lettura (almeno sulla carta) è incoraggiata. Il che è sepre un bene, anche se lei sembra essere convinto del contrario, perché leggere anche all'asilo nido apre la mente e ci rende persone migliori.
Lei legge, caro sindaco? 
Tra l'altro. mia figlia ha educatrici eccezionali, di cui mi fido ciecamente e che nel tempo le hanno insegnato tante cose, non solo pratiche come mangiare da sola o riordinare i giochi (come vuole lei, eh), ma anche la condivisione, la comprensione dell’altro, la conoscenza del proprio corpo e dello spazio, lo stare in mezzo agli altri e la curiosità di conoscere.

Sì, ha solo 18 mesi la gnocca.

E a dire il vero io voglio che cresca in un mare di libri, giusti ed  inadeguati, belli e brutti, scritti bene e scritti male.
Ma con la capacità di scegliere lei per lei, e nessun altro.

Senza roghi.

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17 luglio 2015 5 17 /07 /luglio /2015 09:00

Partiamo da un presupposto: sono stordita dalla nascita e con la vecchiaia non è che si migliori, dicono. Non aiuta nemmeno lo stress portato da una gnocca di 13 kg, seppur buonissima. 
E l'imprevisto è dietro l'angolo.

UN MESE PRIMA.
L'Amoremio alle porte del fine settimana becca un virus intestinale. Ora, come potranno testimoniare tutte le donne del mondoche sono diventate madri, avere un bambino malato è brutto, ma se si ammala il proprio compagno è nettamente peggio.
Dopo una notte in bianco, sabato mattina ci svegliamo tutti e tre con facce livide, anche se Emma ha dormito tutta la notte. Colazione, (poca) conversazione, pianificazione della giornata... e all'improvviso la gnocca si trasforma in Linda Blair ne "L'esorcista". 
Panico.
L'inconfondibile odore che emette poco dopo, poi, rivela una sconfortante verità: il virus intestinale è arrivato.
Posso morire in un angolo?

Cominciano sei ore di inferno in cui:
- l'Amoremio con 38 di febbre fa la spola tra il divano e il bagno, bianco come un cencio e con in faccia l'espressione del condannato al braccio della morte.
- Emma evacua con alternanza perfetta dall'alto e dal basso, piangendo (povera stella mia) ogni volta che le passa un crampo alla pancia.
- Io cerco invano di accudire i malati e, contemporaneamente molesto il pediatra via sms maledicendo le gionate festive.

Poi, una luce in fondo al tunnel: mia madre mi ricorda che il nostro medico di base risponde anche il sabato e che, nei tempi antichi, era anche pediatra. La chiamo e mi faccio prescrivere le medicine (per l'Amoremio)  e mille rassicurazioni sul fatto che passerà tutto presto (per la gnocca).

Approfittando di un momento di calma, scappo e vado in farmacia con una lista che nemmeno l'ipocondriaco più stressato. Prendo tutto, controllo, faccio passare la tesserina del codice fiscale, allungo il bancomat al farmacista... e niente, il vuoto.
Il PIN del mio bancomat, dopo dieci anni, è sparito dal mio cervello. Sparito, volatilizzato, perso nei vuoti tra le sinapsi del mio cervello. Bye bye, ciao ciao, auf wiedersehen. Ricordo solo vagamente il movimento della mano sui tasti, ma niente di più.
PIN ERRATO.
Al secondo tentativo il farmacista, che mi coosce bene, mi invita a fermarmi, rilassarmi e riprovare domani. O lunedì.
Pago con la carta di credito e esco dimessa.
Come è possibile? Come si può scordare un numero dopo dieci anni?
Ah, ma tornerà. Tranquilla. Ti tornerà in mente!
Certo, certamente, certino.
Sì, sì.

Per dirlo alla maniera di Oxford: col cazzo!!!  
Sono passati giorni senza vedere la luce, senza che mi tornasse in mente quel maledetto numero. Niente. Svenito. Cancellato. Andato. PERSO.
No, non l'avevo segnato.
No, il foglietto con cui me lo mandarono dieci anni fa non ce l'ho più.
No, non serve concentrarmi.
NO, NO, NO.

 

Ad oggi sono qui, una donna senza bancomat che fissa la cassetta delle lettere sperando che il postino le porti le agognate novità e e che la banca si sbrighi a riemettere la nuova tesserina.

Giuro che il nuovo PIN me lo tatuerò sul polso, anche solo per non sentirmi dire dall'Amoremio (ah, nel frattempo LORO sono guariti) quanto sono svanita e poco pratica.

 

E a voi, è mai capitato?

 

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13 luglio 2015 1 13 /07 /luglio /2015 10:15

Cari genitori,

quando portate i bambini al mare non li portate nella jungla ai confini del mondo conosciuto. Non li depositate in un luogo oscuro, in una terra franca in cui le regole non valgono ed il rispetto verso gli altri e l’educazione vale quanto una dracma bucata. Cari genitori, mi dispiace per voi ma li depositate in un luogo libero, sì, ma in cui le regole devono comunque valere.
Almeno quelle basilari.

Se io vieto a mia figlia di buttarsi sotto l’ombrellone altrui e depredarlo della ruspa gialla che tanto anelava, tu perché devi permettere al tuo riccioluto pargolo treenne di depredare i giochi di mia figlia sbattendoli in ogni angolo della spiaggia mentre facciamo il bagno in mare? Senza considerare la tua vaghezza al nostro ritorno, che ha permesso alla tua progenie di continuare a giocare con il depredato senza batter ciglio né balbettare scuse appropriate. La prossima volta la ruspa, cara signora mia, gliela sequestro e la faccio pilotare a mia figlia verso il suo ombrellone, che lei è una gran fan del Sig. Toro.

Io capisco che i bambini sono bambini, signora mia, ci mancherebbe. Ma alzare sei metri cubi di sabbia per fare capriole e ruzzoloni e farli atterrare sulla faccia di mia figlia NON FA RIDERE nemmeno un po’. Che i suoi due mostri non si vengano poi a lamentare quando, tra vent’anni, lei non gliela darà manco morta. E farà benissimo. 

Ma soprattutto, cari genitori, al mare i bambini si sfiniscono, si caricano a molla e finiscono per trasformare giornate piacevoli in gironi danteschi. Urli, strepiti, capricci a non finire e simpatia a manetta. Se tutto ciò è generato dalla propria discendenza può anche (anche) venire tollerato, ma altrimenti genera nel proprio vicino di ombrellone la stess benevolenza della sabbia nelle mutande. Per evitare queste spiacevolezze, le strade sono due: 
1) far dormire i propri figlia la mare dopo pranzo, come faccio io con Emma che si schianta almeno due ore all'ombra godendosi la brezza marina, 
2) volare verso casa alla velocità di un supereroe, pregando che la macchina anestetizzi il brutto momento caratteriale dei propri figli.

No, rompere le palle non è una terza opzione, specie quando i figli altrui russano alla grande e io mi sono messa in testa l'idea di finire il libro che sto leggendo.

Lo so, sono bambini.
Lo so, ragionare come la vecchietta che da ragazzini ci bucava il pallone e rompevamo i suoi gerani con un colpo troppo lungo non mi fa onore.
Lo so, non ho pazinza.

Ma chi l'ha detto che ci vuol pazienza, se gli altri non hanno educazione?

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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