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30 gennaio 2006 1 30 /01 /gennaio /2006 12:22

Se è vero che l’Umbria, cuore verde d’Italia, è una piccola regione lontana dal mare e immersa nella natura, il comprensorio perugino è ancora più piccolo, capace di contare sì e no la popolazione di un quartiere di Roma.
Insomma, noi umbri perugini siamo pochi.

Che poi l’umbro in genere per definizione si sa, tranne eccezioni che sono proprio mosche bianche, è tradizionalmente chiuso e schivo, intento alla coltivazione del suo giardinetto privato ed a rimirare l’erba del vicino, ché guarda un po’ è sempre più verde.
Sempre che non viva sulle sponde del Trasimeno. In quel caso è un pazzo furioso.

Magari proprio per queste caratteristiche e per la tendenza a rimanere nel proprio bel guscio caldo, di perugini DOC famosi nel tempo e nella storia o che bazzicano lo show business non è che ce ne siano tanti, se si esclude per il vino e per il piacere della forchetta.

Tuttavia, tutto questo sta cambiando.
E all’improvviso oserei dire.
Verrete invasi, abbiate paura da subito.
Ciociari? Milanesi? Napoletani?
Occhio a voi, arriva la provincia dimenticata!

Sembra che in TV non si senta altro che parlare il nostro dialetto.
Il ché non è poi così bello e gratificante.

E siccome è logico che, più o meno, di vista o di nome, ci si conosca tutti nel bene e nel male, ma soprattutto nel male, e che il pettegolezzo sia lo sport nazionale in un contesto così ampio da paese allargato, vedere i propri concittadini in Tv fa sensazione.
Più del caso Narducci, che qui, detto tra noi, tra scambi di cadaveri e sette sataniche assetate di sangue, ci ha un po’ stufato.

Prima di tutto, come non ricordare l’ex bambino rapito che intenerì ormai ben 15 anni fa tutta Italia con la sua vicenda, ora rapito dalle telecamere del GF6?
Che è pur sempre uno spettacolo trash e assolutamente privo di sostanza, lo ammetto. Pure noioso spesso e volentieri. Io mica lo guardo, eh! E nemmeno lo seguo, ma ci mancherebbe.
Però quando Augusto De Megni, figlio della Perugia bene decaduta e un po’ snob, snocciola giù tutta una serie di frasi col donca (tipico modo di dire per indicare un modo di parlare con inflessioni dialettale perugino non proprio delicato), tipo “M’sé spento ’l foco”, non posso fare a meno di rotolarmi dalle risate.

Stessa cosa vale per una piccola promessa di un piccolo show defilippesco: Nicola Gargaglia, anima proletaria della nostra cittadina. Figlio di un simpatico parcheggiatore coi baffi dell’azienda comunale che ha tappezzato con le foto del figlio tutto ciò che in centro c’era di tappezzabile, eccolo lì alla corte della regina del trash per trovare il suo posto al sole. Insomma, il ragazzino diciannovenne, grande come uno scricciolo, canta e canta pure benaccio, oltre ad avere un sorriso aperto e sincero come solo i bambini riescono ad avere.
Gli auguro davvero tutto il bene possibile, e cioè di non finire a fare il trenino a Buona Domenica, ma di trovare il suo spazio in qualsiasi altro modo.

Lo so, non è che siano due esempi poi così alti e gratificanti.
Non letterati, non pittori, nemmeno giovani attori,  né novelli Mozart. Ma questo il convento passa, per ora, poi speriamo venga meglio.

Ma intanto è pur sempre un inizio, no?
Non vi basta?
Allora occhio a lei, presto la vedrete al cinema. E non solo col gommone di Kledi… E non è detto che sia poi così male, tutt'altro. E siate buoni che è la miglior amica di mia sorella.

Chi l’ha detto che il trash è monopolio delle grandi città? Anche noi in provincia abbiamo diritto alla nostra dose di reality, non trovate?

Oppure pensavate di salvarvi??

  

 

PS. Se volete cavalcare la moda del momento e imparare il perugino, passate qui a fare pratica (e anche due risate) e poi testate le vostre conoscenze. Quanti Baci Perugina avete vinto?

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24 gennaio 2006 2 24 /01 /gennaio /2006 13:14

C’è che oggi volevo scrivere uno di quei pistolotti avvelenati contro gli uomini. Uno di quei peana che fanno alzare in piedi dalla seggiola e battere le mani con convinzione tutte le donne all’ascolto, tutte almeno una volta tradite e/o sedotte ed abbandonate e/o scaricate senza una parola.

Uno di quei discorsi cinici e post-femministi, cattivi e, diciamocelo, gratuiti capace di scatenare una guerra che nemmeno te la immagini.
O meglio, il sesso forte non immagina.

Volevo chiaramente affermare che la stirpe maschile, sciagurato frutto amaro dell’evoluzione darwiniana si divide in due branche distinte e ben separate, che poco hanno da dirsi fuori da un campo di calcetto o da un livello di Resident Evil: i conigli ed i maiali.

L’Uomo-Maiale.

Il cd Uomo-Maiale è diffuso un po’ a tutte le latitudini, soprattutto nella fascia d’età 20/30, ma non disdegna fughe in età superiori. L’Uomo Maiale (o, in senso ancor più realistico e dispregiativo, l’uomo-porco) è colui che subdolamente promette ammòre, mari, monti e paradisi artificiali non meglio identificati, per poi cedere a tutte le tentazioni della carne che Venere ha messo sulla terra.
Affabulatore e pallonista, addominale a tartaruga e bicipite in bella vista, in genere è facilmente identificabile al primo appuntamento, quello in cui allunga le mani per tentare una visita ginecologica in diretta a tuo esclusivo. Al soggetto in questione si applica l’ormai mitico “
Teorema della mucca nuova”, che lo spinge a cambiare la sua mucca vecchia ed oramai ben conosciuta appena ne scorge all’orizzonte una nuova da montare, successivamente abbandonata per una ancora più nuova.
Da qui, ma solo se l’Uomo-Maiale ne ha gli attributi, l’evoluzione in
Uomo-Toro, che ne rende agli occhi delle donne concupibile la conoscenza.
L’animale spesso racchiude in sé un certo fascino perverso, quello dell’uomo che non deve chiedere mai, cinico, distaccato, misterioso, dolorosamente solo. Tutta scena, nonché tentativo appena sufficientemente esaustivo per cercare di involgersi in Uomo-Bukowski, capace di affascinare solo donne fino ai 25 anni o, oltre tale limite d’età, socie del MENSA conclamate e note come Flavia Vento.
I rituali dell’Uomo-Maiale sono piuttosto semplici, e questo ne spiegherebbe la diffusione invasiva della specie: per accoppiarsi fa fede sulla buona fede della ignare Donne-Fagiane di tutte le età, alla ricerca di quella persona diversa che l’affabulatore fa credere di essere, per poi svelare presto o tardi (presto, spererei per la povera fagiana) le sue porche intenzioni ed attrattive, nonché il suo ravanare tra una femmina e l’altra.
Ad un certo punto della sua esistenza, un punto oserei dire cruciale, l’Uomo-maiale incontra la Donna-Mucca, così etichettata non per la sua capacità polmonare (ma a volte sì), ma per la sua innata capacità bovina e frustrante di assecondare e rispondere come un muro di gomma alle necessità ed asperità dell’animale. Come crisalide che diventa farfalla, esso degenera in Uomo-Talpa, meglio conosciuto dalle masse come Uomo-Zerbino.

ATTENZIONE!
Essendo una specie invasiva e devastante, capace di ingenerare nelle sue vittime odio e malcelato cinismo riguardo tutta la specie maschile, se ne sconsiglia la frequentazione, anche occasionale e se ne vieta la riproduzione, anche in vitro.


L’Uomo-Coniglio.

Se l’Uomo-Maiale ha la sua fascia d’età tipica situata tra i 20 ed i 30 anni, l’Uomo-Coniglio dispiega il meglio di sé varcata la mitica soglia del trentennale. Anzi, possiamo affermare che, secondo i nostri studi, la creatura manifesta i primi segni della sua vera natura solo dopo in età thirty-something e non prima. Nella rara eventualità che ciò accada, il soggetto va preso e messo immediatamente in isolamento, per studiarne le compulsive ossessioni in forma precoce e poter sperare in una cura.
Partiamo da un presupposto: l
’Uomo-Coniglio è il peggio che possa capitare ad una donna.
Se è vero che l’Uomo-Maiale genera immani sofferenze, è anche portatore di grandi anche se momentanee gioie che rendono giustificabile la sua fama e la bramosia che lo circonda, è anche vero che questo difficilmente si può dire per l’essere in questione.
L’Uomo-Coniglio, dopo un titubante inizio fatto di appuntamenti romantici e sguardi languidi, può decidere di fare il passo successivo (qualora sia refrattario pure a questo, involve nell’Uomo-Struzzo o misogino di professione che dir si voglia), instaurando una relazione tiepida e discorsiva, fatta di dico-non-dico, di attenzioni che possono (e non devono, ahi ahi!!!) indurre la Donna Trentenne a sperare in un coinvolgimento sentimentale un po’ più estesa dell’affetto riservato usualmente agli animali domestici.
Ma quando l’Uomo Coniglio fiuterà con l’olfatto potente che lo contraddistingue la minima avvisaglia di cosa seria, verrà subissato dai suoi traumi precedenti, comprese ex ragazze virago e sadiche, nonché dai suoi problemi lavorativi, familiari, sociali, empatici, spirituali  e con la playstation.
Paura, paura, paura.
Il tutto per dire alla Donna Trentenne che no, non si può. Che lui le vuole tanto bene, che la stima come persona, che è stato bello, ma che lui rovinerebbe tutto perciò no, non ci siamo.
Saluti e baci.
Bye bye, sayonara, aufidersen, au revoir!
Come avrete capito, l’Uomo-Coniglio non deve la sua nomenclatura non alla sua sbrigatività sessuale, quanto alla sua incapacità di assumersi responsabilità almeno paragonabili ad un bambino di terza elementare. Se il bambino in questione viene scoperto dalla maestra ad alzare le gonne delle compagne per vedere il colore delle mutandine, affermerà che sì, è colpa sua.
In un simile frangente, l’Uomo-Coniglio ricorderà i traumi della sua infanzia partendo dal distacco dall’utero materno per poi giungere alla drammatica perdita del ciuccio ad opera del fantasma formaggino.

Ecco, questo volevo scrivere oggi.
Bèh, più o meno.
Magari mi sono un po’ temperata ed ho evitato gli insulti.

Ma poi ho riflettuto.

Ho riflettuto ed ho capito che è troppo facile così. Per una donna, per me, è molto più facile pensare che l’uomo che mi ha appena scaricata o che non mi vuole sia un maiale o un coniglio, che pensi solo al sesso o che non abbia le palle per stare con una come me.
La realtà, ahimè, è molto più complessa e dotata di sfaccettature di una puntata di Ulisse, e spesso coincide con un’unica ed indissolubile verità: LUI NON VUOLE ME.

E non è facile da accettare, non è semplice arrivare alla conclusione seppur ovvia che, “Bon ci si è provato e non è andata, non mi sono innamorato di te nemmeno un pochino, adieu! Restiamo amici come prima.”
Amici de'chè?

Più facile nascondersi nella rabbia e nel rancore, nella generalizzazione dovuta alle pessime esperienze del passato che segnano a fuoco manco fossimo mucche nel ranch di Dallas.
E allora?
Allora nulla, bisogna avere la forza di lasciarsi tutto dietro e tenere la porta del cuore se non proprio aperta, almeno accostata.


Ché il prossimo almeno dovrà bussare, cacchio.

 

 

Ps. Mappatevi, o lettori psicotici di questo meraviglioso blog!

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18 gennaio 2006 3 18 /01 /gennaio /2006 18:04

Cinque mesi fa è morta mia nonna.
Già cinque mesi e sembra ieri.

Già cinque mesi e l’altra sera, ancora, aprendo il portone di casa con in mano il bellissimo regalo di compleanno del solerte Giacomo, il mio pensiero è stato: "Ora lo faccio vedere a mia nonna, le piacerà un sacco". Per poi sentirmi scema.
Già, certe cose non cambiano facilmente, ed il pensiero automatico corre veloce sui fili di una abitudine interrotta.
Rapido e scattoso.
Irrispettoso della realtà.

Quando mia nonna è morta ho giurato che non avrei più pianto se non per un vero dolore, solo per cose importanti, solo in caso di estremo bisogno. Chè io sono una donna con le palle.

Mai più.

Mai più per rabbia.
Mai più per un uomo.
Mai più per paura o paranoia.
Mai più per frustazione.

Perchè piangere è una cosa seria, importante, di cui non bisogna abusare come Pierino che gridava "Al lupo, al lupo".
E' uno shock per il corpo, uno scombussolamento mentale che mica può essere messo in atto così, alla leggera.
Ci vogliono motivi seri, gravi.
A meno che non si pianga dalla gioia, allora quello è concesso.

E fino ad ora ce l’ho fatta, anche per cose che una volta mi avrebbero fatto salire i lacrimoni agli occhi, ho resistito. Anche quando l’ansia chiude la gola e lo stress sale prepotente.

Persino quando un nodo ti si piazza nello stomaco, e per scioglierlo l’unico modo sembra cedere.
Addirittura nel momento in cui una persona a cui tenevi ti dice nell’ordine:
- che vuole che siamo amici
- che sono una bellissima persona
- che sono dolcissima (PUAH!)
- che è stato coerente perché non mi ha mai promesso nulla ed altre usuali e banali amenità maschili

Non ho pianto, giuro. Al massimo due singhiozzi. Ma poi nulla.
E semmai è stata colpa del raffreddore, sì sì. Non lo sentite come barlo bale?
La delusione è stata tanta, ma ho resistito.

Morto un papa se ne fa un altro, no?

Sperando non sia come Ratzinger…


 

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16 gennaio 2006 1 16 /01 /gennaio /2006 18:41

Ieri sera per un puro caso del destino, rientrando a casa da un breve weekend romano, mi sono imbattuta nella visione di una fiction televisiva su Canale 5.

Ora, in frangenti normali l’avrei evitata come la peste.
Non solo odio il buonismo zuccheroso e politically correct di questi prodottini nostrani, ma Barbara D’Urso mi risulta piacevole come e più di un herpes genitale.
E poi, diciamocelo, pure il titolo grondava miele e filosofia di vita pseudo-zen a piene mani: Ricomincio da me.
Bravissima.

Tuttavia, la mia attenzione è stata attratta dalla location alquanto familiare: Castiglione del Lago e la sua bellissima rocca.
Ora, per chi non lo sapesse, questo bellissimo rudere è giusto giusto davanti al mio Lago: il Trasimeno.
E mi sono meravigliata e commossa nel vederlo nel suo splendore estivo, immerso nel verde con il sole che fa brillare la superficie in lontananza.

Della storia, ovviamente, non c’ho capito niente, che era l’ultima puntata di non so quante e poi chissenefrega, ma è stato tutto un sussulto alla ricerca di posti e luoghi familiari.
Di casa.

Ecco, quella è la Rocca!!
E la passeggiata!
Vedi? Proprio lì, in linea d’aria… lì c’è casa nostra!!!
Ecco Isola Polvese!!!
E la darsena!!!

E giù lotte in famiglia per eleggere la sponda del lago più bella, più coreografica. Est o ovest? Io preferisco casa mia, e non è solo un giudizio mio, ma delle centinaia di turisti che accompagno, sempre sotto shock quando spalanco i grandi scuri della terrazza e mostro loro il panorama, con le tre isole appese lì nel mezzo a galleggiare.

Si dice che nessun posto nel mondo sia come casa propria. Ed io sottoscrivo questa piccola banalità. Sono innamorata del mio Lago e del posto dove vivo, capace di tanti piccoli scorci e meravigliose suggestioni.
Ed ai piccoli perugini di città, nati nel cemento, che me lo denigrano chiamandolo palude o vasca da bagno (nonché ricettacolo di simpatici animaletti) rispondo sempre piccata, perché casa mia è il posto più bello del mondo e nessuno ne può dir male. Nemmeno se è vero.

Se è vero che il mare è libertà, con la linea dell’orizzonte che si perde nel nulla riempiendo l’anima di prospettive e di gusto della scoperta, il Lago in certe sere d’estate, quando si tinge di arancio e rosso sembra volerti abbracciare, rassicurare. Dirti che andrà tutto bene, anche se ora non ci credi e ti sembra impossibile. Sta tutto lì, tutto chiuso tra le sue colline.
Lì, solo per te, mentre il sole va giù ed i grilli cantano, e lo spettacolo ti colpisce come uno schiaffo in pieno viso.

Quando d’estate vado a correre, c’è un posto dove mi fermo sempre.
Un posto solo mio.
Mi siedo ed ammiro lo spettacolo.
Il mondo, visto da lì, è meno brutto.
E la vita merita di essere vissuta.

Provare per credere.

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11 gennaio 2006 3 11 /01 /gennaio /2006 16:38

Ci sono cose che sfuggono all’umana comprensione: votare il Cavaliere, le pashmine in discoteca con 40 gradi sotto il condizionatore e le gonne-pantaloni con il cavallo al ginocchio.
Esistono fenomeni di indiscussa follia come la venerazione per le chiattone, il divorzio di due eminenze grigie nonché evidenti anime gemelle come Jessica Simpson e Nick Lachey, o la Paris che mangia hamburger.
Fenomeni che non si possono spiegare né capire, come il dilagare della Lecciso in televisione, la moda dei capelli cotonati stile "ho-la-cresta-ma-non-sono-una-gallina" (o magari sì) ed il fatto che Keanu Reeves sia gay.

Ma da sempre, dalla nascita dei sapiens e delle relazioni interpersonali tra di essi, il fenomeno più inspiegabile, più socialmente debilitante ed imbarazzante, generatore di incubi per il sesso maschile e di ansie e paranoie per quello femminile è solo uno.

Ma sì, gentile pubblico, proprio quel momento: l’inspiegabile e misterioso passaggio di due sapiens qualunque da frequentazione a coppia.

COPPIA.
Dall’io e te al noi.

Perchè, se è vero che non si può mettere un'etichetta addosso a tutto (per l'amore del cielo, sarebbe orribile, lungi da me farlo), è vero anche che co'sta storia c'è chi ci marcia.
Perchè stare nel limbo è una bella cosa, è una pseudo-libertà.

All’asilo era semplicissimo: bastava prendersi per mano ed il gioco era fatto. Potevi fare agevolmente anche le presentazioni ai genitori: "Mammima, quetto è il mio fidansato" e tutto filava liscio come l’olio. A meno che lui non cominciasse a prendersi troppe libertà. Tirandoti le trecce, ad esempio.

Alle elementari era facile: un bacio in bocca, senza nemmeno la lingua che è una cosa schifosissima, ed il gioco era fatto. Si stava insieme. Magari, dopo cinque minuti netti d’orologio, si stava insieme a qualcun altro. Però le regole erano inviolabili e sacre. Le regole erano regole.

Più avanti alle scuole medie, terra di interminabili pomiciate seduti sulle panchine del parco, quando se uno allungava la mano un po’ troppo e tu lo lasciavi fare, per tutta la scuola giravano voci incontrollate sulla tua moralità, la chiave di volta del tutto è la classi frase "Ti metti con me?"
E giù tutti a sparlare di quella che sono una settimana fa stava con un altro e così via.
Perché è vero che se il pensare è il piacere più grande concesso agli esseri umani, il pensar male è la sublimazione del godimento vero.

Superata l’età della scuola dell’obbligo, caduti schemi e regole autoimposte o determinate dalla società in cui ci ritroviamo a vivere, come si fa?

Quand’è che due che si frequentano diventano ufficialmente un noi?

Dopo un mese dalla prima uscita? No, il tempo non conta.
Dopo il primo bacio? No Sant’Iddio, no!
La prima notte di sesso? Via, non siamo ridicoli. Non siamo mica così antichi… O invece sì?

Si dice che noi donne abbiamo la caratteristica chimica di attaccarci a qualcuno dopo che ci abbiamo fatto sesso. Proprio una caratteristica scritta nel DNA, non dovuta alla singola persona.
Non lo so, non lo credo.
Mi è successo spesso, ma non sempre. Ma forse sarà che sono un po’ maschiaccio.
In linea teorica, però, credo ci voglia qualcosa di più del sesso per costruire un noi.
Ma cosa?
Non può essere l’amore, quello viene dopo un po’.
Ma all’inizio?

Quand’è che da usciamo il tutto si trasforma in stiamo insieme?

Magari basta la voglia di stare insieme, di conoscersi. E, certo, anche l’attrazione. Una cosa complicata, insomma. Difficile, perché la paura regna sovrana.
E' una questione da grandi menti, articolata ed incasinata.
Metafisica.
Complessa.
O no?
Magari è solo questione di volontà.

Io preferivo all’asilo… 

 

 

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5 gennaio 2006 4 05 /01 /gennaio /2006 17:02

Problemi?
Stress da feste e parenti troppo asfissianti?
Ansie?
Insicurezze?

Il tuo ammòre ti ha lasciata per una stangona brasiliana col culo che sfida la forza di gravità che non parla nemmeno l’italiano ma-si-vede-che-si-fa-capire-bene-quando-vuole ?

Il tuo capo ti tratta come il suo personale porta-caffè umano anche se hai due lauree e più capacità di lui solo perché ti mancano i gioielli di famiglia che, sei disposta a scommetterci, la natura ha fornito in dosi ristrette anche a lui?

L’uomo che frequenti si scorda di farti gli auguri di buon anno, recuperando lo strafalcione solo alle 18 del giorno successivo?

Tua madre è ancora convinta che tu abbia 15 anni e ti aspetta sveglia in pantofole e cuffietta da notte, pronta al terzo grado se rientri dopo le 3 del mattino?

Vivi una storia complicata più del conflitto israelo-palestinese e non sai come uscirne?

Il tuo ragazzo dopo anni di fidanzamento si ricorda di giocare al dottore con te solo nelle feste comandate?

Ti sembra che tutto il mondo, emisfero australe incluso, abbia deciso all’improvviso di coalizzarsi contro di te?

CALMA.
TRANQUILLA.
RESPIRA.

C’è solo una cosa a questo punto che può lenire il tuo senso di insoddisfazione e frustrazione, una sola via di fuga, una sola piccola, ma importantissima consolazione: le scarpe.

Esco e vado a comprarmi un paio di scarpe.
E mando il mondo a pedalare.

Il mondo ti si rivolta contro?
Ma ‘sti cazzi, io lo affronto calpestandolo con un bel paio di stivaletti rosa polvere tacco 12. Ed il mondo si ridimensiona un attimo, giusto quel tanto da farti guardare il mondo con occhi più disincantati e realisti.

Sì, lo so.
Dice il podologo che, siccome il peso del corpo dovrebbe essere distribuito uniformemente su tutto il piede, evitando tacchi alti che ne causano una maldistribuzione fin troppo evidente
Bisognerebbe evitare di portare troppo spesso e a lungo tacchi molto sottili, rendono sicuramente le tue gambe più slanciate ma obbligano i piedi e schiena a tensioni che non sono per nulla salutari.
Il tacco ideale per una calzatura femminile è di 3-4 centimetri.
Certo.
Ovvio.
Lo sanno tutti.
Il famoso mezzo tacco.
Infatti, non a caso, le scarpe più ambite assomigliano a queste.

E’ sempre stato amore tra le donne e le scarpe. Ma la legalizzazione di questa dipendenza è stata santificata dall’outing senza pentimento di Carrie, persa per le scarpe del momento.

"Ho vizi costosi"
"Ah… droghe?"
"No, scarpe."

E se Manolo non è più sulla cresta dell’onda nel mondo vippissimo, nuovi interessanti sogni fatti di tomaie e tacco possono popolare la mente di noi donnucole da strapazzo, da entrambe le sponde dell’oceano. Anche da noi, anzi soprattutto il famoso Made in Italy fa furore.
La passione non conosce confini nè limiti geografici.

Quale donna non vorrebbe passare il pomeriggio provando scarpe, mentre il fidanzato la guarda rapito?
E se la moda di quest'anno non vi soddisfa, tranquille: esiste la scarpa ideale per tutte.
Basta cercare un po'.

Chiosando un grande cantautore italiano:

La follia della donna
quel bisogno di scarpe
che non vuole sentire ragioni
cosa sono i milioni
quando in cambio ti danno le scarpe!!!!!!

Non è frivolezza, non è una cosa da sottovalutare.
Specie se c’è abbinata una borsa.
E’ una cosa seria.
Serissima.

Sperando che oltre le calze (in fondo è pur sempre una donna, no?), riceviate anche scarpe, buona Befana a tutti!

Troppo frivolo per essere il primo post dell’anno?

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30 dicembre 2005 5 30 /12 /dicembre /2005 17:20
Sono sempre stata dell’idea che l’ex, nel momento stesso in cui diviene tale, andasse deportato in un luogo meno accessibile possibile e lasciato a marcire lì.
E non solo metaforicamente.
Proprio fisicamente.

Non è proprio possibile che ci si debba incontrare ancora, interagire con rapporti che sfiorano la socialità, o anche solo vederli sfiorire, imbruttire, ingrassare e diventare ometti di periferia col cappello.
Magari fidanzati/sposati con tipe che non ci assomigliano nemmeno vagamente, grasse chiattone biondo-ossigenate che si vestono griffate.

Ma tant’è, deportarli in Siberia non si può, l’omicidio è reato e non sono ancora riuscita a contattare astronavi klingoniane a cui fornire interessanti cavie umane, ergo bisogna farsene una ragione.

I computer si rompono, la gente muore, le relazioni finiscono... la cosa migliore da fare in questi casi è prendere fiato, darsi coraggio e... riavviare.
Control, Alt, Canc.

Perché se è vero che con gli ex c'è sempre una gara, generalmente battezzata "Chi dei due morirà disperato ed abbandonato, divorato dal proprio pastore alsaziano?" specie se la ferita è ancora fresca, è altrettanto palese che bisogna venire prima o poi a patti con la propria vita, sotterrare l’ascia di guerra ed accettare l’esistenza di certuni bastardi conclamati nell’universo.

Che poi mica è vero quel che dice Charlotte, che per dimenticare un uomo ci vuole paro paro la metà del tempo che si è stati insieme.
Certe volte è troppo, altre è troppo poco.

In due parole, bisogna crescere ed affrontare ciò che si è stati, con la consapevolezza che la fine di una storia non è mai un fallimento, è una occasione per crescere e capire. Necessaria, per quanto dolorosa possa essere, a prepararci al futuro, al tanto agognato domani.
Che si spera sempre sia tutto petali di rose e fiori profumati.

Ogni relazione ha il suo perché, anche se naufragata poi in mare aperto e causa di sofferenze e sbattimenti.
E’ un rischio da correre, che deve esser corso. Perché il vero fallimento è non provarci nemmeno e star chiusi nel proprio guscio.
Ma questo io l’ho capito solo in questi giorni.

Giorni in cui mi è capitato di incontrare il Principe dei Frequentanti perché, faccia tosta come pochi, mi ha telefonato millantando il bisogno di certi libri di diritto che per lui, laureato in chimica, sono di facile accesso né più né meno come Plutone per un astronauta.
E comunque, sempre più comprensibili della chimica per il mio mononeurone.

E mi sono resa conto di guardarlo con la tenerezza di una cosa passata, che è stata importante, forse determinante, per essere quella che sono e che probabilmente sarò.
Nel bene e nel male.
Mi sono intenerita a pensare al com’ero ed al come non sarò mai più, a quanto fossi diversa e in fondo sciocchina solo quattro anni fa. A come fosse tutto nuovo, a come mi dava i brividi ed a come me li dia anche oggi.
Peccato che i motivi siano diversi.

Già, perché l’adone in questione sembra passato attraverso una lente deformante: che gli è successo? Caspita, ha la mia età ma è diventato orribile!!!
Ok la maledizione dell’ex, ma mi dispiace così!
E’ troppo, è un ex, ma io ho pur sempre una coscienza sepolta in qua o in là dentro di me! Mi domando se ci sia un tasto, una macchina, un apparecchio per rimettere tutto a posto. Un po’ come quando prendi a cazzotti la Tv per risintonizzarla.
Non funziona così?

E’ stato bello rivederlo, è stato bello aiutarlo.
Mi è sembrato di fare pace con un periodo della mia vita.

Certo, non è sempre così facile.
Col Principe dei Frequentanti è una storia chiusa e morta, è lo specchio della mia ingenuità, l’immagine riflessa di una ragazzina che pretendeva amore pestando i piedi, illogica ed anche infantile, con una idea romanzata fino all’iperbole dei sentimenti e della vita.

Ma ci sono persone che, nonostante gli anni, ti restano dentro.

Con cui, anche se tutti è finito, ogni incontro è bellissimo ed inquietante, immagine sfocata di quello che poteva essere ma che, ahimè, non è stato e mai sarà.
Mani che si toccano e che vorrebbero dire e fare altre cose.
Occhi che si intrecciano.
Richieste e pensieri che si fermano sulla punta delle labbra.
Ma il passato non ritorna, anche se le emozioni lo vorrebbero.
Non sarà stato amore, magari no.
Oppure sì.
Ma l’alchimia regna ancora.
Non si può. Altre persone, altre vite, altri batticuori e giochi attraversano la nostra quotidianità.
Romanticamente estranei.
Il passato è andato.

Andato come questo 2005.

Un anno strano, di piccole rivincite e di grandi rinascite. Di dolore e di crescita. Anno di cambiamento, anno in cui tutto s’è modificato, ma tutto è rimasto uguale. O quasi.
Un anno vissuto, vissuto tutto.

Ed è questo che vi auguro per l’anno nuovo. Inutile aspettarsi stravolgimenti mirabolanti, euro che cadono dalla cipolla della doccia o Mr. Right con un fascio di rose in mano che bussa alla tua porta.
Tutte cose che magari vi succederanno, chi può dirlo.
Ma intanto vi auguro un anno nuovo denso, vissuto, ricco di vita. Pieno di grandi e piccole gioie, di sorprese e di amori quotidiani e speciali.

Buon 2006…

 

 

PS. Non dimenticate, anche nel 2006 Ditelo a Phoebe!

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28 dicembre 2005 3 28 /12 /dicembre /2005 18:02
Natale è passato e Capodanno si avvicina a grandi passi.

Ad essere fortunati, si sopravviverà anche quest’anno.
Al cibo, alla feste obbligata, alla socialità forzata.

Io quest’anno avrei solo voglia di starmene a letto guardando e riguardando il dvd che mi sono regalata da sola.
Sotto le coperte, con il caldo del piumone addosso e la mia gatta che se la ronfa soddisfatta, stiracchiandosi pigramente.

Le feste e la loro ipocrisia io le ho sempre odiate, fin da bambina.
Mi costringevano a passare un periodo di tempo esagerato col parentado di mio padre e col mio genitore maschio stesso, cosa da me ben poco tollerata allo stato attuale, figuriamoci da bambina quando tutto credi che sia dovuto.

Quest’anno poi le feste hanno un sapore triste.
Sono le prime senza la mia nonnina e tutto mi sembra strano, sciocco e vuoto.

Non posso nemmeno farmi vedere triste né in casa né fuori, chè tutti hanno problemi veri e più grandi dei miei, e guai a chi rompe.
In casa mia regna l’oblio sull’argomento, se non fosse per i piccoli gesti fatti di nascosto. Come mia sorella che tira fuori l’alberello finto che mia nonna ha fatto per 20 anni e lo mette nell’ingresso, perché con noi deve stare.

In silenzio.

E guardarlo mi riempe gli occhi di lacrime mentre cerco di immaginare le sue mani rugose, i suoi occhi. Mentre cerco di acchiappare nella memoria il suono della sua voce che mi chiama.
Non è facile spiegare il mio stato d’animo a chi non ha mai avuto un rapporto così intenso.
Basti dire che la notte di capodanno, finito il conto alla rovescia, mentre sul mondo imperversano i fuochi d’artificio e scorrono fiumi di spumante da poco prezzo, io e mia sorella, in qualunque parte del mondo fossimo, chiamavamo per prima la nonna Spina, come una gara non scritta a chi prima le augurava con un grido "BUON ANNO!"

A chi telefoneremo quest’anno?

Ma, a Dio piacendo, passerà anche il 31, e passerà la Befana, e passerà pure il giorno del mio compleanno.
Passeranno e lasceranno solo le tracce del troppo cibo o del troppo speso per soddisfare l'ansia da regalo ingustificata.

Si tornerà alla quotidianità, alla vita di tutti i giorni, al nascondersi dietro gli impegni del lavoro per non parlare, non ammettere la solitudine seppellita sotto una marea di impegni insulsi.
Torneranno le giornate frenetiche, senza tempo per pensare.
Arriverà la primavera, e magari rinascerò anch’io.

Sperando nel 2006…

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21 dicembre 2005 3 21 /12 /dicembre /2005 17:39

E’ Natale, tempo di regali, di buoni propositi, di strenne ed omaggi. E anche la nostra rivista umoristica preferita quest’anno ci fa un regalo degno di nota. No, non la solita borsa buliccia, lo specchietto o il mascara urticante.
Ci regala qualcosa di molto più utile: uno spaccato del mondo maschile indescrivibile, quello che noi donne non osiamo nemmeno immaginare. In poche parole Men’s Health.

Le sue gesta spettacolari sono arrivate al mio orecchio, ma mai avrei osato avventurarmi tra le sue pagine se questa perla non mi fosse capitata gratis tra le mani.

Sorvolerò sull’assoluto maschilismo di questa rivista, che tratta le donne alla stregua di bambine deficienti malate di shopping, derubricando la passione per le scarpe ad insana mania quando tutti sanno che su un tacco 12 non si scherza. MAI.

Devo dire che con Adrien Brody in copertina, la rivista si presenta discretamente bene. Affascinante ed intellettuale. In assoluto uno dei miei attori preferiti. Bene, bene.

Diamo un’occhiata agli strilli in copertina… 

  • Sopravvivi alle feste! 126 consigli di stile, look, alimentazione, shopping… 126?????? Ma accidenti, non saranno un po’ tanti?? 126?????? Ma accidenti, non saranno un po’ tanti??

  • Dimagrire mangiando: 35 cibi che ti faranno perdere peso. Sì, sono acqua, aria, poi di nuovo acqua. E quindi tre porzioni di aria. Il resto fa ingrassare, o comunque fa ingerire calorie. Non esiste proprio! Queste cazzate le scrivono pure i mensili femminili, tutto ciò mi consola. Anzi, mi atterrisce, pensandoci meglio… possibile che gli uomini abbiano le stesse paranoie delle donne??? Però.. c’è anche la ricetta del tiramisù light, fatto con la ricotta…

  • Alcool. Basta Postumi!! Eccerto, basta non bere troppo!!!

Entrando nel giornale, patinato e colorato come una rivista femminile, identico persino nel formato pocket al mitico, la cosa che lascia più basiti è la totale vacuità dei contenuti e la mancanza dell’ironia che pervade (secondo me) il mitico Cosmopolitan.

Subito incappo in perle da antologia degne dell’enciclopedia del trash (e sono ferma a pagina 15 ancora!!): "Il palo di Natale – regalale un corso di lap dance" con Kate Moss che si dimena nel video di "I Just Don't Know What To Do With Myself" degli White Stripes.
Giuro, se un mio ipotetico fidanzato mi regalasse una cosa simile, del palo farei un uso completamente diverso. Indi, ecco a voi la moda, così tamarra che Costantino è un signore in confronto. Giuro, se uno mi si presenta ad un appuntamento vestito così, muoio lì per lì strozzata dalle risate.

Si prosegue con un interessante articolo su come smacchiare tracce di rossetto dalla camicia o il sugo dalla cravatta. Ma all’improvviso, nel nulla, eccolo.

MERRY SEXMAS: RENDI BOLLENTE IL TUO NATALE CON I NOSTRI CONSIGLI

Cioè, a parte che il giochino di parole è squallido e pure blasfemo, gli uomini leggono questi articoli per un motivo diverso dal farsi quattro risate?
Non voglio pensare che nel momento dell’approccio tengano conto dei consigli di uno psicopatico a cui hanno tolto la camicia di forza giusto il tempo di buttargliela in lavatrice.
Ma andiamo ad analizzare.

Il sedicente giornalista afferma che è scientificamente provato, il seno delle donne si arrossa durante i preliminari, indicando all’uomo che quella è la strada giusta su cui proseguire. Così giusta che il seno può aumentare in quei momenti del 25%. Ora, vabbè che c’ho la seconda, ma delle due l’una: o ho incontrato sempre sdatti velenosi, o è una cavolata allucinante.
Veniamo alle ciglia.
E’ matematico, afferma il giornalista: se una donna sbatte la palpebre più di 15 volete in un minuto prende la pillola e proprio per questo certa un uomo macho, in quanto squilibrata ormonalmente. E se, più semplicemente, come me portasse le lenti a contatto? E comunque, chi è che sta a contare quante volte il partner sbatte le ciglia in un minuto?
Per non parlare della sezione "proprio là", già abbastanza squallida nel titolo, in cui lo pseudo-giornalista ricorda che una donna è mediamente più infoiata due settimane dopo il ciclo, per cui penna e calendario ala mano, segnate le date!!!!! Ah, occhio che sennò vi ritrovate in tre…

Non siete ancora paghi?
Non siete sazi di news?
Andando sul sito della rivista, poi, come farsi mancare i consigli del giorno?
SESSO: L’ultima parola lasciala pure a lei (Oh, grazie eh!)
FITNESS: Cavallo di ferro, cuore d’acciaio (Cioè??)
SALUTE: Basso è protetto (Nel senso che sei non sei alto sei più in salute?)

Ora, non che Cosmopolitan sia la Bibbia, né tantomeno un giornale intelligente.
Ci mancherebbe.
Anzi. Figuriamoci.

Però preferivo la borsa...

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19 dicembre 2005 1 19 /12 /dicembre /2005 11:34
Non so quale santo o quale neurone impazzito mi abbia spinto a tentare per la seconda volta l’esame per l’iscrizione all’albo degli avvocati.
Tanto più che io l’avvocato non lo farò mai, faccio e voglio fare tutt’altro. Ma come dice Barbara, mia compagnia d’avventure, non solo accademiche, dall’università in avanti "non si sa mai cosa può accadere e tutto serve nella vita".
E va bene, ok, tentiamo.
Stressiamoci la vita e tentiamo, che tanto il 50% abbondante di chi tenta l’esame lo fa per sfizio perché ovviamente nel frattempo, per non morire di fame, si è riciclata in una qualche altra attività che col diritto c’entra come i cavoli a merenda

Dopo due mesi di studio approssimativo nei ritagli di tempo, sbattimenti perché il mio spirito da secchiona mi impedisce di essere approssimativa senza sognare la maestra della terza elementare che mi insegue col righello spianato, la tanto temuta terna è arrivata.

So per esperienza diretta dell’anno passato che sarà alienante ed orribile, ma oramai è deciso: si va’ in scena e ci vorrà tutta la grinta che ho e pure qualcosa in prestito.
Ho anche deciso che, nella probabile eventualità di una bocciatura, mi concedo solo un altro tentativo.
Mi devo dare un termine, cacchio.
Poi basta.
Anzi, poi vado a farlo in Spagna che almeno è caldo.

Primo giorno.
Già la location scelta è indicativa: la caserma per allievi ufficiali "Gonzaga del Vodice" di Foligno. Sempre meglio dell’anno passato, in cui la mattanza si è svolta in un posto oltremodo equivoco per un esame, ma adeguato allo spirito ed alla reale portata dello stesso. Tanto per essere chiari, Foligno dista ben 55 km da casa mia, e vista la probabile assenza di parcheggio non a pagamento, io e la biondissima Barbara abbiamo optato per la soluzione più geniale del mondo: il treno.
Geniale ed economica, non trovate?
Partenza alle 7.
Per intenderci, è ancora buio e fa freddo. Arrivo alle 8 e spiccioli, con la terrificante scoperta che Foligno è probabilmente la città più fredda e ventosa dell’emisfero boreale. Dopo due ore in fila come ad Auschwitz sotto una tramontana battente, controllo documenti, perquisizione borse, metal detector e rotture di balle assortite tutte compiute sotto zero, entriamo nella sala in cui si svolgerà l’esame.
E scopriamo che è GELIDA.
No, non inospitale, proprio GELIDA.
Perché, mi informa il maggiore capo, sopra i 15 gradi poi procreano i batteri.
Bene.
Meraviglioso.
Voglio far parte del comitato per i diritti civili dei batteri.

Come al solito c’è gente di tutti i tipi.
Attempati. Madri che allattano. Donne incinta. Sordidi figuri che trovi a fare l’esame, sebbene in giro si spaccino come avvocati.
Ritrovo tutti i miei vicini dell’anno scorso, compreso quello carino seduto dietro di me. Studiamo sinergie, diciamo cazzate nell’attesa. L’area è gestita da militari dell’esercito che regolano con rigore e disciplina le file al bagno, con uno zelo e una voce tagliente pari solo ad "Ufficiale e gentiluomo".
Aspetto di vedere comparire Richard Gere da un momento all’altro.
Allucinazioni varie e pinguini che mi ballano intorno la macarena.
Insomma, tutto regolare.

Passano le sette ore nel gelo totale ed il parere di diritto civile è andato.
E mi sembra anche di averlo fatto bene.

E tanto perché eravamo belle tranquille e soddisfatte, il viaggio di ritorno si rivelerà un incubo. Il treno ritarda, si ferma, riparte, si spengono le luci, si riaccendono. Un incubo in cui sogno di uccidere Neri Marcorè, Ricky Tognazzi, Stefania Rocca e tutti quelli della pubblicità di Trenitalia. Due ore e trenta per cinquanta chilometri.
Vaffanculo Trenitalia.

Secondo giorno
Fa sempre più freddo e oggi c’è il parere di penale, materia in cui zoppico perché non l’ho mai praticata. Però, per antonomasia, il parere di penale è più facile del civile.
Infatti.
Sti gran cazzi.
Il presidente della commissione detta i due pareri che verranno poi definiti dal solerte Giacomo come "sulla fusione a freddo". Impossibili, didascalici, orribili. Credo che l’80% dei presenti si sia sputtanato l’esame, anche perché i commissari cercando di aiutare i poveri candidati hanno ancora di più incasinato l’incasinabile.

Ma almeno il treno per tornare a casa è stato puntuale.
Crollo a letto, desiderando solo che sia tutto finito di già.

Terzo giorno.
Semi congelati, tramortiti, con le tasche ed i codici gonfi di bigliettini, stufi e con una voglia inspiegabile di tornare alla propria vita quotidiana, ci apprestiamo all’ultima prova: l’atto giudiziario.
Io e Barbara iniziamo a dare segni evidenti di squilibrio, immaginando scenari fatti interamente di scarpe, tutti i tipi di scarpe; ma di preferenza con il tacco 12.
Prima dell’inizio, riesco a strappare al tizio carino dietro di me sia il numero di telefono che la promessa di una cena. Non male. Quest’esame forse non sarà poi tutto da buttare…

In caserma fa sempre un freddo porco ed all’amenità del luogo alle 14 e 30 si aggiunge un terremoto abbastanza forte da farci sobbalzare tra le urla del maggiore che invocava la massima tranquillità. Urlando. Notoriamente, il modo migliore per tranquillizzare la gente.
Finisco in un tempo decente che mi permette di scappare col treno delle 17 a casa, lasciandomi alle spalle tutto ciò fino a giugno, quando usciranno i risultati.



Tornata al mio lavoro, al mio tran-tran e alla mia comoda scrivania, mi sento liberata.
Sarà quel che sarà, più di così non potevo fare.
L’inutilità e l’aleatorietà di quest’esame è così snervante da renderlo odioso a tutti, commissari compresi. Siamo l’unico paese con l’iscrizione agli albi, elitario retaggio dell’era dei comuni.
Serve ancora?
Non basta il mercato per adoperare una selezione?
Siamo ancora il paese dei privilegi e dei privilegiati?
Per me il titolo rappresenterebbe solo una riga in più sul curriculum, ma chi invece vuol esercitare davvero è giusto che venga allegramente preso in giro con regole e regolamenti assurdi?
Perché non basta far bene, non serve solo quello. Ci vuole anche una discreta botta di culo. Oppure un calcione sempre lì. Ma bello forte, eh!
Non sarebbe meglio concedere la possibilità di esercitare solo con il conseguimento della laurea? Oppure, che ne sò, dopo due anni in maniera automatica?
Non si eliminerebbero tutti i piccoli privilegi e la riduzione in schiavitù di centinaia di poveri praticanti che a 30 anni suonati penzolano ancora in fondo alla catena alimentare del diritto?
Come dite, sono troppo anarchica e devo farmi gli affari miei?

Bèh, aspettiamo giugno…

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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