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27 giugno 2011 1 27 /06 /giugno /2011 07:44

 i negri puzzano.
...non sono razzista, eh. Ma puzzano.
Deve essere una cosa propria della loro pelle.
Magari è più spessa
.
… ma non  sono mica razzista!

No, non sei razzista.
Ci mancherebbe.
No. No. Nonono.
Ti hanno accusato di esserlo?
Che gente!!!!
Lo sai chi me la diceva questa cosa? Mia nonna. Non la mia nonna materna, quella che adoravo.
La strega, l’altra.

Avevo sei anni e essendo entrata direttamente in seconda elementare causa primina, il primo giorno di scuola mi sono seduta all’unico banco libero.
Dove non voleva stare nessuno.
Ghettizzata a sei anni.
I bambini in seconda elementare sono orribili.
Dicevo, mi son seduta all'unico banco libero.
Vicino ad una bimba di colore.

Non ti ci avvicinare, puzza. Poi puzzi anche tu e on va più via. Mi disse la simpatica vecchietta.
Io, col candore dei miei sei anni il secondo giorno iniziai ad annusarla modello cane da tartufo. Niente.
E così il terzo ed il quarto. Niente.
Andai avanti per più di una settimana, senza sentire altro a parte l’odore del Dash con cui evidentemente la madre le lavava il grembiule.
E causando nella povera bambina l’evidente consapevolezza di avere una compagna di banco scema.
Andai così dalla vecchiaccia sorridente e tronfia del mio successo scientifico. Non puzza, l’ho annusata per una settimana e non puzza.
Puzza. I neri puzzano. Sempre. Tutti. E così chiuse il discorso per sempre.
Sono passati quasi trent’anni ma non è ancora cambiato nulla.
Le idee del popolino sono sempre le stesse. Il tempo passa, lottiamo per una integrazione che alcuni non vogliono, ma molti altri ritengono indispensabile, ma nulla cambia.
 
E non credo sia colpa del deodorante sbagliato…
 

 

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23 giugno 2011 4 23 /06 /giugno /2011 19:37

E ci son quei giorni che son così, ti sembra di non avere tempo per nulla e gli impegni pressano. Al lavoro tutti vogliono qualcosa da te, ci sono mille e uno casini a cui solo tu puoi pensare e l’aria condizionata è rotta. Ed è il giorno più caldo dell’anno.
Giorni in cui non ne puoi più, in cui ti senti molto impegnata e non vedi l’ora di una vacanza, ma anche solo di stendere le gambe sul divano.
Giorni in cui incastrare con scioltezza lavoro, famiglia, spesa, gatto, amici, telefonino, ancora lavoro e poi ancora famiglia e innaffiare i fiori che sono in punto di morte non si può, non ci si riesce. Una tessera del puzzle finisce immancabilmente sotto il divano e finirà lì dimenticato fino alle prossime pulizie di primavera.
Alla fine di quei giorni così, ti senti frullata.
Stanca.
Alienata dal mondo reale.
Finita.
 
Ma la vita ti riporta alla realtà in un attimo.
Con un frullare di ali.
E una persona che avevi vicina, all’improvviso non c’è più.
Non un amico, né un parente. Una di quelle persone che ti cammina vicino, un giorno dopo l’altro; con cui scambi un sorriso e tre parole alla macchinetta del caffè, incroci in corridoio e ci scambi una battuta. E all’improvviso non c’è più, ha terminato la sua lotta e tu non sapevi nemmeno che fosse peggiorato. Male sì, ma non così.
Perché tu pensavi sarebbe andato tutto bene. Che il suo sorriso sarebbe ricomparso presto per i corridoi.
E invece no.
E per lo shock ti sei dovuta sedere e concentrarti per non piangere. Per essere forte.
E ti sei ritrovata a pensare che avresti voluto conoscerlo meglio, parlarci di più. Riderci ancora una volta insieme.
Vederlo guarito e scordarti di com’era fragile l’ultima volta che era venuto in ufficio.
Quanto sappiamo davvero delle persone che abbiamo vicino, quanto le conosciamo davvero?
Dove finisce il rapporto di cortese civiltà e convivenza e inizia l’indifferenza della fretta?
 
Basta poco, basta un passo.
E la vita ti riporta alla sua idea di normalità.
E tu non puoi che star lì, a raccontarti che da domani sarà diverso, che prenderai la vita con uno spirito diverso perché vaffanculo al mondo.
Ma lo sai già di parlare coi sottotitoli della retorica. Che non sarà così, che tornerai a fare l’equilibrista ed incazzarti per l’ufficio pubblico che ti prende a pesci in faccia o il ficus che decidere di perdere tutte le foglie.
Perché sei così, perché la vita è così.
Ma oggi è il giorno del cordoglio, della riflessione, delle lacrime che spuntano improvvise.
 
Domani sarà tutto diverso. Domani…

 

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22 giugno 2011 3 22 /06 /giugno /2011 13:26

Tutte le donne hanno un rapporto controverso con lo specchio.
Ci sono le poche fortunate che si amano e ammirano anche in tutte le vetrine, chi fa le boccacce, ci si odia e scappa.
In percentuale, visto lo spirito altamente critico delle donne, diciamo che sono più quelle che con lo specchio ci litigano, ma tant’è.

Io appartengo alla banale maggioranza che all’altra se stessa che vive nello specchio non canterebbe una terzina come Mary Poppins, ma farebbe volentieri la linguaccia se non fosse certa di riceverne un’altra in cambio.

A parte la visione di rotolini e rotoloni eccedenti (ma anche di vere e proprie maniglie antipanico posizionate in vita), specialmente se sono stanca lo specchio mi rimanda ad un incubo infantile: mia zia. Sì, ci vedo mia zia, sorella sconsiderata di mio padre.
Additata come inconcludente, sciapa e scialacquatrice, la paura di assomigliarle popola la mia infanzia. Era anche bruttina e antipatica, per dire. Niente a che vedere col fascino del proibito.
Sei tale e quale a tua zia! M rimproverava mio padre da piccola se combinavo qualcosa che non andava. E io allora mi impegnavo per migliorare, per essere una brava bambina. A scuola, a casa, sempre.
Tutto pur di non essere come lei.
Ma con la cattiveria tipica degli adulti che non vedono il mondo dei bambini, mio padre insisteva: Sei proprio come mia sorella! Mi scherniva se dimenticavo di annaffiare le piante il giorno che toccava o se facevo cadere un piatto a terra e si sbeccava.
Sei tale e quale a tua zia! Insisteva appena ne aveva l’occasione.
E a me salivano le lacrime agi occhi, perché da vera bambina fornita di un mix caratteriale esplosivo fatto di permalosità e ansia io avrei voluto essere la bambina perfetta. E non come mia zia. Credevo, a dirla tutta, che i miei mi avrebbero amato solo in quanto perfetta, invisibile, dolce e diligente. Non capivo che mi amavano in quanto figlia e in quanto me stessa.
C’è voluto un po’, ma alla fine l’ho capito.
Forse.
Per lo meno per quel che riguarda i genitori.
Sì.

Ad ogni modo, questo non ha cancellato la paura di veder emergere da sotto la mia pelle la faccia di mia zia modello Alien.
Ed eccolo lì, mi sta venendo il doppiomento come il suo. E gli occhi incavati? Tale e quale.
E dire che invece vorrei assomigliare alla mia splendida madre, buona, dolce e forte allo stesso tempo.
E bellissima, anche, soprattutto da giovane.
Sei bella come tua madre. 
Ecco il più bel complimento che mi hanno fatto.
Non Assomigli a tua zia.
 Eppure mi rivedo la sua faccia addosso, forse la paura  el’ansia di essere come lei, di fallire come ha fallito lei.
Di essere imperfetta.
Sbeccata.
Con le occhiaie e i capelli sfatti.
 
Mi sa che copro tutti gli specchi di casa, via…

 

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17 giugno 2011 5 17 /06 /giugno /2011 13:31

Nonostante il tempo schifoso, la primavera cede il passo ad una timida estate.

E' nell'aria, è la stagione più bella dell'anno. Piena di promesse, di allegorie, di sogni.

Le serate lunghe, senza fine, col sole che non vuole andare a dormire. La gente, in paese, si piazza sulle panchine a godere il fresco. Ma anche a fare pettegolezzi, che non guasta. Guarda quella lì, hai saputo del cugino di.

Le rane gracidano lontane, sulle sponde del lago. Gracidano forte, rendendo sordi per un attimo ai rumori degli uomini coloro che si fermano ad ascoltarle. Gracidano con alterigia la loro passione, la loro voglia di vivere, il loro blues.

I tigli danno il loro massimo, lasciando andare di notte il loro dolce profumo, promessa d’amore per tutti gli innamorati avventizi che rendono famosa la primavera.

E poi le lucciole, promessa fatua di giovinezza eterna.
Le lucciole mi meravigliano sempre, tutti gli anni, tutte le volte.
Tutte le sere.

Dovrei essere più felice, lo so. Più serena. Ho tutto quel che si può desiderare. Un amore grande. Una bella famiglia, che mi ama. Amici favolosi, amiche che valgono oro.
Eppure mi sento insoddisfatta, inquieta. Vivo nell'ansia di non fare le cose, di non arrivare a tutto.
Come staranno i miei genitori? Riuscirò a scrivere un giorno il libro della vita? Sarò all'altezza? Basteranno i soldi? Che succederà domani? Passerà mai quest'ansia che mi divora e mi spinge al controllo maniacale della lavatrice?
Mi sento inquieta, sì.
Meno me stessa di prima. Abbandonata, forse, dalla forza d’animo di mia nonna che mi sorreggeva.
Ora che devo sorreggermi da sola, mi scopro a non vedermi più me.  A trovarmi isterica, pesante, preoccupata, agitata. L'ansia mi domina, anche se so bene che non dovrei cedere alle sue lusinghe.

Vorrei ritrovare quella leggerezza, quel disincanto che mi permetteva di mettere un passo via l’altro con la mancanza di senno dell’inanzia.

Vorrei poter ridere, ridere di più.
Per cose sciocche.
Lasciarmi andare.
Tornare a volare.

Come una lucciola nel vento d’estate…

 

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14 giugno 2011 2 14 /06 /giugno /2011 13:48

E vabbè, è finita.
Alla fine dopo tanto cianciare, scrivere, commentare, premere, sbandierare su Facebook e su tutti i social network in generale ce l’abbiamo fatta: i referendum hanno raggiunto il quorum.

 

Non solo, hanno vinto pure i sì.
Quattro sì.
Ok, sì.
Sì.
Sì. Sì. Sì. Sì.
Urrà, urrà, urrà.




E allora, che voglio di più?


Niente. 
Solo che.

Sarò ingenua, ma mi aspettavo qualcosa di diverso.
Cioè, non tipo la fine del mondo stile Giacobbo e 2012 coi maya che ballano in circolo in perizoma.
No.
Però la brutta faccia gonfia di botulino di B. che si liquefà al sole manco fosse un vampiro della Meyer, ecco quello magari sì.
E invece è ancora qui a blaterare di Parnaso e bunga bunga davanti al sopracciglio alzato ed imbarazzato di  Netanyahu proprio come se niente fosse.
E forse niente è stato.

O solo non basta.
 

Forse è solo l’inizio, sì.
La scintilla.
 
Che svegli il popolo italiano dal torpore che lo spinge a vedere programmi orrevoli, imbambolarcisi davanti e emergere credendosi Fabrizio Corona. (Sì, sono spocchiosa, ok? Non ve ne scordate).
Che seppellisca il berlusconismo, ma anche il velinismo.
Che svegli il popolo di sinistra, frustrato dall’Uomo in Bianco e Nero e della gerarchia di partito.
Magari è solo l’inizio, sì.
Della voglia di tornare a far politica. Di parlarne nei bar, di discuterne per strada o in fila alle poste.
Della voglia di far crescere un paese, di credere nel domani, nei valori della democrazia e dell’uguaglianza, in un mondoo più giusto.
Svegliarsi e il mondo è nuovo.
Libero dall’idiozia della paura del diverso, dalle chiusure mentali, dall’ignoranza imperante e di regime.
Libero.
Consapevole.
Più pulito.
 
Questo sì che farebbe finire il nostro mondo ATTUALE.
 
Altro che i maya…

 

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10 giugno 2011 5 10 /06 /giugno /2011 13:18

…non sanno guidare, girano per le strade guardandosi intorno, ma intanto per non sbagliare comprano un SUV.
Così dominano la strada.
Come se la macchina più grossa desse automaticamente il diritto di precedenza agli incroci e la possibilità di spianare rotatorie.

Non sanno mettere la quinta (o non vogliono, non so), c'hanno occhiali spessi come Mr. Magoo, ma intanto c'hanno il SUV.

Non sanno parcheggiare nemmeno una Panda del 1986, ma bloccano la strada più frequentata della città con 456 manovre da venti centimetri l’una per entrare in posto macchina in cui entrerebbe un Boing 777.
Però con calma.
Ché loro c’hanno il SUV.

Magari il SUV della Dacia, con tutto il rispetto eh, ma c’hanno il SUV.
Ché fa poveraccio arpulito, parlando in  perugino. Ma ne vale la pena, perché loro c’hanno il SUV.
Che inquina perché ciuccia come un alcolizzato. Però fa figo. Molto molto.
E la signora bionda cotonata con l'occhiale fasciante che me l’ha regalato mio marito e lo guida come se c’avesse la Renault 4 col cambio sul volante io non la compatisco. No. Io le toglierei la patente.

Voi possessori impropri di SUV sappiatelo: io vi odio.
 
E anche quelli propri, ché oggi mi gira così…

 

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10 giugno 2011 5 10 /06 /giugno /2011 10:56

L'altro giorno, sotto il temporale più grande del mondo, ovviamente mi trovavo senza riparo nel centro storico della mia città. E per evitare di finire zuppi come due pulcini, io e l'Amoremio ci siamo riparati sotto la grondaia del negozio Foot Locker.
Ci siamo così messi a guardare le vetrine (ma chi è che le fa, Paperoga??) e a rimirare le sneakers esposte.
Già. Perchè io a trent'anni ho scoperto che, essendo pronatrice con tendenze allo scivolamento e all'alluce valgo (lo so, suona un po' come la supercazzola prematurata con scappellamento a destra, ma è la verità) ho scoperto di non poter portare i tacchi. Da qui, a parte l'iniziale sbattimento e le fisime sulla perdita di sensualità è andata a finire che mi sono affezionata alle sneakers e le porto n qualunque occasione: ufficio, lavoro, tempo libero. 
Se fosse per me, le metterei anche alle riunioni e alle cena di gala!

E girellando in internet ho poi scoperto che la mia passione non è isolata, ma che dei folli hanno fondato uno Sneaker Movement. Cos'è? In pratica, folli che esprimono il loro amore per le sneakers nei modi più assurdi e fantasiosi. Dalla ragazza che corre seminuda per Milano, alle ringhiere del centro di Parigi agghindate coi lacci delle scarpe per far della sneakers art. Ma il mio preferito è il ragazzo, ormai celeberrimo sul tubo, che sbrocca perché il capo è contrario alle sneakers in ufficio. Velenoso, un mito per tutti quelli obbligati dall'azienda ad andare in cravatta e vestito buono pure se sono stagisti da 400 euro al mese. Lui si chiama Adam Smith, ed è già un mito. 
Se volete vederveli tutti, Foot Locker ha creato un sito che raccoglie tutte queste opere di genio: video, racconti, foto e anche una pagina Facebook apposita per farli pascolare felici. 
Di tutto, insomma.

Vi volete unire?

A dire il vero, piacerebbe anche a me partecipare allo Sneaker Movement, magari con un video. Ma che faccio? Correre nuda intorno al Trasimeno non mi sembra il caso, sia per motivi di decoro sia perché non sarebbe decoroso. Una nuotata nelle acque del lago? No, le sneakers non si vedrebbero o si rovinerebbero. 
E allora?

Quasi quasi le infilo al gatto, e vediamo che succede...


Articolo sponsorizzato

Viral video by ebuzzing

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7 giugno 2011 2 07 /06 /giugno /2011 13:49

Ora, non è che la mia città brulichi di mostre.
Manco per niente.
Quindi, quando ho visto comparire i cartelloni pubblicitari inneggianti l’apertura il 21 maggio di una mostra sufficientemente strutturata e completa su Keith Haring mi son detta che dovevo andarci.
Insomma, la presentazione su internet prometteva l’esposizione di una sessantina di lavori originali, serigrafie, offset, installazioni e pezzi unici provenienti da gallerie e collezioni italiane e americane.

 

Mi sono documentata. Ho cercato l’indirizzo della mostra, che non era nelle (poche) sedi abituali deputate all’arte nella mia città.
Ero tutta bella contenta.
Sì.

Così ho precettato l’Amoremio e sotto un acquazzone che tendeva all’uragano siamo andati.

E non c’era nulla. Cioè, il palazzo dove si doveva tenere la mostra c’era. L’ingresso, le vetrate, gli scalini. Ma non la mostra. Entriamo dentro il blasonato caffè che si trova lì davanti e chiediamo. Il barista non sa nulla. Ci sorge un dubbio. Entriamo nel palazzo e una imbarazzata bigliettaia ci informa che sì, la mostra ci doveva essere. Anzi, era pronta. Ma non ha mai aperto.

In che senso? Perugia è tappezzata di manifesti!

La mia domanda è caduta nel vuoto, la ragazza fa spallucce e non risponde.
Dopo attenta ricerca su internet scoprirò mio malgrado che la mostra non è mai stata inaugurata perché 12 ore prima è arrivato il veto degli avvocati della fondazione.
Tutto bloccato.
O sospeso.
Che culo.
Lo sapevo che era colpa di qualche avvocato.
Li odio.
Tutti.

Per consolarmi l’Amoremio mi ha portato prima alla Feltrinelli (era lì accanto e poi è stato prima del mio nuovo fioretto, calmi!) dove mi sono appropriata dell’ultimo libro di Mario Vargas Llosa, Il sogno del Centa.
Lo bramavo, ora è mio.
E con lo sconto del 20%. Un affarone. Sì.


Poi, dopo una benedetta piadineria che sforna anche prelibatezze di farro e kamut (esistono posti così anche in Italia, basta cercare parecchio, ma ci sono) ho trascinato il mio compagno e due sventurati amici a vedere l’ultima fatica (per sé e per gli altri) di Terrence Malick, il fischiato ed osannato vincitore di Cannes The tree of life, con Sean Penn e Brad Pitt.
che detto così sembra quasi un blockbuster, e invece manco per niente.
Sì. Dicevo.
Dicevamo.




Un momento di raccoglimento per il mio cervello, che dopo alcuni giorni si arrovella per cercare un senso che congiunga le varie parti del film con il documentario sulla creazione che contiene al centro. E anche diverse altre cosette. Tipo lo storpio sotto il tetto, per dire. Cercasi cinefili per esplicazione accurata, che ci devono essere dei tecnicismi che mi sono sfuggiti.
Eppure non era Kubrick, per dire.
E poi ho creduto fosse un film ateo, almeno fino a tre minuti dalla fine. E invece è un film molto cattolico. Cercasi anche teologo che mi illumini su mille cose che, evidentemente, non ho capito.
Oppure un’aspirina per il mal di testa, in assenza.

E voi dov’eravate quando le stelle del mattino gioivano in coro?

 

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6 giugno 2011 1 06 /06 /giugno /2011 13:17

Approfittando dei giorni di festa, ma soprattutto di un tempo novembrino che poca voglia di uscire di casa ispira, ho deciso di mettere in ordine la mia libreria.
Detto così, sembra niente. Soprattutto se non siete mai venuti a casa mia e/o mi conoscete poco.
La mia libreria è un’entità compiuta, dotata di vita e giurisdizione propria, una sorta di blob che abita lo studio in ogni sua parte.
In. Ogni. Sua. Parte.

Ora, al solo udire la frase “Oggi devo proprio riordinare la libreria”, l’Amoremio prima ha riso certo che la mia fosse una sottile metafora. Poi s’è preoccupato, offrendo il suo aiuto. Non per neinte mi prega di passare agli ebook da almeno un anno, ma io nulla. O quasi, insomma. Arrotondo, ma non sono ancora pronta a lasciare la carta.
 
Tranquillo, faccio io!
 
Con una alzata di sopracciglia se ne è andato, scettico.
E dopo due ore è rientrato nello studio e ha trovato tutti i libri a terra, con me e il gatto accerchiati dai classici dell’ottocento.
Bellini.
 
Amore, in che ordine li rimetti sugli scaffali?
Mpf… ehm…
Di casa editrice?
No.
Alfabetico?
No.
E allora?
Affettivo?


 
Insomma, grazie alla mente analitica del mio fidanzato in mezz’ora ho riordinato la libreria in ordine alfabetico, lasciando il primo scaffale per i libri non letti.
Ed ho scoperto molte cose interessanti, davvero davvero notevoli.
 
Sparizioni & apparizioni.
La mia copia di American Psycho non è volata via, né è finita tra le mani di qualche ex fidanzato o ex amico senza che ne mantenessi la memoria. Era lì. Peccato che fossi ansiosa di farlo leggere all’Amoremio e l’avessi già ricomprato. Coi punti della libreria Giunti, però.
Per fortuna invece Il signore degli anelli ancora non l’avevo acquistato.
Di nuovo.
E poi ho scoperto di avere dei doppioni insospettabili. Tipo due copie de Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire.
Disgustorama.
Insomma, ora che  è tutto in ordine non mi succederà mai più.
O per un po’.
 
Statistiche.
Ho tantissimi libri di autori con la M, ma pochissimi con la B o la O.
Sapevatelo.
 
Polvere.
Sono ancora maledettamente allergica alla polvere, soprattutto da contatto.
I libri ne attirano molta, si sa, e io avevo le mani rosse, il naso che pizzicava e l’asma incipiente.
Che cadavere.
 
Fioretti.
Ho moltissimi libri da leggere. Non molti: proprio moltissimi. E’ uno spreco e anche un peccato. Quindi, seduta stante, ho deciso di instaurare un regime di ostentata sobrietà e di legarci un fioretto. Così, finché i libri da leggere a mia disposizione non sono finiti o non si compie ciò che desidero (top secret) non posso comprare libri.
Sì, di nuovo.
Se ha funzionato una volta, può farlo ancora.
Ciò non toglie che i libri possiate regalarmeli.
Prendendoli dalla mia wishlist, magari.
 
Trovate io sia maniaca????

 

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4 giugno 2011 6 04 /06 /giugno /2011 16:50

Il tempo scivola via e si attacca addosso in piccoli cristalli rosati.
Sulla pelle come acqua di mare lasciata ad asciugare, luccicano i ricordi.
Scivola addosso noncurante, il tempo, silenzioso.
Passa senza tenere in considerazione coloro che lo vogliono ingabbiare, studiare, incasellare.
Senza accorgersi, il tempo continua ad andare, le stagioni a mutare, la terra a girare.
Passa il tempo e sembra ieri che andavi a scuola, che la tua unica preoccupazione erano i compiti e la maestra che non intende che tu la scienza ci provi a studiarla, ma non la capisci  nemmeno a bastonate.
E ora sei grande.
Grande.
Così grande che s'avvicina il secondo rinnovo della patente, e sembra ieri che avevi la certezza che avrestri preso l'autobus tutta la vita.
Grande, sì.
Tanto grande che i problemi dei tuoi genitori sono i tuoi, che le persone che hai intorno s’appoggiano a  te perché tu sì che sai come si fa. Ma invece no, non è vero. Non lo sai,  non ce la fai. Ma non lo dici.
Perché il tempo passa, ma tu sei sempre tu, piccola orgogliosa bambina che non piange davanti agli altri, ingoia rospi e stringe i pugni; che non sa chiedere aiuto mai, che vuol fare tutto da sola, anche le sue lotte personali coi mulini a vento.
Sei grande, sei una donna.
E l’orologio biologico di ticchetta dentro, tutte le mattina quando ti guardi lo specchio e l’esplorazione di te regala nuove rughette d’espressione.
Quando di guardi le mani e ti sembrano quelle di tua madre.
Quando ti guardi e pensi che sei vuoi cambiare devi farlo ora.
O comunque tra non molto.

Perché silenzioso e strisciante, il tempo passa...


 

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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Il tarlo della lettura





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