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20 giugno 2014 5 20 /06 /giugno /2014 08:23

La maternità è una esperienza bellissima, totalizzante e completamente rivoluzionaria per la vita di una donna. Una esperienza così forte da ribaltare la vita quotidiana come un calzino. E se come me avevate una vita a mille all'ora, capite bene che la rivoluzione si fa violenta.

Sono in maternità ormai da gennaio e mentre all'inizio gli ormoni mi dominavano almeno all'80% e mi facevano vivere come se i giorni fossero solo pezzi dello shangai da mettere in fila, ora all'improvviso mi sento diversa.

Mi sento ingabbiata in una routine in cui tutti hanno rilevanza tranne me, in cui devo far quadrare mille cose, pensare a mia figlia ma non solo, mantenere tutto perfetto, in ordine. E badare a lei, che ha bisogno di me. E' strano questo concetto, soprattutto per me, per me che ho sempre vissuto solo per me, senza dover mai ragionare su nessun altro che non fossi io.

E all'improvviso IO non conto più, sono in seconda linea ed i miei bisogni, le mie necessità e le mie volontà non sono più una ragion d'essere. Perché c'è LEI e il mio amore smisurato e tardivo per il suo sorriso sdentato e va bene, la maternità è una cosa che ho desiderato molto e non è che me ne lamenti.

Solo che la vita della neomamma è difficile. Ci sono giorni che sembrano fatti solo di ninne nanne e di frigne fatte per noia, mentre il mondo reale corre lontano e indipendentemente dalla mia volontà, senza il tempo per pettinarmi, per rendermi un attimo presentabile o anche solo per fare la pipì. Figuriamoci scrivere.

E nei giorni in cui mi sembra di aver cantato Fa la ninna, fa la nanna per un tempo sufficiente a far addormentare tutti e sette i nani di Biancaneve, mi sembra di essere fuori del flusso delle cose, dalla vita che aveva importanza prima e che ora sembra avermi dimenticata.

Paradossalmente all'inizio è stato più facile, forse perché Emma è sempre stata una bambina molto buona e mi ha fatto cullare nell'idea che potesse essere tutto facile. Ma non lo è.

Anche perché sto diventando vittima dell'ansia.

Ansia di non essere una buona madre, di non riuscire a fare e conciliare tutto, di non poter riafferrare al volo le fila della mia vita, di rimanere attaccata ad un palo mentre i miei giorni passano veloci. E si riaccendono anche le vecchie paure, come le ansie per i miei genitori, la paura di non aver abbastanza soldi (ma tanto i soldi non bastano mai, no?), il terrore che le persone attorno a me non siano felici.

Senza considerare le mie paturnie davvero ben motivate sul mio aspetto fisico e sull'essermi trasformata in una super mozzarella con le gambe (flaccide). Di questo magari parliamo un'altra volta, và.

 

Un quantitativo di ansie bello fornito, eh? Sufficiente ad avvelenarmi la giornata e a non farmi dormire. Non lo trovate ironico? Mia figlia dorme, ma io no.

Così ho parcheggiato mia figlia per un'ora da mia madre con la scusa di fare un solarim pre-battesimo ed un po' di spesa e mi sono presa un'ora d'aria. Ci vuole ogni tanto, no?

Ho fatto il lettino (ma è sempre stato così caldo? Ufff...) e poi sono andata a fare la spesa. Mentre giravo per gli scaffali ho sentito un bambino ridere a raganella da un passeggino. Non so perché, ma anche se sapevo perfettamente che non poteva essere lei, sono corsa a vedere e trovandoci un bambino che non era Emma, mi ha colto una nostalgia così forte, un pugno nello stomaco così improvviso che sono dovuta correre a casa.

E lei era lì, sul seggiolone.
E vedendomi entrare mi ha regalato un gigantesco sorriso sdentato.
Il mondo, all'improvviso, ha avuto senso.

 

Ora lo so, ce la farò.

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17 giugno 2014 2 17 /06 /giugno /2014 07:35

A casa dei miei genitori è arrivato un nuovo pestifero cucciolo dall'aria impertinente a rendere più interessante le giornate. Non sto parlando di Emma, mia figlia, che nonostante i suoi cinque mesi riesce comunque a fare un discreto casino, ma di Tobia. Tobia è un cucciolo di jack russell di circa due mesi, un cagnolino nato "imperfetto" secondo i crismi della sua razza e per questo destinato al canile. Come non adottarlo?
Il problema, oltre alla vivacità tipica dei jack russell, è che va ad aggiungersi a Rocco, gatto trovatello tigrato di sette mesi che rivendica tutt'ora con forza il suo diritto di prelazione sulla casa e suoi suoi abitanti e che ha instaurato con Tobia un rapporto di amore/odio.
Volete vedere un gatto e un cane inseguirsi intorno ad un vaso da fiori per venti minuti ininterrottamente?
Venite a casa dei miei, io porto il popcorn.

Non che il gatto non voglia giocare, ma con l'aplomb tipico della sua razza dieci minuti sono molto più che sufficienti. Lo stesso non si può dire per Tobia, che con le sue zampette corte sempre in movimento non ne ha mai abbastanza.
Senza considerare i problemi banali che porta con sé l'arrivo di un cucciolo così piccolo: come gli insegno a fare la pipì fuori? Come salvo le mie scarpe da 200 euro dai suoi denti? E il tappeto? E il divano?

Per cercare un po' di quiete familiare, io e mia sorella ci siamo messe a cercare in internet consigli e suggerimenti, e siamo approdate sul sito della Hill's le avventure della vita, un sito utilissimo, diviso per fasce di età dei cuccioli, pieno di consigli sulla nutrizione, sulle cure mediche indispensabili, sulla socializzazione ed educazione dei propri cuccioli pestiferi.
Ma abbiamo scoperto che il sito non è solo questo.
Basta infatti registrarsi per poter usufruire di tutte le risorse che vengono messe a disposizione dal sito, dalla cura degli animali ai consigli nutrizionali più appropriati seconda delle necessità e delle problematiche del cuccioli (sì, tanto i problemi ci sono sempre, piccoli o grandi che siano!).
E' poi possibile condividere i propri successi e le foto dei propri cuccioli fino al compimento di un anno di età, oltre ad avere utili suggerimenti e consigli su salute, benessere, abitudini e comportamenti.

La cosa bella è che registrandosi si ricevono anche regali: un buono sconto, la possibilità di vincere una fornitura annuale gratuita di alimenti per il proprio cucciolo e newsletter mensili pieni di suggerimenti.
Riusciremo a domare gli irruenti ma dolcissimi cuccioli?
E voi ne avete? bambini esclusi, ovviamente!

Di sicuro la vita a casa dei miei genitori non è mai noiosa!

Articolo Sponsorizzato

 

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12 giugno 2014 4 12 /06 /giugno /2014 09:40

Dalla mia recente esperienza elettorale ho capito una cosa che chi mi conosce bene sa già da tanto: la politica non fa per me, visto che non sono accomodante e non riesco a tollerare chi ha idee palesemente errate a mio modo di vedere.

E non lo dico perché non sono stata eletta, in fondo il mio schieramento ha vinto e posso dire di aver contribuito anch'io al successo della campagna. E' che mediarmi mi è difficile da sempre, la diplomazia è una caratteristica con cui non mi hanno accessoriato.

Un esempio? L'altro giorno, mi è capitato di leggere un articolo contro il Gay Pride di Roma, che giusto domenica festeggiava venti anni di onorato servizio. E ognuno chiaramente festeggia a modo so, magari anche esagerando pesantemente. Voi non l'avete mai fatto? Io, ad esempio, all'inizio del secolo portavo un paio di pantaloni lucertolati che avrebbero fatto impallidire Enzo Miccio, ma ero ggiovane, etero e dotata di vagina funzionante, quindi non ho dovuto sostenere nessun esame prima di diventare madre. Già, perché quale miglior occasione di questa per avvalorare le proprie tesi? Per dire “Guarda qua che sconceria, signora mia, mica vorremo davvero riconoscere a 'sta gente dei diritti?” E via di tutta l'erba un fascio, come se il Gay Pride fosse solo tette (finte o meno) al vento, boa di struzzo, drag queen e carnevale incorporato e come se questo fosse una radiografia perfetta della vita di migliaia di persone.

Facile vedere solo quello che si vuole. Vedere “il male” e non anche tutto il mondo che ci gira intorno, fatto di persone normali e molto più simili a sé di quanto certa gente vorrebbe.

Ecco, io con questa gente non sono in grado di mediarmi, forse perché loro non lo fanno e sparano solo giudizi. Se in questo frangente non ho risposto è stato solo perché proprio mentre mi infervoravo mia figlia ha deciso di sbattersi in faccia la mucca che suona con tutta la potenza di cui sono fornite le sue braccia a quattro mesi.

La verità è che non dovrebbe essere permesso di giudicare la vita degli altri e credere di sapere sempre tutto. Nessuno ha la verità in tasca, nemmeno se vive perfettamente nel paradigma di una religione che ritiene inviolabile. Essere religioso, avere dei principi morali propri va benissimo, imporli agli altri invocando il proprio concetto di famiglia un po' meno.

 

Che poi, cos'è la famiglia?

Negli anni '40 quando mia nonna si sposò non ancora diciottenne andò a vivere con la famiglia di mio nonno. Famiglia composta da genitori, nonni, zie, cugini, nipoti, adottati o naturali che vivevano tutti sotto lo stesso tetto in una unica comunità più o meno serenamente. La famiglia era questo, dividendo tutto, dal lavoro nei campi ai problemi quotidiani.

Quando negli anni '60 mio nonno, attratto dalla chimera di un lavoro più facile, prese l'iconoclasta decisione di lasciare la campagna per andare a fare l'operaio tirandosi dietro moglie e figlia oltre agli strali di chi restava. La sua famiglia diventò all'improvviso composta da tre persone, cambiando il concetto di tutto quello che era stato prima.

I miei genitori hanno avuto una famiglia tradizionale: matrimonio, casa, figli, tutto secondo le regole del caso, ma senza mai imporre nulla nemmeno a quelle sciagurate delle loro due creature.

La mia famiglia è ancora diversa. E' una famiglia allargata, come si dice oggi. Diversa, direbbe qualcuno. Nel peccato direbbero altri. Ho un compagno, una figlia, una figliastra. Sono madre e matrigna, nell'accezione positiva del termine (anche perché non sono certo figa come Angelina Jolie).

Qual è l'accezione giusta di famiglia?

Perché non estendere diritti basilari a tutti? Perché i miei non possono essere davvero di tutti? In un mondo dove procrea Kim Kardashian e chiama la figlia North West, è davvero così sbagliato permettere ad una coppia omosessuale di adottare?

Una volta un ragazzo gay mi disse di essere a favore del matrimonio, ma che non avrebbe mai adottato un bambino. “La vita è già abbastanza dura per me, non voglio coinvolgere altre vite” Che è un po' come dire non procreo perché questo mondo fa schifo. Corretto, per carità, ma triste e poco costruttivo.

Si può cambiare un mondo che fa schifo? Che non riconosce diritti inalienabili e dovuti? Un mondo che giudica e non permette di essere liberi nel rispetto degli altri e della legge è un mondo da risanare o da abbandonare al proprio destino? -

Di sicuro è un'Italia che andrebbe ripulita dalle influenze finto-cattoliche che vorrebbero un paese socialmente immobile e cristallizzato in un quadro che non esiste più, o che forse non è mai esistito se non nella testa di qualche burocrate vaticano.

Ecco, io per questo genere di argomenti potrei discutere per ore e far volare anche parole grosse, dimenticando la diplomazia ed il diritto di pensarla come si vuole, perché poi alla fine si può credere a tutto purché non infici la libertà degli altri.

 

L'avevo detto che la politica non fa per me, no?

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7 maggio 2014 3 07 /05 /maggio /2014 08:12

Essere madre è come essere una funambola dei sentimenti. Un giorno sei stanca, abbattuta, ansiosa. Guardi tua figlia e ti chiedi: farò bene? Avrò già fatto qualche misterioso casino che le incasinerà la vita per i prossimi quarantanni trasformandola in un serial killer o in una grande elettrice di Forza Italia? Sarò capace di proteggerla da questo mondo? Ma soprattutto: riprenderà mia figlia a dormire in modo sensato come accadeva fino ad una settimana fa?

E ancora: come farò al mio rientro al lavoro? Come potrò controllare tutto, sin anche il numero di pannolini gentilmente devastati dalla mia prole in mia assenza?

E il latte? ODDIO! Il latte!

Poi, dopo venti minuti esatti o giù di lì, quando pensi che lo sconforto non possa far altro aumentare e farti sprofondare in un pozzo più profondo della tana del Bianconiglio, ti giri e guardi tua figlia sorridere mentre dorme, col ciuccio a penzoloni.

E la vedi già cresciuta nei suoi 66 centimetri di lunghezza (Pochi? Troppi? E se non cresce più?), beata e innocente.

Non ci sono santi, devi far pace con l'ansia, per forza.

Perché lei ti guarda con quella faccia serena e sorniona, come a dirti che stai facendo troppo casino, che devi prendere la vita come viene e che ce la farai senza dubbio alcuno.

Beata lei che ci crede così tanto.

Tu, invece.

Certo è che il tuo umore migliora, all'improvviso ti senti una mamma sprint e moderna, più forte e rincuorata. Caspita, ce la fanno le donne nei paesi poveri, senza medicine e cibo e tu no? Cacchio, sei fortunata, hai tutto, pure la crema all'ossido di zinco per gli arrossamenti, sei super previdente, una pedagoga in erba, Wonder Woman ti spiccia casa.

Giri per casa tronfia a petto in fuori (e con una quinta attuale non è facile) quando lei attacca a piangere. Ah, no problem. Non sei una super mamma?

E invece no, lei testarda come un mulo non smette e chissà perché. Perché? Hai fame/sete/sonno/male da qualche parte?

Ma perché non parli, non mi spieghi, come posso aiutarti, cosa posso fare? Cazzo, inventano inutili aggeggi che vanno su Marte, c'è la fisica quantistica che non capisco mai ma che dicono spieghi tutto e non hanno ancora inventato un traduttore neonato/italiano?

Lo sapevo, non sono capace, ma chi me lo ha fatto fare?

Scagli il primo pannolino chi tra le neomamme non lo ha mai pensato per un momento, anche solo in quell'attimo lì. Quello in cui sembra non esserci punto di ritorno, dopo trenta minuti passati a ninnare un neonato che ostinatamente non vuole cedere. 

 

E poi, in un secondo, russa.

 

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3 aprile 2014 4 03 /04 /aprile /2014 16:38

Vado a fare spesa in un supermercato vicino casa, nuovo e dotato di ampio parcheggio, comodo per andarci anche con Emma. Ed infatti siamo io, la pupa e mia sorella, calata al 100% nel ruolo di zia a tempo pieno. Parcheggiamo, sono le cinque ed il supermercato è quasi vuoto, la giornata primaverile. Accanto all'ingresso, tra i carrelli e la porta, vedo una macchina parcheggiata. Nel posto deputato ai disabili.
Passando io e mia sorella non possiamo fare a meno di notare i passeggeri, una famiglia il cui membro più piccolo peserà 90 kg. A dieci anni. Il padre è un energumeno con una circonferenza di panza importante. Mi cade l'occhio sulla targa, che recita CE, ma non è rilevante ché i cafoni non hanno ahimè provenienza specifica.
E niente tesserino.
"A me sembrano tutti liberi e spediti, che ne dici?" commenta mia sorella a bassa voce spingendo l'ovetto.
"Certo, pure troppo" e aggiungo poi a voce volutamente troppo alta "Bell'esempio che si dà ai figli, eh!!!". E per essere più chiara, guardo in faccia l'energumeno che mi guarda truce, come se la villana fossi io.
Se si avvicina giuro che lo centro in mezzo agli occhi con la mucca della Fisher Price che canta "Nella vecchia fattoria" in modalità ossessiva.
Ma lui desiste, lasciando la mucca nelle mani di mia figlia. Peccato. In fondo la odio quella maledettissima bovina.
Io mi chiedo, perché? Perché con uno spiazzo gigante a disposizione ed in una giornata di sole parcheggiare proprio lì, nel posto più comodo e per questo deputato ai disabili. È solo pigrizia? O ignoranza? Oppure è spregio per le regole, voglia di rivalsa? Ma verso chi o cosa?
E soprattutto, mai che compaia un vigile urbano quando serve. Mai. Eppure quando andavo all'università ed ero costretta a parcheggiare in ZTL per carenza assoluta di parcheggi, vigili ed ausiliari del traffico (che siano maledetti per sempre) sbucavano dai tombini, cazzo. Non che sia giusto nemmeno parcheggiare in ZTL, per carità, ma ero costretta dal l'impossibilità di infilare in tasca la mia auto.
Se ve lo state chiedendo, la risposta è no. No. Ho rigato la fiancata dei villani, mi sono trattenuta.

Ve l'ho detto, no, che la maternità mi ha ammorbidito...

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24 marzo 2014 1 24 /03 /marzo /2014 08:19

Ho sempre odiato l'ufficio postale per evidenti e logici motivi, quindi ho fatto in modo di domiciliare tutte le bollette per non doverli frequentare in maniera eccessiva.

Anche perché non posso nemmeno lamentarmi della lentezza del mio ufficio postale, visto che al mio paesello non c'è l'ADSL e siamo tutti ridotti all'antenna sul tetto.
In genere vado alle Poste solo in tre casi, nessuno dei quali divertenti:
1) il ritiro di qualche amena raccomandata, di cui il postino si è premurato di lasciarmi il tagliando nella cassetta delle lettere scordandosi sistematicamente di indicare il mittente, giusto per farmi venire l'ansia
2) il pagamento della Tarsu/Tares o vattelappesca come si chiama adesso
3) telegrammi di condoglianze.

Dovendo esperire all'incombenza n.3, già di per sé non bella, decido di andare all'ufficio postale del paesello accanto, più grande e più veloce. Immagino. Sbagliando.
Già devo parcheggiare in bocca alla luna e va bene, scendo l'ovetto, carico mia figlia e via. Arrivo davanti all'ufficio postale e un idiota ha parcheggiato il SUV sul vialetto d'accesso alla rampa, costringendomi ad un giro assurdo per un marciapiede costellato da radici sporgenti e buche immense. Io auguro al guidatore di SUV di morire male, Emma ride: beata lei.
Arrivo dentro, decisa a fermarmi solo se la fila non fosse stata eccessiva. Tre persone in fila e quattro sportelli vengono valutati dal mio neurone attivo come "poca fila", perciò mi avvicino alla colonnina per la stampa del numero.

Ora, vorrei porre la vostra attenzione sulla suddetta colonnina. Non so voi, ma non so mai che scegliere, mi mette ansia. Tipo: un bollettino da pagare è un servizio postale o un prodotto? È il telegramma? Ansia. 
Stampo un numero a casaccio e attendo fiduciosa.
Emma dorme.

Passa mezz'ora e non s'è mosso nulla. Niente. Io, da brava studentessa secchiona, ho fatto i compiti e compilato il modello per il telegramma in ogni sua parte.
Dopo altri dieci minuti di immobilismo, la fila dietro di me è aumentata, la gente rumoreggia e l'impiegato del quarto sportello si sente in dovere di chiudere per fumarsi una sigaretta.
Emma apre un occhio. Ohi ohi.
Dopo ulteriori dieci minuti in cui non succede nulla, io comincio a credere di essere di Candid Camera ed Emma inizia a piangere, presa dalla noia. E giustamente, direi. Mentre provo a ninnarla disperatamente mi rendo conto che molti di quelli in fila vorrebbero mettersi a piangere come lei. Forse pure io.
Dopo cinque minuti interminabili in cui mia figlia non smette per un secondo di piangere disperata, scatta il numero e la signora con lo chador prima della fila viene da me e mi dice:"Vada lei con la bimba, facciamo a cambio di numero".
Commossa accetto, ringrazio e corro allo sportello, lanciando il modulo alla cotonatissima ed imbalsamata impiegata. Tentando di infilarle il ciuccio in bocca e di consolarla, dico ad Emma: "Dai amore mio, mamma ha quasi fatto". La mummia biondissima dall'altro lato sbotta:"Per fare le cose ci vuole il tempo che ci vuole, i figli piccoli non ci si dovrebbero portare!"
Ma brutta stronza. "Appunto, ci vuole il tempo che ci vuole, non un'intera era geologica!" mi sento dire con un tono di voce un po' troppo alto. Emma smette di piangere, la gente in fila dietro ride, alla mummia compare sulla fronte un nuova ruga.
"Sei euro e trenta" mi dice a denti stretti. Pagando penso che la prossima volta mando dei fiori ché risparmio di sicuro, pure in salute.
E poi che Renzi c'ha ragione a voler licenziare una valanga di statali, io questi li manderei tutti a lavorare in miniera, l'animaccia loro. Nelle miniere di sale di Sassuscrittu, porca puttana.

Mentre macino amaro il mio scontento e imbocco una strada diversa da quella cui sono venuta perché più ombreggiata.
C'è il mercato settimanale, cazzo. Vabbé, proseguo tra camioncini della porchetta e banchi vari, fin quando mi imbatto in un banco posizionato male, troppo vicino al marciapiede e che mi impedisce il passaggio. Vorrei precisare che il marciapiede è così alto da poter scongiurare senza ombra di dubbio il rischio tsunami del Trasimeno e che l'unica rampetta per salire si trova DOPO il banco.

Provo a passare, ma niente. Il proprietario del banco, un ragazzo che avrebbe un disperato bisogno di Chris Powell se ne sta appoggiato ad uno stipite a braccia conserte e guarda. Ovviamente, con tempismo perfetto, Emma riattacca a piangere. Riprovo a passare con l'ovetto, invano, e mi maledico mentalmente per non essere ancora riuscita a procurarmi una fascia da Mammalice. Ma quanto sono tonta?

Sto per inveire in cirillico contro di il ciccione che ha messo il banco a schifo quando dal bar a fianco esce Alì, il mio panettiere pakistano oggi in libera uscita, che corre in mio soccorso, prende in braccio Emma che dopo due moine gli sorride e mi offre pure il caffè.

Ora, se c'è una morale in questa giornata non lo so, di certo c'è solo che viviamo in un paese che ha dimenticato l'educazione ed il rispetto verso il prossimo. Posso solo immaginare quello che una persona con disabilità debba provare ed è veramente degno di un paese del terzo mondo.
Ecco cosa siamo diventati.

O forse siamo sempre stati.

Ora vi lascio. Nella cassetta delle lettere ho trovato il tagliandino per ritirare una raccomandata...

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17 febbraio 2014 1 17 /02 /febbraio /2014 18:23

A volte credo di avere una sensibilità diversa dalla media, oppure, come direbbe una mia amica molto diretta, di essere proprio una bestia senza Dio. Volete un esempio? Non ci credete? L'avete vista la pubblicità della P&G sulle Olimpiadi invernali che impazza virale in rete? Ecco, tutti la trovano commovente, io no. Voglio dire, carina eh, anche se ci sarebbe proprio da discutere su Sochi come sede delle Olimpiadi in generale, ma lasciamo stare.

Bello il messaggio delle mamme che aiutano i propri figli a diventare campioni olimpici domani, ma mi sono chiesta subito:
1) I padri? Sono tutti morti in guerra in tempo di pace oppure sono a vedere la Champion's?
2) Come si abbina questo messaggio con la P&G che produce più che d'altro detersivi e prodotti per il bagno? Il trait d'union è che sono la mamme che fanno la spesa? O che fanno il bucato?
Mah. E, tra l'altro, le multinazionali sono il male quindi non vedo e capisco la commozione che dovrebbe suscitarmi questo spot.
Sono un mostro?

Non festeggio nemmeno S. Valentino, per dire. 
E' la festa dei fiorai e io non lo sono.

No, perché ho iniziato ad avere dei dubbi alla nascita di mia figlia. Tutti mi dicevano che il momento in cui me l'avrebbero messa sopra sarebbe stato di svolta per la mia vita. Sia le mie amiche che altre donne di cui avevo letto le esperienze in rete lo confermavano: un momento da ricordare!
Io, invece, no.
Dopo il cesareo l'avevo vista per un attimo e la dottoressa, che è anche una amica, mi aveva rassicurato confermando che era tutto a posto. Quando me l'hanno messa addosso mi aspettavo un'esplosione. DOVEVA essere così, in fondo lo è stato per tutte, vero?

E invece no. Lei mi si è arrampicata addosso e mi ha puntato in faccia i suoi occhi cerulei. E io non ho pensato nulla di romantico o materno, ma mi sono detta: “Oh cazzo, ed ora che faccio? Come faccio a crescerla, proteggerla, a capirla? Dov'è il libretto delle istruzioni?"
Avete presente il terrore puro? Ecco, io al quadrato. 
Panico proprio. Sarà stata l'anestesia, la stanchezza, l'operazione. Ma anche no.
Mi ci è voluto un po' per provare quella sensazione, ci siamo dovute imparare a conoscere io e mia figlia, una neonata che si è presentata a sua madre mordendole due volte un seno e trasformandola da un lato solo in Pamela Anderson, ma con sfumature violacee.
Simpatica come sua madre.

Ora, quando la guardo dormire o cercare spasmodicamente di strapparsi la faccia, mi rendo conto che è mia. Che l'ho fatta io. L'ho fatta io, capite? Sì, ok, pure l'Amoremio ci ha messo qualcosa di suo, ma l'artigiano sono io. Ed è perfetta sotto tutti i punti di vista, fatta da me che di perfetto non sono riuscita a fare mai nulla, nemmeno il parallelepipedo di cartone bristol a lezione di tecnica alle medie.
E quando mi guarda con i suoi occhi cerulei aggrottando la fronte mi chiedo ancora se sarò all'altezza, se troverò mai il libretto delle istruzioni oppure no. Ma soprattutto mi sento stringere dentro; la guardo e so che lei è il mio diamante, il più prezioso che poss esistere. 
E so anche che non c'è nulla che non farei per lei.

Ecco, ora mi commuovo.

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3 febbraio 2014 1 03 /02 /febbraio /2014 12:40

Eccomi qui, sono tornata!!!!
Come, non ve ne siete accorti? Davvero?
Ma sì, lo so che vi sono mancata e che vi siete strappati tutti i capelli nella frenetica attesa di sapere cosa fosse successo o meno. Del resto, come potete vivere senza di me e il mio blog?

Delirio a parte, il mio blog è stato offline dal 20 gennaio fino ad oggi, in pratica esattamente come me. 
Io il 20 mi sono ricoverata in ospedale perché la mia pupa non aveva nessuna intenzione di uscire dalla pancia nonostante i termini ampiamente scaduti (sempre in ritardo, come la mamma) e non mi sono resa conto di nulla fino al mio rientro a casa. Rientro che, diciamolo, non è stato facile tra dolori del cesareo e baby blues. Per fortuna che la mia famiglia e le mie amiche non mi hanno mollato un attimo. 
Quando mi ripiglio che scopro?
Che il blog è sparito. PUFF! Così, come cambia il vento. 

Senza lasciare traccia.
PANICO.
Anche perché non avevo idea di come risolvere la cosa e non avendo un interlocutore diretto mi sono trovata ad affrontare tutto al buio. Senza backup di niente, ovvio, nemmeno del template. Perché io, che ho fatto le scuole informatiche, nella realtà sono una pippa atomica in queste cose e continuo a rimpiangere Splinder e la sua facilità di utilizzo.
Insomma, alla fine stamattina sembrerebbe tutto risolto, Overblog s'è scusato e io non voglio indagare oltre: basta che da oggi sia tutto a posto.
Spero.

Non è che nel frattempo vi siete dimenticati di me, eh?

 

 

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17 gennaio 2014 5 17 /01 /gennaio /2014 15:17

mom-to-be-dinner-napkin-m.jpgEd eccoci qui, ad una settimana dall'inizio della trafila dei tracciati.
Che poi, il monitoraggio in sé non è questa gran cosa, anche perché la pupa già si sta dimostrando una primadonna e appena mi siedo in poltrona, forse conscia di essere finalmente protagonista, si esibisce in capriole ed evluzioni che manco i trapezisti del circo. Vanitosa nel DNA, la gnoccolona. Così mentre le altre stanno almeno un'ora ad aspettare, io in venti minuti ho evaso la pratica. Tutto ok quindi, ma prendere e partire da casa, affrontare la nebbia mattutina e infilarsi nel dedalo dei corridoi dell'ospedale è divertente come fare la ceretta. 
Da lunedì, poi, tutti i giorni, a meno che la lady che vive sopra il mio sterno decida che il mondo è finalmente pronto al grande evento.
E non è che posso andarci da sola, perché non mi fanno guidare manco per sbaglio ("E se poi succede qualcosa???") anche se mi sento esattamente come un mese fa. Perciò devo precettare i miei genitori per farmi dare uno strappo, o farmi portare dall'Amoremio. Io odio non essere indipendente, tantissimo. Mi mette un'ansia che non vi dico. E non perché le persone che ho accanto non siano disponibili, assolutamente non è così: è che sono abituata a fare le cose da sola. 
L'ho già detto che ho un brutto carattere?

Stamattina poi, fatto il tracciato ho dovuto aspettare almeno quaranta minuti che qualcuno lo controllasse e si sa, io ad aspettare mi annoio. Vi immaginate l'irritazione? E dire che la prolattina nel sangue mi fa l'effetto di una canna ultimamente. Metaforicamente parlando, ovvio.
Non mi ero portata nemmeno il lettore ebook e il telefono prendeva male. così mi sono dedicata ad una delle mie attività ludiche preferite: osservare gli altri e impicciarmi degli affaracci altrui. E costruirci sopra delle storie, ovviamente, altrimenti che gusto c'è?

La mia attenzione è stata attratta da una bella bimba di poco più di un anno che trotterellando tra i corridoi cercava disperatamente di attirare l'attenzione di un bimbo più o meno della stessa età, pervicacemente attaccato alle gambe della madre. L'arrivo della madre della bimba ed il suo abbigliamento mi fanno scoprire che è di origine mediorientale, mentre il bimbo e la madre conversano in russo.
Finalmente il bimbo vince la sua ritrosia ed iniziano a giocare, mentre le madri iniziano una conversazione in un italiano che definire stentato è poco. 
Ma la barriera linguistica non sembrava riguardare affatto i due bimbi, che hanno iniziato ad esplorarsi reciprocamente come solo a quell'età sanno fare.
Ignari di differenze culturali, sociali o altre amenità simili.
Solo uguali.

Ecco, io lì mi sono sentita felice, quasi commossa. Aspettare non mi importava più. Mi sono detta che forse, ma dico forse, una piccola speranza c'è per questo mondo malato.
Piccola, ma c'è.

E sono i grandi di domani... 

 

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9 gennaio 2014 4 09 /01 /gennaio /2014 08:58

716244-vintage-empty-chair-waiting-for-someone.jpgE sono ancora qui in attesa. Ebbene sì, e questo nonostante tutte le voci di comare che si sono affaccendate intorno a me negli ultimi mesi.
"Lavori fino all'ottavo mese?"
"Ti strapazzi troppo!!!"
"Non guidare!"
"Se continui così, la fai nascere prima!!!!"
E invece domattina comincia la trafila dei tracciati all'ospedale.
Come a dire che la pupa si dimostra già abbastanza testarda da fare un po' come le pare. 

Sì, lo so: sono solo alla trentanovesima settimana, manca poco, ci siamo. Ma l'impazienza che mi sta cogliendo è pari solo al terrore di non essere capace. No, non di partorire: conto molto sull'aiuto dei dottori per qesto, e anche nella santa epidurale che volendo posso invocare e che è molto più di quello che due terzi delle donne attualmente incnta nel mondo si trovano davanti in prospettiva.
Capace di gestire tutto, di essere in grado di occuparmi di mia figlia, paura di fare casino. Se mi scivola? Se non mi viene fuori l'istinto materno? Se divento pazza? Può succedere, eh, e io già parto bella avvantaggiata in questo. Ma di tutto ciò ho già parlato diffusamente, vi ho già rotto abbastanza alle scatole.
E se state facendo "" con la testa, immaginate in che stato possa essere l'Amoremio.

Ad ogni modo, la mia vita in questo momento è proprio questa: attendere. 
Senza sintomi che non siano un pancione voluminoso oramai oltre ogni misura e improvvise vampate di calore che mi fanno dormire in mutande e girare per casa come se fuori non ci fosse un nebbione da panico, ma un bel sole di giugno. Io, proprio io: la ex regina dei pigiami di flanella.

Ma forse proprio l'attesa rende tutto più bello. Aspettare la mia cucciola con trepidazione, coccolandola e godendomi i suoi ultimi calcioni nella pancia mentre l'Amoremio l'accarezza e gli chiede "Ma quando esci?" con tutta la tenerezza del mondo. Cercare di immaginarmela, anche se proprio non ci riesco.
Come sarai, piccola mia? 
Sarai riccia come papà o liscia a spaghetto come me?
Avrai gli occhioni nocciola enormi e spalancati sul mondo oppure erediterai gli occhi chiari di qualche avo?
Ad ogni modo, noi siamo qui.


Ti aspettiamo, quando vuoi. 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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