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14 novembre 2014 5 14 /11 /novembre /2014 09:00

La televisione è una grande invenzione, forse la più grande del ventesimo secolo. Ha insegnato agli italiani la loro lingua (almeno in passato, oggi mah), ha uniformato stili e convenzioni sociali, è stata vittima di censure e lotte, è stata libera e poi censurata.
Ha mostrato al mondo l'uomo sulla Luna, l'assassinio di Kennedy e le Twin Towers in fiamme, ma anche Dallas e Beverly Hills 90210. E pure Uomini&Donne, se la vogliamo dire tutta.
Onore ed infamia.

C'è chi la odia ed sbandiera apertamente di non guardare nemmeno il telegiornale, ma anche chi ammette di tenerla accesa anche per dormire.

Io con la televisione sono abbastanza snob, lo ammetto: guardo solo certe cose, non ho bisogno della sua cacofonia in sottofondo, vivo di telefilm grazie al mio fidato MySky. Odio il trash volgare, ma mi piacciono i programmi tipo America's Next Top Model e Face Off.

Sono capitata bambina proprio nel momento dell'esplosione delle tv private ed ho potuto godere dei benefici dei cartoni animati giapponesi a tutte le ore. Volete mettere la valenza pedagogica de L'uomo tigre? Oppure l'allegria di Dolce Remi? E la candida innocenza di Lamù? Se non sono andata in psicoterapia è un miracolo.

Erano altri tempi, signora mia, ed i bambini venivano lasciati liberi di gestire Mr. Telecomando come volevano, compatibilmente con la programmazione di Anche i ricchi piangono. Non si facevano elucubrazioni sul perché ed il per come di quello che si guardava e non era necessaria la sinossi del cartone in onda per definirlo adatto. E' un cartone animato? Allora va bene, è per bambini. Si vedono le tette? E vabbè, son finte. Dici che Georgie va a letto col fratellastro? Ma dormivano, no! Ah, erano nudi. Vabbè, son figurine, che vuoi che sia.
Le cose da allora sono molto cambiate, se per fortuna o meno non sta a me dirlo. C'è sicuramente molto più controllo su cosa sia adatto o meno per un pubblico di bambini, ma ci sono anche mille esagerazioni.
Ad esempio Peppa Pig, vista come causa di tutti i mali insieme alla sua grugnente ed allegra famigliola. Ok, è un maiale, va bene.  C'è chi dice che urla il proprio raccapriccio affermando come il suo antropomorfismo renda i bambini incapaci di apprezzare ed amare gli animali per come sono davvero e cioè dissimili dagli umani. Una prece per Nonna Papera e per i tre porcellini.
Poi ci sono quelli che ci trovano messaggi subliminali all'interno, inneggianti alla massificazione, alla morte del libero pensiero e al consumismo, il ché mi pare un tantino esagerato.
Ovviamente c'è chi li percula, facendo notare la mafia della Signora Coniglio.
Se ne occupa perfino Adam Kadmon: Peppa Pig sta coi poteri forti, Nonno Cane!

Io, da par mio, non posso far a meno di notare la forma fallica della faccia, che genetica e disegnatore hanno fatto uguale a tutta la famiglia Pig. Questo sì che  potrebbe generare ansia da prestazione nei bambini maschi.

Per il resto non posso non ridere come una matta ad ogni singolo episodio, ma solo grazie a quei geni del 7 cervelli e  alle loro parodie (che trovate qui e qui).
Eppure peppa Pig è un gran successo anche da noi, e non c'è da meravigliarsene: quella di affezionarci alle storie di un maiale e della sua famiglia è una tradizione ultraventennale per noi italiani. Chissà se Papà Pig dà cene eleganti. 

 

Emma? Lei se ne strafrega, di Peppa Pig ama solo la siglia e idolatra alla follia esclusivamente la Pimpa. E' sofisticata, mia figlia, ama il prodotto italiano e ricercato. Di nicchia, quasi, e dal sapore fantastico e onirico. Piace anche all'Amoremio e la sera è diventato un appuntamento a cui quei due proprio non vogliono (giustamente) rinunciare.
Italiano e dal merchandising introvabile, porca pupazza. Di Peppa Pig si trova pure la giarrettiera e per trovare il pupazzo della Pimpa dsi devono coalizzare tutti i mie contatti di FB. Vi pare giusto?

Tra l'altro, a me piace Masha e Orso, ma lei lo guarda con sufficienza e malcelato disappunto. "Voglio la Pimpa, che robba è questa??" sembra dirmi inarcando il sopracciglio. Eppure io lo trovo assolutamente delizioso.

Insomma, mia figlia guarda la tv.
Non molta, in genere per rilassarsi e non credo che sia un peccato mortale. Non penso che per questo diventerà una rapinatrice di banca o una anarchica insurrezionalista comunista.

 

Semmai quello sarà colpa della madre.

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12 novembre 2014 3 12 /11 /novembre /2014 09:00

Emma ha nove mesi. Oddio, il tempo scorre così velocemente che in realtà ne ha già quasi dieci, di mesi. Son lì, li sta per compiere: è un baleno.

Sembra impossibile, eppure si sta trasformando con una velocità inarrestabile. Ogni giorno scopre una cosa nuova, ogni giorno il suo cervello cresce ed immagazzina milioni di informazioni.
Afferra oggetti con sicurezza, li manipola, riesce persino a portarsi il mangiare alla bocca anche se solo con grande sforzo e solo se il gioco vale la candela. Se si tratta di prosciutto crudo ok, sennò v'attaccate.
Sta in piedi nel box e lo circumnaviga almeno cento volte al giorno. Gattonare no, ma lo stare in piedi la fa impazzire. 
Insomma, cresce.
La neonata che stava tutta ripiegata ed era intrappolata nel grande circolo poppata/pannolino/pisolino sembra lontana mille mila chilometri.  Eppure è lì, dentro di lei. E' dietro l'angolo.
Cresce, cresce veloce, ed io non vedo l'ora di sentirle pronunciare la prima parola. Che voce avrà mia figlia? E che carattere? Andremo d'accordo?
E' bellissimo vederla crescere, scoprire come i processi cognitivi del suo cervello si evolvono, la rapidità con cui apprende, la bellezza del suo sorriso malizioso e sdentato che sta a dirti: "Abbèlla, guarda che ho già capito tutto".
Proprio ieri ha deciso che il momento di lanciare baci a destra e sinistra era finalmente arrivato. Immaginato le scene di scioglimento parentale a cui ho assistito? Sì, anche io ovvio.
Ma gli altri di più.
Ci sono mamme che rimpiangono i loro figli da neonati; io, almeno per il momento, non vedo l'ora che cresca, non riesco nemmeno ad immaginare il momento in cui potrò interagire con lei ad un livello diverso. Magari cambierò idea presto, o magari quando sarà adolescente e mi sbatterà le porte in faccia.
Perché accadrà, oh se accadrà.

Per ora la guardo cercare di controllare l'indice ed il pollice e penso a quanto sia meraviglioso. 


E a quanto LEI sia meravigliosa.
 

 

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6 novembre 2014 4 06 /11 /novembre /2014 14:00

C'ho dovuto riflettere un po', perché a caldo i miei pensieri si accavallavano troppo, correndo da un capo all'altro del mondo senza una tregua una.
Stavo bevendo il caffè quando il telegiornale lo ha annunciato: Brittany ha deciso di morire
E non me l'aspettavo, perché solo poche ore prima aveva detto di voler aspettare, di sentirsi ancora tutto sommato bene e di volersi godere qualche altro giorno la sua famiglia. 
E invece no, è andata fino in fondo. 
E sono rimasta lì, con la tazza della colazione in amno a chiedermi cosa avrei fatto io, mentre un buco mi si allargava nello stomaco.
Per chi non lo sapesse o fo
sse
stato su Marte questa settimana, Brittany Maynard, una ragazza ventinovenne amercicana colpita da un cancro aggressivo in fase terminale, aveva annunciato di voler mettere fine alla sua vita prima che la malattia la devastasse e obbligasse i suoi cari ad assistere allo spettacolo impotenti. Nello specifico aveva dichiarato di voler morire il giorno dopo del compleanno del marito, il primo novembre.
Vi immaginate le polemiche? Negli Stati Uniti la legislazione sull'argomento è così varia che a Brittany è bastato trasferirsi in Oregon per poter godere dei benefici del suicidio assistito. In Italia, paese laico sulla carta, ma nella realtà dominato da un falso cattolicesimo occorre invece pagare per ottenere lo stesso risultato. Sì, basta prendere, sborsare un bel pacchetto di danari ed andare in Svizzera.
Siamo e restiamo un paese del terzo mondo, dove la libertà di scelta non esiste.

Sì, perché in realtà Brittany non ha fatto nulla di male, ma nemmeno nulla di eroico.
Ha solo scelto. Una scelta difficile, la più complessa.
Ha scelto per sé e per i suoi cari. Ha scelto di non soffrire per una malattia devastante ed inclemente, ha scelto di non far attraversare ai suoi cari il calvario della malattia. Si è arresa. Sì, si è arresa. E' un peccato questo? C'è chi nasce lottatore, è vero, ma c'è anche chi messo di fronte a questa sconvolgente realtà non ce la fa.
Non è ugualmente una scelta coraggiosa ed apprezzabile?

 

C'è Brittany con la sua scelta, e poi ci sono persone come Leonardo Cenci, un ragazzo  umbro colpito da un tumore non operabile che ha fatto la scelta inversa. Ha deciso di lottare contro tutto e tutti: contro la malattia, contro i referti dei dottori che non davano speranza, contro il suo corpo che si ribellava e si ribella tutt'ora alla sua voglia di vivere. Ma non solo: non si è nascosto, ma è diventato portabandiera di una ONLUS che si propone di aiutare i malati oncologici ad affrontare la malattia in un modo diverso. 
Un uomo coraggioso, un eroe dei nostri giorni forse, di certo una persona eccezionale. Oppure soltanto un uomo, che però ha deciso di lottare per sè e per gli altri.

La vita è fatta di scelte, e giuste o sbagliate che siano ne paghiamo sempre il prezzo. In questo caso, quel che manca nel nostro paese è proprio la libertà di scegliere il proprio percorso. sarebbe bello un mondo fatto di tanti Leonardo, ma non è così. Non siamo tutti uguali, abbiamo a volte anche la necessità di dire basta. 
E non solo per le malattie oncologiche, quelle in cui il "miracolo" può ancora avvenire, ma in tutte quelle che degenerano corpo e mente fino alla completa distruzione. 
Sembrerebbe logico, ma non lo è. Soprattutto nel nostro paese in cui l'eutanasia è un tabù molto più invincibile delle adozioni da parte di coppie omosessuali, così intoccabile che non esiste nemmeno un piccolo progetto di legge abbandonato sotto una delle scrivanie del potere.

E voi, come la pensate??

 

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31 ottobre 2014 5 31 /10 /ottobre /2014 09:00

La signora moldava, che veniva a fare le pulizie a casa mia una volta ogni 15 giorni dalla nascita di Emma, oggi ha comunicato che se ne torna a casa.
La crisi tocca tutti i settori ma non solo: dopo diei anni stare lontano da casa non le riesce più, nememno con due figli oramai non più bambini, ma comunque bisognosi della mamma, e la sua vita familiare ad uno stallo.
Tornare in Moldavia le deve sembrare bellissimo e terribile allo stesso tempo: potrà stare di nuovo con la sua famiglia, ma il suo sostentamento è a rischio.

E dire che sia lei che il marito sono entrambi ingegneri ed avrebebro potuto avere una vita agiata da ceto medio. Ma invece non è stato così.
La svalutazione della moneta, la corruzione del governo, le bollette alle stelle, gli stipendi che non si adeguano mai al costo della vita, una malattia improvvisa della figlia piccola. 
Vi ricorda vagamente qualcosa?
Questa è la Moldavia ma forse è anche un poco l'Italia.
E come sempre sono le donne a dover fare la parte più faticosa, a prendee la valigia e fare ciao con la manina tra le lacrime proprie e degli altri. Lavorava in banca, ma non bastava a mettere il pane in tavola tutti i giorni. 
E quindi partire come unica soluzione.
E sono le donne a caricarsi il fardello più grande, ad affrontare culture e paesi diversi, con una linguia strana ed incomprensibile, con gli sguardi della gente addosso, che sentirsi dire puttana russa è un attimo.

Tornerà a casa con il pullman domenica, quaranta ore di viaggio e sarà finalmente con la sua famiglia. Quaranta ore di viaggio tra montagne altissime, vallate sconfinate e tanta neve attraverso tutta l'Europa.
Un'Europa unita solo sulla carta. 
Era venuta in Italia 10 anni fa pensando di trovare un paradiso placcato d'oro. Invece ha trovato un paese dalle mille facce e contraddizioni, spietato ed accogleinte allo stesso tempo. Aveva lasciato una bambina di sei anni che per tanto tempo, mi raccontava, non ha voluto i suoi soldi e i suoi regali comprati con il suo lavoro di domestica in Italia. Un lavoro fatto di lacrime, perché ogni bambino a cui faceva da babysitter le ricordava i suoi lontani.

Oggi quella bambina è una giovane donna che ha dovuto affrontare tante avversità e crescere in fretta, crescere ricordandosi appena che viso ha la mamma. Una ragazza forte, col sorriso vivido e con un fratello che studia informatica all'università e che si stupisce della connessione internet italiana.  Sono venuti a trovare la mamma quest'estate, in vacanza dalla scuola, e li ho trovati bellissimi.
E mi sono chiesta cosa farei io e quanto forte debba essere il dolore e la disperazione di un viaggio come il suo. Cosa si prova a dover affronatare una lontananza così tutti i giorni della propria vita per dieci anni. Senza sosta, senza cura e rimedio. 
E quante chiacchiere nella bocca della gente, in quei state a casa vostra o, peggio, aiutiamoli a casa loro. E' così difficile capire la disperazione? O forse è meglio negarla, per paura di guardarla troppo a lungo negli occhi? Meglio ignorare, fare finta di non vedere ed immaginare solo la mala fede.


Ora lei tornerà a casa, proverà a cercarsi un lavoro più idoneo alla sua istruzione. Oppure, semplicemente un lavoro ma vicino a casa e vicino al cuore.

 

Anche se sono sicura che un pezzetto di cuore resterà anche qui..

 

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26 ottobre 2014 7 26 /10 /ottobre /2014 08:00

... E torni al lavoro vorresti mettere una scrivania piccina accanto alla tua in modo da vedere sempre la sua testina perfetta ondeggiare al ritmo dei suoi pensieri.
... Se squilla il telefono, il tuo primo pensiero non è "Chi sarà?", ma "Dio, ti prego: fa che non sia l'asilo! Fa che non stia male di nuovo!"
... Il tuo impegno quotidiano consiste nell'ammorbare ilr esto del mondo con le foto della prole in tutti i luoghi e le situazioni, che manco il nano di Amèlie.
... Anche se stai male, sei raffreddata e piena di dolori, basta che lei faccia una smorfia strana e il tuo malanno non conta più nulla: scatta la telefonata obbligatoria al (povero) pediatra.
... Impari a tossire e starnutire "dentro" pur di non svegliare la pupa che (finalmente) dorme beata. Per quaranta minuti.
... Lo shopping per bambini è sempre il miglior antidepressivo.

... Non esiste più il tempo per te, ma solo quello con lei o senza di lei. Tutto il resto è riempitivo e non conta più come prima. Cinema? Va bene anche senza. Leggere? Posso farlo al bagno. Il parrucchiere? Chi??
... A volta ti senti sopraffatta dalle cose da fare, dalle lavatrici che non finiscono mai, dai panni da piegare e dal casino che si accumula in ogni minuscolo angolo della casa. 
... ti puoi ritrovare una giraffa di gomma fra le lenzuola senza che sia un gioco erotico.
...Se lei ride il tuo mondo si illumina e il caos diventa creativo.

Che altro dire?

 

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24 ottobre 2014 5 24 /10 /ottobre /2014 18:21

Ultimamente si fa un gran parlare di unioni civili in questo nostro belpaese; e questo di per sé sarebbe anche un bene, se non fosse per il fatto che spesso e volentieri se ne parla a vanvera.
Quel che è certo è che, dopo Vladimir Luxuria a cena ad Arcore da Silvio e Francesca, l'essere gay è uno status ormai sdoganato anche dalla destra conservatrice (diteglielo ad Angelino, poraccio) e essere aperti a certe amicizie è pure diventato di moda.

A volte basta poco, sembrerebbe, a rendere trendy una cosa che dovrebbe essere semplicemente normale.
Oppure invece no, visto il caso eclatante accaduto non lontano da casa mia, in cui una mamma si è sentita in dovere di tutelare il proprio figlio dall'onta di un insegnante gay.

Non meraviglia quindi che l'idea dell'istituzione di un registro delle unioni civili (gay ed etero) generi scontenti, malumori e recalcitranti sorrisi a mezza bocca anche a sinistra. Il perchè, clero a parte, non è dato sapere. 
Paura dell'ignoto? Ignoranza? Resistenza ad ogni minimo cambiamento? Pigrizia italica?
Ma visto che, dopo la ribellione di Ignazio Marino e di altri sindaci alla cancellazione della registrazione di matrimoni gay avvenuti all'estero, ne parlano tutti, mi son detta che due parole ce le potevo spendere anche io. 
Andrò per punti, così non divago.

1) L'oggetto del contendere è la possibilità di due persone dello stesso sesso di contrarre matrimonio, inteso come legame giuridico tra due persone conviventi da cui scaturiscono effetti civili. Questi effetti sono i più vari, e vanno dal diritto di assistenza, alla comunione dei beni, fino ad eventuali eredità e successioni ed alla pensione di reversibilità. 
Eh, ma chi le paga le pensioni di reversibilità dei gay???? Gli stessi che pagano € 5.000 netti al mese di pensione agli ex politici che hanno fatto due legislature, cacchio. 
Un diritto è un diritto e non dovrebbe essere succedaneo alla copertura finanziaria. In che mondo viviamo?

2) Tutti quelli che obiettano alle unioni civili con un No, perché poi vorranno adottare! vorrei solo dire: ma lo sapete quant'è difficile adottare in Italia? Anche per una coppia etero legalmente coniugata, ricca e ammanicata anche col prete, adottare è semplice come un triplo salto mortale con avvitamento all'indietro. Partendo con le spalle alla piscina, è chiaro. 
Quindi, come diceva mia nonna, mettere il carro davanti ai buoi è assolutamente prematuro.

3) Ammettendo di voler mettere il carro davanti ai buoi, sì, io sono favorevole alle adozioni da parte di coppie omosessuali, senza nessuna riserva. Tuttavia sono contraria non all'utero in affitto. E' una pratica che non mi piace concettualmente, la trovo prevaricatrice e violenta, troppo invasiva. Qualsiasi regolamentazione non credo tuteli abbastanza la parte debole e poi l'idea che una donna povera si offra come incubatrice non mi piace, pur nella libertà degli accordi e pur adorando la sitcom The new normal
4) Mi stanno sulle balle immensamente quelli che "Meglio con una coppia gay che in un istituto". Ma che pensate ci siano diversi stadi di maltrattamenti infantili, che ci sia una top ten della felicità? Un bambino non è un giocattolo, e questo vale per tutti gli orientamenti sessuali e per tutte le età, sia che si procrei autonomemente o che si adotti. 

Ecco, io la penso così.
Più in generale, ritengo che le unioni civili dovrebbero essere un fatto naturale, senza bisogno di tante altisonanti campane.
Non capisco quale sia, di base, lo scandalo nel vedere due uomini che si baciano. O due donne. Il primo maschio che dice che non è la stessa cosa lo meno, giuro. Maiali.
Chi ama chi non mi riguarda, a meno che non rientri nel gossip spicciolo e finisca su Eva 3000 e in ogni caso l'importante è che siano tutti felici.

Peace&love.

 

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23 ottobre 2014 4 23 /10 /ottobre /2014 09:00

Non riesco a dormire bene.
No, non si tratta di mia figlia mi spiace dirlo. Mi spiace dirlo per tutti quei genitori che non riescono a dormire a causa dei propri pargoli che sono recalcitranti al sonno e passano notti in bianco a guardarsi nelle palle degli occhi.
Nel mio caso la colpa è solo ed esclusivamente mia, visto che malattia a parte la pupa dorme beata, si sveglia al massimo due volte per notte ed in genere più veloce a riaddormentarsi che a svegliarsi.
Sono io che non riesco a dormire.
Non riesco ad entrare in una fase di sonno pesante, mi fermo al dormiveglia e non riesco a riposare bene. Non mi rilasso, non ce la faccio nemmeno con il training autogeno o evocando immagini di gattini puccipucciosi e di verdi colline in fiore.
Appena chiudo gli occhi quello che mi si prepara davanti è uno scenario apocalittico.

Riesco a pensare solo a film catastrofici tipo 2012 e affini, a catastrofi naturali o causate dall’uomo.  L'altra notte ho addirittura sognato di essere Nicolas Cage nella orrido film “Segnali dal futuro” e che gli alieni volessero salvare proprio mia figlia. Ho toccato il fondo, giuro.
Capite bene che la situazione è preoccupante.
Forse il punto è proprio questo, il problema è che ho paura per mia figlia.
La vedo così piccola ed indifesa, con la sua testina perfetta e priva di capelli, lo sguardo curioso e gli occhi luccicanti.
So che il mondo non è un bel posto so che ci sono tante cose terribili: il crack finanziario, la crisi, i colletti bianchi, gli zombie, l'Ebola, l'olio di palma, l’ISIS e la guerra, Salvini, 

Tanto per cominciare, eh.

Perché se poi comincio a pensare al futuro ed all’incertezza attuale, mi tremano le gambe.

Sono diventata un tantino ansiosa, sì, ma è solo l’istinto di protezione che mi fa parlare. E non dormire.

Ok, ansiosa sono sempre stata, ma con la vecchiaia non si migliora di certo, no?

Forse dovrei smettere col caffè.

Sì, forse sì.

Vabbè, ci penso dopo.

 

Intanto vado a bermi un caffè.

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21 ottobre 2014 2 21 /10 /ottobre /2014 14:00

Non ho molto tempo per guardare la televisione, questo lo dicono tutti parlando della propria vita e facendosene quasi un vezzo.
Vero, verissimo. Ma vero anche che MySky m'ha risolto la vita, dando a me e all'Amoremio la possibilità di seguire i nostri telefilm preferiti con continuità e comodità: The Americans, House of Cards, Perception, True Detective, Homeland e via così.
Ma se c'è un telefilm che possa essere considerato come rappresentativo dei nostri anni, questo è certamente “The Walking Dead”  (TWD per i fan), uno show che ha cambiato il modo di fare televisione oltreoceano.
Noi no, per carità: noi siamo fermi a “Che Dio c’aiuti 251”.  Fosse mai che nelle fiction nostrane possano avere temi diversi da preti, suore e poliziotti.

Lo script è abbastanza facile da spiegare: in un mondo attuale (e non futuro) decimato da una malattia che rende zombie gli esseri umani, un gruppo di sopravvissuti lotta tutti i giorni per vivere.
In realtà, questa è solo l’apparenza, TWD è questo, certo, ma anche molto di più.
Ed è per questo che mi terrorizza.

I profani potrebbero definirlo un telefilm horror,  ma in realtà gli zombie mangia-cervello sono solo un espediente narrativo pulp. Quello che stagione dopo stagione il telefilm si prefigge di esplorare è l’animo umano in tutte le sue sfumature, che siano valorose o meschine. soprattutto le seconde, a dire il vero.
Nonostente il disfacimento del modo circostante, dell'ordine precostituito, di una vita così come la conoscevano fino all'inizio di tutto, gli ultimi sopravvissuti non riescono ad essere davvero coesi e buoni come la migliore tradizione del cinema americano vorrebbe. Anzi, il pericolo sono proprio i vivi, non gli walkers; vivi che dismettono la propria condizione di umani per diventare sopravvissuti e per questo pronti a tutto pur di proteggere se stessi ed i propri cari.
O quel che ne resta.

Non posso dire di amare questo telefilm, ma non posso nemmeno smettere di guardarlo.
Ho posto come veto all'Amoremio solo una cosa: vediamo di giorno. Di sera, no, non ce la posso fare specialmente ora che tra i protagonisti c'è Judith, la figlia di meno di due anni del protagonista. 
Fare il transfert con Emma è immediato.

Ansia, moltissima ansia.
Ancor di più con l'Ebola presente in tutti i telegiornali, a dire il vero.

E' un telefilm feroce, angosciante, ma vivido e vero, più di quanto in astratto un telefilm con gli zombie possa esserlo. Nessuno è buono, nessuno è puro, ma alcuni scelgono di fare la cosa giusta anche se è più difficile, anche se è doloroso e costa caro. Il virus non è solo quello che trasforma i morti in zombie, ma è anche quello della disperazione che uccide la lce della speranza. 
La speranza di una cura, di un mondo migliore, di tornare a vivere ed a essere se stessi.

Una perfetta metafora, non trovate?

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15 ottobre 2014 3 15 /10 /ottobre /2014 13:23

In questo autunno che sembra estate io l'Amoremio e sua figlia decidiamo di andare a pranzo in un noto esercizio commerciale perugino. Il posto propone cibi biologici e a km zero ed è uno dei pochi posti in cui una persona disadattata alimentarmente con me può mangiare quasi tutto quello che c'è sul menù.
Decidiamo di occupare un tavolo all'esterno, la giornata è bella e calda in modo straordinario per il mese di ottobre a Perugia. Che, notoriamente, non ha proprio il clima della Florida.
C'è gente, non tantissima ma c'è, alla ricerca dell’ultimo sole. Poco lontano dalla fila dei tavolini c'è il banchetto di Save the Children dove due volontari che avranno si e no vent'anni cercano di convincere i passanti a sottoscrivere un piccolo aiuto
Sono due ragazzini e uno in particolar modo sembra l’archetipo del nerd, con doppio apparecchio ortodontico d’ordinanza. Indossano il loro giubbino rosso e molestano i passanti con le loro richieste loro non possono saperlo ma io sono già sovvenzionatrice di Save the Children, ho scelto di prendere le bomboniere per il battesimo di Emma da loro e quando posso, specie per le ricorrenze, faccio una piccola donazione mi sembra una bella associazione che mira al concreto e non ha tante parole

Magari poi verrà fuori che sono i peggiori di tutte le ONLUS esistenti ma per il momento mi fido abbastanza di loro da inviargli piccole cifre che però sommate ad altre possono fare la differenza per chi non ha nulla.

Insomma me ne stavo lì ad aspettare il pranzo e mi sono messa ad ascoltare i commenti della gente. La maggioranza dei passanti non li guardava nemmeno in faccia, ma una piccola seppur numerosa minoranza non si è limitata a questo ed ha deciso che insultarli fosse la scelta migliore. A parte i ma che vuoi o di non rompere i co*****i, alcuni miei illuminati concittadini si sono lasciati andare a perle come io non faccio donazioni per i neri oppure andate ad aiutare gli italiani o anche un più generosamente creativo attaccate l’ebola a tutti.

Epica la signora, proprietaria di una borsa dal costo stimato intorno ai mille euro, che con aria sprezzante li ha apostrofati ad alta voce con un non ho soldi da buttar via, c’è la crisi!

Non che abbia mai creduto nel buon cuore dei miei cittadini, ma un NO, GRAZIE, magari con un sorriso sincero,sarebbe stato più che sufficiente anche in ragione del fatto che quei due poveri ragazzi stavano facendo un’opera di volontariato. Avrebbero potuto starsene allungati sul divano a vedere un film o a giocare a Candy Crush, ma invece no.

E io, che stavo lì a mangiare ed osservavo da lontano predicando contro questa società che non ha più rispetto né educazione, mi son trovata a fianco la mia figliastra che mi fa: “Ma perché non gli offriamo il caffè? Sono bravi ragazzi!

La saggezza in una bimba di nemmeno dieci anni, a dispetto del mondo circostante. Forse una speranza c’è. E così lei, timidamente, ha portato due caffè ai ragazzini volontari, ed ho pensato che sommando le loro tre età forse non arrivavamo nemmeno a quella della signora con la borsa griffata.

 

Una speranza c’è, io ci voglio credere.
 

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26 settembre 2014 5 26 /09 /settembre /2014 09:30

Che noia le madri fagocitate dalla maternità

Che noia le madri che non sanno fare altro che parlare di cacca, pipì, di quello che mangiano, di come digeriscono o ruttano.

Che noia le mamme che parlano di assorbenza di pannolini neanche fossero le modelle della pubblicità che devono far finta di avere prole anche se hanno 17 anni.

Che noia le madri che non fanno altro che parlare di quanto sono bravi, quanto sono belli, quanto dormano bene, quando sono allegri i propri figli.

Che noia le madri che tirano fuori le foto dei propri figli ad ogni occasione e guarda quant'è bello qui e guarda che faccia simpatica, come assomiglia padre qui e guarda invece qui quanto assomiglia me.

Che noia quelle madri che diventano stalker del pediatra, che lo tempestano di telefonate per dire che il figlio ha starnutito, è stitico, ha un brufolo sulla fronte.

Che noia quelle madri che non fanno altro che parlare dei propri figli anche col postino, anche con la persona in fila davanti alla cassa del supermercato e anche con la cassiera del supermercato.

Che noia delle madri che pensano sempre a quello che sta facendo il proprio figlio quando non ci sono insieme, e si ricorderà di me gli mancherà la sua mamma e che cosa starà facendo.

Ma che noia, che noia, che noia.

Uff, che noia.

Insopportabili.

 

Ecco, io sono esattamente così.

 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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