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18 ottobre 2004 1 18 /10 /ottobre /2004 18:18
Volevo fare un post sul mio bel fine settimana a Milano.
Sui vecchi amici che vivono sempre in fondo al mio cuore e ritrovati per una festa.
Sullo smog e sul traffico di questa città che mi sembra sempre grigia.
Sul divertimento che non manca mai.
Su una serata passata in modo divertente e sereno con una nuova interessante conoscenza che spero continui nel tempo.
Su come mi dispiaceva non aver visto tanta altra gente (ma ero già impegnata, tra un mese torno!!) che mi avrebbe fatto piacere di incontrare.
Su tante cose, insomma.

Rimuginavo pensando a questo sul treno ieri. Organizzavo il mio post nella mia testolina vuota.

Stavo sulla mia nuvoletta, quando sul diretto Firenze-Roma sale una famiglia. Niente di chè, madre, padre ed una bambina con gli occhiali ed i capelli biondo scuro.
Avrà sette anni.
Mi guarda.
Attenta ed indagatrice.

Attacca bottone con una facilità inimmaginabile, la piccola.
Parla benissimo, senza accenti, accostandosi gli occhiali sul naso.
Non è saccente, è dolcissima.
Mi chiede e mi racconta tante cose, tra l'altro anche la sua origine albanese, l'aver preso l'aereo per andare dai nonni ed il suo parlare tre lingue ("Mi piace da morire l'inglese che ci insegnano a scuola!!").
Tira fuori i quaderni e mi fa vedere i bravissima scritti dalla maestra con la penna rossa, proprio uguali a quelli che prendevo io.

E mentre lei li sfoglia attenta, mi soffermo lo sguardo con cui i genitori la guardano.
Uno sguardo innamorato, carico di speranza.

Dividiamo i Tuc che mi erano rimasti, più per aiutare la conversazione che per la fame.

Il padre fa l'operaio anche se a casa sua era un abile falegname, la madre la domestica ad ore. L'Italia e Roma non sono facili, ma si fa quel che si può per vivere.

Brava gente che lavora, di quella che vorresti come vicina di casa.

Ma non posso parlare tanto coi genitori, la piccola Klaudia vuole la mia attenzione, vuole sapere.
Vuole sapere perchè non ho figli, perchè non sono nemmeno fidanzata quando lei già lo è (e con il più bello della scuola, per giunta!!).
Klaudia che con la sfrontatezza dei bambini mi dice in faccia che sono simpatica e che ho dei bei capelli.
Mi dice che adora leggere, che saccheggia la piccola biblioteca della scuola e che i libri "da bambina"
l'hanno stufata.

Klaudia che vuole andare a vivere a Sesto Fiorentino vicino ai cuginetti, perchè Roma è troppo incasinata e lei vuole un prato per correre.

Corregge i genitori, Klaudia, e dice al padre che dovrebbe studiare il libro di italiano che ha a casa.

"Se non studi l'italiano, poi la gente non ti capisce!!"
"Ma non lo parlo così male!"
"Però si sente che sei albanese"
"Va bene, io studia italiano, tu studia con me albanese"
"Studio, papà, studio!!!"


Il padre sorride e si lascia correggere. La bimba è più logorroica di me, ma è meravigliosamente vera. Come solo i bambini di ogni generazione sanno essere.

Sono scesa dal treno con una speranza nel cuore, con la consapevolezza che questo è un mondo schifoso è terribile, ma in cui esiste anche l'amore.
Un mondo difficile, specie per chi è diverso in un paese diverso.
E anche se qualche volta ci sembra tutto perso, tutto marcio e sull'orlo del precipizio, una speranza in fondo in fondo c'è sempre.

Basta crederci...

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15 ottobre 2004 5 15 /10 /ottobre /2004 09:34
L'altra notte ho fatto un sogno.

Sparivo nel nulla e non potevo più comunicare con nessuno.
Vedevo gli altri, ma non potevo più comunicare con nessuno, non potevo più toccare niente.
Ero in una specie di limbo.
Magari ero morta, non lo so.
Non sono mai stata morta, non so cosa si prova.
So solo che ho deciso che non voglio più cose in sospeso nella mia vita.
Cose non dette, situazioni mai risolte per pigrizia o per quel mostro orripilante che si chiama orgoglio.

Le persone a cui voglio bene DEVONO saperlo, quelle a cui voglio male pure.

E tutti i sassolini che mi porto dentro le mie meravigliose scarpette a punta numero 37 devono uscire.
E sono usciti tutti in questi ultimi giorni.
Ed erano parecchi e fastidiosi, anche se tollerabili, ma posso dire che se morissi ora sarei in pace con tutti.
Che non è una di quelle cose che ti fanno svegliare allegra la mattina, ma almeno già è qualcosa.
Ecco, speriamo solo che non mi taglino le ruote della macchina sotto casa o che non venga assoldato un killer professionista per farmi fuori.

O perlomeno che sia un figo stile Banderas col capello lungo...

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12 ottobre 2004 2 12 /10 /ottobre /2004 18:18
Ho ventotto anni.
Dico, 28.

2-8.

A dire la verità, quasi 29.
Li compio a gennaio (il giorno dopo la Befana, come dimenticarsene...). Quindi, ci siamo quasi. Se bussano li senti, direbbe la mia saggia nonnina.

Ehhh, bèh. Sono una vecchiarella, oramai. E comunque, non più di primo pelo.
Come già ripetuto più volte, mia madre m'aveva già messa al mondo da quel dì alla mia età.

Per inenarrabili scherzi del destino beffardo, negli ultimi mesi mi capita di conoscere tutti "ragazzini" simpatici e divertenti.
E carini. Parecchio.

In palestra, alla scuola d'inglese, in fila alle poste, seduti al tavolino di un bar.

Pare che il ventiquattrenne si annidi ovunque pronto a socializzare.
Cosa che non riesce molto facile al trentenne medio, ad essere sincere. Anzi, sembra che l'uomo abbia una gran paura, si nasconda nel buio tipo Jack Lo Squartatore e se lo tiri decisamente troppo per i miei gusti schizzinosi.
Mi verrebbe da dirgli "Tienitelo"...

Carne che scrocchia, direbbe la mia guru.
E un pensierino mi verrebbe pure in mente, specie verso uno di una bellezza allucinante e che io e le mie amiche (pure quelle fidanzate!!!) miriamo e rimiriamo.
Poi però, dopo un breve conto matematico all'indietro, mi sovviene che il ventiquattrenne è nato nel 1980.

1980

Io nel 1980 andavo all'asilo, sapevo già fare le costruzioni e dire "cetriolo" correttamente.
Gosh!
No, no, no... non ci posso nemmeno pensare. Negli anni ottanta c'è nata la mia sorellina. Capite????
Non si tratta del tabù dell'uomo più giovane, delle convenzioni sociali o di cose simili: io sono convinta che passata una certa età la differenza si annulli.
Ma per ora...

Che poi, detto proprio in confidenza, l'uomo medio capisce poco a 35 anni, figuriamoci prima.
Tutto un altro modo di vivere, tutto un altro pensare ed intendere le cose. Non c'è niente da fare, l'età conta (a meno che non si sia in vacanza, vero?) e pesa nelle relazioni, anche se molto spesso la si scambia con la maturità di una persona.
Che è tutta un altro paio di maniche.

Perciò, niente tentennamenti!

Sì, sì.
Ma infatti sì.
Sì, sì.
E certo. Sì.

Però una bottarella...

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6 ottobre 2004 3 06 /10 /ottobre /2004 12:46
Dopo innumerevoli insistenze, preghiere e promesse non mantenute, convinta da una cara amica mi sono fatta trascinare ad una lezione di prova di danze latino americane.

Ora, basta conoscermi poco per sapere che un passato da majorette e un presente da step coreografato rendono impossibile (o quasi) un mio futuro da ballerina latina, visto che sono sinuosa e sciolta come il palo della luce, anche se ovviamente molto più bassa.

Pronti, attenti, via!

Eccoci al corso.
Siamo una marea, equamente distribuiti tra uomini e donne.
L'età varia tra i 20 e i 50 abbondanti, belli e brutti, magri e grassi. Ce n'è per tutti i gusti.

Nella folla noto un paio di elementi con cui sarebbe interessante ballare molto vicini e mi confronto con la mia amica, notoriamente attratta dal tipo Costantino e che non ne disdegna uno che indossa una camicia col numero 2 (senso di inferiorità represso? Mah...).

Ma cosa vedono le mie miopi (ma dotate di tecnologiche lenti a contatto) pupille???
E' lui, è lui!!!
Colui che ha agitato i sogni di migliaia di liceali perugine, l'essere capace di far girare tutta la popolazione femminile di Corso Vannucci al suo passaggio, insomma LUI!
Non solo bello, ma dolce, intelligente e dottore (la sindrome di ER colpisce ancora...)!
Corre insistente voce che sia convolato a (non tanto) giuste nozze e allora, a rigor di logica, dovrebbe essere lì con la moglie. Ma quale sarà la donna dotata di cotanta fortuna??? Né io né la mia amica riusciamo ad identificarla, e sì che DEVE essere una gnocca da paura...

Si inizia.
La nostra "maestra" è di una bellezza sconcertante e vedo nel signore accanto a me segni di cedimento strutturale quando lei si avvicina, lo prende per mano e lo invita ad unirsi agli altri uomini.
Sì, perché veniamo divisi in uomini vs. donne gli uni in faccia alle altre e si va.

Base avanti, base alternata, 1, 2, 3.
Vuelta al cinque, olè.
Base dietro, base avanti.
Però, pensavo peggio.
Base laterale, 1,2, 3, pausa.

Ci guardiamo intorno, le donne sono molto più brave a tenere il tempo (1, 2, 3...), gli uomini più rigidi e fermi sulle gambe. Guarda quello, mamma mia (...5, 6, 7...), ridicolo. E quel signore lì, caspita! Di sicuro è un ballerino di liscio. (... 1, 2, 3...) Chissà quale sarà le moglie, mah.(...5, 6, 7...) Magari non è vera questa notizia, la cittadina è piccola e la gente mormora (e non si fa mai i cazzi suoi). In fondo (... 1, 2, 3...) non è difficile fino a questo punto, pensavo peggio...

STOP!

Ora si balla in coppia. Ma io e la mia amica, come molti altri, siamo scoppiate.

MOMENTO DI PANICO.

Mi viene assegnato un ragazzo con una maglia verdissima della Datch (male, molto male...) agile come un pilone di cemento armato, ma gentile che mi saluta così.

"Guarda, visto che tu sei più brava, guida tu!"
"Ennò, mica vale così! Se c'è una cosa bella dei balli latini è che fa tutto l'uomo!!"
"Ma per una volta che voglio far comandare una donna!!"
"NO."


Tagliamo corto per non degenerare in una baruffa post femminista e ci buttiamo in un merengue approssimativo ma non malvagio e la serata va così.

Scorgo da lontano LUI che balla con... con... oddio. OH MIO DIO.
Non ci credo.
Lei è bassa, tracagnotta, vestita come mia madre e coi capelli stopposi.
Inoltre ha pure sulla faccia stampato un broncio terribile, mentre lui la guarda estasiato.
Dovrebbe sorridere e dire 50 rosari al giorno alla Madonna di Loreto, altrochè.

Sono sotto shock.

Non so se essere felice di questa cosa oppure sconvolta. Insomma, da un certo punto di vista, allora io posso aspirare a Gabriel Garko. Però mi viene da pensare che se mi fossi fatta sfacciatamente avanti con LUI magari c'avrei avuto una possibilità.
O magari no.
Boh.
Fattostà che non so se pensare che la vita sia ingiusta oppure che sia giusta.
Poche idee ma confuse.
E comunque l'invidia mi sta rosicchiando il fegato, perciò torno al merengue e a Mr. Datch, che se mi distraggo questo mi pesta i piedi come niente.

Incontro lo sguardo della mia amica, provato da un ballerino coi piedi misura 46 e le indico la coppia.

Finisce la musica, finisce la lezione di prova.

Martedì la prossima.

Che faccio, ci torno?

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30 settembre 2004 4 30 /09 /settembre /2004 12:59
Venendo al lavoro stamani mi trovo un cane in mezzo alla strada.
Steso.
Gira la testa e mi guarda. Triste. E solo.
Ora, la strada (sì, al singolare) del mio paesello non è molto trafficata, e anche se passa una macchina ogni morte di presidente del consiglio, non mi pare oppotuno stare stesi lì.

Suono il clacson per farlo scappare.

Immobile, resta lì e mi guarda con occhi dolci e tristi.

Mi sale il magone.

"Povero" penso, "magari sta male. Oppure è triste perchè è stato abbandonato. O si è perso..."
E nella mia mente riaffiora il dramma di Bun Bun che tanto mi colpì da bambina, povera bestiola. E immagino cani abbandonati da padroni zotici, fughe da persone orribili, combattimenti tra cani (anche se questo è un po' troppo da salotto il cane...), e via così.
Devo fare qualcosa.

Scendo dalla macchina.

Appena apro la portiera della macchina il cagnolino si rianima come acceso di nuova vita. Mi corre incontro, mi fa le feste, mi lecca.
"E ora che faccio???".
Vedo una signora che guarda da dietro il cancello di casa sua.
Il cagnolino continua a saltellarmi intorno allegro, sporcandomi i pataloni di fango.

"Signora, è suo questo cane?"
"Ma ci mancherebbe, 'sti zozzoni!!!"
"..."
"La mia è chiusa in casa, che questi maschiacci in calore stanno sempre a girare. Bestiacce!! Non ti ci confondere!!!"
"Mah..."


Mi giro ed il cane non c'è più. La povera bestiola è sparita ed al suo posto è comparso un simil-pincher nero. Scodinzolante e festaiolo che sembra guardarmi allusivo: "Where's the party?"
Mi avvicino alla macchina e, con mia grande sorpresa, dentro ci trovo la bestiaccia, accomodata sul sedile, che sta per essere seguita a ruota dall'altro.
Mi guarda con occhi adoranti.
Mi sembra quasi che mi sorrida.

"No, bestiaccie, dalla mia cagnolina non vi ci porto, fuori dalle scatole!!"

Dopo non poca fatica riesco a liberare la mia macchina dall'invasione canina e ripartire.

Ho capito due cose stamattina:

1) nella mia infanzia ho visto troppa TV ed ho una fantasia malata. Sono troppo impressionabile emotivamente, non c'è cura alcuna.

2) Ancora, dopo tutto questo tempo, non sono in grado di riconoscere i maschi in calore nemmeno se me li mettono davanti col cartellino identificativo

Ah, avessi la saggezza di quella vecchia signora...

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27 settembre 2004 1 27 /09 /settembre /2004 12:17
Se all'improvviso alle mie spalle fosse comparsa la fulva criniera di Mengacci ed il suo sorriso a 67 denti, non sarei rimasta sorpresa, tanta l'assurdità del matrimonio a cui ho partecipato nel fine settimana.
Magari io non sono abituata a frequentare il parentado se non nelle feste comandate, ma certe volte la fantasia in confronto della realtà è poca cosa.
Ma andiamo per ordine.

Tirate fuori i fazzoletti: arriva la sposa
Piccola chiesa sul mare, un po' barocca ma molto carina. Costretta dall'etichetta e da una stretta parentela con lo sposo ad un della prime panche mi guardo intorno con ansia e attenzione, cercando di adocchiare la zona single. Che, scoprirò poi, non esiste.
E le cose sono due: o le marchigiane non sanno vestire, o le amiche della sposa non sanno vestire.
Favolosa una ragazza con un abito azzurro da cubista dei poveri accompagnato da uno scialle da gitana ubriaca e un'altra tutta vestita di tigrato. Viola, tigrato viola. Non sapevo esistesse, non si finisce mai di imparare.

E ce ne sarebbero da raccontare, ma sorvolerò perché la musica già è partita e mio cugino, bello come il sole al braccio della madre avanza.

Io mi commuovo, ripensando a quando mi inseguiva in casa di mia nonna per picchiarmi di santa ragione perché gli avevo rotto Big Jim. Oppure a quando mi inseguiva per picchiarmi in casa sua perché rea di avergli rubato il 45 di "Wild boys".
Son cose.
Insomma, la commozione sale.

Inizio a tirare su col naso, quando al braccio del padre compare la sposa.
Ho omesso di ricordare a voi fedeli lettori che la sposa non ha una silhouette da top model. Nemmeno da trop model.
Non ci credo, ci deve essere un errore.
La sposa è vestita di azzurro. No, aspetta, è azzurro e oro, come la Madonna del presepio.
Oddio.
Una enorme nuvola azzurra che riempie la chiesa fino a farla esplodere. Non ci credo. Mi passa accanto e noto che è truccata come una passeggiatrice del Pantano e pettinata come mia sorella il giorno della Comunione.
Sulla fronte una specie di diadema oro e brillanti che invece di farla assomigliare a Sissi la rende una Wonder Woman passata attraverso un distorsore di particelle molecolari alla Star Trek.

Agghiacciante.

Le lacrime mi sono evaporate di botto.

Il DNA non è acqua
Il Caso ha voluto che accanto a me siedano Le Tre Serpi. Tre sorelle (e quindi tutte e tre ugualmente zie) sputasentenze che, stranamente, adorano me e mia sorella. Forse perché difficilmente i serpenti si pizzicano tra loro.
Tutta la funzione è scandita per me dai loro pettegolezzi e mi sento una principiante. Il loro taglia e cuci è un esempio di rara maestria e acume.
Posso ancora migliorare molto.

Ma la prossima sei tu?
Avevo avvertito mia madre. Il limite di tolleranza consentito era cinque. Il sesto parente che mi avesse chiesto "Ma tu quando ti sposi?" si sarebbe sentito rispondere "Sono lesbica".
Peccato essersi fermati a quattro. Sarà per un'altra volta.
Devo dire che la predica del prete sulla solitudine mi ha toccata molto. Sono stata lì per lì per alzarmi in piedi e chiedergli se me lo trovava lui un fidanzato, visto che era così sicuro che dipendesse solo ed esclusivamente dalla mia volontà.
Comincio a rimpiangere di non essere nata nell'epoca in cui i matrimoni combinati andavano di moda. Magari avrei avuto fortuna...

Ricchi premi e cotillon
Cena principesca tutta a base di pesce annaffiata da vino frizzantino.
Mi mettono al tavolo degli sposi come galateo impone, accanto all'unico single della serata: mio cugino ingegnere/agricoltore. Non mi resta che ubriacarmi, ovvio.
Momento principe della serata quando il cameriere scambia i miei (bellissimi, devo proprio dirlo) per i genitori dello sposo e mio padre gli risponde: "Guardi, non sa come mi fa felice. Non credo che mi possa capitare a breve..." Che umorista, quest'uomo...
Fra gli scherzi degli amici degli sposi (banalotti e senza la giusta dose di cattiveria, i miei di amici saprebbero fare molto molto peggio di così...) penso che tutte noi single abbiamo già deciso tutto del nostro matrimonio, tranne il marito.
Io per esempio ho già l'idea del vestito, della chiesa e di chi canterà mentre attraverso la navata, delle decorazioni, del fotografo e persino di chi stamperà le partecipazioni, ma non dello sposo.
Anzi, no.
Ho deciso anche quello.
Keanu Reeves.

Conclusioni
Riassumendo tutta la situazione:
- Mio nipote di anni quattro all'antipasto aveva già rimorchiato una graziosissima bambina di cinque anni portafedi della sposa, mentre io al dessert ancora non ero riuscita ad incrociare lo sguardo con il bonone del tavolo 6. Sto invecchiando, è irrimediabile ormai.
- Due mie zie con un'età indefinibile ma certamente superiore ai 75 anni vittime dell'alcool sono finite a ballare la macarena. Uno spettacolo che da solo ha valso i chilometri effettuati.
- Visto che (a parte il cugino ingegnere/agricoltore) ero l'unica single, il lancio del bouquet è stato reinventato e hanno partecipato tutte le donne. Ovviamente l'ho mancato, ma considerando che l'unica volta in cui mi è piovuto tra le braccia la felicità degli sposi è durata tre mesi, magari è giusto così.
- Dopo venti portate di pesce e molti bicchieri di vino, la sposa mi è sembrata bellissima e solare.

Insomma, evviva gli sposi.

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24 settembre 2004 5 24 /09 /settembre /2004 15:59
Scarpe.
Dopo i diamanti, le più care amiche di una donna.

Scarpe, scarpe, scarpe, scarpe.

Scagli il primo tacco 8 chi non ha mai ceduto davanti ad un paio di sandali troppo belli per non essere portati a casa.
Poco importa se la scarpa è leggermente stretta in punta o con un tacco allucinante che permette di camminare con l'andatura sexy di chi saltella scalzo sui cocci di vetro.

Ma chi non impazzirebbe davanti alla collezone completa di Manolo Blahnik ("Sex and the City" docet).
Ad un sandalo argento con uno sfavillante tacco 12?

La follia della donna
quel bisogno di scarpe
che non vuole sentire ragioni
cosa sono i milioni
quando in cambio ti danno le scarpe

Come dite?
Le scarpe servono per compiere quell'attività banale e primitiva del camminare?
Ah, già...

Già, perchè spesso la scarpa più è bella, più assomiglia da vicino ad uno strumento di tortura degno di Torquemada e di tutta l'Inquisizione Spagnola.
E allora vedi ragazze traballare sui trampoli, signore coi piedi rattrappiti e tu stessa non è che stai poi così comoda.
Eh, però son belle.
E poi son sexy. Slanciano la coscia. Vuoi mettere con le Nike che hai lasciato a casa o con gli stivaletti col tacco basso?
Eh, bèh. E' un sacrificio.

Aspetta un attimo.
Qualcosa non mi torna.

Ma perchè gli uomini invece portano sempre comodi mocassini???
Che sia tutta una mossa indotta da una cupola di maschi per martirizzare le donne?
La pubblicità, la moda, la televisione... sono tutti d'accordo per influenzare il nostro gusto verso scomodità ed angosce.
La scarpa col tacco a punta, per esempio, solo un uomo avrebbe potuto metterla al mondo.
E gli stivali sopra al ginocchio da sadomaso?
Per non parlare del classico tacco a spillo, quello con cui per camminare devi avere l'equilibrio di una Orfei.
E' tutto chiaro!

Mondo maschilista...

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23 settembre 2004 4 23 /09 /settembre /2004 16:55
L'autunno sta arrivando, splendente di colori.
Non fa più tanto caldo, ma il sole splende ancora.
L'aria è fresca e pulita, ultimo grido di un'estate che deve lasciar il posto al grigio inverno.

Orde di turisti tedeschi in ciabattoni di plastica e bermuda affollano i tavolini del centro. Gli uomini bevono boccali di birra spropositati, le donne si fanno i baffi col cappuccino e ridono.
Famiglie di piccioni grassi e spiumati si contendono le briciole ai loro piedi.

Ci sono anche gli inglesi, ciarlieri ed allegri. Inconfondibili perché sempre spettinati e nascosti dietro occhialoni anni'60 che non credo vendano più in Italia da prima della mia nascita. Moda mia non ti conosco, ma mi sono simpatici lo stesso. Hanno un'idea così romantica dell'Italia che fa stringere il cuore.

Tutti hanno grosse guide sotto il braccio, feticcio indispensabile per ogni viaggio. Io non posso farne a meno.

Capannelli di giapponesi stazionano davanti al Duomo, persi nei discorsi della guida. Cinque minuti d'orologio e passeranno alla Fontana Maggione, poi al Palazzo dei Priori.
Turismo di corsa. Oggi Perugia, domani Firenze, tra due giorni Roma.

"Compra questo!"
"Vieni, amica, bello!!"
"Firma la nostra petizione per la salvaguardia della foresta amazzonica!"

Cento voci riempono il centro, riempite dalle nenie a comando di chi chiede l'elemosina all'uscita del parcheggio.

C'è la popolazione più varia in giro, da far sballare qualsiasi campione ISTAT.
Pensionati che si ostinano a vivere in centro nonostante sia diventato pericoloso ("Troppi, troppi extracomunitari! Dove li mettiamo?"), studenti venuti da chissà quale paese dell'Africa con addosso vestiti tradizionali, italiani che giocano a fare i rastaman, ragazzini che hanno salinato la scuola e fumano con malcelata incapacità una delle prime sigarette della vita.

Passano avvocati e praticanti con costose ventiquattrore in pelle umana: ma quanti sono? Una moltitudine. Sembra che qui si possa fare solo questo. Sono talmente tanti da sembrare operai all'uscita di un cantiere. O magari sono io che ne sono ossessionata.

Com'è bella la mia città, me ne ero dimenticata ancora.
Ogni volta mi sorprende con scorci che non ricordavo, che non immaginavo.
Venirci di sera è diverso, non vuol dire viverla. Vedere i colori, ascoltare i rumori, la gente che corre e quella che si gode con aria serena e svagata le vacanze.
Fa venire voglia di non rientrare in ufficio, di sedersi su una panchina dei Giardini Carducci, togliersi le scarpe e stare lì a rimirare il paesaggio finché il sole non viene giù ed inizia a fare freddo.

Ma il dovere chiama...

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21 settembre 2004 2 21 /09 /settembre /2004 17:11
Gli amici non si scelgono, ma si trovano.
Ti cadono addosso e per motivi che non sai diventano come sorelle.
Come gemelli separati alla nascita, ci si riconosce al primo sguardo e si diventa una famiglia.
Magari è quel che si dice empatia.

Io e le mie amiche abbiamo un tratto molto marcato in comune.
No, non è quello di essere bellissime ed intelligentissime.
Un altro tratto.
Questo era scontato.

Noi ci innamoriamo sempre di uomini psicotici.

No, non di quelli che dormono con la sega elettrica sotto il letto o che girano con la roncola infilata nei pantaloni (o magari sì, chi può dirlo?), ma di quelli border line.
Quelli che li vedi e sono normali, tranquilli. Magari con quella faccia un po' così che li rende interessanti.
E chissà come mai, tra tutte... Oh! Meraviglia!! Ha scelto proprio te da corteggiare! E non sai, non credi che sia possibile e invece è così. E' tutto così favoloso e fantastico che non ci credi. Cavolo che culo!
E poi legge Coelho!!!! (Oppure Freud, oppure Bukowski. Donne fidatevi, è assicurato!!)
Solo che poi il macho/micio che hai conosciuto si trasforma peggio che Dr. Jekyll in un viottolo di Londra.
E iniziano i guai.
Che abbia un complesso di Edipo non risolto, o il mito della donna perfetta questo non conta. Che sia vittima della società o inscatolato nelle sue responsabilità nemmeno. Che sia in conflitto con l'autorità paterna o col proprio ego poco importa.
Di sicuro i suoi problemi sono molto più rilevanti di quelli della media degli abitanti del pianeta, indios della foresta pluviale compresi.
E iniziano guai, paturnie, scazzi e mazzi.

Ma noi, donne kamikaze, mica ci arrendiamo così.
Andiamo avanti con la stolta decisione delle capre di montagna.
Capiamo tutto, anche quando sembra impossibile e gli amici urlano in faccia che stiamo sbagliando, che siamo cambiate, trasformate in peggio.
Insistiamo, sopportando le avversità come se fossimo le eroine di un romanzaccio d'appendice dell'800. O di una telenovela con Veronica Castro.

E l'epilogo?
Ovviamente lui ci lascia.
Spesso per una con una gonna molto corta. O coi neuroni asfittici.

Bello. Molto bello.

Credevo succedesse solo a me, e invece a molte delle mie amiche succede lo stesso.
Questo è perché puntiamo sempre verso storie impossibili, assurde, senza via d'uscita. Allucinanti.
Vogliamo salvare il mondo, o anche solo questo singolo abitante.
O magari no. Magari non vogliamo crescere. Magari è che a sentirsi eroine di un libro delle sorelle Bronte restituisce un'aura magica.
O magari è solo e semplicemente sfiga, come una specie di magnete per psicotici al limite del vestitino con le maniche lunghe. Sì, quello che si allaccia dietro, proprio quello.

Ma si può continuare a sbattere la testa per sempre senza impazzire?
C'è chi continua a farlo fino a tarda età, chi rinsavisce e incontra il principe azzurro.
Io, a dire il vero, per ora sto nel mio bozzolo.

In attesa che mi tirino fuori...

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20 settembre 2004 1 20 /09 /settembre /2004 11:05
Ho passato la domenica a leggere, attendendo il ritorno dei miei. Fuori il tiepido sole di settembre a ricordarmi che tra poco arriverà il freddo, l'estate è finita e devo farmene una ragione.
E allora leggo, accoccolata sul letto con le fusa della mia gatta unico rumore della casa.

"A qualunque età, il nostro rapporto coi nostri genitori è come un can con un guinzaglio retrattile.Più si cresce, più ci si allontana da loro, finché non ci si è allontanati così tanto che dimentichiamo di essere tenuti al guinzaglio. Così finiamo per consumare tutto il filo, oppure loro per qualche ragione decidono di riavvolgerlo ed in un nanosecondo eccoci di nuovo lì, che gli scodinzoliamo accanto come pazzi, non desiderando altro che la loro approvazione. Per quanto possiamo essere forti o distanti, papà e mamma avranno sempre quel potere su di noi, e non lo perderanno mai."

Questo dice Jonathan Carroll nel suo ultimo libro edito in Italia, "Il mare di legno".
Non so se vi siete mai imbattuti in questo formidabile, ironico, visionario ed onirico scrittore. Non so nemmeno se c'è qualcun altro al mondo che ne abbia letto una sola opera.
Bèh, io sono alla terza, ma non faccio testo.
Riesce ad incarnare i miei sogni ed i miei incubi, ma non credo possa valere per tutti.

Questo paragrafo non è molto rilevante ai fini del libro stesso, ma mi ha fatto riflettere lasciandomi a fissare la superficie bianca del soffitto della mia camera.

Da bambina ero considerata un piccolo talento.
I miei temi giravano per le classi, famosi per la loro fantasia e per la naturalezza con cui una bambina di terza scriveva. Vincevo premi letterari locali, ero il vanto degli insegnanti.
La cosa bella è che non ero nemmeno la classica secchiona. Studiavo in pratica il necessario alla sopravvivenza, ma mi bastava per emergere.
La cocca di papà.

Sembrava che io dovessi cambiare il mondo.
Andarmene da qui, fare qualcosa di importante, avere successo.

Great expectations, insomma...

E poi?
Cosa mi è successo?
Come sono finita dove sono a fare un lavoro che non fa per me?
Come ci sono arrivata qui?

Come mi sono ridotta a smettere di scrivere, a laurearmi in Giurisprudenza, a sentirmi sempre una schiappa?
A fare cose che odio?
Ad essere la regina dell'insicurezza?
Ad inseguire una approvazione paterna che non arriverà mai e che, detto fra noi, oramai avrei dovuto smettere di inseguire da un bel po'?

Vorrei che la vita fosse un videogioco con l'opzione play again...

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Tutto quello che c'è nella mia testa...vita, amore, arte, libri, immaginazione, musica. Il tutto naturalmente immerso nella confusione più totale. Poco? Qualche volta, pure troppo!!!

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