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28 agosto 2011 7 28 /08 /agosto /2011 19:02

L’estate, quando sono in ferie, mi piace molto vivere il mio paesello. Poco più di 600 anime, il lago, le panchine all’ombra fatet apposta per leggerci il giornale, il gelato.
Piaceri semplici, vero relax.
Leggevo appunto il giornale su una panchina, con la testa appoggiata alla spalla dell’Amoremio che si cimenta in un giallo nordico molto estivo.
Quand’ecco che una voce resa stridula dall’età (ma non solo) mi riscuote dall’oasi di pace in cui ero sprofondata:“Ma ciao, Phoebe!”
La signora, avanti con l’età ma non certo vecchia, è una mia zia alla lontana.
Qui al paesello, si sa, siamo tutti parenti.
L’attempata signora spinge un passeggino contenente un neonato, figlio del figlio, ergo mio nipote.
Molto alla lontana. Molto.
E’ figlio del figlio, sì, umanoide non noto per la sua bellezza. E si vede.
Partono i convenevoli di rito.
“Ma che bel bambino” gorgheggio io, sapendo di mentire.
Ciondola la testa mentre il pupo sbava.
“Ehhhh! Sapessi che impegno!” mi fa lei.
“Via su, che a far la nonna ringiovanisci!!”
“Ehhh!” fa la signora acconciandosi la voluminosa messinpiega. Poi strizza gli occhi e cala lo sguardo sull’Amoremio, rimasto appositamente in un angolo.
Poi cala la scure.   
“Ma voi non lo fate un figlio?”
L’Amore mio sobbalza, sostituendo in mezzo secondo allo stupore per la domanda uno sguardo il cui significato (Ma tu i cazzi tuoi???????) non credo sia potuto sfuggire nemmeno all’osservatore meno attento del mondo.
Io, temprata da anni e anni di Ma il fidanzato non ce l’hai? sono meno sensibile e più reattiva verso il parentado in assetto da guerriglia e mi ergo a portavoce, mentre lui si rintana dietro il libro.
Abbandonata dal sesso forte, io non mi scompongo davanti all’inopportuna domanda uscita dalla bocca rassettata della invadente quasi-parente, sempre pronta ad un nuovo gossip da rivendere durante il burraco.
“Eh, vedremo, c’è tempo. Certo, mia mamma non vede l’ora di diventare nonna, da quando è in pensione!” chioso chiudendo (spero) l’argomento e cercandop di deviare la conversazione sulle amenità della pensione italica.
Ma lei incalza, incattivita dalla mia genericità: “Ehh! Ma ti devi sbrigare! Cominci ad essere in là con gli anni!
Rimango a bocca aperta davanti alla cafoneria (o alla verità?) e sto per picchiarla con la panchina quando il pupo, dimostrando un istinto di sopravvivenza superiore a quello del mio gatto, inizia a piangere.
Scusandosi la megera se ne va, lasciando dietro di sé una scia di urla lupesche.
Forse il pupo si prefigura già il suo destino di nipote e vorrebbe sottrarsi, chissà.
Mi siedo, riprendo il giornale.
Accanto a me l’Amoremio ridacchia.
“Hai niente da dire?” lo apostrofo
“Chi, io? Nono, sono parenti tuoi!!”
 
Grrrrrrrr…

 

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18 agosto 2011 4 18 /08 /agosto /2011 11:34

Ci sono cose che mi terrorizzano molto di più di un film dell’orrore.
E sono, in genere, tutti quegli eventi che incidono nella mia vita senza che io possa far niente né per impedirli né per modificarli.
Insomma, ho paura dell’imprevisto, così come confermato (secondo eminenti psicologi e diversi siti web) dalla mia completa aracnofobia.
E vedendo i notiziari in questi giorni, c’è ben poco da star tranquilli.

Vedi le borse ed i titoli azionari crollare e poi rimbalzare, quindi crollare di nuovo.
Senti di stati grandi ed importanti come gli USA, che credevi rocce indistruttibili e castelli sicuri, essere declassati da agenzie di cui ignori la natura.
Senti parlare di default (termine che credevo appartenesse sono all'ambito sessuale, vabbè) e, francamente, proprio non capisci.
Tu non capisci, non sai, non  puoi rapportarti a tutto questo. Che succede, come andrà a finire questo mondo? E noi? E le bollette,le tasse, l’azienda per cui lavoriamo, i quattro spicci che giacciono in banca o in piccoli fondi di investimento non certo esiliati alle Isole Cayman o ad Antigua e che riaschiano di venir mangiati?
Io di economia e finanza non so una emerita cippa, non mi vergogno a dirlo. All’esame di Economia Politica all’Università avevo imparato tutto a memoria modello Cocorita e non ho assimilato un bel nulla.
Peccato.
Le uniche cose che capisco di economia sono quelle che ho imparato dovendo fare i conti con il mio stipendio e il mio povero portafogli (che non è certo di Gucci). Proprio come tanti altri italiani che non si intendono di finanza e di mercati, che non fanno brokeraggio in giro per il mondo e non hanno conti alle Isole Cayman (o, a caso, ad Antigua)
Ma vivono così, come me: con uno stipendio a fine mese, sicuro ma non troppo, e le spese da gestire. Che sono sempre tante.
 
Ogni giorno il notiziario spara notizie allarmanti e il cui significato non è sempre chiaro.
Come il futuro.
Non siamo poveri, no. Non poveri nell’accezione di mia nonna, quando la povertà non era non potersi comprare ciò che si vuole, ma non mettere insieme il pranzo con la cena.
Ma già adesso, anche se sono messa meglio di molti coetanei che lottano con la precarietà o con la disoccupazione, si naviga a vista, giorno per giorno.
 
Siamo in mano ad una classe politica che non dà fiducia a nessuno, a prescindere da colore politico. Siamo tutti sulla stessa barca, che beccheggia da morire tra l’altro.
La sicurezza, quello tanto agognata e infine raggiunta negli anni Ottanta dai miei genitori, non esiste più
E questo sconvolge sia loro che noi.
E così mio padre mi chiama, chiede consigli che né io né il mio letterato e latinista marito riusciamo a dargli e la mia frustrazione aumenta.
Insieme alla mia paura. E vorrei che ci fosse qualcuno in grado di mettermi una mano sulla testa e dirmi “Vedrai che andrà tutto benecome quando ero bambina, ma non è così che funziona.

L’Amoremio è nelle mie stesse condizioni e non riesce a dirmi cose non vere, anche se magari vorrebbe. E in certi frangenti lo vorrei anch'io.

Cosa fare?
Spegnere la televisione e affidarsi a Dio?
Sperare negli alieni?
O in un attentato islamico che faccia saltare per aria tutti nostri politici in sessione plenaria?
Ritirare tutti i soldi dalla banca e foderarci il materasso?
Cosa fare?
In che sperare?

Perché in qualcosa, fosse solo una piccola lanterna, occorrerà pur sperare…

 

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16 agosto 2011 2 16 /08 /agosto /2011 11:40

Guarda quella lì… certo, non si dovrebbe comprare quel costume se non si ha il fisico.
ARGH!
Ti dovresti proprio chiudere in casa!

Sìsì, e buttare via la chiave, anche!
Oh, io c’avrò la cellulite, ma quella è un budino!
Considerando che avrà vent’anni, a trenta è Jabba The Hut!
Ihihihihiihih!
E perché… quella??? Secondo te è incinta?
No, no.
Ma dici?
Scommetti?
NOOOOO!
Buahahhahahah!
E quella lì?
Ah, per me è un uomo!
Vallo a dire al tuo ragazzo, che la sta mangiano con gli occhi!
PORCO!
Ma dai, che dici!
Attento che c’è la sorpresa!
Maldicenti!
Guarda, guarda, passa quella con la carpa tatuata dall’ombelico al ginocchio!
Terrrribbbile!
Io facevo causa al tatuatore.
Porca miseria ladra!
Siete due iene…
Il sangue non mente.
BUON sangue non mente, scusa tanto eh!


Io vado a prendermi una granita, vi va?
Io limone.
Io fragola.
Facciamo due.
 
Niente unisce più due sorelle di una giornata passata a guardare le altre donne e sparlarne.
 
Garantito...

 

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11 agosto 2011 4 11 /08 /agosto /2011 14:51

Dunque, cominciamo con una doverosa ed obbligata premessa: io non sono una chef.
Anzi, diciamo che so cucinare quel tanto che basta per non morire di fame, così come tutte le donne della mia famiglia.
 

Ed infatti ho scelto un uomo che sa cucinare benissimo, lo fa come divertimento e con grande creatività. E sporcando tutta la cucina, ma questo è un altro discorso.
Tuttavia, anche se non sono una adepta di Gordon Ramsay, ci sono cose che mi riescono particolarmente bene.
Ed una di queste è la preparazione delle zucchine sott’olio.
Complice l’orto di mio padre, in questa stagione mi approprio delle zucchine dimenticate nell’orto, quelle così grandi da diventare scenografiche ed immangiabili e le trasformo in bontà da assaporare l’inverno freddo e noioso.
La ricetta è facilissima (se la eseguo io può farla chiunque d voi, anche con un braccio legato dietro al collo, fidatevi).
 
Ingredienti:
Zucchine
Sale grosso
Aceto
Aglio
Pepe nero in grani
Peperoncino
Olio di oliva extravergine (EVO)
Erbe aromatiche a piacere
 
Prendete le zucchine dimenticate nell’orto, quindi molto grandi e dure.
Eliminate il verde esterno con un pelapatate, scava tele della parte spugnosa e dei semi e riducetele a piccole listarelle, che andrete a deporre in uno scolapasta alternandole al sale grosso.  Terminata l’operazione (o riempito lo scolapasta) mettete sopra un peso (io ho utilizzato una pentola colma d’acqua) e lasciarle a disidratare per 24 ore.
Mettere a bollire aceto di vino e acqua in parti uguali. Quando bolle, immergere le zucchine disidratate (lavatele un po’ dal sale prima, è meglio) e aspettate finché la pentola non bolle di nuovo.
Scolare le zucchine e metterle ad asciugare sopra un panno.
Quando sono fredde, riempire i barattoli di vetro, alternando alle zucchine l’aglio, il peperoncino, il pepe e altre erbette a vostro gusto.  Io ho preso dall’orto maggiorana, erba cipollina, origano, timo e timo limone, facendone un vasetto per tipo.
Oh, non dimenticate di metterci l’olio, eh!
Poi ci sarebbe il discorso del sottovuoto.
E della sterilizzazione dei vasetti.
Magari ve lo spiego la prossima volta.
Come dite, non sono un granché come cuoca e nemmeno a spiegare le ricette?
 
Ma come vi permettete???

 

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9 agosto 2011 2 09 /08 /agosto /2011 14:01

Ci sono giorni che sembra vada tutto bene.
O quasi.

La vita ti sorride.
Fuori c’è il sole.
Il tuo compagno ti guarda come fossi la Madonna.
Incontri la donna che detesti di più e sembra esser stata ciancicata e poi sputata da un rottweiler, mentre tu sei passabilmente gnocca.
Per un giorno.
O almeno per un giorno ti ci senti.
La gente ti sorride e ti saluta, si ricorda di te ed è cordiale.
Il sole ti scalda la pelle, tutto gira come dovrebbe.
Ti senti quasi magra.
Quasi la protagonista di un telefilm.
Sorridi e cammini sicura.
Nemmeno i tacchi scalfiscono la tua falcata.
Una dea in tacco dodici.


E mentre gongoli sicura di te, pronta ad acchiappare il mondo…
…stump!!!
…ti accorgi di aver pestato una gomma, gettata a terra da un cafone s*#!!$%°o,  r#<&*o!!
Ma v*%##%*£%#o!!!
 
Addio buon umore…

 

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8 agosto 2011 1 08 /08 /agosto /2011 11:44

 …ma non vai in vacanza?
 

…ad agosto stai a casa?
... davvero????? Come mai?
…ma quando parti?          
…ma quindi non vai da nessuna parte?

Ohhh mi spiace!!!

A parte che non è vero che ti dispiace, brutta megera arpulita (ndr. arricchita, uscita da condizione di indigenza grave senza che la sua istruzione si sia elevata) e arrogante. Vuoi solo far sapere a tutto il globo terracqueo, pontificando possibilmente in un ufficio pubblico che tu vai a Porto Cervo quindici giorni a cavallo del Ferragosto. Poco importa se il resto dell’anno mangi burro e alici: a Ferragosto tu, Briatore e qualche sfigato del GF caracollate a Porto Cervo.

E lo devono sapere tutti, ma TUTTITUTTI, che sennò dov’è il bello?
Ma poi, che te ne frega?
Perché incalzi imperterrita?
Poco conta che io ti abbia spiegato che:
1) No, io d’agosto no grazie ché sono allergica al casino e soprattutto al casino fatto di italiani
2) Sono riuscita a ritagliarmi una settimana a luglio e quindi ora mi godo la mia casa e il mio lago.
3) Non sono cazzi tuoi

No, tu continui scuotendo la testa a sgranando gli occhioni, come se non fosse proprio possibile.
Che poi, coi tempi che corrono non tutti riescono a  ritagliarsi una vacanza, anzi,  e allora una volta per tutte… ma di che t’impicci?
Non saluti durante tutto l’anno, non te ne frega nulla di nulla della mia vita e all’improvviso: Ma non vai in vacanza?
Signora, se trovi uno con una giornata storta che sfatto ed esasperato dal caldo ti assesta un destro in faccia…
 
…io te lo avevo detto, eh,…

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4 agosto 2011 4 04 /08 /agosto /2011 13:56

Ero a cena con una cara amica l’altra sera, un’amica che ho poche occasioni di vedere perché la vita ed il lavoro l’hanno portata lontano dal paesello.
E tra una chiacchiera ed un pettegolezzo, ci siamo scoperte a parlare di sorelle.
Dopo aver esaurito il pettegolezzolame di medio e basso livello, ovviamente.
 
Di sorelle, dicevo.
Siamo entrambe sorelle maggiori, e tutte e due con uno scarto di diversi anni.
E tutte e due siamo scontente delle nostre sorelle.
Sì.
Perché potrebbero essere più felici, fare scelte più congrue, avere vite più interessanti.
Essenzialmente, realizzarsi di più.
 
Ora, il fatto di sentire le stesse mie idee uscire dalla sua bocca mi ha fatto riflettere.
Sarà un caso? Saranno le nostre sorelle che sono identiche senza nemmeno essere amiche?
Oppure l’esser chioccia è una condizione comune e non modificabile delle sorelle maggiori?
Ripensandoci meglio, le uniche volte che ho davvero litigato con mia sorella sono state quelle in cui ho cercato di inserirmi a gamba tesa nella sua vita. Sempre per motivi giusti, ovvio. E con le migliori intenzioni, certamente. Mai su sua richiesta, però, che è una testona mia sorella.

Questo qui non va bene per te.
Dovresti fare così.
Devi essere più sicura di te.
Lui non ti merita.

Prova a fare l’Università.
Dovresti assolutamente fare così.
 
Io mia sorella la adoro.
L’ho fortemente voluta, anzi ho tartassato mia madre finché non me l’ha regalata.
Ah, non ve l’ho detto? Mia sorella è MIA.
Sì.
Io l’ho desiderata, io ho scelto il nome (bellissimo, ispirato al mio cartone animato preferito dell’epoca: Remi. No, non si chiama Joly Couer. Le è andata bene.), a lei ci devo pensare io. Se qualcuno le fa del male potrei reagire malissimo. Anzi, ora che ci penso, HO reagito malissimo.
Non sono mai stata gelosa di lei un secondo, e ho gioito nel vederla crescere e diventare bellissima (da piccola era un mostriciattolo, ci sono prove documentali e fotografiche di una rilevanza imbarazzante che lo dimostrano, nonostante lei abbia cercato di farle sparire in più modi).
Non che sia tutto rosa e fiori. Litighiamo anche parecchio. Per i vestiti, per il nostro pessimo carattere, per motivi di concetto e per chi porta il cane dal veterinario.
Ma nel bisogno lei c'era.
Anche solo per ricordarmi quanto ero e sono tonta.

 
Ma questo è il vincolo tra sorelle.
Indissolubile, litigarello, unico.
Lei è uguale a me, ma diversa.
E’ una parte di me e lo sarà sempre.
 
Se solo fosse meno testona…
 

 

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30 luglio 2011 6 30 /07 /luglio /2011 10:22

Giovedì scorso era il compleanno di mia nonna.
La mitica nonna Spina.

O meglio, lo sarebbe stato se in un caldo giorno di agosto del 2005 l’osteoporosi non avesse vinto sul suo carattere d’acciaio.
Avrebbe compiuto 84 anni.
Sono passati sei anni, sì, ma il dolore è ancora vivo e forte.
Sembra sciocco, eppure è così.

Non passa giorno senza che io abbia voglia di sentire la sua voce, di parlarle e raccontarle i miei guai. Senza entrare in casa dei miei e sperare di trovarla lì,  a vedere l’ennesima telenovela strappalacrime smangiucchiando un cioccolatino che la vita è una sola.
Lei era la mia forza, la mia coscienza, la mia concretezza.
E anche la mia allegria.
 
Se solo sapessi ( o lo sa?) che mi viene da piangere scrivendo di lei s’arrabbierebbe come una pazza, ché la vita deve andare avanti.
Cosa fatta, capo ha mi ripeteva sempre quando non avevo voglia di sbrigare qualche incombenza, obbligandomi a fare per prima sempre la cosa più odiosa.
La adoravo, avrei fatto tutto per lei.
 
La vorrei tanto vicina, ora.
Vorrei che conoscesse l’Amoremio, li vorrei veder chiacchierare di massimi sistemi sotto il gazebo.
Vorrei fosse qui e mi mettesse una mano sulla testa e mi dicesse che andrà tutto bene.
Vorrei la sua saggezza, la sua forza.
 
Mi manca tanto, e manca anche a mia sorella. E a mia mamma.
Scommetto che manca molto anche  a mio papà, anche se non lo ammetterà mai perché con lei, suocera troppo ironica e schietta, si pizzicavano sempre.
Tra noi non parliamo mai di lei, quasi fosse un tabù.  Se qualcuno intavola il discorso, anche solo per caso, gli altri lo lasciano cadere nel silenzio.
Troppo vivo il dolore, troppo speciale l’affetto che ci legava.
 
Quando mi manca troppo, prendo e vado al cimitero a trovarla. Senza fiori, come diceva lei.
Lo vedi come starò in alto? Mi diceva quando andavamo a trovare mio nonno al cimitero Mettici i fiori di plastica quando muoio, che sennò per arrivare lassù rischi di cadere!
Questo era lei.
 
Dicono che le somiglio, e io lo spero tanto.
E spero che mi guardi da lassù, a braccetto col mio caro nonno Bruno che tanto la amava.
Lo voglio credere.
Li sento vicini.
Voglio crederci, ne ho bisogno.
 
E forse è vero…

 

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29 luglio 2011 5 29 /07 /luglio /2011 07:38

Ci sono libri che ti capiscono più di altri.
Cioè, autori, volevo dire.
No, meglio: personaggi.
E così quando ho incontrato l’Avv. Malinconico me ne sono un po’ innamorata.
Ed infatti non finirò mai di ringraziare Diego Da Silva che me lo ha regalato. Non a me personalmente, ovvio, ma anche.
Forse perché è un avvocato sui generis, senza la smania feroce dello squalo che contraddistingue la specie. Anzi. L’Avvocato Malinconico è avvocato per caso, o per casualità che non è proprio lo stesso. Non riesce a prendere decisioni, non è brillante e (resti tra noi) non è nemmeno tanto competente.
Uno dei tanti, insomma, ma incasinato con se stesso come pochi.
Come me, insomma.

Non ha un soldo, la moglie l’ha lasciato, vive in una casa arredata tutta a mobili IKEA che chiama per nome e sproloquia spesso e volentieri.
Sì, sproloquia. Nella sua testa.
Tipo che da un accadimento reale poi gli parte neurone e ci sproloquia su per trenta pagine.
Nel suo cervello.
 
Esattamente come me.
Sì.
 
E mi capita anche piuttosto di frequente, non solo che ne so, sotto la doccia o in fila alla posta, quando cioè il cervello è in modalità stand by  e si ritrova libero di vagare tra la nullità dell’accavallamento del pensiero.
Mi succede anche quando gli altri mi parlano, o aspettano una risposta da me e io non so rispondere altro che un generico “Mmmmm mmmm” di assenso o attesa, interpretatelo un po’ come vi pare.
E’ che nel mio cervello si consumano discussioni interessantissime, vengono prodotte elucubrazioni filosofiche degne della massima attenzione, vengono scritti libri che vincerebbero lo Strega a mani basse.
Solo che poi, tutte queste cose a metterle su carta mi sembrano sempre diventino cazzate. Vuote. O retoriche. Come se le parole che avevo utilizzato ed i concessi espressi avessero mutuato di significato, come se avessi perso il filo, il concetto, quella parola lì che dava un senso iconoclasta al tutto.
Esattamente come accade all’Avv. Malinconico. Tale e quale, proprio.
 
E allora mi piacerebbe che qualche mente geniale tipo Steve Jobs inventasse una specie di dittafono neuronale: io penso, lui scrive. E niente dei voli pindarici del mio cervello va perso. Ammesso ne valga la pena. Ne vale la pena?
Non so.
 
So solo che io non posso fare  ameno di ciarlare con me stessa, di raccontarmi storie, di staccarmi dalla realtà nascondendomi tra le sinapsi.
Elaboro concetti inutili, ma non solo. Da piccola ero anche in grado di rielaborare la realtà circostante modificandola a mio piacere, come fosse la sceneggiatura di una brutta telenovela brasiliana anni Ottanta. Aggiungevo piccoli drammi, grandi sentimenti, accadimenti perigliosi.
Un po’ mi accade anche ora.
Rimugino sopra gli avvenimenti, li rielaboro, immagino il continuo e me ne convinco.
Non sono normale?
Dite?
 
Ma normali ci sarete voi!

 

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28 luglio 2011 4 28 /07 /luglio /2011 15:04

Sono cliente sky da quasi tre anni, da quando cioè io l'Amoremio siamo andati a vivere insieme. E sì che io ero scettica, sia sul fatto di avere una televisione diversa da quell pubblica (A che serve? Tanto non ci siamo mai a casa!) e tanto più sull'idea per me malsana di HD (Bella scemata, sì!).

Eppure mi sono lasciata convincere ed a distanza di tutto questo tempo... che dire? La tv pubblica, per mia estrema fortuna, non so cosa sia. Ed è un peccato, perché tutti dovrebbero potersi godere i programmi di Sky, anche chi non si può permettere l'abbonamento.

Informazione, intrattenimento, sport,  cinema.
Insomma, mi sono ricreduta dando ragione all'Amoremio, ma voi non
diteglielo.

Come tutti gli anni, è arrivata la campagna estiva Sky, ironica e divertente e che permette non solo di conoscere la nuova offerta Sky, ma anche di ammirare i campioni dello sport in una veste diversa. Ed in questa nuova campagna ci sono proprio tutti: dai Totti e Pirlo, a Gerard Piquè e Eto'o per il calcio, passando per Federica Pellegrini e Danilo Gallinari

 

E poi lui, Martin Castrogiovanni: non è un mito nella Parabola del Campanile, in tunica e ciabatte?

Ma siamo in Italia, non dimentichiamolo. Non solo, siamo in Italia in un periodo molto buio della nostra storia, un momento molto medievale, fatto di ombre. Accade così che un povero piccolo spot, irriverente e sarcastico forse, ma non offensivo, si ritrovi da un giorno all'altro nell'occhio del ciclone.
Per che cosa? Ma per aver violato l'assioma tutto italiano Gioca coi fanti, ma lascia stare i santi. Così l'Avvenire trova lo spot un "esercizio spericolato che turba e ferisce".
Urca.

Mah, che posso dire?
Io non mi sono sentita né turbata né offesa dal vedere Federica Pellegrini smuovere le acque di una piscina vuota in costume olimpionico. E nemmeno Eto'o nel miracolo del fermo immagine (sempre santo sia l'inventore di MySky, la più grande invenzione dopo la lampadina!) ha molestato i miei sogni.
Anche un bambino capirebbe il significato di questi spot: gli idoli delle masse oggi sono gli sportivi, venerati e ammirati, visti come privilegiati capaci di tutto.
Ma l'ironia, signori vescovi, no eh?


Trovo che siano ben altre le campagne fastidiose: quelle che inneggiano all'anoressia, ad esempio.
Che propongono vette economiche irraggiungibili.
Che espongono chiappe poco più che maggiorenni per vendere profumi ed orologi. 

Quelle vanno bene, signori vescovi?
 


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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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