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7 maggio 2012 1 07 /05 /maggio /2012 18:13

thumbs_ant-photography-4.jpgChe bella la primavera.

Ah! Che bella!

I fiori, le giornate sempre più lunghe, il caldo.

Che bella la primavera, sì.

La natura si risveglia, tutto è bello, verde, luminoso.

Sì.

Si sveglia la natura, già.

E anche gli insetti, mannaggiaalloro.

Lasciamo perdere l’orrido ritrovamente di tre cuccioli di scorpione neri come la pece intenti a pascolare nel mio corridoio.

Lasciamo perdere eventuali mostruosi e tremebondi esemplari di aracnide sorpresi a costruire palazzine di ragnatele.

Ma le formiche, no.

No.

No, no, no.

Lunghe colonnine naziste che dall’esterno entrano con prosopopea in casa mia sacceggiando il saccheggiabile, senza che niente riesca a fermarle.

Avete presente?

Nello specifico le formiche che abitano il mio giardino impazziscono per le crocchette del mio gatto ed organizzano delle vere e proprie gare di sollevamento pesi alla faccia dell’inerte Nevruz, che si limita a miagolargli contro con effetti nulli.

 

Mi reco al negozio di attrezzature agricole (nocnhè spacciatore delle crocchette del mio gatto) per avere un consiglio.Il proprietario, austroungarico trapiantato in terra lacustre, corre a consigliarmi soelrte un’esca per formichezuccherina e infida: “Loro sente zukkero e porta in formikaio. Lì, tutte mangia e tutte muore!!

Oddio, che orrore!

E’ veleno. Tu non volefa veleno?

Sì, ma…una cosa meno cruenta?”

Buon veleno” e mi mette in mano la bottiglietta.

 

Ecco, io non me la sono sentita. Mi è venuta in mente Z la formiica, Arthur e il popolo dei minimei e tutta una serie di letteratura per bambini e all’improvviso mi sono sentita l’adulto cattivo.

Cattivo, sì.

Che stermina le formiche, porelle.

E non ce l’ho fatta, l’esca non ci sono riuscita a comprarla con grande disappunto dell’austroungarico.

E mi sono sentita buona, gentile, un’eroina della Disney, sorridente e canterina.

Finché non sono rientrata a casa.

A casa mia.

Invasa dalle formiche.

 

Sono tornata al negozio, accolta dal sorriso beffardo dell’austroungarico: “Sìììì?

Ehm, volevo… c’avrei bisogno… insomma, ho le formiche in casa

Eska?

NO!

Funziona, io giura!!”

No, guardi, ci credo, eh! E’ che non me la sento.”

 

Alla fine ho comprato una classica poverina “da femminucce, no risolutifa” per allontanarle, sperando che prendano questo ammonimento come serio.

In ogni caso mi pare evidente che la bontà non paga, mai.

 

A meno che non viviate in un film della Disney…

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27 aprile 2012 5 27 /04 /aprile /2012 19:29

v_per_vintage.jpgCi sono giorni pesanti come macigni.

Giorni in cui è facile sentirsi soli, anche se in mezzo ad un mare di gente.

 

Giorni in cui tutto sembra perfetto, ma non lo è.  Eppure il cielo è azzurro, gli uccellini cantano e la primavera bussa forte alle porte come a volere recuperare un ritardo involontario.

Ecco, anche tu ti senti in ritardo.

In ritardo per tante cose, forse per tutto.

In quei giorni lì senti la vita che scivola via, i tuoi genitori che invecchiano, la pianta del salotto che piega la testa e si abbandona alla carenza di luce.

Vedi il mondo intorno a te, ma non ti appartiene.

Ti scivola addosso come se non potesse raggiungerti davvero, come se fosse già troppo lontano.

 

Nessuno ti capisce, nessuno vede come sei.

Ti senti come Alice prima di finire nel buco, o forse sei tu il buco in cui cade.

 

Ti senti in ritardo, sì, pressata.

Per certe cose è troppo tardi?

Vorresti una risposta, ma non c’è chi te la regala.

 

E’ primavera, anche se in ritardo.

 

E il tuo Bianconiglio? Lo insegui ancora?

 

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26 aprile 2012 4 26 /04 /aprile /2012 07:42

 

 

Mio padre mi ha sempre insegnato a ragionare con la mia testa.

Se una cosa non ti piace, mi diceva da bambina, non la fare.

Se il mondo non ti piace, aggiungeva, prova a cambiarlo.

 

Così, da un po’ di tempo, siccome vedo cose che non mi piacciono e che potrei cambiare, mi ci sto dedicando. Cose piccole, per carità, ma chi ha detto che il grande non passi proprio da queste cose?

Dopo la raccolta differenziata e la scelta di comprare il più possibile prodotti a chilometri zero, mi sono lanciata in una battaglia senza quartiere contro la regina dei bisogni indotti.

No, non contro la Nutella.

 

La mia ultima battaglia è contro l’acqua in bottiglia.

Oh, lo so. Lo so che non è una novità, blabla blabla.

Lo è per me, va bene?

Il proposito casalingo mio e dell’Amoremio per il 2012 è stato: mai più acqua in bottiglia.

Per buona misura, lui ha deciso di sua sponte di rinunciare anche alle bibite gassate (io non le bevevo già da prima) e quindi anche la Coca Cola è sparita da casa nostra.

L’annoso andirivieni delle confezioni di acqua in bottiglia è stato sostituito dall’utilizzo della brocca filtrante e dall’uso sporadico, in pratica solo per l’ufficio, della fontanella comunale (€ 0,05 ogni litroe  mezzo, sia liscia che gassata).

Sì, uso la brocca microfltrata nonostante tutte le critiche. Io, francamente, non ci credo: ho visto Voyager e credo di più nei complottasti, nei rettiliani, nel chupacabra e alla vita su Marte. Anche se l’acqua del rubinetto la potete bere anche non filtrata: è meglio di quella in bottiglia, o in ogni caso è uguale.

Non vi fate ingannare, l’acqua è acqua ed è di tutti.

Pensate davvero che l’acqua Vitasnella vi faccia dimagrire?

O che quella di Messner sia purissima e freschissima?

O che certe acque depurino di più?

Non vi fate abbindolare, voletevi bene!

 

E poi, la raccolta differenziata così si fa in un baleno!

Niente più casse d’acqua da trasportare, ché gli uomini non c’hanno mai tempo.

Senza considerare il risparmio economico e sociale.

 

Allora, vi ho convinto?

 

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21 marzo 2012 3 21 /03 /marzo /2012 18:45

gp-vintage-paris.jpgAntefatto

Alle scuole medie avevo una professoressa di francese madrelingua di quelle che oggi chiamerebbero i servizi sociali. Dal primo giorno, anzi giorno, ci disse che se volevamo parlare durante le sue ore, dovevamo farlo in francese,  sennò per ogni parola italiana mettere  100 lire nel salvadanaio collettivo. Orca troia, aggiungemmo noi. E subito giù 200 lire. All’epoca la odiammo subito, perché era severa, aveva la erre più francese che abbia mai sentito e una fissazione per i verbi irregolari che sfiorava la mani.

Poi all'inizio della terza se ne usci con: “Questa’anno studiamo Parigi che vi ci porto in gita

Urla, fischi e giubilo dell’intera classe.

Ma non avevo fatto i conti con l’oste, cioè con i miei.

Che non mi mandarono.

E Parigi restò un sogno.

Eh.

Fino ad oggi.

 

Cose che non ho visto

Ci sono mille milioni di cose che non ho visto a Parigi, ma mi sembra il minimo. Non si può far tutto in quattro giorni, e io non vacanza non corro: è contro la mia religione.

Ad ogni modo non ho visto Versailles. Peccato.

Non ho fatto un giro sulla Senna , ma questo non so se sia un gran peccato o no.

No, non sono stata al Mouline Rouge (l’ho visto da fuori), non ho mangiato al ristorante della Tour Eiffel (ma ci sono salita, a piedi e senza fare la fila).

Non ho bevuto la Coca Cola alla ciliegia, ma il vino francese sì.

Non ho viso l’Arco di Trionfo, perché l'Avenue des Champs-Élysées e i suoi negozi ci aveva tediato e abbiamo preferito prendere la metro e andare a bere un bicchierino alla nostra Cave des Absesses.

Non ho visto le catacombe di Montparnasse e i giardini delle Tuileries (pioveva quando siamo passati, non mi pareva il caso).

No, non ho visto nemmeno la casa di Toulose-Lautrec.

Vaccaboialadra.

 

Cose che ho visto (ma che non mi sarei aspettata di vedere)

Un mago tra i passeggeri del mio volo. Un mago, lo giuro, vestito da mago. Col cilindro, la palandrana e tutto il resto. Un mago americano, per di più, che mi ha raccontato di andare a Parigi con i soldi raccolti per le strade di Roma.

Una ragazzina asiatica con lo chador.

Scolaresche delle elementari francesi di tutti i colori in gita a Notre Dame solo con la maestra e senza il codazzo genitoriale tipico italiano.

Bambini di nove anni che tornano da soli a casa in metropolitana.

Tate di colore bellissime che portano a spasso bambini biondissimi e boccolosi.

La Gioconda, la Nike di Samotracia e La Libertà che guida il popolo.

La notte stellata, la colazione sull’erba  e le pointillisme di Seurat.

Ho visto donne di tutti i colori camminare elegantissime e senza tacchi, che la metro va presa camminando di buona lena sull’acciottolato e senza inciampare possibilmente.

Ho visto in metropolitana tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, ma proprio tutti con le cuffie anni ’80 collegate al lettore mp3 o al telefono. Una ballava anche. Io, ho pensato, farei la stessa figura da scema.

Ho visto le gonne a pois delle giovani parigine, con i loro chignon spettinati e curati insieme.

Ho visto uomini francesi col completo beige e i calzini blu elettrico.

Mettere il burro su tutto, anche sul formaggio. Per me che sono allergica, una festa.

Ho visto un ballerino di strada con una vasca di pesci rossi in testa.

Ho visto i Francafric protestare in piazza.

Ho visto le chimere di Notre Dame e due fidanzati italiani che litigavano furiosamente perché lui non aveva voglia di fare la fila, il tutto davanti ad una comitiva di giapponesi allibiti. Non eravamo noi, lo giuro.

Ho visto francesi gentili.

Ho visto francesi stronzi.

Ho visto troppi clochard. Troppi. Giovani, vecchi, uomini e donne. Troppi. Stretti nel sacco a pelo  blu fornito dal comune, ubriachi o sobri, malati di mente o solo esausti. Ma troppi.

Ho visto le sedie color salvia dei giardini du Luxembourg, mitiche e comodissime. Ed ho pensato che in un giardino italiano sarebbero durate una settimana, poi tutti ne avrebbero fregata almeno una per metterla in veranda o in giardino.

Ho visto l’aeroporto di Orly, con le sue poltrone super comodissime su cui mi sono addormentata aspettando il volo di rientro. 

Conclusione

Parigi è bella, ma non ci vivrei. Anche perché ci vorrebbero molti soldi per viverla, e io non ho ancora vinto al Superenalotto.

Certo, giocarci aiuterebbe.

Di sicuro torneremo, perché sono troppe le cose che non ho visto e ancora da vedere. E poi perché è bello credersi un po’ bohémienne ogni tanto e girare per Montmartre come Clive Owen in Midnight in Paris e sperare di incontrare un grande scrittore o un pittore maledetto.

 

Oppure, semplicemente, un mago.


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16 marzo 2012 5 16 /03 /marzo /2012 18:04

Favim_com-26759.jpg

 

Mi prendo una meritata vacanzina insieme all'Amoremio, che poi sarebbe il suo regalo di Natale che furbescamente include anche me.

Ne abbiamo bisogno, prima che lo stess ci porti ad uccidere i vicini di casa e nasconderli del frigorifero a pozzetto.

Fate i bravi, e non sentite troppo la mia mancanza, ché torno presto.

 

À bientôt!

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14 marzo 2012 3 14 /03 /marzo /2012 10:06

imagesCADI1ASU.jpgDa piccola ero proprio una bella bambina, una di quelle che la gente si mangia di baci e di pizzicotti apostrofando la madre  con un “ma le dovrebbe far fare pubblicitàààà!
Bella paffuta, coi capelli lisci in un ordinato paio di trecce e due occhi nocciola da svenire.

Avevo anche la pancia che seduta mi faceva tre piegoline, manco fossi stata la protagonista di una foto di Anne Geddes. (Ndr. Oddio, le piegoline ci sono ancora, porca di quella zozza troia ladra).
Nonostante il mio aspetto bucolico ed i vestitini floreali che mia madre mi propinava, avevo già da allora un pessimo carattere.
Tignosa, testarda e pienamente convinta di avere sempre ragione, non accettavo risposte negative. E se ciò accadeva non piangevo e non facevo capricci, no.
Me la segnavo.

Proprio come ora.

 

Mia madre racconta sempre un simpatico aneddoto sulla mia infanzia.

Avevo due anni e mezzo ed ero al mare con i miei genitori. Per cercare di contrastare la mia vocazione a giocare da sola, mia madre aveva fatto conoscenza coi vicini di ombrellone, milanesi e dotati di un pargolo di circa quattro anni  di nome Simone.
Come non fare amicizia? Perché non fate una bella buca insieme? Eccerto. Se non fosse che il simpatico meneghino non avesse proprio doti da ingegnere edile e continuasse a buttare sabbia nella buca e a farne crollare le pareti.

Io ero più brava, per dire.
E poi l’avevo iniziata a fare con mio padre e quindi era MIA.
Ve l’ho detto che sono competitiva dalla nascita?
Così, all’ennesimo sconfinamento del piccolo Simone, con stizza gli ho gettato un po’ di sabbia negli occhi. Non molta, poca. Ma tutta in faccia. Sulla prime lui tace, ma quando crolla ancora un po’ la buca e io colta dalla disperazione ripeto il gesto di stizza, lui inizia a piangere e corre dalla madre.
Mamma, mamma! Phoebe mi getta la sabbia negli occhi!!
Io mi esibisco nello sgranamento occhioni nocciola (il Gatto con gli stivali mi ha copiato, voglio il copyright) e la madre ci casca: “Ma amore, sarà stato un incidente! E’ così buona lei!” e mi sorride.
Sì sì, certo.
Gli asciuga le lacrime e lo rimette a sedere sull’argine della buca.
Lui mi guarda col labbro tremulo, io con lo sguardo della morte e la paletta in mano.
Mia madre scuote la testa, mio padre invece tutto tronfio della determinazione della propria prole ricomincia a leggere il giornale.
Il bimbo, titubante, rimane immobile per l’ora successiva.
Ecco, i maschi bisogna educarli da piccoli, dico io.

Col passare degli anni non sono certo migliorata, anzi. Secondo mia madre quando la gente non fa come dico io e me la piglio mi esibisco nello stesso identico sguardo in sottecchi, che in realtà e un misto di determinazione e follia omicida inespressa.

Da allora Simone non l’ho visto più.
Sicuramente da grande sarà diventato un tronista sciupafemmine e rincitrullito, se lo avete incontrato nell’arco della vita me ne scuso.
Oppure s’è fatto prete, che ne so.

 

In ogni caso Simone, se mi leggi… perdonami!

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29 febbraio 2012 3 29 /02 /febbraio /2012 19:21

vacanza.jpgSquilla un’appunto sull’agenda del cellulare: “Ricordarsi di chiamare dottoressa per certificato palestra, altrimenti mi spellano”. Consapevole che la minaccia che mi è stata fatta alla recaption della palestra ha un minimo di fondamento, faccio due rapidi conti e decido di chiamare il mio medico di base che stasera, chiaramente, dovrebbe fare ambulatorio.

Chiamo il fisso. Suona, suona, suona.

E poi entra il fax.

 

Maledicendo la mia sfiga o la mia disinformazione, chiamo mia madre per sincerarmi che il medico faccia ambulatorio.

“Mamma, scusa, ma la dottoressa non fa ambulatorio il martedì pomeriggio?”

“Sì, certo.”

“No, perché non mi risponde al fisso… mi sembrava strano!”

“Guarda, mi hanno detto che questa settimana ha trasferito l’ambulatorio, magari ancora non gli funziona il fisso. Prova al cellulare!”

 

Rinfrancata, provo al cellulare.

Al secondo squillo la mia dottoressa, famosa per solerzia ed efficienza, risponde: “Pronto?”

“Buonasera dottoressa, sono Phoebe. Mi servirebbe il certificato per la palestra…”

“Sì, certo. Domattina però che oggi non faccio ambulatorio”

“Ah, ha cambiato orari col trasferimento?”

“…”

“Non fa ambulatorio il martedì pomeriggio, mi scusi?”

“Sì, certo”

“Ah.”

“Ma oggi è mercoledì.

“…”

“Pronto?”

“Ehm… sì. Già…”

“Lo vieni a prendere domani?”

“Sì, grazie”

“Domani è giovedì, eh!”

“Ehm, sìsì”

“Non vuoi che ti segni anche le analisi del sangue? O un ricostituente? O delle vitamine?”

“…”

 

E’ una  fortuna che la dottoressa non abbia visto la mia faccia in quel momento, perché più o meno era questa qui -->    0_o

 

 

Ditemi voi se non mi serve una vacanza

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27 febbraio 2012 1 27 /02 /febbraio /2012 07:00

valley-of-the-blind--copia-1.jpgIn Umbria, ma in Italia in genere credo, persiste l’abitudine  (medioevale? Non so, mi dovrei documentare sul suo inizio effettivo) della benedizione delle case in tempo di Pasqua.

Questo rito sacramentale si fonda, credo, sulla rievocazione della lettura del brano riguardante la Pasqua ebraica nel libro dell’Esodo (la storia di Mosè, dei Dieci Comandamenti, la fuga dall’Egitto e tutta la compagnia cantante)che narra come  gli ebrei spalmarono gli stipiti e l’architrave della porta d’ingresso delle loro case con il sangue dell’agnello immolato per la Pasqua.

In questo modo, l’Angelo Sterminatore passò oltre le abitazioni ebraiche  risparmiandone i figli maschi primogeniti, a differenza dei bambini primogeniti del popolo egiziano che furono uccisi (le figlie femmine non se le filava nessuno). Così, accogliendo il sacerdote che reca la benedizione di Dio, nella Pasqua cristiana ci si prepara alla liberazione dalla schiavitù del peccato e della morte grazie al sacrificio di Gesù Cristo.

Credo.

Ho riassunto bene?

Sì, credo di sì.

In fondi alle elementari ho vinto le Olimpiadi del Catechismo, quindi.

 

Quello che mi chiedo in merito a quest’usanza antichissima, e che personalmente trovo molto bella perché permette di “conoscersi” col proprio parroco, è solo una.

Caro prete che vieni a benedire casa mia, possibile che tu mi chieda la bustina ancora prima di entrare?

Che mi inondi in fretta e furia casa di acqua benedetta, biascicando la benedizione alla velocità della luce e manco guardandomi in faccia fino al momento in cui infilo la mano nella tasca della giacca per estrarre l’oggetto del desiderio?

Che mi appiccichi tre caramelle e una candela e poi butti l’occhio questuante sulla tavola alla ricerca della magica busta bianca?

Ma non era un momento di condivisione?

 

Quand’ero piccola Don Bruno si piazzava in casa, si sedeva nel salotto e s’accendeva una sigaretta. Mia mamma gli faceva il caffè, mentre lui inizia a tirarmi le orecchie perché non ero andata a catechismo per ben due volte in un anno (il fatto che avessi avuto l’ebola non mi giustificava lo stesso). Chiedeva come andavano le cose, si interessava, accarezzava il cane e cercava di dare una mano nelle piccole cose.

Poi preghierina, benedizione, caramelle, candela, busta, ecc.

Ma si interessava a noi.

E ci conosceva uno per uno.

 

Ai giorni d’oggi, l’attuale prete del mio paese:

1)  Non ti dice quando passa, ma solo il periodo ipotetico perché bisogna essere sempre vigili per Gesù. Infatti non mi ci trova mai, perché devo lavorare e non posso star ad aspettare una settimana a casa il suo arrivo. Confido nella comprensione di Gesù, in fondo anche i suoi genitori lavoravano.

2)  Anche se mi trovasse in casa NON ENTREREBBE perché mi ha chiaramente detto che vivo nel peccato e o mi pento o andrò all’inferno. Credo fortemente che una busta adeguata lo farebbe cambiare idea, ma con quei soldi preferisco comprarmi un paio di scarpe, grazie.

 

Non vorrei passare per eretica, ma non penso sia un bell'atteggiamneto.

E non mi tirate fuori la storia che i preti son persone come el altre e che non mi devono scoraggiare.

Mi scoraggio eccome.

Possibile che ogni mio afflato religioso venga stroncato sul nascere?

Ma non bastavano le buone intenzioni?

Ah, no.

Ora ricordo.

 

E’ la strada per l’inferno che è lastricata di buone intenzioni…

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9 febbraio 2012 4 09 /02 /febbraio /2012 09:27

foto.JPGNel gennaio 1985 ero una bimba con le trecce e la cappuccia di lana fatta a mano da nonna Spina.

Avevo nove anni e mia sorella era una pupa sdentata e con pochi capelli di due e spicci.

Il mio mondo era fatto da poche semplici cose: i miei genitori, i miei nonni, la scuola, gli amichetti e la certezza che non sarei mai diventata come Mimi Ayuara visto che non sapevo prendere una palla nemmeno se me la sbattevano in faccia.

Iniziò da Natale a fare così freddo che la brina divenne una compagna delle mie mattinate a scuola. Mi piaceva vederla per i campi ricamare pizzi che si scioglievano al sole invernale. La campagna era piena di candele di ghiaccio appese ovunque, e noi bambini le staccavamo per usarle come caleidoscopi prima, e ghiaccioli poi.

Poi, poco prima del mio compleanno, la neve.

Non tanta da stare in casa, una spolverata.

Che si può volere di più della neve per il proprio nono compleanno? Mi sentivo come il protagonista delle storie sulle fate, libera di esprimere desideri che altri avrebbero esaudito. Mi sentivo di poter fare tutto, ero felice con l’innocenza dei nove anni (ndr. Non sapevo che il 1985 sarebbe stato l’annus horribilis della mia famiglia, ma questo magari ve lo racconto un’altra volta, magari quando siamo più in confidenza).

 

Poi il miracolo: il lago ghiacciò.

All’improvviso, tutto d’un botto. Puff!

Ghiacciò come un cubetto di ghiaccio nel frigo, come fosse una magia.

Il lago divenne solido, ci si poteva camminare sopra, correre, giocare. Dei pazzi raggiunsero Isola Polvese con una 500 e divennero eroi del telegiornale nazionale.

Noi, piccoli e sperduti, eravamo al telegiornale.

Io ero fresca della lettura di Pattini d’argento e l’evento mi elettrizzò. Non so se lo sapete, ma vi rinfresco la memoria: la storia si svolge in Olanda nell’ottocento e questi due fratellini (poverissimi) devono superare una serie di avversità, superabili solo se vinceranno i famosi Pattini d’argento ad una competizione che si tiene su un canale ghiacciato.

Col senno di poi mi chiedo: ma come si fa a far leggere ai bambini queste storie lacrimose? Poi ci chiediamo da dove deriva il nostro background di donnine paranoiche e sentimentalmente disturbate?

Tornando a noi, mi venne la fissa dei pattini da ghiaccio. Li volevo. Non ci dormivo. Volevo i pattini. E poi quella odiosa della mia compagna di classe bionda che aveva sempre tutto ce li aveva e ci faceva la simpaticissima tentando pochi stentorei passi sulla superficie del lago. E svolazzando i capelli biondi, accidenti.  

 C’aveva pure i paraorecchi di pelo fucsia, la maledetta.

Così li chiesi a mia madre, tentando l’approccio dell’occhio da pesce lesso.

“Non credo proprio. Anzi, dimenticatelo.” Fu la risposta.

“Ma mamma, io…”

“No. Male che vada il lago ghiaccerà tra altri 30 anni, e tu coi pattini da ghiaccio che ci farai nel frattempo?”

Davanti al suo pragmatismo mi rinchiusi in un triste mutismo.

Aveva ragione, ma era difficile da accettare.

Il freddo passò e arrivò la primavera e poi l’estate.

 

E per la promozione i miei genitori mi regalarono i pattini.

A rotelle.

Ah.

Ora, è bene che sappiate che l’unica mia insufficienza delle scuole elementari fu in educazione fisica perché “la bambina è davvero scoordinata”.

Mi ci vedete sui pattini? Ecco, infatti, NO. Non voglio stare a raccontarvi la tragedia dei pattini a rotelle anni ottanta, i capitomboli, le ginocchia sbucciate e la fine ingloriosa dei pattini stessi, preferisco voi la immaginiate. Di certo non avevo nulla a che vedere con la poesia di Pattini d’Argento.

 

Stamattina dalla terrazza ho visto il lago ghiacciato. Solo un leggero strato superficiale, per carità, niente a che vedere con la gelata del 1985. Però ho pensato subito ai pattini volevo tanto e che non ho mai avuto.

 

E grazie a Dio…

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8 febbraio 2012 3 08 /02 /febbraio /2012 16:17

Turtle-Wants-Strawberry.jpgE insomma sono viva, eh, e non mi sono dimenticata del blog.

No.

 

E’ che c’è la neve, lo dicono i telegiornali, ed allora è tutto più complicato.

Pure scrivere, sì, perché fa un freddo bestia, fuori sembra “The day after tomorrow e i russi ci vogliono straccare il gas.

Cattivoni, c’aveva ragione James Bond, ecco, siete cattivoni.

Fa freddo, sì, un freddo boia.

Bomba di neve, tempesta di ghiaccio, nuova era glaciale.

Fa freddo anche per scrivere, che vi credete? 

Mi si congelano le mani, la punta delle dita e anche quella del naso.

 

Pure il mio nano da giardino sente freddo, poverino, tutto abbandonato in mezzo alla neve con l'unica compagnia dell'acacia nuda e triste, e minaccia scioperi.

Scioperano tutti, ché lui no?

Sciopero di che cosa non so, ma qualcosa si inventerà.

 

E poi c’è Nevruz, il mio gatto.

E’ freddo, nevica e lui che fa? Si fa venire la cistite.

I maschi.

Debolucci.

Del mio abbandono al George Clooney dei veterinari a favore dell’Hippy-vet buono e gentile parlerò più avanti, ora vi basti di sapere che il mio gatto ha i cristalli di struvite. No, non sono pietre preziose ma sassolini microscopici che vivono nella sua vescica e che gli fanno venire la cistite. Grazie, eh, grazie mille.

E poi il mio gatto, sotto antibiotici, vuole uscire. E esci, vai gli dico io, Divertiti! Dopo un secondo è di nuovo davanti alla porta, infreddolito, che vuol rientrare. Al suo rientro mi miagola in faccia e mi guarda risentito e in cagnesco come se la neve fosse colpa mia.

E miagola, miagola, miagola.

Oh, cocchino, datti una calmatina eh!!!!

 

Dimenticavo, sono stanca. Stanca stanca. Io col freddo non riesco a fare nulla, nemmeno la marmellata di arance e rum.

Mi impigrisco e

 

E poi ci sono Le cronache del ghiaccio e del fuoco (ndr. L’inverno sta arrivando, sappiatelo) che mi impegnano, e devo sapere che fine farà Arya Stark e se la barriera verrà giù ed arriveranno gli zombie o se tutti saranno divorati dai draghi di Daenerys Targaryen, incavolata nera dopo la morte del suo gnocchissimo consorte.

Divago?

Ehm, sì.

 

E insomma, poi questo fine setimana pare nevicherà ancora e per fortuna nel congelatore a pozzetto c’ho provviste per un Armageddon. Tranquilli che io e l’Amoremio possiamo campare tre settimane abbondanti in isolamento mangiando spinaci e pomodorini pachino. Ce ne saranno 10 kg stivati lì, insieme ai cappelletti di kamut e alla torta al testo di farro.

 

Ne volete?

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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